mercoledì 31 agosto 2022

Bloccati in un ascensore


Portamento altezzoso, andatura sicura, sguardo diretto: Christine Lagarde, avvocato, già di Baker & McKenzie, modesta azienda che impiega 4.700 avvocati in 60 paesi, esperta di “ottimizzazione fiscale”, quale ministro dell’Economia, al tempo di Sarkozy presidente, confidava agli intimi: “le tasse fanno cagare”. Fu suo, per esempio, l’abbassamento della tassazione sulle successioni, che comunque resta stratosferica rispetto a quella italiana.

Suo anche lo “scudo fiscale” francese, che garantiva che nessuno avrebbe pagato troppe tasse all’orco di Stato. Abbassare le tasse ai più ricchi per incoraggiarli a investire, vi ricorda qualcosa? Quasi tutta la vita per ridurre le tasse alle grandi aziende e le persone facoltose. Quando fu direttrice del Fondo monetario internazionale veniva pagata solo 1.000 euro al giorno e però, da funzionaria internazionale, non pagava le tasse.

Come attuale presidente della Banca Centrale Europea ha disertato il conclave annuale della scorsa settimana convocato dalla Federal Reserve statunitense a Jackson Hole, motivando che è presa nella lettura dell’Ulisse di James Joyce. Una bufala circolata in Italia. In realtà Christine Lallouette sta rileggendo Port-Royal di quell’imbecille di Saint- Beuve (il tagliente giudizio non è mio).

Un partecipante al sabba finanziario nel Wyoming ha candidamente distinto tra quelli che possiedono una conoscenza superiore dei fatti economici, giustappunto quelli che presiedono all’economia globale, e tutti gli altri comuni mortali che invece sarebbero “finanziariamente meno alfabetizzati”, per dirla con educazione.

Senza infamia e senza lode

 

È ancora troppo presto per tracciare un giudizio storico su Gorbaëv? In Russia non sono pochi quelli che pensano e dicono che Michail Sergeeviè responsabile della distruzione e liquidazione del Paese come grande nazione e come potenza mondiale. Lo stesso interessato era consapevole di tale non marginale sentimento. Solo con Vladimir Putin la Russia, a fatica, si sta riappropriando del ruolo internazionale che le spetta. E ciò ovviamente non garba a Washington, tantomeno una Russia in stretti legami economici (e simpatie politiche!) con l’Europa.

Ad ogni modo, va detto che la responsabilità politica e storica di ciò che è accaduto con l’implosione dell’Urss non può essere attribuita in positivo e in negativo a un singolo personaggio (sul piano storiografico, poiché di questo ormai si tratta, e dunque più che gli archivi moscoviti sarebbe interessante consultare gli “arcana” statunitensi).

Molto di ciò che è accaduto nell’ultimo decennio sovietico è conseguenza di ciò che per comodità chiamiamo stalinismo, nelle sue diverse farsi storiche e per accumulazione, ossia fino alla fine dell’Urss.

Le cause essenziali e profonde di quel lungo e controverso fenomeno storico non sono ovviamente liquidabili in poche frasi, tuttavia mi pare utile richiamare in radice i sofferti tentativi di risposta di Karl Marx alla lettera di Vera Zasuliin tema dell’obina. Marx prese a studiare la lingua russa, i documenti e le statistiche russe, redasse quattro lettere preparatorie di risposta a Zasuli, ma infine scrisse una breve risposta e da tutti questi scritti si può trarre senza impacci la conclusione che egli riteneva indispensabile anche per la Russia una fase di transizione capitalistica.

Il 1917, ossia la guerra, cambiò tutto, come spesso accade in simili frangenti. Dopo il colpo di stato del febbraio che sloggiò lo zarismo, per Lenin e Trotskij si presentò un’occasione irripetibile, che non si lasciarono sfuggire. Tuttavia Lenin aveva consapevolezza dei problemi e nei ultimi suoi scritti ipotizzò che la famosa NEP (Nuova politica economica) potesse durare “decenni”. Trotskij, dal canto suo, non riteneva realizzabile il socialismo in un solo paese, tanto più economicamente e socialmente arretrato come la Russia.

L’impostazione leniniana e poi staliniana e maoista fu un’interpretazione unilateralmente semplificata dello sviluppo storico, cioè esposta a un determinismo economicistico che nelle condizioni date non poteva non sfociare in ciò che abbiamo conosciuto. Ad ogni modo, se la Cina è potuta diventare ciò che è oggi, lo deve senza’altro in primo luogo a Mao e ai suoi successori, altrimenti sarebbe una colonia americana sotto gli eredi di Chiang Kai-shek.

L’esempio sovietico e cinese, così come altri equipollenti, mostra come il trasferimento della proprietà giuridica dei mezzi di produzione allo Stato, non comporti necessariamente anche la metamorfosi rivoluzionaria dell’organizzazione della produzione e della società nel suo insieme (cosa che i dirigenti postmaoisti hanno ben chiara). Tanto più che il socialismo non è un modo di produzione particolare (assunto difficile da far comprendere sia di qua che di là della barricata ideologica).

Il comunismo – scrisse Marx – non è un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato. Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. E ciò presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica.

sabato 27 agosto 2022

A chi appartiene il potere?

 

Francamente devo ammettere che m’interessano di più le previsioni del tempo che i sondaggi e i futuri risultati elettorali. Non è spocchia la mia; è presa d’atto: il governo, il parlamento, i partiti, non contano un cazzo. Lo confermò a suo tempo in dolce stil novo Mario Draghi: c’è il “pilota automatico”. Governo e parlamento sono solo amministrazione. Draghi è un uomo d’onore, va creduto sulla parola.

Tuttavia una considerazione: nel centenario della marcetta su Roma, con ogni probabilità avremo una presidente del consiglio alla quale verrebbe d’istinto il saluto romano. Chissà se farà a tempo di dedicare all’evento un francobollo commemorativo. Se non proprio in occasione del centenario della marcetta, almeno per il settantacinquesimo della fondazione del Movimento Sociale Italiano, che Wikipedia definisce d’ispirazione neofascista. Ma quale “neo”, fascista e basta.

Dicevo di non avere alcuna curiosità di vedere la destra fascista e reazionaria al governo (c’è già stata), perché, ricordavo, c’è il “pilota automatico”. Ad ogni modo ci sarà da divertirsi nel vedere il Partito democratico (il partito estinto) mettere in scena un’opposizione sul nulla. S’è già visto nel 2011 e poi da ultimo l’anno scorso che a decidere chi deve gestire la pentola non sono gli elettori e nemmeno il parlamento.

Ecco una cosa che sarebbe utile chiarire al popolo affamato di sovranità popolare che si accalca ai seggi: a chi appartiene il potere effettivo in questa democrazia?

La diatriba sui ricchi troppo ricchi e i poveri troppo poveri non porta a nulla di concreto. Il vero potere non è semplicemente il prodotto del denaro, anche se esso rappresenta una condizione essenziale del potere. Un antico liberto, per dire, poteva diventare ricchissimo, ma non aveva in genere alcun potere reale.

Il tema vero è la proprietà. Le disuguaglianze non sono solo il prodotto dell’ineguale distribuzione della ricchezza, poiché essa è a sua volta il risultato del possesso dei mezzi che la producono, nell’insieme sociale il risultato di quegli stramaledetti rapporti di produzione dei quali non si parla più.

A questi rapporti economici fa capo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido. A questi rapporti corrisponde una confacente costituzione sociale e politica. Hic Rhodus, hic salta!

Questa è la differenza specifica tra una posizione comunista e quella di un borghese, per quanto questi possa essere o apparire un critico radicale del sistema “democratico”.

La fantasia non manca


Uno tsunami di aumenti tariffari e a cascata dei prezzi dei beni di consumo si abbatterà sulle famiglie delle classi popolari e medie. Dopo il prezzo del gas naturale e di altri combustibili per riscaldare le nostre case, anche il prezzo dell’elettricità salirà alle stelle. Ciò metterà in crisi anche le attività produttive e commerciali, provocando la rovina per molti che si troveranno da un giorno all'altro a dover chiudere e i dipendenti senza lavoro con un carovita insostenibile.

È solo questione di tempo prima che questi aumenti siano completamente trasferiti alle famiglie. Tutte le formazioni politiche candidate alle prossime elezioni, nessuna esclusa, non potranno evitare, anche volendo, che a farsi carico della guerra in Ucraina, che essa intende continuare (nelle parole di Zelensky) fino alla completa “vittoria” sulla Russia, siano le classi popolari e medie.

Nel frattempo, produttori, intermediari e fornitori di gas stanno festeggiando profitti speculativi record, in precedenza inimmaginabili. Il prezzo oscillava tra 20 e gli 80 euro per megawattora, ora si superano i 300 euro, ma è prevedibile che salga ancora. I prezzi medi del gas nell’Unione Europea sono raddoppiati in un solo mese e sono 14 volte superiori al valore medio degli ultimi 10 anni.

Anche la distruzione di domanda non riuscirà a calmierare i prezzi nel breve periodo, poiché si tratta di prezzi fortemente speculativi, che in gran parte procedono per conto loro per un periodo più lungo.

Non va meglio in Francia, che ottiene il 70 per cento della sua elettricità dall’energia nucleare, ma ora 29 su 56 reattori nucleari sono attualmente inattivi perché non possono essere adeguatamente raffreddati a causa della siccità o necessitano di una manutenzione urgente. Il paese, che altrimenti esporta elettricità, sta importando maggiori quantità di elettricità generata dal gas dalla Germania.

Germania che è sull’orlo di una crisi senza precedenti dal dopoguerra. Secondo l’Ufficio federale di statistica, la maggior parte del gas naturale immesso in Germania proviene dall’estero. Nel 2021 le importazioni nette di gas naturale corrispondevano a una produzione di energia di 904,5 miliardi di kilowattora, contro i 47,8 miliardi di kilowattora di gas naturale dalla produzione interna.

Nel comunicato stampa dell’Ufficio federale di statistica del 21 luglio scorso si legge: «Il gas naturale importato era del 235,6% più costoso a maggio 2022 rispetto a un anno prima. A giugno 2022, il gas naturale per l’industria costava il 182,6% in più rispetto a giugno 2021. Il prezzo al consumo del gas naturale per le abitazioni private a giugno 2022 era del 60,7% in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente». I prezzi nel frattempo sono, come detto, aumentati di molto.

Inoltre: «Gli impianti di stoccaggio del gas sono pieni per circa il 60%, il che corrisponde all’incirca al livello medio di riempimento per gli anni dal 2015 al 2020. Il 2021 è stato già un anno con un livello di riempimento del gas relativamente basso in Germania».

Nel Regno Unito pare che la situazione sociale e politica sia esplosiva e mi riprometto di guardare con più attenzione da quella parte, perché potremmo aspettarci cose davvero interessanti, come del resto dagli Stati Uniti dove si segnalano i prodromi di qualcosa d’inquietante dal punto di vista della tenuta sociale.

Complessivamente, ciò dovrebbe dare l’idea che tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo, la situazione dei prezzi dell’energia (ma non solo) in Europa si aggraverà al punto che è lecito attendersi il montare della protesta sociale, e non è da escludere che essa possa prendere dimensioni e forme inedite. Questo ai piani alti del potere politico ed economico lo sanno, perciò occorrerà escogitare misure atte a prevenire o quantomeno a contenere. Una nuova escalation pandemica è poco probabile, quindi si può pensare a una recrudescenza terroristica, o chissà che altro. La fantasia non manca. 

venerdì 26 agosto 2022

I’m ready to do that


Anche Emmanuel Macron legge il blog diciottobrumaio. Non è il solo che lo legge senza farlo sapere. Mercoledì avevo scritto: “Se la nostra epoca si chiude come nessun’altra, si è aperta anche come nessun’altra, vale a dire con un’indiscutibile opulenza”. Monsieur le président ha subito chiosato in presenza dei membri del governo: “Quello che stiamo attraversando è un grande cambiamento, o un grande sconvolgimento. In primo luogo perché stiamo vivendo, e questo non solo da quest’estate, né dagli ultimi anni, alla fine dell’epoca dell’abbondanza”.

Macron, che tutte le sere prima di prendere sonno legge un capitolo de Il Capitale, parte dall’aspetto più astratto, ma anche fondamentale dell’economia, che è il denaro. Infatti, ha proseguito dicendo che con la fine “del contante a costo zero, dovremo trarne le conseguenze in termini di finanze pubbliche”. Insomma ricorda che i tassi d’interesse hanno iniziato a salire e continueranno a farlo. Di conseguenza, il costo del debito pubblico esploderà.

E ancora: “la fine di un’abbondanza di prodotti, di tecnologie che ci sembravano perennemente disponibili, l’abbiamo vissuta durante il periodo Covid, la stiamo rivivendo qui con ancora più forza”. Non aveva capito, Macron, che la globalizzazione, che doveva consentire di ottenere il maggior numero di prodotti al prezzo più basso, presenta il rovescio della medaglia, ossia che è necessario fabbricare in loco le cose essenziali, perché è complicato assemblare un telefono cellulare i cui componenti fanno il giro del pianeta 42 volte.

Solo le nostre rappresentazioni e le nostre convinzioni contano. Quando pensi all’economia, quale immagine ti viene in mente? Il prezzo del gas, ovviamente, ma solo ora che ti è arrivata la bolletta! A me invece viene in mente il Qatar, per esempio i mondiali di calcio, gli album Panini con le figurine degli operai morti durante la costruzione degli stadi. È economia anche quella.

Durante i prossimi mondiali ci faranno vedere un Paese che è tra i maggiori produttori di gas, dove i condizionatori d’aria vanno a tutta manetta anche d’inverno. Quella sì che è opulenza.

Che cosa ci stiano preparando questi cosiddetti leader europei, forse non lo sanno precisamente nemmeno loro, ma sicuramente non è nulla di buono. Tra parentesi, Liz Truss, ministro degli Esteri e molto probabilmente prossimo primo ministro del Regno Unito, ha dichiarato che sarebbe pronta a lanciare un attacco nucleare contro la Russia (I’m ready to do that), anche se il risultato sarebbe l’annientamento globale. 

giovedì 25 agosto 2022

La premessa indispensabile

 


C’è un’altra strada percorribile, quella di mettersi seduti attorno a un tavolo e risolvere la questione tra Russia e Ucraina, cosa che si doveva e poteva fare molto prima del febbraio scorso, se altri non avessero avuto ben diversi intenti. Tenendo presente, si perdoni l’analogia, che Trento non è austriaca e Trieste non è slovena o croata.

Ma da questorecchio non volete sentire, finché a soffrire e morire sono gli altri. E avete una buona scusa: difendete l’aggredito dall’aggressore. Ammetterete almeno che vi è stata servita su un piatto d’oro dagli uni e dagli altri.

Non si può puntare su un’armistizio e sulla pace, perché Washington ha in mente altro, e stanziava martedì altri tre miliardi di “aiuti”. La guerra continua, incrudelisce e incancrenisce ancora di più, con ciò che consegue, anche in termini di tariffe e approvvigionamenti.

Poi, in un ennesimo brutto giorno, e però ancor peggio dei precedenti, scopriremo anche dell’altro, ossia che a qualcuno è scappato qualcosa e la guerra in Europa s’è estesa. Quanto estesa? È presto per dirlo, ma basta aver frequentato qualche nozione di storia per comprendere il rischio.

Non vedo troppa pena, anzi, per niente, presi per ora dalla campagna elettorale, nel tentativo di racimolare per i prossimi anni 15 mila euro il mese, serviti, riveriti e intervistati. Quelli come me, invece, che hanno deciso di non votare, sono tacciati di saper solo mugugnare. Eh no, magari abbiamo fatto anche qualcos’altro nella vita, e non è stato semplicemente giocare al gioco della democrazia, ossia mettere una croce sopra una scheda.

Evidentemente la lezione del 2013 e soprattutto quella del 2018 non è servita a molti. Nel 2013 persi esattamente la metà dei lettori del blog (che del resto non sono mai stati moltissimi, cosa ovvia con questi chiari di luna), e però oggi non ho bisogno di sputare in faccia a gente come Di Maio, che dichiarava, per esempio, di voler limitare per legge l’azione dei mercati finanziari. Allo stesso modo andrà a finire la prossima legislatura, se non peggio.

È la classica metamorfosi perversa che muta i partiti in apparati di regolazione e normalizzazione dei movimenti sociali, per quanto ben intenzionati ed “estremisti” essi possano apparire all’elettore quando proclamano di voler aprire la famosa “scatoletta di tonno”. Per quanto sia chiara e condivisa la loro critica (laterale) al sistema, per quanto siano arditi i loro proponimenti di riforma, sono comunque strumenti utili al sistema.

Del resto anche quella che fu la “sinistra” ha abbandonato da molti decenni, ossia già in tempi remoti, ogni linea di classe, trasformandosi, quale ne fosse la loro coscienza (di Veltroni, Napolitano, D’Alema ?!), in docili strumenti del movimento del capitale.

Questo rovesciamento storico corrispondeva alla bramosia di farsi Stato, in buona sostanza di entrare nella stanza dei bottoni (che poi sono dei bottoncini). Questa è la dimostrazione più evidente di quale sia il punto d’approdo di chi pretenda di “fare politica” entro i limiti imposti dalla “logica democratica”.

C’è un unico modo per fare opposizione al sistema, e la premessa indispensabile non è certo quella di farne parte.

mercoledì 24 agosto 2022

Più di una piega

 

Se la nostra epoca si chiude come nessun’altra, si è aperta anche come nessun’altra, vale a dire con un’indiscutibile opulenza. Pensavo a questo, leggendo e guardando le foto a corredo di un ottimo articolo su Le Scienze di questo mese sul tema della malaria in Italia nel secolo scorso.

Senza dubbio la comparsa del famigerato virus ha sollevato il velo su tante cose odierne. Che si sia trattato di un evento considerevole è impossibile da negare, e solo un pazzo con la coscienza annebbiata ridurrebbe questo evento a un problema di salute pubblica. Ancora non sappiamo bene che cos’è stato effettivamente.

Ascoltavo ieri sera, su Rai Storia, della presa cibernetica sulle nostre vite. Parlava un esperto e si diceva preoccupato. Ne citavano un altro che parlava d’inevitabile conflitto tra noi umani, o ciò che resterà della nostra umanità, e le macchine intelligenti. Pertanto non si tratterà di un combattimento principalmente spirituale.

Siamo di fronte a una servitù crescente e paludosa, e di fronte a essa l’indignazione nella nicchia mediatica diventa una posa. Per sentire le oscillazioni e i terremoti che presto faranno tremare la terra sotto i nostri piedi, i cinguettii digitali scontrosi e lamentosi non servono a nulla, anzi sono fuorvianti.

Ci sono le uccisioni rapide, le voci sulla guerra, una propaganda che intorpidisce la mente, e quella che chiamano crisi mondiale. E questo non ci disturba realmente perché generalmente non vi è alcuna comprensione di tutto ciò, non avendo spesso i nostri occhi nemmeno l’interesse per quello che accade effettivamente.

Ancora per un mese ci romperanno i coglioni con la propaganda elettorale: è l’impasse del sistema che ci parla. Draghi è adorato dalla folla ciellina, il giorno prima l’elogio andava alla signora che per l’occasione si presentava con ampia e lunga gonna plissé. Non si può negare un certo involontario stato di nichilismo.

Un po’ seriamente, ripeto spesso: sento puzza di autodistruzione! E intorno vedo persone che fanno finta di non capire oppure non comprendono affatto, che è la stessa cosa. Qualcuno mi dice: davvero, non stai esagerando? Forse, ma è indiscutibile che i pericoli stanno crescendo e la devastazione sta prendendo più di una piega.

Le "equipotenti" fiabe di Andrea Zhok

 

Per caso ho messo gli occhi sulle “pillole” programmatiche redatte da Andrea Zhok, uno dei tanti che agognano una sponda parlamentare per le proprie ambizioni personali. Concorrerà alle elezioni politiche insieme ad altri ambiziosi riformatori raggruppati nella lista Italia Sovrana e Popolare, un pot-pourri di filosofi che nel prossimo parlamento ci farà immancabilmente divertire come e più del movimento di Grillo e al pari del duo Calenda-Macario.

Mi soffermo sul sapore di una sua pillolina, e temo che le altre abbiano il medesimo gusto:

«Adottare il principio dell’autodeterminazione significa adottare una visione geopolitica che sostiene una prospettiva MULTIPOLARE nei rapporti internazionali, dove si assume che, in presenza di asimmetrie di potere tra diverse nazioni, sia comunque auspicabile l’esistenza di una pluralità di poli di attrazione (“potenze”). L’esistenza di una pluralità di poli approssimativamente equipotenti rende meno ricattabili le potenze minori, gli stati più deboli, giacché questi possono oscillare tra diverse sfere d’influenza, avvicinarsi ad una sfera d’influenza differente, se la precedente sfera si dimostra troppo oppressiva, oppure cercare una posizione di neutralità tra esse. Il multipolarismo è la “democrazia” possibile in un campo dove essa è formalmente impossibile, cioè nei rapporti tra nazioni».

La frase chiave è: «dove si assume che, in presenza di asimmetrie di potere tra diverse nazioni, sia comunque auspicabile l’esistenza di una pluralità di poli di attrazione (“potenze”)». Qui manca evidentemente l’esplicazione del soggetto che dovrebbe farsi carico, ossia “assumere”, il compito di far girare il mondo in un certo modo e non come procede nell’attualità concreta. E poi, da quando in qua, storicamente, “auspicare” un qualcosa ha significato, nell’ambito della politica di potenza, ossia nell’ambito della realtà storica e non solo del mero desiderio, anche la sua realizzazione pratica?

Chi dovrebbe decidere, come e quando la costituzione della “pluralità di poli approssimativamente equipotenti”? Che cosa significa “approssimativamente”? Di approssimativo colgo solo il fraseggio del prof. Zhok. Già lo vedo in veste di ministro degli Esteri che va a dire queste cose a Washington, a Pechino, a Mosca, a Nuova Delhi. Chi deciderà per Cipro, per la Siria, per la Libia e via elencando a quale “polo” dovranno aggregarsi e a che cosa dovranno attenersi? Già vedo i Paesi arabi, ma anche Pakistan e India, andare d’amore e d’accordo tra loro, per non parlare dei Paesi sudamericani e africani. Chi e come deciderà per le risorse, per il commercio e per tante altre cose? Il prof. Zhok, dalla Farnesina, evidentemente.

La “democrazia” nei rapporti internazionali è una chimera, non è mai esistita e ogni Stato o qualsiasi vaneggiato “polo equipotente” la intenderebbe in modo diverso a difesa d’interessi propri e contrapposti. Risibile è anche la distinzione, del tutto e semplicemente concettuale, tra “imperialismo” e “globalismo” (non mi pare il caso d’insistervi qui).

Tutto ciò poi è in palese contraddizione con “una discussione dove viga il realismo geopolitico, il tema degli interessi nazionali”, sempre auspicata dal nostro Metternich a riguardo dell’immigrazione (su cui non dice assolutamente nulla di concreto). È in contraddizione anche con un suo monito, quello che riguarda il “mondo fiabesco e moraleggiante, estraneo alla realtà dei rapporti di potere e del confronto tra interessi indipendenti”.

Zhok deve scegliere: o le fiabe o il realismo. Una scelta impossibile se ti candidi alle elezioni, laddove è necessario raccontare stronzate, chiacchiere senza costrutto effettivo, vacui “auspici” sui massimi sistemi, roba buona per catturare il voto dei gonzi.

martedì 23 agosto 2022

Fatevi avanti

 

Prendo spunto da un piccolo e insignificante episodio al quale ho assistito oggi, per poi svolgere una riflessione più generale sui rapporti di convivenza con gli immigrati originari di società e culture diverse dalla nostra.

Mentre tornavo da Venezia in treno, mi è capitato d’assistere a un episodio in sé banale ma rivelatore, a mio avviso, di un certo clima e di una tendenza. Nei sedili prossimi al mio, sedevano due giovani, probabilmente di origine indo-pachistana. A differenza di tutti gli altri passeggeri non indossavano la prescritta mascherina. Dio mi guardi dal voler entrare nel merito di tale obbligo.

Poco dopo la partenza, passa il controllore, nel caso di specie una giovane donna. Con garbo chiede ai due passeggeri di indossare la mascherina. Costoro la cavano di tasca e la indossano, lasciando fuori bocca e naso, quindi la controllora intima loro di indossarla correttamente. I due giovani alzano la mascherina fino alla bocca, lasciando fuori il naso. Che si fa? Nulla, e fa bene la controllora a proseguire con il suo daffare mentre i due giovani si tolgono la mascherina.

Non escludo che episodi del genere interessino anche degli italiani, tuttavia a mio avviso è sintomatico che episodi simili (assenza di biglietto, rifiuto di esibire un documento, ecc.) che mi sono capitati di vedere abbiano sempre avuto per protagonisti questo tipo di stranieri, tra migliaia di essi che però si comportano correttamente. Si potrebbe anche almanaccare sociologicamente, ma non è il caso.

In questo caso, ripeto, nulla di che, ma ciò mi ha portato a delle riflessioni più generali, in relazione di un episodio di stupro che in queste ore ha suscitato molto clamore mediatico per via della campagna elettorale. Ritengo che se dovessimo tener conto di questi gravi episodi di violenza sessuale, sono più numerosi quelli commessi da italiani, magari tra le mura domestiche. Tuttavia, per quanto riguarda l’insieme dei reati, è netta la prevalenza di quelli commessi dai cosiddetti extracomunitari, e il rilievo mediatico e allarme sociale è spesso in rapporto con la strumentalizzazione politica (i reati quotidiani dei “colletti bianchi” fanno molta meno notizia).

E però non si possono chiudere gli occhi. Specie chi vive in città sa bene quanto diffusa e organizzata sia la delinquenza delle bande di stranieri. Penso concretamente a ciò che conosco, ossia a quartieri come l’Arcella a Padova o via Piave a Mestre. Qual è la nostra strategia di difesa? Nessuna. Siamo sulla difensiva, impotenti. Questo per quanto riguarda spaccio, furti, prostituzione, eccetera.

Vi è anche un altro aspetto della questione immigrazione che mi porta a una riflessione. E in tal caso sono le nostre idee a essere sulla difensiva. La nostra ragione è sulla difensiva. Siamo spesso costretti all’autocensura. Chiedo: vale la pena rischiare la vita per affermare liberamente un proprio modo di essere o una propria opinione? Si tratta, a mio avviso, di una questione serissima perché ti mette permanentemente nella situazione di una potenziale vittima.

Di che cosa si tratta è presto detto. Parliamoci chiaro: chi di noi si sentirebbe libero di dire in pubblico ciò che pensa realmente a riguardo dell’islamismo, ossia senza ipocrisie e senza alcuna autocensura, come quando critichiamo il cristianesimo e il cattolicesimo in particolare? Anche su questo tema passiamo più tempo a pensare in anticipo ciò che non dovremmo dire e fare. Oppure c’è tra noi qualcuno che, a viso aperto, è disposto a correre il rischio di difendere idee come quelle di Salman Rushdie e dei suoi “versi satanici”? Fatevi avanti, cittadini coraggiosi.

[...]

 









Da grande teatro a piccolo albergo






L'arrivo della famosa libbra di carne.

lunedì 22 agosto 2022

La provocazione come principio fondamentale

 

Sabato scorso, Daria, la figlia dell’intellettuale nazionalista russo Aleksandr Dugin, è stata uccisa dall’esplosione di una bomba collocata nella sua auto Toyota Land Cruiser mentre viaggiava in un’autostrada a ovest di Mosca. L’obiettivo previsto dall’attentato era Aleksandr Dugin, il quale doveva viaggiare nella stessa macchina di sua figlia e invece aveva cambiato veicolo all’ultimo momento.

A poche ore dall’attentato, i media statunitensi, ai quali ovviamente si sono accodati tutti gli altri, si sono premurati a negare l’ovvia conclusione che l’omicidio fosse collegato alla guerra in corso tra gli Stati Uniti e la Russia in Ucraina. Questo per confondere l’opinione pubblica occidentale, ma in realtà l’assassinio porta il fetore della polizia segreta ucraina e dei suoi gestori della CIA.

La collocazione ideologica e politica di Aleksandr Dugin nonché logica degli sviluppi contemporanei portano alla conclusione inevitabile che l’attentato porti le impronte di Washington, e sia stato calcolato per estendere la guerra in atto. Quale mezzo migliore che costringere Putin a vendicarsi, facendolo sembrare colpevole dell’escalation del conflitto?

Il coinvolgimento di Washington in uno scenario del genere non è solo plausibile, ma è un’ipotesi di default, salvo prova contraria. L’intera storia dell’imperialismo statunitense è costellata di omicidi e guerre istigate dalle agenzie d’intelligence statunitensi.

Quattro giorni prima dell’attentato, il New York Times descriveva con enfasi i metodi di assassinio e di attentato con l’auto utilizzati dall’intelligence ucraina. In un articolo intitolato «Dietro le linee nemiche, gli ucraini dicono ai russi “Non sei mai al sicuro”», il giornale descriveva come i “partigiani” ucraini si sarebbero infiltrati per piazzare esplosivi e “assassinare funzionari che considerano collaboratori dei russi”.

Il Times descrive in dettaglio come un agente ucraino abbia piazzato una bomba “avvolta in un nastro adesivo con il lato adesivo rivolto verso l’esterno, in un vano ruota” di un’auto. In altra occasione, “hanno posizionato una bomba sotto il sedile del conducente, per farla esplodere quando si avvia il motore”.

Washington ha profuso immense somme di denaro e armi nel conflitto, ma la presa della Russia sull’Ucraina meridionale e orientale non è in discussione. Pertanto gli impegni e gli obiettivi strategici degli Stati Uniti possono essere assicurati solo dalla suppurazione ed espansione del conflitto, e questo richiede provocazione, naturalmente salvaguardando il proprio patrocinio morale, cioè di quelli che stanno aiutando la vittima aggredita.

L’obiettivo reale è di ridisegnare la mappa della massa continentale eurasiatica, di frammentare la vasta massa geopolitica della Russia, dalle steppe alla taiga, quindi contrapporre l’Europa a Mosca. Divide et impera, siamo sempre lì con la storia dell’imperialismo di qualsiasi colore, ma tanto più di quello statunitense.

Infatti, è questo calcolo sconsiderato che guida l’imperialismo statunitense. La provocazione è sempre stata il principio fondamentale del comportamento internazionale di Washington (gli esempi storici più noti sono numerosi). Questa motivazione è alla base anche della visita di Nancy Pelosi a Taiwan, allo scopo di esacerbare i rapporti con Pechino e fomentare il conflitto tra la Cina e Taiwan.

domenica 21 agosto 2022

L’ambizione di ogni filosofo

 

Mario Capanna, in una sua nuova fatica letteraria (Il risveglio del mondo. Testimonianze sul Parlamento Mondiale), insiste nell’accarezzare l’idea di mettere in scena un parlamento globale basato sul principio che “ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti”.

Capanna pubblicò l’anno scorso un altro suo libro sulla stessa ipotesi: Parlamento mondiale. Perché l’umanità sopravviva. Anche in quell’occasione della recensione sul Domenicale ebbe a occuparsene Armando Torno.

In questo nuovo saggio, Capanna interroga “illustri personaggi”, tipo Gustavo Zagrebelsky o Carlo Rovelli, che ormai sono diventati degli immancabili ingredienti per ogni ricetta del presente e dell’avvenire. Nell’elenco c’è anche il monaco e antropologo Guidalberto Bormolini, il quale auspica addirittura un’”assise cosmica”.

Capanna non disdegna contributi come quello di Marcello Veneziani, e del resto il recensore non ci rivela se nel mazzo dei personaggi interrogati dall’autore vi sia anche il contributo di altri cultori di Giulio Evola e di altre intelligenze superiori.

L’unico interpellato che critichi l’ipotesi del parlamento globale è Luciano Canfora, che lo qualifica come “uno strumento vecchio, impotente e screditato”. Una critica che andrebbe rigirata a riguardo dei parlamenti nazionali.

Capanna pare trascurare (in realtà ne è consapevole, ovviamente) che la questione suprema che l’umanità si trova di fronte non è quella di dotarsi di un consesso universale dove gli eletti possano deliberare a favore o contro chissà quali opzioni.

La precondizione, anche per quanto attiene il superamento degli Stati nazionali e l’istituzione di organismi legislativi e di governo sovranazionali, riguarda anzitutto l’assetto economico mondiale. Le contraddizioni insite nei rapporti moderni di produzione non sono superabili per via legislativa.

Il nostro filosofo ritiene che l’alternativa, non già al capitalismo ma al profitto, “esista e sia operante”, laddove sarebbe sufficiente “trasformare le produzioni e i commerci in “equi e solidali”, basati “sull’onesto guadagno” ripartito, “senza sfruttamento, tra chi produce, chi trasforma, chi trasporta, chi distribuisce e vende”. Insomma, il solito refrain cattolico socialisteggiante con il quale Capanna ha abbindolato, per decenni, migliaia di creduloni.

L’ambizione di ogni filosofo, semifilosofo e bello spirito borghese è quella di escogitare un sistema che concordi l’anarchia del modo di produzione capitalistico con le aspirazioni di un ordinato andamento di una società ispirata all’equa ripartizione della ricchezza socialmente prodotta. E tutto ciò ha sempre un effetto comico per la totale incapacità di comprendere le leggi economiche e il corso della storia moderna.

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Godibile la recensione di Carla Moreni, che apre la prima pagina del Domenicale, riferita alla raccolta della corrispondenza di Pëtr Il’ič Čajkovskij da Sanremo, datata 1887 e ora pubblicata da Zecchini Editore. Dapprima ospite dell’hotel Victoria, che già nel nome evoca tristezza, ajkovskij lo descrive come fosse il decadente hotel Des Bains ritratto da Visconti (un bravo arredatore), ossia una cupa colonia marina per aristocratici stranieri, in contrasto con il Des Bains autentico del Lido di Venezia (pare vi sia il progetto di riaprirlo). L’elegia estiva di un lacaniano Thomas Mann esplora il malessere esistenziale del compositore Gustav von Aschenbach (Mahler come modello segreto), il quale dapprima turbato e poi folle s’innamora della bellezza di Tadzio, impersonato da un Björn Andrésen che a me è sempre parso algido e un po’ antipatico.

Dopo qualche giorno ajkovskij si trasferirà alla pensione Joly, che diventerà poi Villa Quisisana e infine una caserma della Guardia di finanza. Scrive Moreni: “Accanto le sorgeranno il maestoso West-End, poi Astoria (oggi scheletro abbandonato) e poi a inizi Novecento la Chiesa russa e il Casinò della Belle Époque. Una targa a ricordo dell’illustre ospite attende ancora”.

Una targa a ricordo del soggiorno dell’illustre ospite si può leggere sulla facciata di un hotel di Venezia, in Riva degli Schiavoni. Ma questa, come si suole dire, è un’altra storia.

Protesta sociale o altre catastrofi

 

La nostra Belle Époque è giunta al termine all’alba del 2020. Salvo le apparenze, nulla è e sarà più come prima. La pandemia e la crisi del gas russo ci rivelano quanto siano fragili certe nostre convinzioni grossolane sulla “democrazia”, la scienza e la tecnologia onnipotente, il “libero mercato”, i nostri stili di vita intorpiditi.

Mentre in Italia continuano a morire ufficialmente più di cento persone ogni dì per il covid, ci rendiamo timidamente conto delle spettacolari manipolazioni subite appena due anni fa, catturati in una sequenza ininterrotta di emozioni, quelle del metaverso spettacolare intuito da Guy Debord più di mezzo secolo or sono.

Ora, a causa delle note sanzioni alla Russia e della speculazione sulle forniture del gas, ricchi e poveri sperimenteremo la sobrietà energetica, gli uni nelle loro smisurate domus e gli altri strozzati dalle tariffe nelle insulae popolari.

Si rifletta sul fatto che la Germania aveva deciso di chiudere tutte le sue centrali nucleari dopo Fukushima nel 2011. Ora sta rilanciando il carbone e s’interroga sul nucleare. Cose impensabili meno di un anno fa. L’opposizione a questa energia è il fondamento dell’ecologia tedesca, e ora i Verdi sono al governo!

Nel diritto tedesco, le famiglie hanno la priorità sulle aziende in caso di mancanza di energia, particolare questo non trascurabile che attende una verifica pratica. Ora si accusa, per il momento senza nominarla, Angela Merkel di aver riposto fiducia nell’approvvigionamento del gas russo. Da chi altri doveva comprarlo a basso prezzo e assicurato in grandi quantità? L’irrealtà contro la realtà di chi c’intrattiene con gratuite e gracchianti puttanate.

Lo spettro della recessione s’aggira in Europa e oltre. Se le industrie, i pilastri dell’economia, devono produrre meno quest’inverno e sarà freddo nelle case, se linflazione continuerà il suo trend devastante, il clima sociale diventerà molto caldo. Non è improbabile che la rabbia popolare esploderà nelle piazze, e quindi i leader europei saranno costretti a fare marcia indietro. Tuttavia, in tale caso, non potranno farlo se Washington non sarà d’accordo, e dunque una guerra che non doveva nemmeno iniziare continuerà per la sua strada e produrrà altre catastrofi.

sabato 20 agosto 2022

Ama il prossimo tuo, cotto e mangiato

 

Trecentocinquanta anni fa, il 20 agosto 1672, non nel Borneo, ma agli albori dell’Illuminismo nell’aristocratica e civile città dell’Aia, Johan de Witt, figlio di Jacob e Anna van den Corput [sic!], avvocato e uomo politico olandese, da poco dimessosi da gran pensionario d’Olanda (primo ministro), carica che occupò per varie rielezioni, con suo fratello Cornelis fu fatto prigioniero, picchiato, accoltellato e fucilato, il loro cadaveri scuoiati, sventrati, “dita, orecchi e altri frammenti furono venduti come souvenir”, il resto dei cadaveri fu cotto e mangiato. Tutto ciò mentre i pastori protestanti lodavano l’opera del signore.

In quello stesso anno, in aprile, Luigi XIV aveva dichiato guerra alle Province Unite e il 23 giugno i francesi entravano a Utrecht. De Witt fu la principale vittima di quel disastro militare, accusato da pamphlet anonimi di essere del tutto incompetente, di essersi messo in tasca parte dei fondi pubblici, di volere vendere la Repubblica ai nemici, per continuare a governare su loro mandato, di aver avuto rapporti con il “malvagio” autore del Trattato teologico-politico, pubblicato anonimo nel 1670 da un piccolo editore olandese.

Baruch Spinoza fu presto identificato come autore del libro. Era stato allievo anche di Franciscus Van den Enden, un ex gesuita di idee politiche radicali destinato a finire sul patibolo per aver preso parte a un complotto repubblicano contro il re di Francia Luigi XIV. Erasmo fu un estimatore di Johan de Witt. Un nemico di de Witt giunse a dire che si avvertiva la presenza dell’uomo politico nella stesura del Trattato teologico-politico. Come Hobbes e gli allievi di Descartes, de Witt prese le distanze dal Trattato. Pare che ciò fosse riferito a Spinoza, ed egli inviò qualcuno da Sua Eccellenza per dirgli che voleva parlare con lui, ma gli fu risposto che Sua Eccellenza non voleva vederlo varcare la soglia di casa.

Due anni prima dell’eccidio dei due fratelli de Vitt, Spinoza nel suo fondamentale librone sosteneva che la Bibbia non rappresentava alla lettera il Verbo di Dio, ma era piuttosto un frutto letterario dell’ingegno umano e che i profeti del Vecchio Testamento erano semplici individui in possesso di un’immaginazione particolarmente fervida; che la “vera religione” nulla aveva a che vedere con la teologia, le cerimonie liturgiche o i dogmi settari, ma era costituita unicamente da una semplice regola morale, quella che si riassume in “ama il prossimo tuo”; che i miracoli erano assurdità e che la fede in essi era solamente l’espressione della nostra ignoranza sulle vere cause dei fenomeni, che alle gerarchie ecclesiastiche non spettava alcun ruolo nella gestione di uno Stato moderno.

A Spinoza non andò meglio con gli ebrei, comunità alla quale apparteneva. A 23 anni, il 27 luglio del 1656, gli ebrei di Amsterdam gli inflissero un herem, cioè un provvedimento di messa al bando: «(lo) espelliamo, malediciamo e danniamo [...]. Che egli sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza, maledetto quando esce e maledetto quando rientra [...]. La collera del Signore e la sua gelosia si abbatteranno su quest’uomo, e tutte le maledizioni penderanno su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo». Nelle righe che chiudevano il documento di messa al bando: «Nessuno comunichi con lui, neppure per iscritto, né gli accordi alcun favore, né stia con lui sotto lo stesso tetto, né si avvicini a lui più di quattro cubiti, né legga alcun trattato composto o scritto da lui».

La più grave minaccia

 

A Washington sembra non vogliano capire la distinzione tra guerre che si possono e guerre che non si possono vincere. Perciò continuano a inviare armi a Kiev (altri 775 milioni di dollari) noncuranti di ciò che il prosieguo di quella guerra comporta per le popolazioni interessate direttamente e indirettamente. In definitiva alla cricca di Washington e a quella di Kiev non importa nulla salvo i propri interessi di parte e ambizioni personali.

Gli Stati Uniti invieranno per la prima volta 15 droni di sorveglianza ScanEagle “per aiutare gli ucraini a individuare e correggere l’artiglieria di precisione e gli attacchi missilistici che hanno messo a dura prova le forze russe nelle ultime settimane”. Quindi anche 40 veicoli MaxxPro resistenti alle mine pesantemente corazzati, originariamente sviluppati per le forze di occupazione statunitensi in Iraq. Eccetera.

Si dirà che non ci si può arrendere alle ragioni della forza e della violenza, e qui il discorso si farebbe maledettamente complicato e si ritornerebbe con i discorsi al punto di partenza. A forza di sbattere la testa contro il muro della realtà anche gli europei impareranno che cosa significa essere i servi obbedienti di Washington.

Gli attacchi avvenuti nei giorni scorsi a villaggi e basi russe in Crimea non fanno che aggravare la situazione. Nelle ultime settimane, oltre agli attacchi alle basi militari nel Mar Nero, le forze ucraine hanno utilizzato i sistemi missilistici a lungo raggio HIMARS forniti dagli Stati Uniti per interrompere le rotte di rifornimento russe attraverso i fiumi Dnepro e Inhulets attaccando i ponti controllati dai russi.

Le truppe ucraine si sono ora ammassate anche vicino a Kherson per tentare di riconquistare la strategica città portuale nell’Ucraina meridionale, che è stata la prima grande città a essere presa dalle forze russe dopo l’invasione del 24 febbraio.

Kiev sta giocando sporco anche intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa. I russi hanno chiesto l’intervento urgente dell’AIEA. La stampa occidentale ha scritto che finalmente Putin ha consentito ai funzionari dell’AIEA di recarsi nel sito. La solita ipocrisia.

Finora la risposta russa alle provocazioni ucraine è stata notevolmente frenata, ma c’è da attendersi una reazione nei prossimi giorni e settimane, e ciò non potrà non aggravare e incancrenire la situazione.

L’imperialismo statunitense, secondo l’attuazione di piani di guerra che erano in corso da tempo, sta conducendo una guerra contro la Russia, usando il territorio ucraino come base di partenza, le truppe ucraine come carne da cannone e la popolazione civile come ostaggio.

Suwałki è una città polacca, snodo strategico tra l’enclave russa di Kaliningrad, la Lituania e la Bielorussia. Sta alla frontiera di un tratto di terra lungo meno di 100 chilometri. Tenete a mente. Come vado ripetendo in questo blog da una dozzina d’anni, gli Stati Uniti rappresentano la più grave minaccia di guerra, non solo a livello locale, ma ormai a livello globale.

venerdì 19 agosto 2022

[...]

Detta così, sembra abbia scelto di morire come lo spartano Leonida alle Termopili. Rotondi è sempre stato naturalmente enfatico. In realtà è una cortigiana senza immaginazione.

A proposito di Termopili, la battaglia ebbe luogo tra il 19 e il 21 agosto del 480 e.c.. Il famoso dipinto del David fu commissionato dal conte G.B. Sommariva, infine fu acquistato da Luigi XVIII. Perciò si trova oggi al Louvre. 

Come dio comanda

 

Le religioni hanno problemi con molte cose, non solo con il sesso. Umberto Eco ci ricordava che il cattolicesimo aveva problemi con il riso, inteso come umorismo, ma anche con l’evoluzione, fino alle recenti contorsioni interpretative con cui la Chiesa ha tentato di infilare il proprio canapo dottrinario nella cruna dell’evidenza scientifica.

Se il cristianesimo ha dei problemi, irrisolti, con Darwin, gli islamisti riconoscono la teoria dell’evoluzione per i microrganismi, ma non per le specie maggiori. Ovviamente non è logico, ma se le credenze religiose fossero logiche, non potrebbero essere religioni.

Non è ancora noto come i talebani applicheranno la “biologia coranica”, ma non possono aspettarsi che la teoria dell’evoluzione sia halal, cioè segua i precetti islamici. In effetti, i “barbuti” non apprezzano l’essere assimilati ai loro cugini babbuini, mentre farebbero bene a trarre ispirazione da altri primati che sono di gran lunga superiori a loro sulla scala della civiltà, come i bonobo, ben noti per risolvere le loro controversie scopando.

Non è solo in Afghanistan che Darwin è al bando come le costine di maiale. In Turchia, nel 2017, la riforma del programma scolastico ha portato a una riduzione delle lezioni di biologia a favore dell’indottrinamento religioso e all’eliminazione dell’insegnamento della teoria dell’evoluzione. Le cose non vanno meglio in paesi come l’Egitto o la Tunisia (vedi l’appoggio degli islamisti di Ennahdha al presidente ultraconservatore Kaïs Saïed).

E dire che vi fu l’età d’oro della “scienza araba”, tra l’VIII e il XV secolo, i cui maggiori centri furono Damasco, poi Baghdad, e che permise ai paesi musulmani di eccellere per otto secoli in alcune discipline, come la matematica, l’ottica o l’astronomia. Le scienze poi declinarono, per ricevere un colpo di grazia con l’ascesa dell’islamismo “moderno”.

Eppure anche gli islamisti usano internet e i telefoni cellulari. Anche armi molto sofisticate, oltre ai tradizionali coltelli da tagliagole. La “scienza utile” è quella che porta ad applicazioni che consentono di fabbricare oggetti di consumo e di fare impresa. Con essa, nessun problema, perché non rischia di turbare la visione coranica del mondo. Il pragmatismo coranico punta a dimostrare come tutte le scoperte scientifiche siano già previste dal Corano!

L’idea non è nuova, già nel XIX secolo vi furono teologi che cercarono di stare al passo con la rivoluzione industriale occidentale, proponendo un islam riconciliato con la scienza (il termine salafita, in origine, aveva un significato opposto a quello odierno). Una corrente di pensiero che si è sviluppata soprattutto alla fine degli anni Settanta, ai tempi della rivoluzione iraniana. È in questo periodo che la nozione di “islamizzazione della conoscenza” si diffonde nell’ambiente universitario. E oggi, con internet, sono le masse popolari a essere persuase dalla propaganda nota come i “miracoli scientifici del Corano”.

Secondo i suoi seguaci, il testo sacro avrebbe già predetto tutto: le imprese spaziali (versetto 55, 33), l’atomo e così come la bomba all’idrogeno (versetto 34, 3), il versetto più meditato dagli ayatollah. Non dovrebbe essere molto difficile trovare dei versetti che annunciando il monopattino elettrico, facebook o le barbabietole transgeniche.

Potrei dare una mano, consultando la mia edizione del Corano (Utet, 1967). Per esempio sulla pressione atmosferica, a me pare rivelatore il versetto 125 della sura 6:

“A colui ch’Egli vuol ben dirigere, Iddio dilata il petto all’Islam. E a chi vuole fuorviare, restringe e comprime il petto sì da farglielo volare in frantumi” (p. 137).

Non siamo alle prove scientifiche fornite da Blaise Pascal durante la scalata del Puy de Dôme nel 1647, ma la reinterpretazione chewingum del Corano è l’unica strada perché l’islam si riconcili con la scienza (con una parte di essa). Ancora qualche secolo e i sauditi e forse anche i talebani troveranno un versetto che permetta alle loro donne di guidare un’automobile come dio comanda.

giovedì 18 agosto 2022

Impareremo

 

Le vacanze sono un momento curioso in cui tutto sembra fermarsi e invece tutto continua ad esistere. Mentre in spiaggia le mamme stendono sui loro figli la crema solare per evitare scottature, ogni mattina le madri siriane sotto il sole vanno a prendere l’acqua per tutta la famiglia in contenitori di plastica.

I nostri piccoli cervelli hanno difficoltà a far convivere le nostre preoccupazioni personali con le infinite sofferenze degli altri. Ci sdraiamo tranquillamente sulla spiaggia e altri invece in quello stesso momento stanno morendo, uccisi e violentati.

Nei prossimi mesi impareremo anche noi di che cos’è fatta la guerra con le relative sanzioni e i blocchi commerciali, e anche quel poco di geografia politica che serve a distinguere il peso diverso che può avere la Russia e la Cina rispetto all’Afghanistan o alla Siria.

A nostre spese qualcosa impareremo, ma non sarà così per tutti: non i Chiaberge, i Capone, i Seminerio, eccetera. La compiaciuta combriccola sa già tutto e sta sempre dalla parte “giusta”. Non ammetteranno mai che la guerra è fatta solo di bastardi, che non c’è aggressore e aggredito ma solo vincitori e sconfitti. E gli sconfitti sappiamo bene fin da principio chi sono, non è questione ideologica o di bandiera.

I cosiddetti pellerossa erano aggressori o aggrediti? Gli schiavi africani, dopo essere stati deportati attraverso l’Atlantico e venduti come animali per lavorare fino alla morte nelle piantagioni di cotone, erano aggressori o aggrediti? Parlare di “spirale prezzi-salari” sono solo delle felici banalità o non è forse una forma aggressiva della lotta di classe?

Il calo dei salari reali comporta tagli alla spesa per consumi, accelerando la spinta recessiva. Non servono analisti per comprendere ciò che è ovvio anche per una casalinga. Stanno arrivando le bollette del gas alle industrie e alle attività commerciali, cui s’aggiungono grosse difficoltà di approvvigionamento e prezzi insostenibili.

Leggo che la Germania avrebbe scorte di gas per due mesi e mezzo, eccetera. I dati tedeschi, pubblicati all’inizio di questa settimana, mostrano che le vendite al dettaglio sono in calo dell’8,8% rispetto a un anno fa. Anche qui da noi, chiudere le attività non diventerà solo un modo di dire.

Nei prossimi mesi la crisi non sarà il risultato di uno scostamento congiunturale del ciclo economico cui seguirà una ripresa, ma un segnale del crollo generale dell’economia capitalista globale.

Non meritano rispetto

 

Caldo torrido, siccità, incendi boschivi, carovita, prezzi materie prime alle stelle e difficoltà di approvvigionamento, sono motivi sufficienti di preoccupazione. Poi ci sono anche le elezioni anticipate, che occupano regolarmente le prime 8-9 pagine dei giornali, e frega un cazzo se mancano gli anestesisti negli ospedali, si parla di ridurre le tasse a idraulici, gioiellieri ed elettricisti.

Anche il tentativo di omicidio e il ferimento di Salman Rushdie, dopo il primo lancio, ha richiamato l’attenzione dei media solo in modo sporadico, posto che il fatto interessa quasi nessuno. Abbiamo sentito alcuni leader politici esprimere la loro blanda indignazione, ma pochissimi leader religiosi sunniti e leader spirituali di altre religioni hanno condannato questo atto criminale. Quanto agli sciiti, la stampa iraniana si congratula con l’autore dell’aggressione.

L’atto di violenza subito da Rushdie è stato denunciato come se fosse stata accoltellata una vecchietta per strada da un delinquente. Rushdie non è una nonna, e il suo aggressore non è un delinquente che voleva rubarle la borsetta. L’intolleranza religiosa non è diminuita d’intensità nel mondo perché vi sono al momento meno attentati.

Abbiamo sentito alcuni commentatori esprimere la loro indignazione poiché il libro di Rushdie, I versetti satanici, non contiene parolacce. Il che implica che se invece fosse stato così, sarebbe comprensibile per un credente sentirsi giustificato a pugnalare l’autore di quegli scritti.

I religiosi e i credenti non sono superiori a quelli che non condividono la loro visione del mondo. Non dobbiamo assolutamente nulla a questa gente, soprattutto non il rispetto per le loro credenze fasulle e i loro astrusi rituali che intendono imporre al resto della società.

Dobbiamo essere e sentirci liberi di dire, scrivere e disegnare ciò che vogliamo sulle religioni e sulle loro credenze, che piaccia o no a chi le pratica. Questa è l’unica posizione che merita rispetto. E invece non ho sentito dire nulla a tale proposito. Nulla ovviamente dai leader religiosi, ma nemmeno dai leader politici.

mercoledì 17 agosto 2022

Qualunque cosa possano dire i "moderati"

 

Puntando gli occhi verso la battigia, vedo un sub in completa muta nera emergere dall’acqua. Non posso crederlo, perciò inforco gli occhiali per vedere meglio. È una giovane donna fasciata dalla testa alle caviglie con uno strano indumento, poi lesta scompare tra gli ombrelloni.

Eccolo qui l’islam, penso. La causa principale della sua decadenza secolare è stata la difficoltà con cui ha dovuto affrontare la modernità, nata politicamente in Europa con la Rivoluzione francese e in termini tecnico/economici con la rivoluzione industriale. Dal loro medioevo gli islamici non si sono più mossi, altro che “nuovo rinascimento”.

Si può facilmente trovare un denominatore comune tra il terrorismo islamista e l’imposizione del velo alle donne musulmane: questo indumento, che dovrebbe simboleggiare la modestia della donna pia, è diventato dal XX secolo, con la copertura del diritto di vivere liberamente la propria religione, un vero e proprio simbolo politico e identitario.

Tra le affermazioni religiose “morbide”, quali indossare il velo per le donne musulmane, carne halal nelle mense e nei ristoranti, separazione di genere nelle piscine, dai parrucchieri, dai medici, negli ospedali e gli atti terroristici islamici, non c’è un baratro ma una continuità logica.

È ideologia totalitaria, vuole imporsi ovunque e con tutti i mezzi. Nell’islam non esiste separazione tra potere politico e potere religioso, non è agibile la libertà di coscienza, la diversità sessuale, eccetera. Nell’islam, la cui storia è stata spesso scritta nella violenza come quella del cattolicesimo, certi valori semplicemente non hanno posto perché sono tante minacce al suo dominio delle coscienze.

Questo fatto è negato delle élite occidentali, essenzialmente di “sinistra”, che anche in questo caso hanno totalmente pervertito la realtà, tanto che non possiamo più nominare certe cose.

Il mio pensiero va a Rushdie, all’aggressione che ha subito qualche giorno or sono. Nessun religioso iraniano ha mai cancellato la fatwa emessa dall’ayatollah Khomeini nel 1989, né i cosiddetti “moderati”, né gli altri. In nome di questa fatwa, il traduttore giapponese di Rushdie fu pugnalato a morte nel 1991, il suo traduttore italiano ferito e così due anni dopo il suo editore norvegese.

Quest’atto è un crimine di Stato, ordinato da un regime totalitario e terroristico, in nome di una religione che pretende di imporsi con la forza e la paura sull’intera umanità. Il pericolo non è rappresentato solo dai “fanatici” islamici, bensì dall’islam tout court, dalle sue “guide” intellettualmente nulle e spesso culturalmente ignoranti.

La parola “rispetto” in bocca a questa gentaglia è diventata un’arma per minacciare e uccidere. Se ispiri autentico rispetto, non hai bisogno di emettere fatwa per essere credibile. Il rispetto si guadagna, non è dovuto. Anche in ciò sta la grande debolezza delle religioni, che più spesso ispirano il ridicolo che il rispetto.

L’Islam è una religione paradossale, per certi aspetti più ancora del cristianesimo e di altre. La stessa parola islam esprime questo paradosso: nel Corano, allah comanda al suo profeta e al suo gregge di condurre un jihad violento contro gli infedeli e altri politeisti, mentre la parola che designa questa religione è della stessa famiglia di salam, che significa ... pace!

Non esiste un islamismo moderato, perché è un ossimoro. Per definizione, non può essere moderato, perché ha in sé il progetto politico di sottomettere l’intero campo sociale alla sua ideologia fondamentalmente totalitaria. Il terrorismo costituisce la sua sublimazione e non la sua antitesi, qualunque cosa possano dire gli islamisti che si definiscono moderati.