martedì 23 ottobre 2018

Come spruzzi di vapore


I fatti umani cercano sempre una misura umana, da qui l’idea che la decadenza della società borghese sia dovuta a fatti eminentemente “politici”, alla stanchezza per la democrazia, al fallimento del riformismo, che pure sono fatti reali e tuttavia conseguenti a cause eminentemente economiche. Le spiegazioni politiche e umane danno l’idea del dramma nel suo compiersi, ma si fermano alla superficie dei problemi.

Tuttalpiù, cioè nel migliore dei casi, la pubblicistica borghese più radicale scopre che la politica s’è dissolta completamente nell’economia e le vecchie e nuove povertà sono frutto dell’abbondanza e della ricchezza di pochi, che dunque la società attuale, progredita economicamente come mai prima, si muove in un circolo vizioso di contraddizioni che continuamente riproduce senza poterle superare, cosicché essa raggiunge sempre il contrario di ciò che si prefigge o che dà a vedere di voler conseguire.

Possiamo constatare come poche centinaia di migliaia di lavoratori possono produrre una ricchezza reale che mezzo secolo fa era prodotta da milioni di operai. Ciò è il risultato dell’aumentata produttività del lavoro che si realizza con l’impiego di nuove macchine e tecniche innovative (*). E dunque non è difficile anche per il senso comune chiedersi che cosa avviene dell’enorme ricchezza prodotta socialmente. È chiaro che parte di essa viene impiegata per dare titolo a milioni di persone di avere un reddito, e dunque funge a mantenere la pace sociale, e l’altra parte è trattenuta per arricchire sempre di più i padroni della società.

È sul mostruoso debito pubblico che da un lato si reggono gli Stati e dell’altro trova alimento la rendita privata nelle sue diverse forme, perciò è sulla questione fiscale che si gioca il destino dell’ordinamento sciale e politico borghese. Questa situazione è tutt’altro che nuova.

Scrive al riguardo Peter Brown, nel suo Il mondo tardo antico, che la «tassazione fu la causa principale» della trasformazione sociale nella tarda antichità. «Gli accertamenti erano coscienziosi; […] l’unico modo di alleggerire il proprio fardello era di evadere le tasse, lasciando a pagare i meno fortunati. Gli imperatori lo riconobbero. Di tanto in tanto alleviavano l’onere delle imposte con gesti spettacolari: privilegi, condoni, annullamento di debiti inesigibili; ma erano come spruzzi di vapore che uscivano da una valvola di sicurezza; anche se facevano impressione, non servivano a una redistribuzione vera e propria». Tanto che, scrive Brown nella stessa pagina 30, «La caratteristica più appariscente di questa società, tanto per i contemporanei quanto per lo storico, fu l’allargarsi del divario tra i ricchi e i poveri».

Per tornare all’oggi, ciò che la pubblicistica borghese non compie nell’analisi è il passo successivo, perché occupata a screditare Marx o magari perché impegnata a reinterpretarlo (le due cose si equivalgono). Ci pensano allora le masse a dare il loro nome alla crisi, come già è avvenuto in un ancor recente passato. Eccitate e illuse da demagoghi di piazza, si ribellano e non vogliono più continuare ad obbedire al vecchio potere politico, né restare nei limiti del diritto vigente. Vogliono avere tutto il potere, o il massimo del potere. Come finirà è facile da immaginare, in ogni caso nel peggiore dei modi.

(*) I processi che accompagnano la cosiddetta globalizzazione si fanno sentire soprattutto negli effetti che producono sull’occupazione, segnatamente quella dei paesi di più antica industrializzazione ove sono corrisposti salari più alti e sono maggiori gli oneri sociali e le tutele dei lavoratori. Tuttavia sull’oggi e in prospettiva sul domani la sfida è giocata anzitutto sull’innovazione tecnologica e non solo sull’abbattimento delle barriere doganali e la libera circolazione di merci e capitali.

Offro al riguardo un esempio, se si vuole banale ma indicativo, di come procedono le cose. Riguarda i lavoratori delle cave di marmo, i quali non temono alcuna delocalizzazione poiché i giacimenti marmiferi restano ovviamente dove li ha collocati la natura da miliardi di anni e dove questa roccia viene estratta da secoli sempre nella medesima cava o comunque nella stessa zona.

In antico, per estrarre il marmo, venivano inseriti nelle fessure naturali della roccia dei pezzi di legno di fico essiccati, poi imbevuti d’acqua. La loro dilatazione provocava la ”frattura”.  Era in uso anche la tecnica della “formella”, con cunei di metallo. Naturalmente c’era molto da lavorare anche con scalpello e un martello di cinque-sei chili. Nel XVI e forse anche prima fu introdotto l’uso della polvere da sparo, ma l’energia provocata dall’esplosione produceva delle fratture superficiali e dunque degli scarti di materiale non voluti. In seguito si pervenne alla mina, costituita da una carica esplosiva innescata, cioè collegata con un detonatore o con miccia detonante. Il tratto di foro superiore (borraggio), veniva riempito con materiali inerti (sabbia o roccia finemente triturata, stoppacci di carta e stracci), allo scopo di contenere l’energia dell’esplosione all’interno della bancata.

Alla fine del XIX per il taglio si pervenne al filo elicoidale, sabbia silicia e acqua. Il quarzo contenuto nella sabbia serviva da abrasivo e l’acqua da raffreddamento. Questa tecnica di taglio permetteva la riduzione del numero dei cavatori impiegati. Dal 1980 circa è stata introdotta la tecnica di taglio con il filo diamantato, il quale consente lavorazioni ad una velocità dapprima sconosciuta e operazioni di precisione con fori da 60 mm a 205 mm di diametro, in tutte le direzioni. Da allora il numero degli operatori è diminuito drasticamente.  


2 commenti:

  1. Oppure, si pensi ai lavoratori delle miniere e centrali elettriche a carbone, di cui anche Trump se ne è occupato, per arrestarne il devlino. Declino dovuto alla concorrenza delle fonti rinnovabili di energia, che se da un lato ci aiutano a produrre energia in modo molto piú pulito, dall'altro mettono in esubero migliaia di lavoratori. Le fonti pulite, hanno bisogno di molto meno manodopera nella costruzione degli impianti, e pochissima nella manutenzione. Credo che questo sia un non trascurabile problema per il passaggio alla produzione di energia a basse emissioni: mantenere i posti di lavoro inalterati!

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    1. riguarda tutto il complesso delle produzioni: agricoltura, edilizia, industria, e poi tutto il complesso dei servizi, dai trasporti alla carta bollata

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