domenica 11 febbraio 2018

Sul fascismo



Il post che segue richiede circa cinque minuti di lettura, dunque non è calibrato sulle aspettative e le consuetudini della maggior parte dei lettori addestrati ad una comunicazione molto più rapidità, perciò consiglio ad essi, se lo vogliono, di limitarsi alla prima parte.

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L’ultimo editoriale del professor Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della sera, dal titolo Il vuoto socio-culturale e l’illegalità da arginare, merita attenzione per vari motivi. Esso parte da una premessa storica, l’avvento del fascismo, per giungere ad altre considerazioni sull’oggi. Prenderò le premesse anch’io (si parva licet) dalla medesima premessa del professore per poi terminare la prima parte del post con una didascalica considerazione sul nostro presente.

Scrive il professore:

«Chi ha letto qualche libro lo sa. La ragione forse più importante che determinò la vittoria del fascismo nel 1922 fu lo scardinamento dell’applicazione della legge avutasi negli anni precedenti. Uno scardinamento che ebbe due momenti: dapprima, durante il cosiddetto biennio rosso, il governo si mostrò di un’assoluta indulgenza nel tollerare da parte dei socialisti le violenze di piazza, il sobillamento continuo e in mille modi alla violazione dell’ordine pubblico e al sabotaggio, le minacce e le aggressioni, verbali e non, contro i rappresentanti dell’ordine e dell’esercito.

In un secondo tempo, nel 1920-21, quando contro le cose e le persone delle leghe contadine, del movimento operaio e dei comuni socialisti, si scatenò in risposta la violenza fascista — più mirata, più organizzata e più feroce — il governo centrale ne ordinò, sì, a più riprese e anche con forza la repressione, ma senz’alcun esito. Ciò che accadde, infatti, fu la virtuale insubordinazione delle forze dell’ordine, dell’esercito e dell’apparato giudiziario. Le quali, consenzienti vasti settori dell’opinione pubblica borghese, si rifiutarono silenziosamente di esercitare contro i «neri» quell’azione repressiva che in precedenza non era stata esercitata contro i «rossi». Fu grazie a tale catena di eventi che la democrazia italiana corse alla rovina».

Il professor Galli ha letto sicuramente più libri di me sull’argomento (è il suo mestiere), ma qualche librino l’ho letto anch’io, e mi sono fatta un’idea però abbastanza diversa da quello che racconta nel suo editoriale.

La “ragione forse più importante che determinò la vittoria del fascismo nel 1922” non “fu lo scardinamento dell’applicazione della legge avutasi negli anni precedenti”. Certo che vi fu tolleranza e spesso connivenza tra forze di polizia, esercito e magistratura nei confronti dello squadrismo fascista, tuttavia “lo scardinamento dell’applicazione della legge” deve essere visto alla luce di ciò che stava maturando sul proscenio internazionale e nazionale e ciò che accadeva dietro le quinte.

Vale a dire che le ragioni che portarono al governo Mussolini furono d’ordine politico ed economico-finanziario. Ridurre l’avvento del fascismo a motivo d’ordine pubblico e di mancato rigore nell’applicazione delle leggi, significa far prevalere un aspetto sugli altri, tanto più se si pone in luce l’uno tacendo del tutto sugli altri.

Il fascismo italiano, per tutta una serie di ragioni, merita un posto e una considerazione del tutto particolare nell’ambito dell’offensiva reazionaria mondiale del capitalismo per spezzare ogni possibilità e ogni speranza di avanzamento delle classi lavoratrici. L’appoggio di cui godette il movimento fascista da parte della borghesia, degli agrari e da parte degli apparati statali, così come la rapidità con la quale esso prese piede, vanno visti, da un lato, come l’ultimo aspetto della crisi dello Stato e della società italiana, e, dall’altro, come crisi interna ai partiti della sinistra italiana.

Se non si hanno presenti e in evidenza questi due fatti è inutile discutere. Ed è ciò che sta via via maturando nei nostri anni, e a ben poco serviranno le marcette contro l’antifascismo. Non questo neofascismo becero e antiquato bisogna temere (per quanto lo si debba affrontare con decisione), ma ciò che vi si nasconde dietro e fermenta da lunga, lunghissima pezza.

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I fascisti alle elezioni del 1919 non avevano preso nemmeno un seggio, perfino Mussolini era stato trombato a Milano (nella sua lista c'era anche, tra gli altri, il musicista Arturo Toscanini). E nel 1921 ne avevano ottenuti pochi di seggi e solo nelle liste dei liberali di Giolitti (blocchi nazionali): 35 su 530. I fascisti dovettero attendere la truffa della legge Acerbo e il 1924 per entrare in massa a Montecitorio.

Facciamo un passo indietro, anzi, più d’uno, ponendo attenzione alla scansione delle date. Il 20 febbraio 1919 si era raggiunto un accordo con l’Associazione industriali dei metalmeccanici che prevedeva la riduzione di orario a 8 ore giornaliere e 48 settimanali, il riconoscimento delle commissioni interne e la loro istituzione in ogni fabbrica; la nomina di una commissione per il miglioramento della legislazione sociale e di un’altra per studiare la riforma delle paghe e del carovita.

L’ala più oltranzista del padronato comincia a cercare la prova di forza contro gli operai e il sindacato. La trova nell’agosto del 1920, quando la trattativa per il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro dei metallurgici viene interrotta e cominciano le serrate. La risposta operaia è l’occupazione delle fabbriche che coinvolge più di 400mila metallurgici e altri 100.000 di altre categorie. Momenti di tensione, episodi di autentiche battaglie in cui si contano morti e feriti.

Questi fatti precedono l’accordo del 19 settembre 1920. Le fabbriche tornano alla normalità nei giorni seguenti, avendo ottenuto il riconoscimento del controllo operaio nelle fabbriche, aumenti salariali, 6 giorni di ferie pagate, miglioramenti per gli straordinari e il lavoro notturno.

Non erano nati i soviet italiani, e su questo punto credo fossero in pochi a farsi illusioni. Erano stati ottenuti però dei miglioramenti significativi. La fase di lotta si chiudeva dunque nel settembre 1920. La marcia su Roma è della fine d’ottobre del 1922. Cos’era avvenuto nel frattempo? Assalti squadristi alle camere del lavoro, alle sedi del Partito socialista, alle redazioni dei giornali di opposizione, pestaggi, intimidazioni, omicidi, raid squadristici.

I padroni, industriali e agrari, non ci stavano, volevano imporre il loro ordine. Fu la neonata Confindustria e i grandi proprietari agrari a finanziare il fascismo e segnatamente la marcia su Roma. Ben vista dal Vaticano per motivi prevalentemente finanziari. Furono queste forze che indussero il Re a non firmare lo stato d’assedio alla vigilia di quella che sarà chiamata, dai fascisti, la marcia su Roma.

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La marcia su Roma fu poco più di una goliardata nel determinare gli eventi dell’ottobre 1922. Scrive a tal proposito uno storico di simpatie non bolsceviche, cioè Renzo De Felice: «L’azione armata era un elemento importante del piano mussoliniano». Quanto importante? «Non certo decisivo». Ma quante chance di successo aveva? «Militarmente il fascismo non aveva nessuna possibilità di affermarsi» [p. 348]. 

Scriveva nel 1963 Antonino Répaci nel suo La marcia su Roma, I, p. 338:
«Sul finanziamento effettuato dagli industriali ai fascisti non è prevedibile la scoperta di fonti documentarie; nessuno si illude ovviamente di rinvenire le quietanze, che altrettanto ovviamente non vennero rilasciate».

Ernesto Rossi, propone un documento tratto dall’archivio Facta, un “riservato alla persona”, in data 19 ottobre 1922 da San Rossore, in cui il gen. Arturo Cittadini, primo aiutante di campo del re, avverte il presidente del consiglio Facta:

«Persona che non vuole essere nominata e merita di essere ritenuta attendibile ha fatto avere a S.M. il Re notizie le quali danno conferma alle voci corse in questi ultimi tempi circa il colpo di mano che verrebbe prossimamente tentato su Roma. Notizie d’altra fonte, provenienti dall’ambiente bancario di Zurigo, che non sarebbe estraneo alla provvista dei fondi per il movimento di cui si tratta, sono parimenti venute a conoscenza di S.M. il Re e concorrono a dare credito alle informazioni della persona suddetta. Le date, indicate come possibili, sono quelle del 24 ottobre e del 4 novembre. In ogni modo prima dell’apertura della Camera. S.M. il Re mi dà incarico di farle queste comunicazioni per quel valore che possono avere».

Commenta, nel 1955, Ernesto Rossi: «ancora oggi le banche svizzere sono la strada preferita dei Grandi Baroni, che desiderano far perdere ogni traccia della provenienza dei quattrini con i quali comprano gli uomini politici e finanziano giornali e partiti» [p. 79]. «Nelle due settimane precedenti la mobilitazione generale fascista, l’intero stato maggiore della Confindustria fu al fianco di Mussolini.

Il 17 ottobre il prefetto di Milano scrisse al presidente del consiglio [Facta] una lettera in cui lo informava che una commissione di industriali (Targetti, Olivetti, Benni, Pirelli, Conti ed altri minori) gli avevano chiesto udienza per esporre le loro preoccupazioni sulla situazione finanziaria e sul fascismo, che ritenevano “dovesse essere subito incanalato”. Qualsiasi ritardo avrebbe provocato “una crisi gravissima di cui non si potevano calcolare le conseguenze”. Gli industriali avevano pregato il prefetto di far presente all’on. Facta il loro stato d’animo: essi volevano al governo “uomini forti che risollevassero la nazione dal marasma”» [p. 86].

Nel giugno 1919 Francesco Saverio Nitti, già due volte ministro, assume l'incarico di presidente del consiglio. La sua vicenda governativa fu in seguito ricordata, da Amedeo Bordiga, con queste parole: «L’esperienza italiana insegna che il democraticissimo governo Nitti fu in sostanza quanto di meglio la borghesia italiana poteva esperire in sua difesa, e quindi quanto di più reazionario»Bordiga doveva sperimentare quanto fosse più reazionario il fascismo.

Una delle questioni più sentite era quella di stabilire sulle spalle di quali ceti sociali sarebbe dovuto ricadere il peso maggiore delle spese sostenute per la guerra, e in tal senso Nitti si era adoperato per una rigida politica di controlli annonari, tentando di introdurre per decreto il prezzo politico del pane (decreto che gli costò le dimissioni, ma esso fu solo un pretesto per i gruppi organizzati del malaffare di Stato per screditarlo e indurlo a lasciare).

Tuttavia fu grazie a Nitti (la cui opera come ministro del Tesoro dopo Caporetto fu rilevantissima sotto ogni profilo) che si cominciarono a mettere in ordine i conti pubblici e soprattutto a congedare una massa enorme di ufficiali (in pratica non c'era ancora stata sotto il gabinetto Orlando la smobilitazione), che erano 117.148 e dovevano essere ridotti dell'80%.

Tale smobilitazione e la questione di Fiume, portata avanti da gente senza scrupoli, strumentalizzata dai soliti affaristi di Stato che nella destabilizzazione avevano solo da guadagnarci, furono grane non lievi per il governo.

Nitti riformò anche il sistema elettorale con il proporzionale (la prima volta di tale sistema in Italia, legge 1401 del 15 ago 1919), grazie al quale PSI e PPI si rafforzano alle elezioni del novembre successivo. Proveniva dal Partito Radicale storico, ed era considerato lo statista liberale di sinistra più qualificato per realizzare la prospettiva di una soluzione riformistica della crisi postbellica. Gli avvenimenti che portano, nel giugno 1920, alla caduta del suo governo, sono esemplificativi del ruolo che non di rado svolge la finanza e l’industria nell'"incanalare" la politica, tanto più in un paese come il nostro.

Il gruppo Ansaldo costituiva la più grande impresa industriale italiana dell’epoca, con 100 fabbriche e 100.000 addetti. L’impresa, controllata dai fratelli Perrone, era enormemente esposta con le banche, in particolare con la Banca di Sconto (Bansconto). Inoltre, soffriva per la forte contrazione delle commesse statali a seguito della fine delle ostilità belliche. Era pertanto necessario procurarsi della liquidità e a tale scopo fu messo in atto il solito giochetto: acquisire il controllo di una società o di una banca con patrimonio da saccheggiare.

Fu scelto di dare la scalata alla banca Commerciale Italiana (Comit). Le azioni della banca passarono in cinque giorni da 1.250 a 2.450 lire (la lira di quel tempo!), vale a dire che quasi raddoppiarono, non certo a vantaggio degli operai dell’Ansaldo. Per farla breve, la scalata non andò in porto per l’opposizione di Nitti, e i fratelli Perrone vendettero le 200.000 azioni in loro possesso ad una holding controllata dalla Comit.

A quel punto la banca più potente d’Italia decise che doveva far pagare caro a Nitti il suo rifiuto di modificare la legge che avrebbe consentito ai Perrone il controllo della banca. Nelle sue memorie l’uomo politico racconta che due banchieri della Comit chiesero d’incontrarlo, prospettandogli la necessità di misure economiche drastiche per ristabilire la fiducia dei mercati finanziari interni ed esteri sulle finanze pubbliche italiane. Infatti, a Nitti erano stati già rifiutati ulteriori aiuti finanziari da parte inglese, rendendo precaria la posizione del suo governo in una situazione sociale assai seria. Tali misure consistevano essenzialmente nell’abolizione del prezzo politico del pane. In cambio, i due banchieri promisero di indurre i loro colleghi esteri a concedere nuovi prestiti.

Nitti, come detto, rifiutò di modificare la legge in favore dei Perrone, presentò alla Camera un progetto di legge per l’abolizione del prezzo politico del pane (e in ciò Bordiga aveva ragione). Nitti fu però battuto, soprattutto perché a mancargli furono i voti decisivi del PPI, il partito cattolico. Secondo Nitti, la Comit si fece promotrice, in quell’occasione, con ogni sforzo, di raccogliere voti contrari alla proposta di legge.

La caduta di Nitti ridusse drasticamente la possibilità di una soluzione riformistica della crisi e aprì la strada a Giolitti, mentre si stava «formando uno “stato fascista nello Stato” in gran parte dell’Italia centro-settentrionale, con la connivenza delle autorità governative locali e centrali, incluso lo stesso Giolitti e il suo ministro della Guerra, Ivanoe Bonomi» (Douglas J. Forsyth, La crisi dell’Italia liberale, Corbaccio, pp. 275-76).

Prima di passare la mano, Nitti chiese sostegno in Vaticano (aveva a suo tempo intrapreso colloqui segreti con il card. Gasparri in vista di una conciliazione sulla questione romana, anche se c’è da credere che il Vaticano cercasse contropartite decisamente più favorevoli di quelle prospettate dal governo italiano pro tempore), ma senza successo.

I suoi successori, cioè Giolitti, Bonomi (luglio 1921-febbraio 1922) e il «deficiente» Facta (feb. – ott. 1922), perseguirono una linea di politica economica essenzialmente tesa alla stabilizzazione finanziaria e monetaria ponendo in secondo piano la ricerca di un sostegno politico e parlamentare da parte dei partiti di massa (sinistra e partito popolare).

Nitti nelle sue memorie (Rivelazioni, 1948) smentisce la propria connivenza con i gruppi bancari, sostenendo anzi che essi furono la causa della sua caduta: «... la lotta dei gruppi bancari che volevano l'uno contro l'altro il predominio dello Stato che io non volevo dare ad alcuno e che poi finirono per essere entrambi contro di me, turbava la vita dello Stato» (p. 543).

Fu Giolitti a smantellare il sistema nittiano dei monopoli fiscali e dei controlli economici statali (in realtà poco efficienti), a frenare il ricorso delle amministrazioni locali (moltissime controllate da socialisti e partito popolare) al credito, a porre fine alla connivenza tra governo e il trust Ansaldo-Bansconto, mantenendo invece ottimi rapporti con la Comit. 

In tal modo, l’azione governativa di Giolitti, pur riportando decisi progressi verso il risanamento dei conti pubblici, venne a perdere soprattutto il sostegno cruciale del partito cattolico, guidato da Luigi Sturzo. Infatti, il salasso per le classi più deboli scontentò i partiti di massa senza guadagnare l’appoggio delle destre, come sempre accade in simili frangenti.

Da sottolineare un altro fatto non secondario, ovvero l’approvazione della legge del luglio 1920, che doveva entrare in vigore nel luglio del 1921, sulla nominatività dei titoli e altre misure fiscali (Nitti, nel 1920, si era opposto alla nominatività dei titoli).

Oltre che dai soliti gruppi industriali e finanziari, la legge era molto temuta dal Vaticano, che aveva in Italia la quasi totalità dei suoi investimenti e possedeva a preferenza titoli al portatore, così com’era temutissima la norma fiscale sulle trasmissioni ereditarie tra persone non legate da vincoli di sangue. Fu questo il motivo che «obbligò – secondo Ernesto Rossi, testimone coevo – Giolitti a presentare le dimissioni».  Poco prima, il 9 giugno 1921, il suo gabinetto aveva promulgato un decreto contenente norme per la registrazione dei titoli. Con il nuovo governo presieduto da Bonomi, tale norma fu subito sospesa, ma non abrogata. Entrambi i successori di Giolitti, Bonomi e poi Facta, non cancellarono del tutto il decreto giolittiano.

Nella crisi che succedette alla caduta di Giolitti e fino all’avvento del fascismo, il Vaticano si oppose ad un possibile nuovo governo presieduto da Giolitti, innanzitutto con il veto imposto al Partito popolare di aderirvi.

Il costo di questo atteggiamento fu la paralisi parlamentare e, infine, la crisi istituzionale. Successivamente, come rileva nel suo libro Ernesto Rossi, L’Osservatore Romano del 27-28 febbraio 1922 si rallegrò perché la più lunga crisi ministeriale che si fosse mai avuta in Italia era stata finalmente conclusa con la formazione di un governo di coalizione, presieduto dall’on. Facta, dal quale erano esclusi soltanto i socialisti.

In risposta ai giornali che avevano accusato la Santa Sede di essere stata la principale responsabile della eccezionale lunghezza della crisi, col suo veto al ritorno di Giolitti al governo, il giornale del Vaticano ipocriticamente affermò che «la Santa Sede era, voleva e doveva rimanere completamente estranea alle questioni di politica italiana, sia estera che interna, come ad ogni partito di ogni colore».

Scrisse nel 1947 Benedetto Croce:

«L’azione della politica vaticana fu allora perniciosa per l’Italia e aprì le porte al fascismo impedendo ogni ritorno del Giolitti al potere. Su di che potrei aggiungere particolari, come d’un colloquio che l’on. Pozio, sottosegretario alla presidenza con Giolitti e a lui devotissimo, ebbe con il card. Gasparri, che rudemente respinse ogni approccio d’intesa: quel che più aveva inferocito la Chiesa era la legge giolittiana della nominatività dei titoli al portatore, nei quali molto denaro degli istituti ecclesiastici era investito».

Il 12 luglio 1922 le squadre fasciste, lasciate libere di agire, attaccarono il quartier generale delle organizzazioni cattoliche a Cremona. Il PPI si ritirò dal governo Facta, provocando l’ennesima crisi. L’ala riformista del Partito socialista, decise di opporsi al divieto della dirigenza socialista di formare coalizioni con formazioni non socialiste, annunciando l’appoggio ad un governo antifascista, mentre invece Giolitti scoraggiò il suo gruppo di partecipare ad un governo con popolari e socialisti in chiave antifascista. Giolitti e altri liberali preferivano un governo con i fascisti, per poi, credevano, poterli manovrare.

Vi erano forze e interessi che preferivano una politica nettamente conservatrice con a capo Mussolini, un governo forte a una coalizione riformista. Il nuovo governo Facta ebbe vita difficile e breve, fino al colpo di mano di Mussolini, ovvero fino alla “marcia su Roma”. Il 29 ottobre anche il senatore Luigi Albertini, direttore del Corriere della sera, si trovava presso la prefettura di Milano, assieme ai capoccioni di Confindustria, per far pressioni sul re, affinché non indugiasse ad incaricare Mussolini di formare il nuovo governo.

Sotto il titolo « La soddisfazione del Vaticano per la soluzione delle crisi », il Popolo d’Italia (giornale di Mussolini) del 2 novembre del 1922 pubblicò:

«Durante i giorni del travaglio nazionale, che condussero all’avvento al potere dell’on. Mussolini, nessun allarme si ebbe nei circoli più vicini al Pontefice, il quale, quando gli avvenimenti si sono avviati verso il loro sbocco normale, non ha celato agli intimi il Suo compiacimento nel vedere l’Italia dirigersi verso una rivalorizzazione delle sue migliori energie».

Il 10 Novembre, lo stesso giorno in cui Il Popolo d’Italia dava la notizia che il consiglio dei ministri avrebbe abrogato la legge sulla nominatività dei titoli, il suo corrispondente da Roma comunicava:

«Per quanto le sfere responsabili del Vaticano mantengano il loro tradizionale riserbo intorno alla politica del nuovo gabinetto italiano, negli ambienti dei Palazzi Apostolici non si nasconde la simpatia e il senso di fiducia determinato dai primi atti dell’on. Mussolini».

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Non servono monumenti di erudizione, segnalo tre titoli: Renzo De Felice, Mussolini il fascista, Einaudi, I, 1974; Ernesto Rossi, I padroni del vapore, Caos ediz., 2001; Palmiro Togliatti, Sul fascismo, Laterza, 2004.

8 commenti:

  1. Bellissimo post, me lo sono pure salvato.
    Grazie Olympe

    Mordecaj

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    1. grazie a te.
      l'ho appena corretto (prima non ho potuto): c'erano degli errori di battuta e qualche virgola fuori posto. ciao

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  2. Post veramente monumentale. Un grande grazie.

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  3. Mi unisco ai ringraziamenti (e ai complimenti).
    Solo una notazione: io, di minuti, ce ne ho messi dieci, perché a ogni paragrafo mi fermavo a pensare.

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    1. ti ho sempre detto che sei un perditempo
      un strucon

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  4. Ricordo quando al liceo, ormai 20 anni fa, cercavo di capire, mi lambiccavo, cheidendomi "come fosse stato possibile" l'avvento del fascismo. Vent'anni dopo mi trovo tragicamente circondato dalle risposte...

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  5. In più...

    Reagendo, dirigo il mio sguardo a scolpire nell'animo di tutti questo che è un assioma indiscutibile, geometrico;
    ogni mio ordine dev'essere assolutamente eseguito.. Ciò importa una concezione morale del proprio ufficio perfetta ,un coordinamento assoluto d'ogni organo diverso, UN FASCIO indissolubile di volontà concorrenti ad un unico fine ..Dal comando di armata la vibrazione imperiosa di tanto indecifrabile necessità si trasmetta fino al più lontano soldato, nella più lontana trincea.

    Si potrebbe pensare ad un lessico mussoliniano ed invece
    (Gen. Capello comandante della II Armata alla vigilia di Caporetto dal libro Caporetto Ed Laterza di Alessandro Barbero pag. 398 )

    Ora è chiaro che oggi , nessun dirigente (ceto politico dirigente )si esprimerebbe in questo modo, ma non perché questi signori non siano paragonabili al Gen. Capello, ma solo perché in tempo di Social è cambiato il Lessico.
    Per cui da Caporetto all'8 Settembre un " continuum "un unicum "contraddistingue il "Totum".

    Amen


    Caino

    ps Ovvio che le ragioni da te esposte, sono le vere ragioni , ma ogni tanto è interessante scoprire anche il ridiculus che ammanta il totum.
    facile ironia si può fare sul coordinamento mancato tra cervello e "bus de cul"

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