lunedì 27 febbraio 2017

Ma 'ndo vai, bischero?



Marx, nel 15° capitolo del III Libro de Il capitale, critica dell’economia politica, sottolineava che “il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

Questa frase, nel cotesto in cui è stata scritta, ha un significato ben preciso. Vedo di volgarizzare sperando di non far venire le convulsioni al Vecchio nell’aldilà.

Prendo spunto da un altro bucolico esempio dopo quello di ieri. Per arare un jugero di terra con un rudimentale aratro trainato da buoi, lo schiavo del leggendario Cincinnato doveva rompersi letteralmente la schiena per una giornata intera. Oggi, lo stesso schiavo, a bordo di un moderno trattore, arerebbe il suo quarto di ettaro in men che non si dica, senza rompersi la schiena ma anzi standosene comodamente seduto. Non solo, la produttività del suolo arato con mezzi meccanici è senza confronto rispetto a quella di un tempo.

Ecco dunque messo in chiaro ciò che del resto tutti sanno: il livello di produttività del lavoro è connesso strettamente al grado di sviluppo della tecnologia impiegata. Se la produttività del lavoro di un operaio risulta mediamente meno elevata di quella di un suo collega (sia che parli etrusco, turco o tedesco), pur lavorando più ore, ciò significa che meno evolute sono sia la componente tecnologica e sia le tecniche di lavorazione presso le quali esso è impiegato. Tradotto in italiano: lo sviluppo delle forze produttive da noi è mediamente di grado e livello inferiore. Ma non chiediamoci realmente il perché e diamo la colpa agli operai nostrani, 'sti fannulloni che puntano solo alla pensione anticipata rispetto agli standard di durata della vita fissati per loro da chiarissimi professori.

Il motivo fondamentale per il quale ogni capitalista è indotto a introdurre sempre nuove tecnologie e tecniche di lavoro è molto semplice (se siete di bocca buona e vi accontentate della melassa borghese) e potete leggerlo nelle geremiadi quotidiane del Sole 24 ore e di altri. Lo scopo, da un lato, è quello di abbassare ciò che i padroni e i loro leccaculo chiamano il “costo del lavoro” (impiegandone meno, ovviamente); dall’altro lato, ma questo resta più implicito, serve per far aumentare lo sfruttamento del lavoro e cioè per estorcere una quota maggiore di lavoro non pagato. Poi, il padrone buono, alla Marchionne, darà la mancetta ai suoi operai più bravi: sono questi i mezzi dei quali si servono i padroni, in democrazia, per condurre la loro indefessa lotta di classe.

Messa in altri termini la faccenda sta così: la produzione capitalistica ha come scopo la conservazione del valore-capitale esistente e la sua massima valorizzazione, vale a dire l’accrescimento accelerato di questo valore.

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domenica 26 febbraio 2017

Tassiamo le forbici


Fonte di ogni ricchezza è la natura e il lavoro umano. La natura è la fonte di ogni valore d’uso, e la forza-lavoro umana è la manifestazione di una forza naturale che consente che qualcosa di utile, un dato valore d’uso ancora in potenza, venga ad essere un valore d’uso effettivo. I valori d'uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Perché un valore d’uso possa divenire anche un valore di scambio, cioè valore, sono necessarie determinate condizioni storico-sociali e dunque dei rapporti sociali che abbiano raggiunto un grado di sviluppo adeguato.

Già nello scambio delle eccedenze attraverso il baratto, tali condizioni minime sono raggiunte. In tale fase il valore di scambio si presenta come il rapporto quantitativo, la proporzione nella quale valori d'uso d'un tipo sono scambiati con valori d'uso di altro tipo; tale rapporto cambia continuamente coi tempi e coi luoghi. Perché lo scambio di valori, a mezzo di un equivalente universale, denaro, diventi la forma dominate degli scambi è necessario uno sviluppo economico ulteriore e del quale qui non interessa dire altro.

Mi scuso per questa elementare propedeutica, ma posso assicurare che su questo tema sotto il cielo prosperano le più bizzarre teorie, a cominciare da quella più triviale che individua nel capitale costante una delle fonti di nuovo valore, in concorso con il capitale variabile (necessario all’acquisto di forza-lavoro).

Prendiamo un esempio che più bucolico non si può. Per cogliere delle frutta dagli alberi (cose utili, valori d’uso in potenza) e con tale atto renderli da un lato valori d’uso effettivi, e poi, al mercato, valori di scambio, può essermi necessaria una certa attrezzatura, per esempio una scala, delle forbici, delle cassette per porvi le frutta e un carretto per il trasporto al mercato. Ebbene, va da sé che né la scala, le forbici, le cassette e il carretto aggiungono nuovo valore alle frutta raccolte, se non nella misura in cui essi cedono al prodotto, alla merce, di volta in volta, una parte del loro valore (il valore di una scala, delle forbici, di un carretto) mano a mano che vengono consumati (usurati) nel processo lavorativo di raccolta. Alla fine della storia tale attrezzatura non avrà aggiunto alcun nuovo valore che non esistesse già in partenza. Pertanto è soltanto la quantità di lavoro socialmente necessario, cioè il tempo di lavoro socialmente necessario per fornire un valore d'uso che determina la sua grandezza di valore.


Ciò che vale, dal lato del valore, per le forbici, la scala, le cassette, il carretto, eccetera, vale anche per il più sofisticato dei robot. Tassare i robot è come tassare la scala e il carretto. Non farebbe altro che rendere più cara la frutta, facendone diminuire il consumo e favorendo altri tipi merceologici. 

giovedì 23 febbraio 2017

Contraddizioni 4.0



Alessandro Gilioli, con la sua concretezza abituale, si pone delle domande partendo dalle delle considerazioni che in parte riporto:

[…] accadrà che altre tecnologie - altre app, altri sensori, altri robot, altri outsourcing, altre intelligenze artificiali - renderanno altrettanto obsoleto quello che facciamo noi, cioè il nostro modo per portare a casa un reddito. Ci saranno soluzioni più soddisfacenti per i consumatori di quanto siamo noi, a un costo minore. Nessuno, fuori, ci rimpiangerà.

Ecco: allora, a quel punto: ci sarà qualcuno che ci accompagnerà nel mondo nuovo?

Ci sarà una politica che non potendo né volendo proteggerci come categoria (giustamente, siamo obsoleti) ci proteggerà come persone?

Ci sarà un modo per garantire un minimo di continuità di reddito in questo passaggio strutturale (ed epocale) verso il mondo in cui il lavoro umano sarà rarefatto?

Ci sarà qualcuno che si occuperà di redistribuire alle persone rese obsolete dalla tecnologia i profitti miliardari dei proprietari delle app, dei robot, delle piattaforme e del resto?

A queste osservazioni molto pertinenti di Gilioli mancano due domande senza le quali si resta a pestare acqua nel mortaio.

martedì 21 febbraio 2017

Stranezze



Prendo spunto da un libro di Lucio Russo che a suo tempo ebbe buona critica e diffusione: La rivoluzione dimenticata, il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli 1996. Scrive l’Autore a pag. 210:

«[…] La moderna teoria psicoanalitica dei sogni è nata, secondo l’autorevole testimonianza di Freud, partendo dagli elementi “vicini alla realtà” da Artemidoro […].

«[…] si può pensare che il lontano casuale precursore di Freud sia in realtà non Artemidoro, ma Erofilo e la sua scuola».

Infatti, nel suo Die Traumdeutung (L’interpretazione dei sogni), Freud scrive in un passo a conclusione di una nota posta alla fine del terzo capitolo:

Sono ben lontano dal cercare di sostenere che sono il primo autore ad avere l’idea di far derivare i sogni dai desideri […]. Coloro che attribuiscono una qualche importanza a queste anticipazioni, possono risalire all’antichità classica e trovare Erofilo, il medico che visse sotto il primo Tolomeo. Secondo Buchsenschutz, egli distingueva tre tipi di sogni: quelli […]».

La classificazione del sogno secondo Macrobio e Artemidoro è proposta da Freud nella pagina successiva, in un’aggiunta del 1914, che Freud sostiene essere tratta dal Otto Gruppe in Griechische Mythologie und Religionsgeschichte (1906). A pagina 101, sempre in una nota del 1914, Freud s’intrattiene sulla figura e il contributo di Artemidoro, sulla base di un’opera di Theodor Gomperz. In un’aggiunta apportata alla stessa 4a edizione è citata una frase tratta dalla Spiegazione.

lunedì 20 febbraio 2017

Coriandoli



Il tema del chiacchiericcio mediatico odierno, così come giorni addietro, è quello della scissione annunciata del Partito democratico. Coriandoli. E proprio ieri sentivo alla radio ricordare una ben più storica scissione, quella avvenuta a Livorno al congresso del Partito socialista, dal teatro Goldoni al San Marco, e che diede vita al PCd’I. E fioccano le rievocazioni di nomi come quello di san Gramsci e del beato Togliatti. Nessuno che faccia menzione di quello che allora fu il primo segretario del partito nuovo, ossia un partenopeo verace nato a Ercolano, tale ingegner Amadeo Bordiga. Il quale, sia detto di sfuggita, non doveva riconoscenze pedagogiche verso un altro napoletano (di adozione), il proprietario terriero Benedetto Croce. Bordiga assecondò “il lento evolvere dall'idealismo filosofico al marxismo” di Gramsci. E vi fu anche “Un Gramsci perfettamente bordighiano”, come scriveva Paolo Spriano nell’ottavo capitolo del primo volume della Storia del Partito comunista italiano.

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domenica 19 febbraio 2017

Troppo facile dargli del matto



La conferenza stampa di Donald Trump di giovedì pomeriggio è stata un fatto senza precedenti. Non è paragonabile a qualsiasi altra cosa vista prima nella storia americana moderna, anche al culmine della crisi del Watergate. L'evento ha avuto un carattere surreale, laddove per più di 75 minuti il presidente degli Stati Uniti ha avuto un franco scambio d’insulti con i giornalisti.

In un tale spettacolo è necessario indagare il contenuto razionale, la dinamica politica sottostante. In questo caso la conferenza stampa ha posto in luce un conflitto all'interno della classe dirigente americana, specie sulla politica estera, poiché il rischio di precipitare verso la guerra è diventata la cosa meno remota da oltre mezzo secolo in qua.

Molti si chiedono se Trump sia fuori di testa. Troppo comoda la scorciatoia della psichiatria per spiegare i fatti storici. Cesarismo, fascismi e stalinismi, devianze varie, spiegati sulla base della “malattia”! Con ciò non voglio negare il ruolo delle singole personalità (e delle loro patologie) nella storia. Tuttavia queste personalità, con le loro variegate mende psicotiche, sono esse stesse un prodotto di una particolare situazione storico-sociale. Che poi ad occuparsene siano i psicoanalisti è, dal mio punto di vista, davvero paradossale.

venerdì 17 febbraio 2017

Sillogismi



Poste determinate premesse ad un ragionamento, la deduzione viene da sé. A scuola, il prof di filosofia, per farci sorridere, ne recitava un sillogismo famoso e paradossale: “La sarda salata fa bere e ribere; bere e ribere spegne la sete; dunque, la sarda salata toglie la sete”. Anche nel caso che pongo in esame si parte da una premessa generale, si passa poi a una seconda premessa di carattere particolare, per giungere a una conclusione logica ingannevole quanto l’esempio delle sarde salate. Vediamo.

La premessa generale è quella riguardante il welfare: ha degli elevati costi sociali (questo in tutta l’Europa occidentale). La seconda premessa, di carattere particolare, è questa:

«Nel 2015 la spesa totale per pensioni, sanità, politiche attive e passive del lavoro, assistenza sociale è stata pari a 447,3 miliardi pari al 54,13% dell’intera spesa pubblica, interessi sul debito compresi. In rapporto al PIL, cioè a tutta la ricchezza prodotta nel Paese, la spesa sociale pesa per il 27,34%».

La sarda salata che toglie la sete è data dalla seguente conclusione:

«Questa incidenza pone l’Italia al quarto posto europeo [per spesa sociale] dopo Danimarca, Francia e Finlandia e davanti alla Svezia».

giovedì 16 febbraio 2017

"O parlo turco?"



Ieri sera ho registrato, per vedermelo stamani, un programma televisivo (La gabbia open) perché volevo sentire cosa avrebbe detto il filosofo Massimo Cacciari. Il professore veneziano invita a fare sempre “discorsi di verità”, e la cosa m’intriga. Alla domanda riguardante la straripante disoccupazione di massa indotta dalle nuove tecnologie, il filosofo ha risposto che “la liberazione dal lavoro è un bene, che è ora di finirla con l’etica del lavoro di stampo antico”. Come non essere d’accordo? Se avesse precisato che è ora di finirla con l’etica del lavoro salariato, sarebbe stato meglio, tuttavia accontentiamoci.

E però, ha precisato Cacciari, tale liberazione dal lavoro non deve creare masse di “disperati”. E anche in tal caso, come non essere d’accordo? Sennonché, per ovviare a questa non lieve contraddizione generata dal sistema, Cacciari propone la solita ricetta: “distribuire a tutti la ricchezza sociale prodotta” di modo che chi resta escluso dall’attività lavorativa “necessaria” non abbia a patire e possa dedicarsi alla lettura, alla pesca sportiva, ecc.. Insomma, se non vuoi fare il filosofo almeno prova a prendere qualche pesce all’amo.

“O parlo turco?” è sbottato a dire Cacciari al conduttore della trasmissione che per contratto doveva menare il can per l’aia.

martedì 14 febbraio 2017

Il paese più libero e democratico del mondo


Dal Domenicale del Sole 24ore la recensione di un libro che difficilmente sarà tradotto in italiano. Racconta la storia del totalitarismo americano, ossia la dittatura della borghesia statunitense sul proprio proletariato, di là del mito hollywoodiano. Ad ogni modo basta leggere Steinbeck per farsene un'idea.


In una società che abbia un senso



Domenica pomeriggio, entrando in un bar, dove fanno un ottimo punch alle mele (analcolico), sentivamo gracchiare alla radio queste parole: “… i due portieri sono rimasti disoccupati”. Mi è stato facile osservare che ciò non è dipeso né dalla crisi e nemmeno dall’introduzione di nuove tecnologie.

La questione del lavoro è maledettamente drammatica. Quando sento dire da certi cosiddetti imprenditori che non trovano forza-lavoro, pur in cambio di un salario (pensi, signora contessa!), mi girano le scatole poiché conosco molto bene qual è la realtà. Un esempio concreto. Una giovane donna è assunta come stagista da un’azienda con 110mil. di fatturato, a pochissimi euro l’ora (non dico quanti perché non credereste) pagati dalla Regione. Un’ottima persona, anche sotto il profilo professionale e tuttavia viene posta “in libertà” non appena finiscono i contributi regionali. Sotto un’altra, poi un’altra ancora. Conosco personalmente decine di questi casi. Non parliamo poi degli studi professionali, tipo notai, avvocati, architetti, ecc..

In una società appena decente, che abbia un senso, dove sia data la possibilità di una qualche libertà e sovranità effettiva, dove il lavoro non esista solo per i bisogni di valorizzazione del capitale, l’orario di lavoro dovrebbe essere ridotto in modo drastico, cosicché anche Ichino, Fornero, Alesina, Renzi, possano essere avviati a svolgere un lavoro vero. E così altre gang del pensiero neoliberista che operano nei parlamenti, nei ministeri, nelle redazioni dei media e nei dipartimenti universitari. Dopo una sola giornata in fabbrica le loro granitiche certezze, che molto hanno sedotto, mostrerebbero vistose crepe. Scrivevo nel titolo di un post recente che l’anima del borghese è l’anima della sua classe sociale, così come, soggiungo, l’anima del capitalista è l’anima del capitale.


Entro il prossimo decennio, i nodi verranno al pettine e, c’è da scommetterci, non sarà un bel vedere.

lunedì 13 febbraio 2017

Al tempo stesso troppo onore e troppo torto



Sto leggendo un fitto volumetto di Marcello Musto, L’ultimo Marx (1881-1883), Donzelli, 2016. Dovrebbe essere letto soprattutto da coloro che – come scrivevo recentemente – Marx più che conoscerlo di prima mano preferiscono farselo raccontare. A me viene utile perché in esso trovo riassunta una questione che avevo in mente di affrontare brevemente in un post a riguardo di una certa affermazione contenuta in un pamphlet di Luciano Canfora. Nulla di che.

All’inizio del libro di Musto trovo una considerazione: la scarsa attenzione dedicata dai maggiori editori italiani alla traduzione degli scritti marxiani. Soggiungo a mia volta l’ars topiaria, per così dire, alla quale è sottoposta la barba del grande vecchio da parte di gente che parla di Marx a vanvera, non si sa se più spesso in malafede o solo per ignoranza e insipienza. Scrive Musto che negli ultimi dieci anni in Italia, “nonostante la rilevante produzione teorica e l’ampia diffusione dei suoi testi avvenuta nel Novecento”, gli studi su Marx sono “stati alquanto marginali, se confrontati con lo scenario internazionale”. Non c’è dubbio.

domenica 12 febbraio 2017

Portino pazienza




Dalla sua ultima visita, tutto sembrava immutato. Sparsi sul tappeto del salotto, gli spartiti formavano ancora un labirinto ai piedi del pianoforte a mezza coda, la cui mole rannicchiata faceva pensare a una bestia in agguato. Avvicinandosi, però, Victor notò che i soprammobili in porcellana di Meissen, che il giorno precedente erano sullo strumento, erano sparsi sui cuscini di uno dei due divanetti, mentre i vasi coi fiori secchi erano stati esiliati dentro il caminetto 
(Claude Izner, La donna del Père-Lachaise,TEA, p. 114).

A chi è piaciuto il romanzo di Bruce Chatwin, Utz, e apprezza quelli scritti da Izner, suggerisco di leggere il saggio di Edmund De Waal, La strada bianca, Bollati Boringhieri, € 20.

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Prossimamente ho intenzione di dedicare un post al tema della sovrappopolazione, soprattutto per riportare ampi stralci di una lettera, datata 1° febbraio 1881, di Engels in risposta a Karl Kautsky. La lettera è nota pochissimo poiché, tra l’altro, il carteggio Marx-Engels, relativo agli anni 1880-1883, non fu pubblicato nelle Opere Complete edite dagli Editori Riuniti.

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giovedì 9 febbraio 2017

L’anima del borghese è l’anima della sua classe sociale



Riassumo alcuni concetti base che riguardano in generale il modo di produzione capitalistico e la realtà odierna in rapporto alla sua crisi.

Per ciò che riguarda la disoccupazione, problema ridiventato centrale anche nelle aree di più antica industrializzazione, bisogna aver chiaro che in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione, la disoccupazione e con essa la sovrappopolazione relativa è un prodotto necessario. Tout est pour le mieux dans le meilleur des mondes possibles.

Ed infatti, la cosiddetta globalizzazione comporta, da un lato, che un numero sempre minore di magnati del capitale usurpi e monopolizzi tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, e dall’altro che cresca la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento.

lunedì 6 febbraio 2017

Quel vecchio porco di Henry



Com'è ormai noto anche a chi non è uso ai cruciverba di Bartezzaghi, le Senkaku sono quelle isolette disabitate oggetto della disputa tra Giappone e Cina (isole Diaoyu). Tuttavia quelle isolette non sono oggetto di rivendicazione solo da parte dalla Repubblica Popolare Cinese, ma anche da parte della Repubblica di Cina, ossia Formosa, l'attuale Taiwan (come se gli indipendentisti corsi, strappata un’eventuale indipendenza, chiamassero Repubblica di Francia la Corsica. Non serve essere sciovinisti come dei francesi per incazzarsi).

Ad ogni modo a Taiwan quelle isole sono note come Diaoyutai, e si trovano più vicine a Taipei che a Okinawa, e come le vicine isole Miyaco (dove si parla una delle tante lingue ryukyuane, cioè nipponiche), fanno parte della prefettura di Okinawa. La differenza tra le isole Miyaco e le Senkaku/Diaoyu/Diaoyutai è data dal fatto che queste ultime sono disabitate. E però queste cinque isolette disabitate e tre scogli sono appartenute fino al 1885 alla Cina, quando, a seguito della sconfitta cinese nella prima guerra sino-giapponese (1894-1895) e al conseguente Trattato di Shimonoseki, Formosa ed altre isole vicine passarono sotto la sovranità dell'Impero giapponese.

Tuttavia, come dichiara ancor oggi il governo di Tokio, le isole Senkaku non erano parte di Formosa, ceduta al Giappone dalla dinastia Qing secondo l'articolo II del Trattato del 1895. E però con l’approvazione del governo Meiji, nel 1896 le isole furono affittate a un giapponese, un certo Koga Tatsushiro (1856-1918), che stabilì degli impianti per varie lavorazioni. Il figlio di questi continuò l’attività del padre fino al 1945. Nel dopoguerra e fino al 1972 le isolette furono sotto controllo Usa, poi l’amministrazione fu esercitata dal Giappone.

domenica 5 febbraio 2017

Un paese di “dottori” analfabeti



La Gran Bretagna se ne sta andando per conto suo, mentre nel continente i portavoce del capitalismo tedesco annunciano la costituzione di una loro Europa, per far fronte alle nuove sfide della competizione mondiale. L’esito delle elezioni in Francia e in Germania non avrà un impatto decisivo su questi processi, poiché si tratta di dar corso a realtà economiche cui le strategie politiche s’incaricano di dare un protocollo. Palle al piede come la Grecia, la Spagna e l’Italia se la dovranno cavare da sole. Tra l’altro, in ogni caso, una ristrutturazione del nostro debito si profila necessaria, così come non è da escludere che forze sia endogene che esogene del capitalismo spingano verso la creazione di ampie “autonomie” regionali. Magari non domani, ma in un futuro non lontanissimo. Questo è anche, in parte, uno dei risultati effettivi della sconfitta del referendum neocentralista e del suo propugnatore. In ogni caso, Francia e Germania non saranno disposte a rinunciare al “filetto” a ridosso delle Alpi, cosa che nei fatti sta già avvenendo da tempo. A Roma sarà lasciato il dibattito, ormai d’impronta filosofica, sulle buche nelle strade, la monnezza, le nevicate “eccezionali veramente”, e simili. Piaccia o no, in un paese di “dottori” analfabeti è inevitabile che accada.

venerdì 3 febbraio 2017

La scomoda legge carica di pericolosissimi significati politici



È sintomatico che non si riesca mai a chiamare le “cose” per nome, cioè per ciò che esse sono realmente. Al massimo si arriva a chiamarle “altre cose: cioè mercati, finanza, trattati internazionali etc.”. Nel loro insieme queste “altre cose” che cosa rappresentano? L’economia? E di quale economia stiamo parlando? Mistero.

Dal 2009 le azioni di Apple sono aumentate di più del 415%. Amazon di un clamoroso 900%. E quelle di Facebook, sul mercato verso la fine del 2012, sono il 230% dal suo prezzo di offerta. Ma non si tratta solo di questi colossi. Il 16 agosto dell’anno scorso il New York Times scriveva:

The facts are inescapable: The Obama years have been among the best of times to be a stock investor, going all the way back to the dawn of the 20th century.

Consider that had you been prescient enough to buy shares of a low-cost stock index fund on Mr. Obama’s first inauguration day, on Jan. 20, 2009, you would now have tripled your money. Stock market performance of this level has rarely been surpassed.


Si sarebbe attesa l'elezione di Donald Trump per favorire i gruppi industriali e commerciali, le banche e la finanza? Quanti luoghi comuni, quanti sproloqui sulle “cose”. Come cercavo di far intendere nel post precedente, i critici laterali del sistema, al pari degli apologeti del sistema stesso, hanno tutto l’interesse dal tenersi lontani dalla critica marxiana con la sua scomoda legge del valore carica di pericolosissimi significati politici.

giovedì 2 febbraio 2017

L'omaggio di Napolitano



Avvertenza: la lettura del post richiede alcuni minuti di concentrazione. Infatti, malgrado il titolo del post, la trattazione non ha alcuna attinenza con i temi caldi del cazzeggio corrente.


Leggevo ieri, in un commento ad un post di Malvino (al quale dedico il mio), che il lavoro dell’economista inglese Pietro Sraffa sarebbe un “aggiornamento” del marxismo, segnatamente – soggiungo – di Marx.

Vi sono, a mio avviso, due aspetti da tenere presenti a riguardo della resistenza, soprattutto in Italia, del mito di Sraffa: uno di tipo propriamente politico, cioè oggettivo e strumentale, e l’altro di tipo soggettivo.

mercoledì 1 febbraio 2017

In attesa del Messia



Noto il moderato ottimismo che serpeggia rasoterra qua e là alla luce di quanto sta succedendo, non da oggi, alla cosiddetta “sinistra liberista” (uno dei tanti ossimori del nostro tempo), ossia a quelle forze politiche europee che hanno sposato, per dirla con le parole di Alessandro Gilioli, “le ricette di quelli che per quasi tutto il Novecento erano stati i suoi avversari, cioè le destre economiche”.

Dunque, per Gilioli “sinistra liberista” e “destre economiche”, se proprio non sono la stessa cosa, si equivalgono. E come dargli torto. A me pare (ma si sa quanto sia inquinato dal marxismo il mio punto di vista) ci si dimentichi – e parlo in generale – di quello che potremmo definire, a buon titolo, il convitato di pietra: il capitalismo, nell’era dell’imperialismo, anzi nella tarda maturità dell’imperialismo.