domenica 17 dicembre 2017

Arbeit macht frei

A Walter, in ricordo



Venite, giovani virgulti, a lavorare in fabbrica. Il lavoro in fabbrica non è schiavitù, non è sfruttamento. Ve lo dice Dario Di Vico, che di mestiere non fa l’operaio, ma il giornalista. Ha studiato sociologia lui, e queste cose le sa per certe. La fabbrica non è più quella di una volta, non si muore più di Pvc o di asbesto, e bisogna avere una gran sfiga per finire bruciati alla Thyssen. Quanto ai padroni, esistono ancora, ma ora si servono dei cosiddetti chief executive officer, all’americana. I quali guadagnano in un anno esattamente quanto un operaio. Quanto un salario operaio di tutta una vita, però.



Avrete una vita avventurosa. In questa stagione, per esempio, partirete di casa con il buio e vi ritornerete quando è buio di nuovo. La vostra vita, per almeno 2.228 settimane, la passerete piacevolmente dentro un capannone industriale. Ma potrebbe anche andarvi meglio di così, se siete turnisti. In tal modo, mentre Dario Di Vico e quelli come lui dormono e scoreggiano tra le lenzuola, voi di notte lavorerete e però alle sei del mattino avrete tutta la giornata libera davanti a voi. Una figata, credetemi.

L’operaio è libero di vendere se stesso pezzo a pezzo. Egli si mette all’asta per 8 ore della sua vita, ogni giorno, al migliore offerente, al possessore delle materie prime, degli strumenti di lavoro e dei mezzi di sussistenza, cioè ai capitalisti. Libero perché non appartiene a un proprietario, ma 8 o 10 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera. L’operaio abbandona quando vuole il capitalista al quale si dà in affitto, e il capitalista lo licenzia quando crede (grazie Renzi e compagnia bella), non appena non ricava più da lui nessun utile o non ricava più l’utile che si prefiggeva.

Lavorerete forse per un’ora per voi, il resto lo regalerete al capitalista. Pagherete le tasse, fino all’ultimo centesimo, come dicono sia giusto, mentre il capitalista potrà eluderle comodamente e pagarle solo in parte. Lui riceverà i contributi per aver comprato, pezzo a pezzo, la vostra vita. Voi con le vostre tasse pagherete questi stessi contributi. L’ordinamento del diritto borghese è cosa meravigliosa, ci sono voluti secoli per perfezionarlo in modo da farlo apparire "democratico" cancellandone gli aspetti più desueti.

L'ordinamento giuridico borghese considera — sotto il profilo formale — il proletario “libero”, mentre il sistema economico borghese ne fa — di fatto — una sorta di schiavo. Il lavoratore salariato è, per così dire, “libero di essere schiavo”. E, del resto, questa sua condizione di completa subordinazione economica è sancita da quello stesso ordinamento giuridico borghese che, mentre tutela solo formalmente la “libertà” e la “uguaglianza” dei cittadini, disciplina, nella sostanza, attraverso la tutela della proprietà privata, la disuguaglianza.

Voi, cari operai, la cui sola risorsa è la vendita del lavoro, non potete abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè la classe dei capitalisti, se non volete rinunciare a una dignitosa esistenza. Tuttavia, il vostro lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo. Invece lo chief executive officer non appartiene a nessuno in particolare, ma alla borghesia, alla classe borghese; ed è affar suo disporre di se stesso, cioè trovarsi in questa classe borghese un compratore.

Quando vi ritroverete senza un lavoro perché la "vostra" fabbrica ha chiuso, scoprirete che le vostre vite  erano esposte sul tabellone mondiale delle quotazioni di borsa, dove sono i comandamenti del Dio capriccioso che regna sui mercati a decidere delle vostre/nostre vite e di quelle dei vostri/nostri familiari. Del resto la disoccupazione non fa altro che rendere più a buon mercato la merce lavoro.

Gli economisti, gli speculatori di Borsa, certi giornalisti e le altre tenere canaglie del capitale, poiché sono mantenuti con il lavoro degli operai, hanno tutto l’interesse di magnificarne l’obbligo, la sua utilità sociale, il suo contributo al benessere della collettività, così come non mancano mai di magnificare l’inutilità lucrativa, di incoraggiare a produrre ciò che di più vano si può vendere e acquistare avendo l'illusione di scegliere liberamente. Del resto questo è il periodo dell’anno per eccellenza per la profusione di detriti avvolti in confezioni di prestigio, a cominciare dai loro libri del cazzo.

Eccetera, eccetera, eccetera.

14 commenti:

  1. Post magnifico!
    C'è sempre qualche problemino con la "differenziata" però 😀

    Buona giornata

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    1. Nel post precedente si legge: Dei miserabili che non hanno mai avuto l’onestà di vuotare il secco per davvero.
      Di vuotare il sacco semmai, e non il secco (umido-secco=raccolta differenziata).

      Nel presente post si legge: I quali guadagno in un anno esattamente quanto un operaio.
      Guadagnano, e non guadagno.😉

      P.S: grazie per aver scritto questo post.

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    2. sì c'è un refuso, grazie. ciao

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  2. campare vendendosi è cosa che conforma a sè tutta l' esistenza, non solo le ore in cui si noleggia il proprio tempo di vita

    centralizzare capitali senza concentrare il lavoro è stata la strategia vincente, almeno da questa parti, mentre al contrario le altre classi dimostrano un innata coscienza del proprio posto rispetto al capitale e quindi al supporto su cui si reggono: il lavoro altrui (fosse anche quello svolto in bangladesh, come ben sanno quelli del tessile italiano)

    tocca pure stare a sentire che il lavoro dà dignità: la dà per un pò quando sei alla frutta, poi è pure peggio

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    1. è vero, lo schiavo è schiavo in tutto, già nella psiche

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    2. sì, dove la psiche è l' oggettività sociale che si riproduce disegnandola almeno nelle sue linee più ampie.
      una dinamica necessaria a scovare incessantemente il sacro graal del valore.
      per questo la totalità capitalista risulta, per certi versi, più avvolgente e sociale che mai: ne ha un disperato bisogno

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    3. Provvedere alle PROPRIE e REALI necessità con il PROPRIO lavoro è il modo più dignitoso di vivere.
      Quello che è invece indegno è la crescente condizione di " schiavitù da necessità" in cui una parte sempre più grande del genere umano è costretta a farlo; e questo purtroppo in gran parte ANCHE per SUA colpa.
      ws

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    4. si faccia una domanda e si risponda

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  3. A parlare ed a magnificare, nonché a legiferare sul lavoro salariato, è sempre gente che con esso non ci ha mai avuto a che fare. Gente che è sempre stata alla larga da esso. Mica so fessi! I fessi sono gli schiavi del salario, che chiedono più diritti a questi magliari.
    Come è quel passo nel Manifesto di Marx? "Chi non lavora guadagna, e chi lavora no".

    Buona serata

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  4. Questo post è il miglior biglietto d'auguri che si potrebbe donare alle torme di disoccupati, precari e frustrati tutti del Capitale.
    La cosa buffa e tragica al contempo è che, in prima battuta, si rischia di essere mandati a quel paese.

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    1. Chiedo venia per l'errata consecutio temporum del precedente post, ma scrivevo in viaggio
      Sostituisco quel "potrebbe" con "possa".

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    2. siamo tutti peccatori, anche quando non siamo in viaggio

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