domenica 1 ottobre 2017

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La parola comunismo ha subito tali torsioni (per usare un eufemismo) nel corso del Novecento, che essa risulta pressoché inutilizzabile, specie a riguardo delle nuove generazioni che delle temperie del secolo passato hanno, quando va bene, un’idea vaga e piuttosto imprecisa (*).

E però non c’è un termine sostitutivo, poiché la parola comunismo rinvia, piaccia o no, a idee e principi imprescindibili nella lotta contro l’esistente e quale prefigurazione di una società senza classi, di un nuovo mondo dove l’uomo non sia più, o risulti sempre meno, a causa di dati rapporti sociali, homo homini lupus.

Si dirà che si tratta di utopie, di sogni, ma è su tali concrete utopie che possiamo sperare di costruire un nuovo “umanesimo”, vale a dire una società sempre più libera dai vincoli dell’economicismo strabico e che consenta agli esseri umani di vivere e non solo di sopravvivere, in simbiosi con una natura che si prodiga di offrirci risorse quasi senza limiti purché si voglia ripristinarla e affrancarla da ciò che è ora, ossia patrimonio fondiario in funzione del profitto del grande capitale e delle logiche che lo sottendono.



Una società che non cambia solo in ragione delle esigenze di un’economia tributaria dei progressi della merce e della forza-lavoro che ne paga il conto, che dunque restauri il primato del valore d’uso su quello di scambio, e non umanizzi la merce invece dell’uomo, che abbandoni lo sfruttamento e favorisca l’emergere di nuovi modi di produzione, distribuzione e fruizione (**).

Dobbiamo, a tale scopo, avere sempre presenti, come orientamento generale e contro ogni avventurismo, due concetti marxiani. Il primo:

Il comunismo non è per noi uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale (die wirkliche Bewegung) che abolisce (aufhebt) lo stato di cose presenti.

Poi, nelle glosse al Programma di Gotha:

“quale trasformazione subirà lo Stato in una società comunista? In altri termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora, che siano analoghe alle odierne funzioni dello Stato? A questa questione si può rispondere solo scientificamente, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna”.

*

La società borghese, la cui economia poggia sull’estorsione del lavoro non pagato, sull’accumulazione della ricchezza fine a se stessa e sulla dissipazione delle risorse, non se la passa bene. La disgregazione sociale e il disorientamento si accentuano mano a mano che il capitale si ritira dalla sfera della produzione per infilarsi in quella della speculazione finanziaria, in un’atmosfera di corruzione generalizzata, in un parossismo da basso impero, in un’economia la cui inutilità sociale è quotata in borsa.

E tuttavia, tale situazione non è di per sé decisiva per le sorti del modo di produzione capitalistico, così come non fu decisiva, da un punto di vista morale e sociale, la condizione servile nel mondo antico e poi nel medioevo, tanto più che i capitalisti possono impiegare nelle loro fabbriche milioni di salariati di ogni colore senza le seccature che le antiche forme di sfruttamento procuravano ai padroni nella gestione degli schiavi.

Vi sono due fatti, correlati tra loro, decisivi per le sorti del capitalismo. Il primo è ormai sotto gli occhi di tutti, anche se la “scienza” economica borghese ha tutto l’interesse a mistificarne il significato nelle sue reali conseguenze: il capitale, sia in rapporto al suo valore che alla sua composizione tecnica, ha sempre minor bisogno di lavoro vivo. Questo fatto si traduce in una progressiva caduta del saggio del profitto, ossia in una riduzione dei profitti in rapporto al capitale investito.

En passant, va notato che l’aumento della composizione organica del capitale (è il rapporto reciproco che si stabilisce tra composizione di valore e composizione tecnica) è una tendenza necessaria dello sviluppo capitalistico e rappresenta la causa delle crisi di sovrapproduzione che investono la società capitalistica.

La spietata concorrenza tra capitali per spartirsi quote progressivamente decrescenti di profitto (in rapporto al capitale investito), provoca da un lato la gigantesca enfasi della sfera finanziaria e speculativa (la Borsa non rispecchia i valori reali di capitalizzazione delle società) e dall’altro la corsa alla centralizzazione del capitale. A restare in partita sono i pesci più grossi.

Nessun crollo automatico o spontaneo del capitalismo, per carità. Tuttavia la crisi generale-storica che investe il modo di produzione capitalistico nella sua totalità, acutizza sempre più le tensioni sociali (e perciò non devono stupire i rigurgiti populisti, nazionalisti e parafascisti a fronte del fallimento delle politiche riformistiche), mentre sulla scacchiera internazionale aumentano gli attriti per il controllo strategico dei fattori economici fondamentali.

Sempre richiamandoci a Marx, dove ci condurrà, dapprincipio almeno, l’impetuoso sviluppo delle forze produttive materiali della società sempre più in conflitto con i rapporti di produzione esistenti, e cioè con i rapporti di proprietà? Siamo già ben dentro ad un’epoca di grandi ed inediti sconvolgimenti sociali e mutamenti antropologici.

(*) Anche il termine marxismo è in sofferenza e non da oggi ha vissuto forti contraddizioni, ma esso può vantare un corpo dottrinale di riferimento, ossia una critica scientifica del modo di produzione capitalistico e dei suoi corollari, imprescindibile se non si vuole razzolare nella solita spazzatura del sociologismo e politicismo borghese.
Marx non ha preteso di aver “inventato” o “scoperto” il conflitto sociale, ossia la lotta tra le classi sociali, la quale nasce con lo sviluppo dell’economia umana, dallo stabilirsi di condizioni in cui prevale la proprietà privata e lo scambio allargato. In altri termini, non ha mai rivendicato di aver “scoperto” la lotta tra schiavi e padroni, sudditi e signori, conquistati e conquistatori, sfruttati e sfruttatori, e nemmeno la lotta tra le diverse fazioni di una stessa classe sociale.
Marx ha inteso il conflitto di classe quale àmbito in cui si sviluppa non solo la lotta politica, come scrivono i più dozzinali manuali, ma l’intero processo storico-sociale, mettendo a fuoco il passaggio da una data formazione economico-sociale ad un’altra. Nello specifico, l’oggetto d’indagine di Marx è “il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono”, e non esclusivamente l’Inghilterra, che pure fu, nella sua epoca e di questo oggetto, la “sede classica”.

(**) Nel modo di produzione capitalistico il processo lavorativo si presenta solo come mezzo per il processo di valorizzazione (e in tal senso vanno viste le tendenze necessarie ad accorciare il tempo di lavoro per mezzo dello sviluppo della tecnologia e della tecnica), ne consegue che la contraddizione tra valore d'uso e valore di scambio tende a divaricarsi sempre più con lo sviluppo della tecnologia applicato alla produzione. Tale dinamica è alla base della crisi generale storica del modo di produzione capitalistico.

13 commenti:

  1. Tanti baci, ma proprio tanti. Grazie.

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    1. proprio ooggi pomeriggio ho visto che c'è un articolo in prima sul Domenicale che condivido molto, pur se scritto da un "liberal"
      grazie, ciao

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    2. e, come sai, questo:
      http://80.241.231.25/Ucei/PDF/2017/2017-10-01/2017100137155646.pdf

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    3. io discrepo.
      Trovo confusione.
      Comunismo non è egualitarismo. Comunismo è più quello che Walzer chiama "libertà politica". Comunismo nell'ognuno secondo le proprie capacità ad ognuno secondo i suoi bisogni è diseguaglianza forte no?
      2. La lotta per il comunismo è il comunismo.
      3. La dittatura del proletariato necessaria al comunismo non sospende la libertà politica, anzi, ripristina quella del proletariato che forse a Walzer sfugge, oggi non c'è. (prova a disertare la scuola borghese arrivano i carabinieri mi dicevano fin da piccolo, ecc ecc.)
      4. Nell'assunto rivoluzionario non si può prescindere dal conflitto. Ma la violenza viene in prima istanza dalla reazione. E arriva in continuazione in epoca di "pace sociale", preventiva, da tutte le parti purtroppo.
      Poi: le avanguardie, gli intellettuali, se lavorassero davvero al loro non essere necessari, arriveremmo alla situazione attuale, brillante da questo punto di vista. Qui voglio anche puntualizzare che la borghesia abbisogna della partecipazione nel suo recinto politico, non della diserzione.
      4. Il leaderismo è una funzione amministrativa non di guida.
      5. mi pare una bestemmia dire che da destra si pensa in termini marxisti all'attività umana privilegiando però gli scambi alla produzione e al lavoro. E' proprio questa la violenza quotidiana della reazione.
      6.
      7.
      8.
      9. e 10.
      discrepo su tutto, ciao.

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  2. "... specie a riguardo delle nuove generazioni che delle temperie del secolo passato hanno, quando va bene, un’idea vaga e piuttosto imprecisa."

    Ed è qui che avviene il capolavoro delle classi dominanti: convogliare in conflitti di "civiltà", razza, etnia, generazione o addirittura "piccole patrie" le tensioni sociali di cui parla.
    Oggi ci tocca pure assistere a piazze contrapposte in cui si confrontano bandiere nazionali e bandiere regionali.
    In un'epoca in cui l'unico conflitto meritevole di tornare alla ribalta è quello di classe.

    Pochi giorni or sono guardavo il film di Ken Loach "Il vento che accarezza l'erba", sulla guerra di indipendenza e la successiva guerra civile irlandese.
    Sarebbe particolarmente indicato per i miei coetanei oggi in piazza in Catalogna.

    《 Se cacciate l'esercito britannico domani e issate la bandiera verde sul castello di Dublino senza però creare una repubblica socialista, tutti i vostri sforzi saranno stati vani, e l'inghilterra continuerà a dominarvi attraverso i latifondisti, i capitalisti e le sue istituzioni commerciali. 》

    [James Connolly]

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    1. hai ragioni da vendere, ma dobbiamo prendere atto della realtà
      se mai andrà meglio, prima andrà molto peggio

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  3. c'è un partito comunista che domina oltre un miliardo di uomini e che sta fornendo al capitalismo mondiale una straordinaria piattaforma di rilancio. c'è di che rivoltarsi nella tomba per molti compagni, meglio prenderla con ironia

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    1. le rivoluzioni sedicenti comuniste in quei paesi sono servite solo a costituire il capitale originario per l'instaurarsi del capitalismo. la storia non va salti né prende scorciatoie

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  4. O.T:credo che questo articolo, la interesserà.

    http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-germania_il_paese_della_disuguaglianza/11_21652/

    Saluti

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