giovedì 26 gennaio 2017

Ancora una volta, dove ci sta portando il capitalismo?


In un baratro, e nessuno può dire quanto sia profondo. Vi sono alcune evidenze: l’attuale sistema economico-finanziario internazionale è come un ordigno a tempo, e ciò si accompagna all’estrema incertezza del quadro geopolitico; gli arsenali nucleari a disposizione delle varie potenze possono distruggere, se impiegati, più e più  volte questo pianeta. Nessuno, a priori, può escludere questa eventualità. E anche laddove non fosse fatto uso delle armi nucleari, così come nel caso non fosse fatto ricorso a un conflitto armato generalizzato, per quanto riguarda le sorti di quella che chiamiamo civiltà siamo a un punto di svolta, che si può cogliere sotto ogni aspetto delle straripanti contraddizioni sociali e nella grave compromissione cui sono sottoposti gli equilibri naturali.

Per scongiurare queste catastrofi delle quali vediamo sempre più chiara l’incombente minaccia, l’umanità ha una sola strada: cambiare. Due sono gli aspetti fondamentali in cima al processo di cambiamento: la fine di un sistema economico-finanziario che ha come esclusivo obiettivo l’accumulazione di profitti senza alcuna cura per il resto; l’estinzione degli stati nazionali quali li conosciamo oggi. Utopie? No, al contrario. Chi le chiama utopie sono gli illusionisti di un riformismo sfinito che si sta spegnendo, mentre invece s’intravedono nuove possibilità di liberazione dalle condizioni attuali.



Chiaro che non si tratta di una passeggiata, ma della più inedita, ampia e profonda rivoluzione sociale di ogni tempo, di un lungo percorso che incontrerà oggettivi ostacoli e che non potrà non svolgersi sul terreno della lotta di classe, ossia di una lotta tra chi difende l’esistente e dunque i propri particolari interessi, e chi invece non ha altra alternativa che iniziare ad aprire un nuova strada in maniera diversa da quanto reso possibile in precedenza.

Ecco dunque il punto: la possibilità e l’esigenza del cambiamento da un lato, e dall’altro l’urgenza concreta che spinge inesorabilmente verso tale cammino. Il rischio è di arrivare troppo tardi all’appuntamento, di essere travolti dagli eventi. Questo non lo possiamo escludere e nascondere.


Quanto al resto, Rosa Luxemburg scriveva molto opportunamente che ogni periodo forgia il suo materiale umano e che se la nostra epoca avesse veramente bisogno di lavori teorici, essa stessa creerebbe le forze necessarie alla sua soddisfazione. È pur vero, soggiungo, che l’epoca attuale può offrire, in generale, un saggio dell’intelligenza ma non un uso delle sue molteplici possibilità, poiché essa è legata alla conservazione fondamentale di un ordine antico. Già su questo terreno c’è da combattere, ognuno nel suo, una piccola battaglia volta innanzitutto a far superare l’apatia e l’indifferenza, che metta l’essenziale davanti agli occhi per una nuova immagine del mondo, e perché la lotta ridiventi tema e sostanza della vita.

10 commenti:

  1. e questo è quanto, anche per me

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  2. Sintesi perfetta.

    Mi chiedevo – così, per mera curiosità – come declinare quell’obiettivo fondamentale che è «l’estinzione degli stati nazionali» a fronte della moda corrente del “sovranismo” …

    Icaro

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    1. il "sovranismo" è figlio della crisi. se non ci fosse la crisi andremmo d'amore e d'accordo. col venir meno dei rapporti di tipo capitalistico dovrebbe essere anche più facile trovare delle intese e delle collaborazioni, soprattutto se a livello mondiale ci sarà un'istituzione paritetica che detti le linee guida, mutualistiche, entro le quali le nazioni devono muoversi ...

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  3. La mia è una curiosità più prosaica, per così dire. Ed è relativa al presente, e non già all’approssimarsi del «regno della libertà». Insomma, parte della critica odierna al capitalismo avanza istanze sovraniste: per recuperare la possibilità delle classi lavoratrici di migliorare la propria condizione, bisogna prima di tutto riprendere la sovranità economica. Per quanto mi riguarda, questa posizione, oltre che essere anti-marxista (Cesaratto, di recente, ha contrapposto all’internazionalismo di Marx proprio il “sovranismo” di List), è incapace di cogliere l’interconnessione esistente tra le diverse fazioni del capitale (e degli stati), tale da rendere ogni riformismo nazionale (perché questo è il sovranismo) del tutto impraticabile. Sono due prospettive che alimentano pratiche diverse.

    Icaro

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  4. l’estinzione degli stati nazionali quali li conosciamo oggi
    allora, almeno qui in €ropa , il Kapitalismo sta facendo un buon lavoro...😎
    ws

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  5. il capitalismo non sta affatto estinguendo gli stati nazionali (ma ti pare?) ne sta solo riscrivendo le classifiche di potenza e le funzioni infrastrutturali e sovrastrutturali. fare leva sul progetto de "il socialismo in un solo paese" oggi non è un errore, è un progetto con contenuti reazionari e particolarmente anti-proletari, esattamente come lo era l' originale.

    Cesaratto, Preve, il comunitarismo, il sovranismo ecc vanno studiati e rifiutati perchè oggi ancora più di ieri non è all' altezza del tempo -e non ci si guadagna nulla- anteporre la politica interna a quella estera, è il -solito- gioco dei ceti intermedi spaventati a cui il proletariato docilmente si accoda e se lo piglia nel culo.

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