mercoledì 30 novembre 2016

La prova della vocazione umana alla stupidità



Il 30 novembre 1835, a Florida, un piccolo comune della contea di Monroe, in Missouri, uno stato schiavista, nasceva Samuel Langhorne Clemens, uno dei più importanti scrittori degli Stati Uniti e di un’intera epoca della letteratura americana. Come romanziere, umorista, e saggista, è stato una voce assolutamente straordinaria, del calibro di Hawthorne, Melville e Whitman.

martedì 29 novembre 2016

L'alibi


Se Matteo Renzi vince il referendum – ovvero se convince gli indecisi a recarsi alle urne e votare per il Sì – , allora vuol dire che vent’anni di berlusconismo non sono stati un vaccino sufficiente a renderci immuni dall’avventurismo. Vorrà dire che le bad company e le bad bank ai soliti tartassati, e le good company e le good bank ai capitani coraggiosi e ai banchieri, non hanno insegnato nulla. In tal caso la tentazione d’incassare l’assegno in bianco sarà forte. Non solo Renzi non farà prigionieri, cosa che va da sé considerato il personaggio e la pochezza dei suoi avversari, ma la tentazione delle elezioni politiche si farà forte.

Da un certo punto di vista non sarebbe solo un male, poiché nel prossimo anno Renzi dovrà misurarsi con scadenze che si faranno sempre più ravvicinate. Quelle delle cosiddette clausole di salvaguardia, per esempio. Dovrebbe fare i conti con i suoi ripetuti bluff, in un quadro finanziario, a cominciare dalle banche, ed economico, che definire preoccupante è solo un eufemismo.

lunedì 28 novembre 2016

Pure Stalin passa per essere stato comunista



Un amico, in un commento a proposito di Castro, mi scrive: “con quello che si legge in giro …”. Gli ho risposto: “basta non leggere”. L’analfabetismo unito alla strumentalizzazione ideologica non è una novità. In simili occasioni ci si butta a capofitto. Ed ecco che Castro, suo malgrado, diventa nientemeno che “l’ultimo comunista”. Immagino perché i castristi alzavano il pugno e si chiamavano tra loro “compagni”. E pure Stalin del resto passa per essere stato comunista. Poco importa che i comunisti li fece assassinare e fucilare.

Se si cerca un antecedente immediato alla rivoluzione cubana, si può trovare, mutatis mutandis, nella rivoluzione messicana di qualche decennio prima. L’esito fu diverso per molteplici motivi, tra i quali l’ingerenza diretta statunitense con l’invio in Messico perfino di un proprio contingente (anche se combinò poco o niente). Poi il fatto che il mondo non era ancora diviso in due blocchi, e per il fatto che Zapata e Villa (si pronuncia alla spagnola) non avevano un pedigree come Fidel Castro, Frank País, Ernesto Guevara. Eccetera.

Castro fu un dittatore? Dipende dal punto di vista. Per un proprietario latifondista espropriato, o per il tenutario di un bordello, lo fu senz’altro. Del resto, a due passi da Cuba s’estende la più grande democrazia del mondo. Il regime di Pretoria prese a modello la segregazione americana per il suo apartheid. Nel 1896 la Corte suprema degli Usa dichiarava costituzionale la segregazione razziale. Per una sentenza opposta si dovette attendere il 1956. Il diritto effettivo di voto ai neri divenne meno aleatorio solo sotto la presidenza di Lyndon  Johnson (1965). E tuttavia la segregazione razziale è e restarà un problema scottante negli Usa. Per farsene un’idea, basta ascoltare questa puntata di Raistoria. Sentite cosa si dice, tra l’altro, del Ku Klux Klan. Non è solo quel che si crede comunemente. Sintomatico che lo storico che interviene nella trasmissione televisiva non possa consigliare altro sull’argomento della segregazione razziale negli Usa che un romanzo. I libri non serve bruciarli, basta non scriverli o non pubblicarli.


Ad ogni modo, sul Castro comunista e dittatore, sulla democrazia in America, eccetera, pensate ciò che volete.

domenica 27 novembre 2016

Girèlla


… la riforma costituzionale del Senato e la legge elettorale che è stata riformata dopo la sentenza abrogativa di quella vigente da parte della Corte costituzionale. Non sono temi da poco: rappresentano una trasformazione radicale della nostra struttura politica e dunque della politica nelle sue forme. Prevedono una riforma che va ben oltre le modalità dell'articolo 138, destinato a consentire singoli mutamenti che incidono su aspetti marginali di attuazione dei principi e dei valori intangibili della "Carta" approvata dall'Assemblea costituente 67 anni fa.

… i due disegni di legge dei quali stiamo ora parlando (elettorale e costituzionale, se sarà approvato) e sulle quali le nostre opinioni divergono produrranno un mutamento talmente radicale che a mio avviso equivale ad una riscrittura del contesto costituzionale che soltanto una nuova Costituente potrebbe affrontare. A cominciare dall'abolizione di una delle due Camere che insieme compongono il potere legislativo, instaurando un sistema monocamerale e introducendo in quest'ultimo un meccanismo che concede al premier di nominare un numero ragguardevole di capilista di varie circoscrizioni, creando un "premierato" al posto della presidenza del Consiglio, con un sistema elettorale che al posto della legge proporzionale che ha regolato i rapporti tra il popolo sovrano e lo Stato per quasi cinquant'anni, destina un premio al partito che raggiunge il 40 per cento dei voti espressi, quale che sia il numero degli astenuti.

Eugenio Scalfari, 12 agosto 2015

"Voterò sì se ci saranno dei cambiamenti profondi alla legge elettorale, in caso contrario voterò no". Eugenio Scalfari, durante la trasmissione Otto e mezzo, 3 novembre 2016.

La legge sulla riforma del Senato e l'abolizione del bicameralismo: questo è il nodo della questione. Dovresti insistere [rivolto a Renzi, nota mia] continuamente su questo punto e porre questa domanda: qual è il Paese europeo che abbia un Senato legislativo? Salvo qualcuno piccolo o piccolissimo nessuno dei ventisette ha un Senato di tal fatta.

… il grosso dei No […] non ha niente a che vedere col merito ma coincide con l'ideologia.

Editoriale del 27 novembre.

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sabato 26 novembre 2016

Non è stata solo una scommessa



Il 2016 sembra voler essere un anno di cesura, tra un prima e un dopo. E non si può cogliere questo fatto se non con inquietudine. Non perché il prima fosse meglio, ma perché il dopo si prefigura con i volti della peggior classe dirigente dell’ultimo mezzo secolo.

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“Il 1º  gennaio del 1959, dopo l’epopea scritta nelle montagne, nei campi e nelle città, nulla più poteva impedire il trionfo dell’indipendenza definitiva e della giustizia in Cuba. La vita, alla fine traboccava di predizioni e di sogni”, scrisse Castro rievocando la vittoria su Batista.

L’ultimo comunista? Fidel Castro Ruz rappresentava, in vita, l’ultimo rivoluzionario del Novecento, ma non fu un marxista, se non nel vago. Dopo la rivoluzione, di cui fu comandante e stratega, divenne ciò che è stato più perché vi fu costretto dalle circostanze che per convinzione e propria scelta.

Allora non si poteva scegliere: o si stava dalla parte dell’imperialismo americano – cosa impossibile sotto tutti gli aspetti (il 1959 aveva chiuso col passato, con un mondo che era ed è tutto e solo sfruttamento) – o di quello sovietico. Una terza via per Cuba, un piccolo paese, povero di risorse, minacciato, non esisteva.

Dell’Urss Castro non sapeva nulla, “ma proprio niente di niente”, dice Rossana Rossanda, che ne descrive le “sciocchezze” durante un pranzo all’Isola dei Pini. Gli sembrava impossibile che Stalin avesse fatto assassinare Trockij.

Ai confini con il più potente impero, sottoposto ad embargo commerciale e a ogni vessazione, già la sfida, l’impresa di resistergli per quasi sessant’anni, è stata certamente un successo clamoroso. Va indubbiamente riconosciuto che Cuba, grazie alla rivoluzione castrista, pur non divenendo un’iperborea, non ha subito la sorte di altri paesi dell'America Latina, né divenne un’Ungheria o una Cecoslovacchia. Tuttavia solo in parte le predizioni e i sogni divennero realtà. La storia non fa sconti né salti, e ora riprenderà la sua traiettoria. Ad ogni modo, l’esperienza castrista non è stata una stupida scommessa con il tempo.



giovedì 24 novembre 2016

Olympe


Segnalo, per chi ne avesse interesse, che domani mattina alle ore 08.50, su Rai canale 54 (805 su Sky), sarà trasmessa la breve (5 minuti) puntata: Le grandi madri del pensiero femminile: Olympe De Gouges, di Mirella Serri con l'aiuto di immagini di repertorio, viene ripercorso il pensiero di Olympe De Gouges.

mercoledì 23 novembre 2016

Previsioni del tempo



Quelli che dichiarano di non avere affinità elettive, se non con se stessi, i feticisti di una realtà che si confida solo con loro, ti spiegano per filo e per segno cosa accadrà dopo il 4 dicembre e riescono ad essere spiritosi nell’equazione secca tra le ragioni dell’uno e dell’altro. L’esito del referendum, concludono serafici, non avrà alcuna influenza sulla trasformazione del mondo. E su questo non ci piove, salvo il fatto che in caso passasse il progetto di Renzi di conseguenze ve ne sarebbero di sicuro per tutti noi, nel breve, medio e lungo termine. È già successo con la riforma del lavoro, quella a “tutele crescenti”, tanto per rammentare, dove a crescere sono le tutele dei padroni che licenziano quando termina l’effetto degli sgravi. Una rivoluzione, non solo renziana, che riguarda soprattutto le responsabilità del Partito democratico se i lavoratori hanno bassi salari, sono senza tutele e la povertà estrema è in aumento.
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martedì 22 novembre 2016

Aberranti giudizi politici


Che cazzo altro s'inventeranno da qui al 4 prossimo?

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A proposito di “aberrazioni”, la vera aberrazione è che un ex stalinista e pubblico accusatore di Solženicyn sia potuto diventare presidente della repubblica (*).

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Priva di un’ampia maggioranza parlamentare, per confermare questa legge che modifica profondamente la Costituzione non c’è bisogno del consenso della maggioranza dei cittadini. Decide solo chi vota, quanti che siano, non fa differenza la tattica dell’astensione. Basta un voto in più o in meno, più realisticamente un pugno di voti, perché la nuova Costituzione scritta da Boschi-Verdini e voluta da Napolitano entri in vigore. E sulla legge elettorale ha già detto l’essenziale proprio l’accusatore di Solženicyn: «Si rischia di consegnare il 54% dei seggi a chi al primo turno ha preso molto meno del 40% dei voti».


(*) «E l’altra verità da ristabilire è quella relativa al punto cui era giunto il rapporto tra Solgenitsyn e lo Stato sovietico. Nessuno può negare che lo scrittore (come d’altronde si ammetteva tra le righe degli stessi articoli scritti nei giorni scorsi per esaltarlo) avesse finito per assumere un atteggiamento di «sfida» allo Stato sovietico e alle sue leggi, di totale contrapposizione, anche nella pratica, alle istituzioni, che egli non solo criticava ma si rifiutava ormai di riconoscere in qualsiasi modo. Non c’è dubbio che questo atteggiamento – al di là delle stesse tesi ideologiche e dei già aberranti giudizi politici – di Solgenitsyn, avesse suscitato larghissima riprovazione nell’URSS (Giorgio Napolitano - l’Unità, 20 febbraio 1974).»

lunedì 21 novembre 2016

Andrò a votare, e dirò No.


Nel 1923, all’approvazione della nuova legge elettorale (legge Acerbo), Benedetto Croce si espresse favorevolmente poiché essa avrebbe garantito stabilità (nel 1925 ebbe a pentirsene e firmò il Manifesto antifascista). Una stabilità, come si seppe poi, durata un ventennio e interrotta solo dalle conseguenze di una guerra mondiale.

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Premetto che sono ben consapevole che votare fa parte di quel senso generale di nutrire illusioni. Tuttavia questa volta, presente una malinconia oscura, andrò a votare. Si tratta di una riforma costituzionale e (implicitamente) di una nuova legge elettorale (per quanto potrà essere poi soggetta a colpetti al cerchio e alla botte). Voterò “no”, non perché nutro particolari allarmi su Renzi, sul potere che egli ricaverebbe da una vittoria referendaria. E neanche tanto perché dietro Renzi si profila l’ombra di Grillo, né perché paventi chissà quali eventuali cospirazioni.


Il mio timore deriva, in generale, dalla congiuntura economico-finanziaria, che si prefigura grave forse come non mai in Italia, soprattutto sul fronte bancario, laddove la diligente condotta è sempre stata chimerica. E dunque da ciò che potrebbe accadere, in forza di tale riforma costituzionale combinata con quella elettorale, qualora fosse dichiarata una nuova “emergenza”. Tutto ciò per legittima suspicione, ossia in un paese che nelle sue classi dirigenti è apparso democratico solo per costrizione. Scusate se prendo sul serio temi del genere, ma ciò è tanto più necessario quando più la minaccia, di stampo ricattatorio, viene da oltre oceano.


Con le spalle al muro


Il capitalismo, nel suo stadio monopolistico, ha condotto alla più universale socializzazione della produzione e dell’economia in generale, e con ciò ha mutato il mondo. Nonostante sia stata socializzata l’economia e il monopolio abbia soppiantato la libera concorrenza e la proprietà privata diffusa (pur rimanendo formalmente intatto il quadro normativo generale), l’appropriazione del prodotto sociale resta in mani private.

Qualche decina di migliaia di persone possiede o controlla le risorse naturali, i maggiori gruppi industriali, le reti di distribuzione, le grandi banche e il sistema finanziario. Un’élite di tecnocrati strapagati assolve i compiti di gestione. A miliardi di persone resta, quando va bene, il necessario per la mera sopravvivenza e riproduzione. Tutto ciò si rispecchia nella coscienza borghese come virtù del “mercato”.

L’immenso progresso compiuto dall’umanità, torna a vantaggio esclusivo degli espropriatori e speculatori, dei padroni del mondo, di un’oligarchia capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i media e i meccanismi di selezione della classe politica (anche quando i sondaggi sbagliano fazione borghese vincente). 

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domenica 20 novembre 2016

L’arduo cimento


Ah, come sono simpatici questi ex “intellettuali di sinistra”. Non hanno problemi nel dire che il ricco proprietario fondiario fu contiguo al fascismo fin quando gli convenne. Non dicono, invece, che egli fu essenzialmente un pallone gonfiato. Se non altro perché è su Croce che loro stessi si sono formati. Poi hanno proseguito lungo il sentiero luminoso della “sinistra”, perché dopo Croce, e prima di Marx, è stata la volta di Gramsci. È questa la loro tranquilla difesa preventiva verso chi – si sa mai – dovesse accusarli di qualcosa. Così, per loro stessa ammissione, quel poco di Marx l’hanno letto attraverso il pince-nez di Gramsci e quest’ultimo con gli occhietti strabici di Croce. Non vi era motivo di dubitarne.


Pochissimi di questi “ex”, che danno l’impressione – ad una frangia di pubblico avanzato – di possedere grandi doti intellettuali, ha letto per davvero Marx (vale anche per costoro ciò che ebbe a scrivere Rossana Rossanda a proposito del gruppo dirigente del Pci [*]), e nessuno l’ha studiato. S’è studiato Marx molto di più nelle carceri che fuori, l’hanno studiato dunque i ribelli e i poveri. E questi ovviamente non figurano nell’albo ufficiale dei maître à penser, non fanno parte delle grandi firme del giornalismo e delle classifiche dell’editoria a premi. Gli “ex” hanno letto Salvemini, che pur è già qualcosa. Del poco di Marx, molto è di seconda e terza mano, e per il resto si tratta di pamphlet, di opere giovanili da cui hanno distillato per qualche anno la loro teodicea marxisteggiante, mischiandosi alle classi pericolose (senza mai vivere con loro), prima del grande ripudio. L’opera scientifica di Marx l’hanno sfogliata qua e là, leggiucchiato delle mezze pagine, e qualche volta, con sforzo ammirevole, sono arrivati a fine pagina. Poi hanno preso sonno, rinviando all’indomani l’arduo cimento.

[*]  «Il marxismo era, sicuro, una filosofia [sic!!!] e se si vuole un umanesimo, ma non si poteva tirare in tutte le direzioni, fin fuori dalla sua origine, nella crudele estraneazione del modo di vivere e produrre nel capitale: né si poteva giocare allegramente Gramsci contro Marx, o addirittura Vico contro Gramsci. Eravamo sempre là, al crocianesimo di ritorno nella formazione del gruppo dirigente comunista (La ragazza del secolo scorso, p. 301).»

E del resto, scriveva sempre Rossanda, Marx “nessuno lo leggeva”.

giovedì 17 novembre 2016

La contraddizione fondamentale

Intercambiabilità

Vedo di riassumere, come posso, ciò che in questi anni ho tentato di mettere in chiaro su questo blog a riguardo di ciò che stiamo vivendo. Partendo anzitutto dal fatto che siamo nel pieno non solo di grandi mutamenti su scala globale, bensì di una rivoluzione inedita e dagli esiti ancora solo in parte prefigurabili.  

Anzitutto ciò ha a che fare con lo sviluppo gigantesco delle forze produttive e con l’estensione di tale sviluppo. Questo fatto ha avuto e continuerà a produrre effetti profondi e per molti versi contraddittori per quanto riguarda l’insieme dei rapporti sociali, segnatamente sui rapporti economici, e inevitabili effetti, come stiamo sempre più sperimentando, sui rapporti politici.

mercoledì 16 novembre 2016

Hitler al potere / 2


Il 15 gennaio, Kurt von Schuschnigg, allora ministro austriaco della Giustizia, in visita dal cancelliere Schleicher, assicurò che «il signor Hitler ha cessato di costituire un problema, il suo movimento non rappresenta più un pericolo politico, tutta la questione è risolta, non è più che una cosa del passato». Quello che il ministro austriaco forse non sapeva, ma di cui Schleicher era abbastanza avvertito, è che per tutto il mese di gennaio von Papen e la lobby agraria e gli elementi più aggressivi delle forze armate si erano dati un gran daffare per convincere Hindenburg a dimissionare Schleicher ed ad aprire la porta ad un esecutivo Hitler-Papen, nella convinzione di poter poi manovrare a piacimento il capo del NSDAP. Da ultimo, a far pressione, si era aggiunto anche Oskar, il figlio del presidente.

Due giorni prima dell’arrivo di von Blomberg al palazzo presidenziale, il generale Schleicher aveva rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del presidente Hindenburg. Già alcuni giorni prima, il 23 gennaio, in una precedente visita, aveva comunicato all’ottuagenario feldmaresciallo di non essere riuscito a formare una maggioranza e pertanto invocava poteri d’emergenza per governare mediante decreti, in base all’art. 48 della Costituzione. Questa insistenza per ottenere i poteri d’emergenza, collegata con la proposta di provvedimenti contro lo scandalo degli “aiuti orientali”, irritava il presidente. Sarebbero bastati un paio di mesi, quindi la convocazione di nuove elezioni (che a quel punto i nazisti, vista la loro situazione, esplicitamente temevano) e le previsioni del ministro austriaco della Giustizia, così come quelle di tutti gli altri osservatori, si sarebbero avverate. A quel punto sarebbe sortita dalle urne una situazione nuova, in cui sarebbe stata possibile una coalizione tra moderati di centro e di sinistra.

martedì 15 novembre 2016

Hitler al potere / 1


Bahnhof Zoo di Berlino. È l’alba del 30 gennaio 1933, cielo color piombo ma non nevica. Al terzo binario è in arrivo un treno che per tutta la notte e parte del giorno prima ha attraversato da sud a nord la Germania. In uno scompartimento riservato di una carrozza di prima classe trovano posto il generale Werner von Blomberg e il suo aiutante di campo, colonnello Walter von Reichenau. Sono partiti da Ginevra, dove il generale rappresenta la Germania alla conferenza per il disarmo. Indossa un cappotto privo di martingala e con collo in pelliccia. Il colonnello è già nel corridoio del vagone e sta scrutando dal finestrino due ufficiali superiori in attesa sulla banchina.

I viaggiatori scesi dal treno sono raggiunti dai due ufficiali che scattando nel saluto militare. Il primo ufficiale è il colonnello Oskar Hindenburg, aiutante di campo del padre, il presidente della Repubblica, feldmaresciallo Paul Ludwig Hindenburg; l’altro ufficiale, è il maggiore von Kuntzen, aiutante di campo del generale Hammerstein-Equord, comandante in capo dell’esercito. Il generale Blomberg è atteso dal presidente, convocato d’urgenza, e il colonnello Hindenburg gli farà strada. Anche il maggiore von Kuntzen invita Blomberg a seguirlo, gli vuole parlare il capo dell’esercito, Hammerstein. Dopo un momento di comprensibile imbarazzo, Werner von Blomberg decide di salire nell’auto del colonnello Oskar Hindenburg, per dirigersi verso il luogo dell’incontro con il presidente della Repubblica, in Wilhelmstrße, 73.

lunedì 14 novembre 2016

«Il futuro, adesso»



Di bluffisti è ricca la storia nazionale. Il più longevo è stato tal Benito Amilcare Andrea, cui seguì, a distanza di qualche decennio, Benedetto. E ora viene lui, Matteo. Tre anni fa il potere l’ha trombato, ed è rimasto incinta. Ha partorito una riforma di merda, sulla quale si sta giocando tutto.  Non ci crede nemmeno lui in tale azzardo, ma si sa mai che cambiando quattro carte sortisca un colpo di culo. I suoi galoppini s’affretteranno a celebrarlo come il colpo di genio di un grande statista. Sennò, in caso di sconfitta, diranno che il popolo è vile e baro. Come in America.


Il brav’uomo è sempre vissuto così, fin da quando copiava il latino nei cessi. Ora scrive lettere ai connazionali residenti all’estero, ai pronipoti degli emigranti. Che gioia dev’essere quella di ricevere una lettera da un primo ministro che elemosina al pronipote dell’emigrante un voto per restare al potere. Che pensata! Febbre vecchia, vecchia quanto il mondo la febbre per il potere. Dovesse riuscirgli il colpo per quel pugno di voti gli batteranno le mani il giorno dopo la fiera.

sabato 12 novembre 2016

Una polizza per Trump


Presumo che a favore degli eletti alla Casa Bianca vi sia un’assicurazione sulla vita. Il premio di polizza dev’essere ben alto. Il nove per cento dei 44 presidenti è stato assassinato; un altro nove per cento è morto per altre cause durante il proprio mandato. Un presidente, Nixon, dovette rassegnare le dimissioni per evitare il cosiddetto impeachment.  In buona sostanza un presidente su cinque non ha terminato il proprio mandato. Senza contare i tentativi di omicidio, vedi Reagan.

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Nei giorni successivi alle elezioni presidenziali, il Partito Democratico e i media (vedi l’editorialista Charles Blow sul NYT) hanno attribuito la vittoria di Donald Trump all'ignoranza, arretratezza, razzismo e sessismo intrinseco alla “classe operaia bianca”. La Clinton attribuisce la sua sconfitta alla FBI.

Questa gente non si rassegna, non vuol capire. Cominciasse con il dato degli astenuti, i 99 milioni che non hanno votato, quindi i 5-6 milioni in meno della Clinton rispetto ad Obama. A non votare per la Clinton sono stati soprattutto i neri, 3,2 milioni in meno rispetto ad Obama, meno 1,2 milioni di giovani e quasi 2 milioni di donne. Il fallimento di otto anni di presidenza Obama si è fatto sentire.






Ministro in pectore



Non mi ha stupito (come avrebbe potuto), ma comunque mi ha regalato un attimo di rilassata ilarità ascoltare ieri sera dalla Gruber il "simpatico" Oscar Farinetti, il quale ha fatto sfoggio di una dotta citazione (dotta per lui). Peccato abbia attribuito la frase a Goethe anziché al legittimo proprietario, cioè a Joseph Goebbels. Ad ogni modo ha azzeccato la nazionalità.

P.S. : voglio pensare che a tale riguardo il silenzio dei presenti in studio fosse dovuto a un atto di cortesia per Farinetti.

venerdì 11 novembre 2016

Vincono comunque


Nelle recenti elezioni negli Stati Uniti d’America, dei 231 milioni che hanno diritto al voto alle urne si sono recati solo 128.804.735 elettori. Hilary Clinton ha ricevuto 60.635.503 voti (*), Donald Trump 60.171.232, pertanto la Clinton ha ricevuto 464.271 voti più del presidente eletto, con una più alta percentuale di voto nazionale, ma ha perso nei collegi elettorali (**).

Obama, nel 2008, aveva ottenuto 66.882.230 voti e 65.455.010 nel 2012. Pertanto la Clinton ha ottenuto circa cinque milioni di voti in meno rispetto a Obama.

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Alla chiusura delle contrattazioni il ieri, il Dow Jones è salito di ulteriori 218 punti, 1,2 per cento. Questo ha portato a 18.847 punti, superando il precedente massimo di 18.636 raggiunto lo scorso agosto. L’indice è salito del 5 per cento in questa settimana. L'indice S&P500 ha guadagnato il 4 per cento, ma i titoli finanziari ieri sono saliti del 3,7 (in lieve calo oggi), e in settimana dell’11 per cento.

L'aristocrazia finanziaria sta sbavando per la prospettiva di maggiori tagli fiscali alle imprese e sui redditi, l'aumento delle spese militari, e la demolizione delle normative, in particolare sulle banche e la finanza. Trump ha promesso l'abrogazione della Dodd-Frank Act. Questo spiega l’atteggiamento concretamente collaborativo offerto dal Partito democratico alla nuova presidenza.

Gli Stati Uniti in realtà non hanno un sistema politico di opposizione. Le divisioni tra i democratici e repubblicani, tra Clinton e Trump, sono di carattere completamente tattico. Tutti difendono gli stessi interessi, quelli dell'aristocrazia padronale e finanziaria che controlla il sistema politico e quello dei media.


(*) Nel 2004 votarono 122.295.345 (56.70%), nel 2008 i votanti furono 131.313.820 (58.23%), nel 2012 furono 129.085.403 (54.87%).

(**) Nei 240 anni di storia degli Stati Uniti, ci sono stati solo cinque elezioni in cui il presidente entrante non ha vinto il voto popolare. È accaduto nel 1876, quando il repubblicano Rutherford B. Hayes divenne presidente, anche se aveva meno voti rispetto del democratico Samuel J. Tilden. Il conflitto politico che si generò fu così intenso che i repubblicani riuscirono, dopo una lunga trattativa, ad ottenere la Casa Bianca solo dopo aver accettato la fine effettiva dell’occupazione delle truppe federali dal Sud, fatto che mandò in malora l’effettiva emancipazione dei neri.


Nel 1888, Benjamin Harrison vinse contro Stephen Grover Cleveland (presidente uscente), vincitore del voto popolare. Nel nostro secolo, questa anomalia si è verificata due volte, nel 2000 e ora di nuovo.

giovedì 10 novembre 2016

Per tutto il resto ci sono i talk televisivi



È stato quello americano un voto di rabbia, s’è detto e ripetuto in tutti gli idiomi e tra tante analisi di aspetti insignificanti. Naturalmente tale rabbia non è semplicemente il sintomo di crampi psicopolitici, bensì l’espressione di una condizione sociale, di classe, oggettiva. Una rabbia che non si misura con i modelli matematici, ignari delle mutazioni sociali in corso. Volendo buttarla sull’evenemenziale si potrebbe dire che l’algida signora Clinton ha perso quale erede del fallimento Obama, un presidente che ha tradito ogni promessa.

Non deve dunque sorprendere che infine a rilucere sia stato, non certo l’eloquio da dopolavoro ferroviario del signor Trump, ma un programma declinato in modo chiaro e forte, comprensibile da chiunque, di stampo simil-neokeynesiano: meno risorse per gli armamenti e più soldi per scuole, ospedali, infrastrutture.

Una ricetta semplice e più antica della “scoperta” dell’America, che punta a mettere in moto, almeno nelle intenzioni, il settore dell’edilizia e promuovere la produzione e i consumi interni. Sarebbe pertanto dimostrabile che dalla crisi si può uscire e che il capitalismo è suscettibile di riforma, e che anche un Trump engagée, fino a ieri lasciato al bordo della scena politica, ce la può fare!

Sennonché gli Usa non sarebbero ciò che sono se non fossero la prima potenza economica del pianeta, fatto che implica il mantenimento di una primazia strategica, tecnologica e militare. Chiusa parentesi.

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mercoledì 9 novembre 2016

Quel marxista di Donald Trump



L'idea che le divisioni fondamentali della società corrano lungo le linee di razza e di genere, non solo è politicamente reazionaria, ma è fondamentalmente falsa. Le divisioni fondamentali della società sono quelle di classe. Un ciarlatano osceno e miliardario demagogo l’ha compreso e ha sfruttato il tema in campagna elettorale. Questa è la prima elementare lezione da trarre dalle elezioni americane. Tutto il resto è solo chiacchiera.

Il diciotto brumaio di Donald Trump



Oggi, secondo il calendario della prima repubblica francese, è il diciotto brumaio.

L’ultimo presidente americano ad aver letto dei libri è stato Kennedy. Leggeva in modo frenetico, compulsivo. Tuttavia non lesse il Diciotto Brumaio scritto da Karl Marx. Se l’avesse letto, forse non se ne sarebbe andato in giro come un facile bersaglio in un paese razzista, classista e fascista come gli Stati Uniti d’America. Un paese dove qualunque sociopatico può acquistare un’arma da guerra con la quale sparare a chiunque: ai vicini di casa, agli alunni di una scuola o al presidente (*).

Un paese così libero che nega il visto d’ingresso a chi dichiari di avere idee politiche socialmente avanzate. Che revoca il permesso d’ingresso anche a chi sia solo sospettato di averle tali idee, come accadde, per esempio, a Charlie Chaplin.

Un paese di miliardari, ma dove quasi 50 milioni di cittadini sopravvivono grazie ai sussidi alimentari governativi. Un paese nel quale la povertà è una piaga sociale grave e diffusa. Dove non esiste un’opposizione politica degna di tale nome. Dove chiunque si ponga l’obiettivo di fare un’opposizione politica reale è perseguitato o fatto uccidere.

Un paese che con il pretesto della sicurezza nazionale spia le comunicazioni private di chiunque nel mondo, in cui il governo da un lato fomenta il terrorismo internazionale, e dall’altro autorizza l’assassinio o il rapimento di cittadini stranieri sospettati di attentare in qualche modo alla sicurezza o agli interessi degli Usa, oppure li detiene in condizioni inumane e senza processo in carceri come Guantanamo.

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martedì 8 novembre 2016

Lo strano caso del governatore della Louisiana


L’8 settembre 1935, una domenica, sono da poco passate le 8 di sera quando il dott. Carl Austin Weiss, medico oculista, telefona ad un suo collega, dott. Webb Mc Gehee, anestesista. Gli comunica che per l’indomani dovranno trovarsi entrambi, per eseguire un delicato intervento oculistico, al General Medical Center di Bâton Rouge, e non allo Our Lady of the Lake Regional Medical Center, com’era stato concordato precedentemete.

Il dott. Weiss, un’ora dopo, lascia il General Hospital di Bâton Rouge e si offre di accompagnare a casa con l'auto la sua segretaria, miss Carrière, la quale declina la cortesia (ha un appuntamento con un giovanotto). Il medico si dirige con la sua auto verso il palazzo di rappresentanza del governatore dello stato della Louisiana, che ha sede pochi chilometri dall’ospedale.

Il dottor Weiss ha trent’un anni, aveva dato il suo esame di licenza liceale a quindici, quindi aveva studiato medicina alla Louisiana State University e poi all’Università di Tulane, dove si diplomò in Scienze nel 1925 e divenne dottore in medicina nel 1927. È noto a tutti come un giovane tranquillo, ambizioso, dedito alla famiglia e al lavoro, pio cattolico, apolitico.

lunedì 7 novembre 2016

Meglio prendersi cura di altro


Oggi, lunedì, la solita mazzetta di curricula di chi chiede lavoro. Tra i quali c’è anche quello di una diplomata Isef. Nel caso concreto un po’ come se un’infermiera cercasse lavoro in una carpenteria meccanica.

La vita è spesa nella ricerca affannosa di un lavoro che anche quando lo trovi è sempre più spesso basato sui ricatti: straordinari non pagati, turni notturni e domenicali obbligatori, ti chiamano quando vogliono, stai a casa quando lo decide il padrone. Dei costi sociali e umani di questo stato di cose non frega nulla a quelle merde riunite alla Leopolda.

C’è il referendum, la legge elettorale, il potere insomma. Sembra non vogliano accorgersi della bomba sociale. Hanno in mente la cagata dell’industria 4.0, che in realtà significa ancora una volta aumento dello sfruttamento e riduzione dei costi. Una società tecnologicamente sempre più evoluta che continua a far lavorare allo sfinimento i propri schiavi e crea milioni di disoccupati.

C’è il giornale che racconta la favola insulsa delle startup secondo cui in cambio dell’impegno totale e assoluto puoi diventare il nuovo genietto dell’informatica e vedere ripagati i tuoi sforzi come un novello Bill Gates. Un giornale pieno di debiti e che si sospetta abbia truccato per anni i propri bilanci.


Meglio prendersi cura di altro.

domenica 6 novembre 2016

Non il perché



Hegel ebbe a dire che tutti i grandi fatti e personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. Marx, a sua volta, soggiunse: la prima come tragedia, la seconda volta come farsa. Diciamo pure, seguendo il Qoelet, che nulla di veramente inedito appare sotto il sole. Del resto, almeno fino ad oggi, nel governo delle nostre società ci rifiutiamo d’intenderne la natura e il carattere delle forze socialmente attive che agiscono in modo assolutamente uguale alle forze naturali, e crediamo di essere noi a determinare gli eventi e di essere gli artefici della nostra storia.

Tuttavia, nei suoi momenti topici così come in quelli più ordinari, la vicenda umana viene a realizzarsi attraverso circostanze casuali e con il concorso di attori altrimenti del tutto improbabili come protagonisti. E ciò spiega perché, ex post, ci s’impicci di ciò che solo in apparenza è stato causa di tali eventi. E ciò che vale per le circostanze casuali e le maschere, vale anche per le presunte motivazioni. È ben vero che il manzoniano assalto ai forni ha avuto, tra gli altri, vero o solo presunto protagonista, anche tal Lorenzo Tramaglino, e ben vera era la fame che fomentava quelle plebi, ma tutto ciò disegna solo un fatto isolato tra tanti e che si sono ripetuti lungo i secoli.


E dunque ancora una volta veniamo a chiederci come sia nato e affermato, per esempio, il fenomeno Donald Trump. E giustamente si tireranno in ballo le sofferenze patite negli ultimi lustri dalla cosiddetta classe media americana, e pertanto gli effetti della crisi economica, le crescenti disuguaglianze, la disoccupazione, eccetera. Tutte cose vere e stringenti. E che però, dal punto di vista delle cause reali, non spiegano assolutamente nulla. Infatti, tutti questi ragionamenti, di ieri, di oggi, e quelli che seguiranno inesausti se verrà eletto, si limitano a registrare ciò che accade, non il perché.

giovedì 3 novembre 2016

La Grande Arte




“Far entrare la superficie della tela in rapporto diretto con lo spazio e la luce reali”


Virginia Raggi non si rende conto di quante opere d'arte
presenti nelle vie di Roma potrebbero essere vendute a Sotheby


L'acqua nelle vaschette dell'istallazione in primo piano
viene rabboccata ogni due anni dall'Artista stesso


Giunti dagli Usa per fotografare il capolavoro
qui sotto



«Gli artisti moderni? Beh, devo dire che con il tempo sono rimasta sempre più delusa delle opere contemporanee. Per molto tempo ho cercato di tenermi aggiornata comprando nuovi lavori, ma poi mi sono resa conto, dopo aver tenuto i quadri per un certo tempo, che non erano assolutamente all’altezza. Io penso che noi ci addentriamo sempre di più in un’epoca di anti-arte. Può darsi che io appartenga a un’altra epoca e che non m’interessa più quello che accade oggi; ma non posso impedirmi di pensare che l’epoca alla quale appartenevo era infinitamente superiore nel campo della pittura e della scultura rispetto all’epoca in cui viviamo oggi. […] All’inizio è stato difficile fermarmi […] poi mi sono abituata a non comprare più nulla e adesso non ci voglio più pensare. […] Io credo che l’era della pittura è terminata. Forse l’arte si trasformerà in qualcosa d’altro.»
Peggy Guggenheim

mercoledì 2 novembre 2016

Una presa in giro


Ameno fino a martedì prossimo le elezioni presidenziali negli Usa qui da noi appassioneranno poco. E, del resto, anche negli Usa tale interesse è alimentato dai media e dai continui scandali, veri e presunti, con i quali le fazioni dell’ establishment americano sta combattendo la battaglia elettorale tra i due candidati più detestati della storia americana.

Ad un mese dalle elezioni il PD ha tirato fuori vecchie faccende di carattere sessuale relative a Trump tenute fino ad allora negli archivi in attesa del rush finale, con il risultato che Trump precipitava nei sondaggi fino a pochi giorni addietro. Per contro, la lettera inviata venerdì scorso al Congresso dal direttore dell'FBI, James Comey, sulla nuova inchiesta che in qualche modo coinvolge Hillary Clinton per l’ormai nota vicenda delle e-mail, consente a Trump di ritornare competitivo. Lo stesso Comey nel luglio scorso aveva annunciato il completamento delle indagini sulle e-mail della signora Clinton senza che fossero emerse responsabilità penali.

Non sono solo schizzi di fango, ma secchiate di letame. Anche in questo caso le elezioni presidenziali si sono dimostrate essere una presa in giro, come già nel 2001 con l’elezione di Bush e i ben noti brogli. La crisi americana nasce da un’interazione di processi politici, sociali ed economici complessi, un accumularsi di contraddizioni cui il sistema borghese non è in grado di offrire risposte sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Il capitalismo (pronunciamola questa parola e lasciamo perdere termini come neoliberismo e altra aria fritta) non è in grado di superare le proprie contraddizioni, meno che mai nella fase della sua crisi generale-storica. Dall’altro lato, gli Stati nazione cercano una via d’uscita nella solita politica di potenza. È una situazione che ricorda per molti aspetti il travaglio che portò alle due prime guerre mondiali.


Impossibile spartire simpatie e antipatie per un candidato o l’altro, e sapere che all’uno o all’altra verrà consegnata la politica estera della maggiore potenza militare e nucleare del pianeta, compresa la “nuclear football”, non può lasciare indifferenti, considerato che gli apparati militari hanno già pianificato la terza guerra mondiale e ne considerano la prossima eventualità con molta serietà.