giovedì 30 giugno 2016

Un fraintendimento non casuale


Che cosa ci racconta Romano Prodi, già presidente della commissione europea?

«Quando chiedo ai direttori di banca: quanti dipendenti avrete fra dieci anni?, mi rispondono: meno della metà. L'iniquità post-Thatcher e post-Reagan si è sommata alla dissoluzione della classe media, terribile tendenza di tutte le economie sviluppate e di mercato, e sotto tutti i regimi».

Qui abbiamo a che fare con un equivoco di fondo, non casuale, ossia che la responsabilità fondamentale di tale “iniquità” ricada nel neoliberismo di Thatcher, Reagan, eccetera.

Non c’è premessa più fuorviante di questa.

mercoledì 29 giugno 2016

Referendum per tornare a prima del 1648


La prima istintiva reazione è di prendersela col martello, reo di averti fatto la bua al ditone, e non con il maldestro uso che ne hai fatto. È un po’ quel che succede tra noi e la UE, per tacere degli strali contro l’euro. E se qualcuno s’azzarda a farti osservare che il martello non c’entra nulla, glielo dai in testa.

E però prima dell’euro, prima della crisi economica, della UE, di come essa fosse strutturata nelle sue istituzioni, di chi la governasse effettivamente, non sapevamo nulla per il semplice motivo che nulla c’importava. Certo, con la solita e solida complicità dei media.


martedì 28 giugno 2016

L’errore di confondere tattica e strategia


In ogni epoca l’errore più frequente che commettono i responsabili politici è quello di confondere il piano della tattica con quello della strategia. Ne abbiamo diversi esempi classici, per esempio quello raccontato da Tucidide circa il rapporto, sul finire del V secolo, tra Atene e la Sicilia, che vide protagonista, da un lato, Nicia, eletto generale “contro sua voglia” (VI, 8), e quel bel tomo di Alcibiade, che aveva conquistato l’immaginario degli ateniesi, i quali “nelle botteghe e nei passeggi pubblici disegnavano la figura della Sicilia, le coste del mare che la cinge, i porti, i luoghi dell’isola che danno sulla Libia” (Plutarco, Nicia, 12, 1). Finì male, molto male, per gli ateniesi, com’è noto.

Anche per quanto riguarda la guerra civile americana gli episodi che confermano l’arbitraria giustapposizione tra tattica e strategia, fino ad arrivare a confondere la strategia con lo stratagemma, sono copiosissimi.  D’altronde i sudisti erano convinti di essere militarmente più forti, in fondo che cos’era il nord, se non “una nazione di bottegai incapaci di battersi”? Molti lo dicevano e altri lo pensavano, tipica mentalità di una società aristocratica, convinta di possedere il monopolio della violenza e della capacità di combattere e abituata a disprezzare i “borghesi”, capaci solo di maneggiare denaro (*).

Mao Tze-tung, invece, fu un leader che di tattica e di strategia s’intendeva come pochi altri, poiché come pochi sapeva adattare la tattica alle caratteristiche della situazione contingente. Che altro fu se non una brillante intuizione tattica quella adottata dal “fronte unito” nella lotta contro i giapponesi? In una simile situazione storica seppe ricreare un fronte unito con la borghesia nazionale, facendo rilevare il carattere di lunga durata della rivoluzione cinese e criticò il chiuso settarismo e la tendenza alla precipitazione nella rivoluzione, memore tra l’altro della sconfitta subita nel 1927 della quale fu causa l’opportunismo di Chen Tu-hsiu.

*

Che cos’è la UE se non un’accolta di burocrati venduti agli interessi delle grandi corporazioni? E quanto male ci ha fatto l’uso politico di una moneta comune ricalcata sul marco? Vero anche questo, come scrivevo e dimostravo quattro anni or sono: “un pugno di tecnocrati al servizio delle grandi multinazionali hanno cambiato la geografia e l'economia del mondo in un tempo brevissimo con conseguenze che non potevano ignorare”. E tuttavia l’Italia non poteva restare fuori dall’euro (non l’avrebbero permesso), ci avrebbero fatto a pezzi in una settimana.

lunedì 27 giugno 2016

Ce ne siamo dimenticati troppo presto


L’Unione europea è stata la risposta alla Seconda guerra mondiale. Poi si è creduto, dopo la fine della guerra fredda, che tutto andasse bene nel mondo! Ma si constata oggi che il mondo del XXI secolo non è meno pericoloso di quello del XX. (Wolfgang Schäuble) (*).

Sessanta anni fa gli inglesi – intervenendo nel canale di Suez, con israeliani e francesi – facevano l'amara scoperta, sotto la pressione americana e sovietica, che non erano più una grande potenza. Ora faranno l’amara scoperta – soprattutto a loro spese – che nel XXI secolo, con la cosiddetta globalizzazione, non si può prescindere dal quadro europeo.

Inutile lambiccarsi su: Europa sì-Europa no. Possiamo discutere all’infinito se questa Europa ci piace o no, su tutti i difetti e le contraddizioni che la caratterizzano. E però fuori dal quadro europeo nessun paese europeo va da nessuna parte.

Quelli che fomentano le paure dell’oggi, gli spacciatori di paura, preparano le guerre di domani. Non bisogna dar retta a sporcaccioni come Soros, la UE è un fatto irreversibile. Se così non fosse sarebbe la nostra rovina, molto più del ciclo liberista. Quanto ai Salvini e Meloni, possono cavalcare tutte le ragioni e i motivi contro questa porca Unione europea, sparare ad alzo zero contro i “vincoli europei”.

E tuttavia è grazie all’Europa che siamo usciti dal pantano della prima repubblica e posto un freno alle cricche che per decenni si sono alimentate alla mangiatoia della spesa pubblica e del capitalismo di Stato (altra questione è come sia stato svenduto il patrimonio statale e privatizzato anche ciò che invece doveva rimanere pubblico). Queste forze, eredi della vecchia destra, sono espressione del compromesso sociale basato sulla spesa pubblica e il parassitismo di cui pagheremo pegno chissà ancora per quanto.

Sappiamo bene quale sia il carattere di questa UE, la convergenza dei grandi gruppi economici, e anche chi ha pagato il prezzo della “ristrutturazione europea”, ossia anzitutto i salariati. E però il pericolo più grave in questo momento sono i nazionalismi. Il nazionalismo – come ideologia – è stato responsabile delle tragedie del Novecento. Ce ne siamo dimenticati troppo presto.


(*) Sta in Jamais sans l'Europe!, libro intervista dei ministri Wolfgang Schäuble e Michel Sapin, con prefazione di Angela Merkel. Non tradotto in italiano.

domenica 26 giugno 2016

Per creare nuovi posti di lavoro la ricetta è semplice



La vita è una sola, lo sappiamo bene, eppure la vendiamo per un lavoro di merda con orari di merda. In genere chi vuole creare nuovo lavoro salariato è gente che non ha mai lavorato. È cosa arcinota, ma se glielo dici s’incazzano.

Ormai anche nei paesi di più antica industrializzazione si tratta di gestire la miseria (assoluta e relativa, materiale e spirituale) di masse sempre più grandi. La crescita economica diventa sempre più crescita del capitale inerte, e la nostra vita viene considerata solo dal punto di vista del calcolo economico, tanto che gli speculatori se la giocano in borsa.

La potenza totalitaria del capitale rivela la sua impotenza: niente funziona più e tutto andrà per il meglio.

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«Dovrebbe rinascere un Keynes, ma si può imitarlo non scavando buchi nella terra ma creando nuovi posti di lavoro. Ci vuole un taglio nel cuneo fiscale di almeno 30 punti. Non è granché, ma aiuta. Ci vuole un taglio della pressione fiscale che sta crescendo di continuo».

Così scrive Eugenio Scalfari, dimentico che il keynesismo, finita la fase alta del ciclo postbellico, ha fallito. Non poteva andare diversamente, poiché anche Keynes non era immune dalla fantasia che sia possibile risolvere la crisi intervenendo nella sfera del mercato, in definitiva agendo “sul movimento del denaro”.

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sabato 25 giugno 2016

L’azzardo liberista


La protervia di un premier che non ha tenuto conto delle reali e marcate differenze di classe e di ceto sociale ha infine provocato un disastro. Nel referendum di ieri l’altro hanno prevalso i favorevoli all’uscita dalla UE per il 51,9 contro il 48,1 per cento. Viene taciuto il dato sull'affluenza, quasi il 30 per cento non ha votato (72 per cento di votanti). Cameron ha annunciato le proprie dimissioni, ma non prima del congresso del partito conservatore che si terrà ad ottobre.

A votare contro, cioè per l’uscita, è stata l’Inghilterra (58 per cento nello Yorkshire e Humberside, il 54 per cento nel Nord Ovest, il 59 per cento nel West Midlands, e più del 50 per cento sia nel sud-est e sud-ovest) e il Galles, anche per i motivi che ho indicato ieri a caldo: ai vecchi imperialisti inglesi non stava bene per nulla di contare in Europa poco più di paesi come l’Italia. Il 62 per cento in Scozia e il 56 per cento in Irlanda del Nord hanno votato per rimanere.

Mark Carney, presidente della Banca d'Inghilterra, si è impegnato a pompare 250 miliardi di sterline nei mercati, ma ad ogni modo a subirne le conseguenze non sarà solo il Regno Unito (finché dura), poiché quest’ultimo costituisce la quinta economia al mondo e la seconda in Europa.


La crisi economica e sociale alimenta i nazionalismi e la xenofobia, tutta robaccia nota. Ma la responsabilità maggiore di questa situazione è dell’establishment europeo intossicato di liberismo. Una tossicità che non ha e non può trovare rimedio senza buttare all’aria il sistema, un establishment che mette in scena il proprio fallimento con il medesimo zelo con il quale per decenni ha sputtanato tutto ciò che non s’accordava con l’indice di borsa.

L’azzardo liberista non tiene conto soprattutto di un fatto assai provato dall’esperienza storica: l’irrazionalità e il disinteresse stravince laddove la vita quotidiana della gente comune è ridotta a una dimensione microscopica che si crede lecito poter schiacciare con disinvoltura e disattenzione. Di là di ogni apparenza mediatica, siamo in mano a degli analfabeti e improvvisatori. Ad ogni livello, ma più si sale di livello e più la faccenda diventa grave e disperata.

venerdì 24 giugno 2016

[...]


Di seguito la bozza dell’introduzione dell’intervento che un esponente del Pd avrebbe letto se la riunione della segreteria non fosse stata rinviata.

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A molti di voi potrà sembrare privo di reale interesse, presi come siete da questioni di più grave momento (ad ogni modo, state tranquilli, continueremo a bere whisky), ciò che dirò qui in premessa, e tuttavia se ci troviamo al punto in cui siamo, elettoralmente in caduta libera, è perché abbiamo abbandonato ogni attenzione alla vita quotidiana della gente comune.

Infatti, con le nostre parole, i nostri atteggiamenti, le nostre scelte, comunichiamo anzitutto una cosa: di essere estranei alla vita quotidiana della gente comune, di essere troppo in alto nella scala dei poteri, come se anche noi non fossimo in definitiva dei poveri stronzi.

Dalla padella alla brexit


Rinviata la riunione della segreteria Pd a venerdì prossimo. Pagliaccio.

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La storia non è acqua. Lo sanno bene gli yankee che da Adamo hanno ricevuto per testamento la proprietà dell’orbe terracqueo, e lo sanno da ancor più antica data gli inglesi che tale eredità l’avevano ricevuta direttamente dalle mani di Dio. Stare in un’Europa, dove contavano quasi come l’Italia, ai vecchi imperialisti inglesi non stava bene per nulla. E poi troppi immigrati, c’è un limite anche al numero di camerieri e maggiordomi.

Si badi che la Gran Bretagna non esce semplicemente dall’euro, dove com’è noto non c’è mai entrata, ma dall’Unione europea. Del resto non hanno torto, ma mille ragioni. E ne avremmo molte di più noi italiani che non riusciamo nemmeno a far scrivere sulle etichette delle confezioni di latte se ci spacciano quello di vacca lituana o di chissà quale altra stalla.

La grande ideologia che in questi anni ha informato l’Europa (e il mondo), mostra sempre più vistose crepe. La classe dirigente europea, imbibita di siffatta ideologia, è stata l’artefice di un grande inganno, in cui l’uso politico ed economico dell’euro rappresenta la camicia di forza con cui ci tengono prigionieri. Se il tuo portafoglio – crediti e debiti – è espresso con la valuta di un altro, diventi suo schiavo. E se però non ci fosse stato l’euro sarebbe stata festa ancor più grande per i nostrani padroni del vapore. A forza di svalutazioni competitive, salari e pensioni sarebbero messi ancor peggio, carta straccia.

Da un punto di vista borghese, la più grande questione da affrontare ­– non solo nominalmente ­– è stata semplicemente elusa, ossia quella di elevare concretamente ed effettivamente i cittadini dell’Unione ad europei. Ma non si può chiedere a un tedesco, a un francese, a un inglese di sentirsi pari ad un portoghese, ad un greco e finanche ad un infido mangiaspaghetti. 

Ora gli aspiranti tirannelli locali (dai quali, come previsto, si sono sfilati i 5S) dicono: “Adesso tocca all’Italia”. Va bene, a due condizioni: 1) la reintroduzione integrale dalla scala mobile; 2) per il calcolo dell’inflazione s’incarichi un istituto lappone o kirghiso, insomma che non sia l’Istat.



giovedì 23 giugno 2016

La Francia, la Germania e il catenaccio italiano


In una norma del codice napoleonico – in materia di successione nella proprietà, sia essa mortis causa che inter vivos – si è voluto vedere sancito un principio giuridico che ha di fatto mandato al macero intere biblioteche e mutato radicalmente il corso degli avvenimenti più di quanto non abbia fatto il diuturno lavoro della ghigliottina (*).

* * *

Premesso che la gestione detta democratica del capitalismo non offre altro che l’illusione delle elezioni, le quali non cambiano mai nulla nell’insieme e assai poco nel dettaglio, si può sostenere senza tema di smentita che la storia italiana degli ultimi decenni si sia data come unico compito quello di smentire le previsioni sulle magnifiche sorti del nostro riformismo. Ultime quelle dell'attuale governo. A tale riguardo è evidente che la classe politica, non importa di quale sbiadito colore, sia rimasta vittima del proprio soggettivismo di classe, di un sentimento euforico che contava su uno sviluppo virtuoso che di per sé avrebbe messo a posto le cose.

Restyling della Costituzione, legge elettorale ad hoc, qualche mancia alla plebe, decontribuzioni per i padroni ed esenzioni per le rendite, e tutto sarebbe filato liscio o quasi. Poi, nel generale e inquietante fallimento, gli apprendisti stregoni, prima l’uno e ora l'altro, non hanno voluto vedere che il tradimento di un pezzo di società o la congiura di poteri avversi: comunisti, magistratura, gufi, sabotatori interni. Il fatto che ormai si sia giunti a comprarsi la vecchiaia a rate, ci dice invece quanto sia profonda la frattura tra società reale e la sua allucinata rappresentazione.


mercoledì 22 giugno 2016

Stringiamoci a coorte, siam pronti a governar


Dopo aver cambiato facce e atteggiamenti (do you remember Lombardi-Crimi?), dopo il passo a latere (vero o presunto non importa) di Grillo, in groppa al diffuso malcontento sociale e forte del fatto che l’arroganza renziana ha fallito in tutto ciò poteva fallire, al Movimento, per accedere alla stanza dei bottoni, non resta che rassicurare la cosiddetta “Europa” e la grande proprietà che il loro programma è così rivoluzionario da cambiare tutto perché tutto resti com’è. Le premesse già ci sono, ad incominciare dal cosiddetto reddito di cittadinanza.

Osservava Marx che «Non c'è cosa più facile che dare una tinta socialistica all'ascetismo cristiano»; allo stesso modo, parafrasando, si può dire che «Non c'è cosa più facile che dare una tinta di ascetismo universale al riformismo piccolo borghese». Il giorno che saranno tagliate le pensioni d’oro, d’argento e ricondotti in un alveo accettabile sprechi e dissipazioni, quindi distribuiti i promessi 780 euro netti il mese quale reddito di cittadinanza a chi “non percepisce alcun reddito”, e a tutti gli altri la differenza tra 780 euro al mese e il reddito mensile già percepito, mi ricrederò e reciterò il mea culpa, maxima culpa.

Quando poi si concretizzerà la promessa di dare "ad ogni nucleo familiare, sprovvisto di reddito e composto da 2 persone, un minimo di 1.014 euro ed un massimo di 1.170 euro; ad nucleo familiare composto da 3 persone, un minimo di 1.248 ed un massimo di 1.560 euro; ad un nucleo familiare composto da 4 persone, un minimo di 1.482 ed un massimo di 1.950 euro, ecc.”, ebbene allora non solo reciterò il mea culpa ma diventerò attivista del Movimento, cambierò il nome del blog da Diciottobrumaio in Ventunluglio 1948.


Preciso: anche se le cifre indicate dovessero poi essere più scarsine.

martedì 21 giugno 2016

Bignamino


Scopo precipuo di ogni capitalista è di estrarre dal processo produttivo il massimo plusvalore (che chiama, impropriamente, profitto). Ciò spinge il capitalista a introdurre sempre nuove tecniche e tecnologie per risparmiare lavoro, ossia per aumentarne lo sfruttamento e la quota di lavoro non pagato all’operaio. Dal punto di vista storico nessun altro modo di produzione ha contribuito tanto allo sviluppo delle forze produttive (*).

Sennonché il movimento del capitale nel suo processo di accumulazione presenta due contraddizioni fondamentali e assolute: 1) una parte sempre più consistente di plusvalore, ossia di lavoro non pagato, di ricchezza prodotta, non trova allocazione e ciò provoca le classiche crisi di ciclo, che si risolvono momentaneamente solo con la distruzione di una parte del capitale; 2) la sempre maggiore riduzione della quota di lavoro vivo impiegata in rapporto al capitale complessivo determina una tendenziale caduta del saggio del profitto. Questi due aspetti del movimento reale del capitale, crisi di ciclo sempre più ravvicinate e una sempre più marcata caduta del saggio del profitto, generano una situazione di crisi pressoché permanente, ossia una crisi generale-storica del modo di produzione capitalistico.

lunedì 20 giugno 2016

Non c’è più bandiera



O ti astieni, oppure voti Cinquestelle. Tranne al Sud, dove alternative ve ne sono ancora, come a Benevento. Di là delle facili battute, l’illusione della scelta elettorale è morta e con queste elezioni amministrative – che confermano la forza dell’armata di Grillo – e con il referendum che seguirà (cui il governo non ha ancora fissato una data) si chiude definitivamente un’epoca, quella della contrapposizione – vera e fasulla – tra i partiti di destra e di sinistra. Non c’è più alcuna bandiera. Entrambi gli schieramenti nel loro delirio autistico hanno fallito fin dove era possibile fallire: non hanno saputo in questi decenni dare al paese una nuova organizzazione politica e amministrativa a misura dei tempi, e risolvere la questione di nuove regole condivise. Tutto il resto sarà conseguenza, illusioni comprese.

sabato 18 giugno 2016

Mario Pio

Repubblica nemmeno nelle foto sa essere equidistante.



Il linciaggio è appena incominciato. Del resto Mario Pio deve sdebitarsi.

giovedì 16 giugno 2016

Sorvegliare e punire


L’interesse pagato sui titoli di Stato tedeschi a dieci anni è zero. Non molto diversamente vanno le cose per i pari titoli italiani, nonostante il rischio, non solo teorico, per l’acquirente sia notevolmente più elevato. Insomma, di denaro in circolazione ce n’è anche troppo, e sulla sua concentrazione non è il caso d’insistere. In buona sostanza banche e “risparmiatori” devono cercare altre fonti di lucro. E quale miglior occasione di farsi pagare interessi positivi cartolarizzando (si dice così) i prestiti erogati ai pensionati? Il tasso massimo d’interesse previsto, scrive all’unisono la stampa, sarà pari al 15%, ma se il reddito percepito è attorno ai 1.500-2.000 euro netti il mese, per un anticipo di tre anni il tasso d’interesse sarà attorno al 6 per cento. Dove c'è Renzi, c'è banca. 

*

mercoledì 15 giugno 2016

Spara, che ti passa


Negli Stati Uniti gli omicidi da arma da fuoco sono stati 8.124 nel 2014, secondo l’FBI. In America i morti ammazzati con armi da fuoco superano quelli per incidenti stradali, un tasso maggiore che in tutti gli altri paesi industrializzati avanzati. In buona sostanza negli Usa sono uccise 31 persone per milione, in Germania 2 per milione, in Inghilterra una per milione; in Giappone c’è la stessa probabilità di essere colpiti da un fulmine: 1 su 10 milioni. In Italia, in certe regioni ci sono molti più temporali con fulmini che in altre.

Come sarebbe stata la giornata del 22 novembre 1963 se Oswald non avesse potuto acquistare per corrispondenza un moschetto italiano mod. 91 modificato, se dunque non avesse potuto esercitarsi nel proprio giardino e poi portarsi appresso il fucile come fosse uno spazzolino da denti?

martedì 14 giugno 2016

Trafficanti


Quanta polemica e scandalo per il Mein Kampf. La quasi totalità di coloro che l’hanno acquistato non lo leggerà. Perché non è abituata a leggere libri e perché dopo le prime pagine si accorgerà dell’attrattiva pressoché nulla del libro. Hitler era semplicemente incapace di scrivere un libro, in quello scritto dimostrò la sua inadeguatezza per l’analisi politica, economica e sociale della propria epoca, il suo stile è rozzo e senza afflato. Mein Kampf è un libro dettato da un fanatico semianalfabeta, scritto e poi aggiustato materialmente da altri fanatici. A nessun nazista veniva in mente di citarne qualche passo. Si preferì, in seguito, citare qualche frase tratta dai roboanti e logorroici discorsi del Capo. Ma anche in tal caso senza insistervi troppo.

Possiamo considerare Hitler come un mostro, ma egli fu innanzitutto il prodotto di una società e della sue contraddizioni, perciò non si può spiegare un’epoca con le categorie dell'assurdo e della follia, anche se esse giocarono indubbiamente un ruolo. Senza la prima guerra mondiale, Versailles, la crisi del primo dopoguerra, la crisi del Ventinove, l’impasse di Weimar (ah, le leggi elettorali!), gli interessi concreti dell’industria, dell'esercito (uno "Stato entro lo Stato"), dei piccoli proprietari fondiari, dell’aristocrazia decaduta, dei proletari disoccupati e disperati, il nazismo e il Mein Kampf sarebbero rimasti una curiosità per specialisti. A tutto ciò deve aggiungersi l’imprevedibilità del caso e i soliti piccoli traffici.


I fanatici e nostalgici attuali non hanno bisogno di acquistare il libro in edicola. Il Mein Kampf fa parte del loro campionario, è tra quella mezza dozzina di titoli imprescindibili. Li avete mai sentiti esprimersi? Vite sprecate che inseguono fantasmi. Certo, possono fare danni, sono della stessa pasta di quei trafficanti senza scrupoli che puntano sull’ignoranza e il coinvolgimento emotivo per incassare proventi dalla vendita di qualsiasi prodotto cui siano scaduti i diritti d’autore. 

lunedì 13 giugno 2016

[...]


Al sindaco, per farsi rieleggere, non resta che promettere la galera per la Fornero.

Non è lui


In un lungo articolo comparso ieri sul Sole 24 ore, a firma di Luca Ricolfi, si sostiene, tra l’altro, che la crescita delle disuguaglianze economiche è solo “presunta”.

Come sanno le persone bene informate, tali articoli non sono scritti dal presunto prof. Luca Ricolfi, ma in realtà sono di mano del prof. Mario Bambea.

Al prof. Bambea voglio dire con cordialità che non capisce una mazza.


domenica 12 giugno 2016

Heil



I lettori de Il Giornale, abituati agli articoli di Sallusti & C., da ieri hanno finalmente qualche cosa di più impegnativo da leggere.

sabato 11 giugno 2016

Il doloroso segreto del presidente


Per ingannare l’attesa della terza e, si spera, ultima puntata della saga dedicata alla schiavitù degli afroamericani, vi intrattengo su un aspetto molto intimo e poco noto della vita privata del presidente Lincoln. Forse più di Lyndon Baines Johnson, egli soffriva di un’acuta forma di stitichezza. Prego l’occasionale lettore di non prendere la notizia come una battuta, poiché in questo blog si trattano solo fatti storici con rigore e avendo cura di riscontrare le fonti. Un biografo di Lincoln racconta che poteva passare un’intera settimana senza che il presidente si recasse in solitaria seduta nella stanza più piccola della Casa Bianca, allora collocata accanto alla ritappezzata e riaddobbata Sala Ovale.

venerdì 10 giugno 2016

Sulla schiavitù degli afroamericani / 2


Non v’è dubbio che per muovere gli uomini alla guerra c’è bisogno anzitutto di forti motivazioni ideologiche, ed è senz’altro fuori discussione che la vicenda di Jonh Brown, e dunque la causa abolizionista, svolse un ruolo importante e contribuì a suscitare in centinaia di migliaia di persone un forte sentimento di rifiuto della schiavitù. Tuttavia se si adotta tale schema interpretativo, tendente a rinvenire nel fenomeno della schiavitù la causa fondamentale della guerra civile americana, viene meno l’essenza vera alla base del conflitto, ben più remota e non chiara alla coscienza delle anime comuni di allora.

Secondo lo storico Raimondo Luraghi, si trattava, invece, di stabilire se poteva continuare la coesistenza tra due distinte nazioni, oppure se una delle due avrebbe prevalso sull’altra. A quel tempo il contrasto era giunto all’estremo e i proprietari del Nord non erano più disposti a sopportare lo strapotere politico di quelli del Sud, esigevano invece di affermare la loro egemonia, corrispondentemente con il proprio peso economico reale.

giovedì 9 giugno 2016

Sulla schiavitù degli afroamericani / 1


Alla metà del XIX secolo, col prevalere del modo di produzione capitalistico, l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d’America si presenta come necessaria tendenza storica, anche se furono fatti casuali a innescare la guerra civile e a portare al Proclama di emancipazione.

Accennerò a quelli che a mio avviso si presentano come due dei più consolidati stereotipi su quell’epopea, vale a dire, in questo post, sulla condizione generale degli schiavi nel Sud, e, in un post successivo, tratterò succintamente i motivi realmente contingenti che, nel corso della guerra civile americana (1861-1865), portarono al Proclama di emancipazione.

Per quanto riguarda le condizioni di vita e di lavoro degli schiavi nelle piantagioni di cotone degli Stati del Sud, la filmografia, come nei recenti Dodici anni schiavo e in Django Unchained, tende a far passare delle situazioni limite, di eccezione patologica, come effettiva condizione generale, tipizzando un fenomeno che fu invece molto più complesso e sfaccettato. Scrive a tale riguardo lo storico Raimondo Luraghi:

«In conclusione, circa le condizioni di esistenza e di lavoro degli schiavi si può dire che il loro livello medio di vita non era generalmente inferiore a quello comune tra le classi contadine del Sud. […] limitatamente al cibo, al vestiario e all’abitazione, le condizioni medie dello schiavo del Sud erano certamente migliori di quelle del mugik russso, del contadino polacco, ungherese, calabrese o siciliano od anche, in molti casi, della Val Padana» (La guerra civile americana, 2015 (5), p. 57).

mercoledì 8 giugno 2016

L'ordinaria mitomania


Le élite politiche sia europee e sia americana si comportano come se non avessero capito nulla della fase che stiamo vivendo, e tuttavia nulla o poco possono opporre a quelle che sono tendenze necessarie del capitalismo. E non mi riferisco solo alla cosiddetta globalizzazione o alla crisi nei suoi aspetti più evidenti. Ciò di cui non hanno alcuna cognizione riguarda i motivi, o, se si preferisce, le cause più profonde, della crisi. Perché dalla crisi, checché ne possano argomentare le anime belle con grafici alla mano, non siamo usciti e non se ne verrà a capo, tantomeno tagliando la spesa sociale e taglieggiando di tasse chi non può evaderle.

In ciò, di riflesso, sta anche la crisi dei partiti tradizionali, quelli di governo, che rischiano effettivamente di essere spazzati via, dalla crisi e dalla propria insipienza. A tutto vantaggio di quelle forze che giocano a fare opposizione con le parole d’ordine più ovvie. La questione dirimente, sollevata da un notorio analfabeta, sembra essere: olimpiadi sì o no? A ciò si risponde con furbizia: prima l’ordinaria amministrazione.

martedì 7 giugno 2016

Il mito dei Founding Fathers


Gli Stati Uniti d’America hanno proprie forze armate e armi atomiche dislocate in mezzo mondo, ma noi dovremmo temere per la Russia e la Corea. Gli Stati Uniti d’America sono responsabili di decine di golpe e di guerre in ogni angolo del mondo, ma noi dovremmo temere la Cina. Eccetera. Credo non vi sia nessuna nazione che abbia saputo spacciare così bene, attraverso la propaganda, la propria superiorità morale e fondare la propria epica storica sul mito e la falsificazione al pari degli Stati Uniti d’America.

Spesso dimentichiamo che l’America, ab ovo, non è stata “scoperta” da Colombo più di quanto l’Europa non sarebbe stata “scoperta” dagli amerindi se alla fine del XV secolo essi fossero approdati alle isole Azzorre e poi sulle coste dell’Inghilterra o della Spagna. Non si trattò di una colonizzazione, ma di un’invasione, laddove anche nei territori degli attuali Stati Uniti d’America si procedette allo sterminio sistematico delle popolazioni, all’espropriazione violenta e fraudolenta delle loro terre e infine alla reclusione dei superstiti entro delle cosiddette “riserve”.

La stessa vicenda della cosiddetta Mayflower è per molti aspetti leggendaria e i cosiddetti Pilgrim Fathers o Founding Fathers, fino alla fine del Settecento non li conosceva nessuno, così come il “giorno del ringraziamento” (thanksgiving day) è un’assoluta invenzione e non divenne festa nazionale se non nella seconda metà dell’Ottocento (checché ne possa dire Wikipedia). Gli storici del Nord trovavano assai seccante che la fondazione di una prima colonia americana avesse avuto luogo in Virginia, ossia in uno Stato dei Confederati del Sud, per non dire della Florida nella quale, nel 1565, gli spagnoli vi fondarono San Augustìn che fu il primo centro europeo del Nord America.


lunedì 6 giugno 2016

Quello sbruffone di Muhammad Ali


Quello sbruffone di Muhammad Ali mi è sempre stato simpatico perché non fu solo uno sbruffone, ma un interprete straordinario della boxe e un divo dello sport coraggioso quando si oppose alla chiamata per il Vietnam. Peccato abbia poi accettato il ruolo d’icona ad uso e consumo del “sistema”, che solo per tale motivo gli ha conferito medagliette e tributato onori.

Muhammad Ali fu a modo suo sensibile al problema della segregazione razziale. I neri d’America erano stati liberati dalla schiavitù cent’anni prima (di questo mito scriverò in un prossimo post), ma quanto a diritti sociali e politici vigeva in tutti gli Stati Uniti un apartheid identico a quello Sudafricano, e negli Stati del Sud lo schiavismo esisteva ancora di fatto.

Fra il 13 e il 16 agosto 1965 la popolazione nera di Los Angeles si sollevava. Un incidente che il giorno 11 aveva opposto la polizia stradale e dei passanti aveva dato il là a due giornate di tumulti spontanei. I rinforzi della polizia non furono in grado di riprendere il controllo della strada. Verso il terzo giorno i Neri presero le armi, saccheggiarono le armerie e così poterono sparare anche contro gli elicotteri della polizia.

Migliaia di soldati e poliziotti, circa una divisione di fanteria appoggiata da carri armati, si sono dovuti lanciare nella lotta per circoscrivere la rivolta nel quartiere, per riconquistarlo a prezzo di numerosi combattimenti di strada durati diversi giorni. Gli insorti hanno proceduto all’esproprio generale dei negozi, appiccandovi il fuoco. Secondo le cifre ufficiali nella rivolta di Watts si contarono 34 morti, tra i quali ventisette neri, 1.032 feriti e 3.952 arresti.

Vince Mastella



Subito alcune considerazioni: 1) questa mattina è bene tener spento l’elettrodomestico più rumoroso (non è l'aspirapolvere!); 2) che senso ha buttare soldi per sondaggi ed exit-poll?; 3) nonostante il massiccio impiego dei media quasi il 40% degli aventi diritto non vota nemmeno per chi gli promette di sistemare le buche della strada sottocasa; 4) a Milano la gente è semplicemente schifata, tanto che per i due principali candidati ha votato molto meno del 50% degli aventi diritto; il candidato di Renzi non sarà sindaco né a Roma (si sapeva) né a Milano (doveva farcela al primo turno), a Napoli non esiste semplicemente, mentre a Torino (dove alle precedenti aveva il 56%) il candidato di ferro del Pd deve vedersela al ballottaggio con una sconosciuta. Ah, dimenticavo: l’Inter è dei cinesi e a Benevento vince Mastella.

domenica 5 giugno 2016

Non è più tempo per essere felici

Il lavoro salariato è una delle forme storiche di sfruttamento del lavoro umano, e su tale base, com’era successo per tutti i precedenti modi di produzione, si è venuta affermando un’intera società, quella borghese, con una sua peculiare visione del mondo, quindi dei rapporti sociali, una sua cultura e scala dei valori, ossia una sua ideologia.

Pur essendo il lavoro salariato una dura e cupa forma di sfruttamento del proletariato, la società borghese, da una certa epoca in poi, ha saputo creare per le classi dominate dei paesi industrialmente più avanzati delle condizioni di vita tollerabili e di benessere materiale, cosicché le classi sfruttate non sono più disposte, in generale, ad opporvisi con una ribellione di massa (*).

Tale risultato non è stato ottenuto per l’intrinseca “bontà” della classe proprietaria, ma come conseguenza naturale e necessaria dello sviluppo economico, laddove la spinta all’innovazione e al miglioramento dei fattori economici ha condotto la società capitalistica ad un’espansione produttivistica senza eguali nella storia.

sabato 4 giugno 2016

Non solo Leonilde


C’è un modo per diluire la melassa celebrativa per il 70° compleanno della signora Repubblica, l’aneddoto leggero. Parliamo dunque di donne e di fiori.

A far parte della assemblea costituente vi furono, com’è noto, anche ventuno donne. Non solo la Nilde dell’agiografia corrente. Ne fecero parte anche Teresa Mattei (1921-2013), la più giovane deputata del parlamento, e Rita Montagnana (1895-1979). Due comuniste, tra le fondatrici dell’Unione donne italiani (Udi). Teresa fu una delle principali organizzatrici del primo congresso di Firenze, Rita presiede l’Udi fino al 1947.

Quando il 30 gennaio del 1946, il Consiglio dei ministri approva la legge che dà alle donne italiane il diritto di voto, per Rita e Teresa è l'occasione per festeggiare in grande la festa della donna: l’8 di marzo, sul modello francese, con un nuovo simbolo, un fiore. Per la scelta del fiore le proposte sono diverse, dalle violette alle orchidee. Teresa propose invece le mimose e Rita fu d’accordo.

Teresa fece parte dell’organizzazione che giustiziò Giovanni Gentile, quel porco che certi bastardi in questi anni hanno voluto rivalutarne la figura con la scusa della filosofia e altre ciance. Teresa negli anni Cinquanta venne espulsa dal PCI per il dissenso maturato nei confronti della politica stalinista di Togliatti e di gran parte del gruppo dirigente del PCI.

Tra le molte battaglie condotte da Teresa, anche quella per il referendum contro le modifiche alla Costituzione, partecipa insieme al figlio Rocco a centinaia di incontri e dibattiti in tutta Italia che porteranno alla vittoria nel referendum del 2006.

Rita Montagnana fu madre di Aldo Togliatti (1925-2011), un uomo molto schivo che fece vita ritirata occupandosi di enigmista e di scacchi.



venerdì 3 giugno 2016

Un sistema incapace di dare senso umano al suo sviluppo


Vi sono due notizie che credo meritino un minimo di riflessione, non per demonizzare il capitalismo (che sarebbe come demonizzare il feudalesimo) bensì per segnalare limiti e contraddizioni di un sistema economico il cui unico ed esclusivo scopo – ormai non più calmierato dall’intervento politico – è ben conosciuto (non è la filantropia). La prima notizia è nota e riguarda la sempre maggiore resistenza opposta dai batteri patogeni agli antibiotici (anche in questo caso si parla di porre rimedio agli effetti e non di affrontare le cause del problema). Si segnala come l’industria farmaceutica non sia molto interessata ad investire nella ricerca di nuovi e più efficaci antibiotici.

La seconda notizia ­– che già in parte si conosceva – riguarda l’avvio della sperimentazione di un cosiddetto vaccino terapeutico “universale” contro i tumori, ossia una capsula contenente Rna con le “istruzioni genetiche” anti-cancro che attiverebbe una risposta immunitaria assai adeguata. Più che di un vaccino si tratta di una metodica. Bisogna usare cautela e non farsi prendere da eccessiva enfasi, tuttavia si tratta di una notizia di grande rilievo se si tiene conto che tale metodica avrebbe dei vantaggi su quella basata su virus inattivati su cui caricare le sequenze di Dna (insomma, l’idea è quella di attaccare il tumore con le difese del malato, questo ci viene detto e tanto riporto).

giovedì 2 giugno 2016

Dispositivi


Il pensiero critico, negativo, non può né risolvere le contraddizioni di questo sistema né colmare le lacune tra presente e futuro, né ha promesse da fare o successi da vantare. E però questo non è il compito del pensiero critico, essendo invece quello del rifiuto di un sistema sociale ed economico che per definirlo nella sua realtà le nuove generazioni non hanno parole adatte. E tuttavia uno che quelle parole dovrebbe invece possedere ed essere dunque in grado di sviluppare un pensiero critico, se la cava dicendo semplicemente che capisce le ragioni del rifiuto, ma in fondo non gliene frega un tubo, lui sta dalla parte di chi sostiene il mantra ipnotico, il nuovo che spazza via il vecchio, e si va avanti così.


Eppure Benigni dovrebbe ben conoscere quale sia la forza delle parole, dunque dell’ideologia dominante, di come chi costruiva le camere a gas si sentisse moralmente puro, giustificato in ciò che faceva. È questo il dislivello tra ciò che la nostra coscienza è indotta a credere e ciò che in realtà si fa. Ricordiamoci quanto diceva la Thatcher: “L’economia è il mezzo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”. Obiettivo raggiunto, ora si tratta di cambiare quelli che Foucault chiamava “dispositivi”.

mercoledì 1 giugno 2016

Petrolio, ma non solo


“Siamo venuti, abbiamo visto, e [Gheddafi] è morto!”. Così l'allora segretario di Stato schiamazzava in allegria dopo aver visionato un video raccapricciante della tortura e l'uccisione del leader libico Muammar Gheddafi. Quasi cinque anni dopo Hillary Diane Rodham Clinton concorre per diventare il prossimo presidente degli Usa, e la morte continua: in Libia, Siria, Iraq e nel Mar Mediterraneo.

Oltre 8.000 emigranti e profughi sono morti tentando di fare la traversata del Mediterraneo verso l'Europa dal 2014, la stragrande maggioranza di loro hanno iniziato i loro viaggi mortali dalla costa della Libia. La scorsa settimana pare ne siano affogati complessivamente 900. Morti che passano quasi sotto silenzio, sicuramente nel silenzio della Clinton e dei suoi rivali nella corsa per la presidenza, il sedicente "socialista democratico" Bernie Sanders e il repubblicano Donald Trump.

La e-mail UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No.C05779612 Date: 12/31/2015  inviata il 2 aprile 2011 dal funzionario Sidney Blumenthal (stretto collaboratore prima di Bill Clinton e poi di Hillary) a Hillary Clinton, dall’eloquente titolo “France’s client & Qaddafi’s gold”, racconta i retroscena dell’intervento franco-inglese.