martedì 31 maggio 2016

Breve cronaca di una falsificazione


L’Introduzione per l’edizione in opuscolo di Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, che uscì a Berlino nel 1895, fu scritta da Engels pochi mesi prima della sua morte, fra il 14 febbraio e il 6 marzo 1895. Proprio il 6 marzo, tramite una lettera di Richard Fischer, la direzione del Partito socialdemocratico tedesco, adducendo motivi di opportunità tattica e accennando al pericolo sempre incombente di una legge contro i socialisti (*), chiese ad Engels di attutire il tono, ritenuto troppo rivoluzionario, dell’Introduzione e di accogliere una serie di modifiche che si considerava necessario apportarvi.

In una lettera di Engels a Fischer, dell’8 marzo 1895, scoperta successivamente e pubblicata per esteso solo nel 1967, Engels, pur manifestando riserve e critiche nei confronti dell’atteggiamento irresoluto del partito e delle sue preoccupazioni legalitarie, accolse, salvo alcune eccezioni, le richieste di modifica avanzate dalla direzione del Partito socialdemocratico tedesco e consentì che fossero canellati i passi relativi ad una eventuale lotta armata del proletariato contro la borghesia. Scrive Engels:

Caro Fischer,
ho tenuto conto, per quanto mi è stato possibile, delle vostre gravi perplessità, sebbene non riesca a vedere, almeno nella metà dei casi, in cosa consista la vostra perplessità. Io non posso supporre che voi abbiate intenzione di darvi anima e corpo all’assoluta legalità, alla legalità in ogni circostanza, alla legalità anche nei confronti delle leggi infrante da chi le ha fatte, in breve, alla politica del porgere la guancia sinistra a chi abbia colpito la destra. Sul Vorwärts, a dire il vero, la rivoluzione viene talvolta rinnegata con la stessa energia con cui prima – e forse anche fra non molto – veniva predicata. Ma questo non posso considerarlo come normativo.

Io sono del parere che non ci guadagnate niente predicando la rinuncia assoluta a menar le mani. Crederlo, non lo crede nessuno; nessun partito in qualsiasi paese arriva a rinunciare al diritto di opporsi, armi alla mano, all’illegalità.

Ma io devo considerare anche il fatto che i miei scritti vengono letti anche dagli stranieri – francesi, inglesi, svizzeri, austriaci, italiani, ecc. – e di fronte a loro io non posso assolutamente compromettermi sino a tal punto.

È di sicuro interesse anche il seguito della lettera, che si puà leggere nell’ultimo volume, il cinquantesimo, dell’edizione italiana delle opere complete di Marx-Engels.

lunedì 30 maggio 2016

Il lungo sonno di Ricolfi


L’editoriale di ieri su Il Sole 24 ore è a firma di Luca Ricolfi, con un titolo chandleriano: Il lungo sonno della produttività italiana. Il prof. Ricolfi ci ricorda subito che il risveglio della produttività è la condizione necessaria per la ripresa del Paese. Caso mai l'avessimo dimenticato tra un sorso e l'altro di delorazepam.

Per spacciare un simile mito ci vogliono delle motivazioni “giuste”, che coinvolgano una vasta platea: bisogna scrivere che l’aumento di produttività deve accompagnarsi alla creazione di nuovi e migliori posti di lavoro, all’aumento dei salari e ad aziende più dinamiche e moderne.

Balle. Primo: è la produzione basata sul valore di scambio che sta mostrando sempre più la sua divaricante contraddizione e il suo limite storico. Secondo: il lavoro in forma immediata cessa sempre più di essere la grande fonte della ricchezza.

Poi, di contorno: quante altre auto inquinanti, cibo spazzatura, appartamenti sfitti, illusioni a buon mercato bisogna produrre in surplus per soddisfare il mito della produttività, il bisogno insaziabile di valorizzazione del capitale, la brama del profitto?

Nuovi e migliori posti di lavoro non ci saranno, la disoccupazione – sanno benissimo – nel medio-lungo e lunghissimo periodo aumenterà per effetto delle nuove tecnologie, quanto all’aumento dei salari esso pregiudica la cosiddetta “competitività” in presenza di un quadro di stagnazione e caduta del saggio del profitto (in rapporto al capitale investito).

La banda larga, canta Ricolfi. Sì, quella c’è l’abbiamo già da secoli e dobbiamo mantenerla. E poi vai col valzer della riduzione della pressione fiscale, degli investimenti in R&S, “il caso italiano difficile da spiegare in modo convincente”, “che la stagione del ristagno duri ininterrottamente da vent’anni”. Eppure, non era con “la più grande ondata di privatizzazioni mai vista in un’economia occidentale”, quindi “Imponendo un decennio di sacrifici alle famiglie”, ossia tagliando i salari, che sarebbe aumentata efficienza, produttività e redditività?

Ah, secondo Ricolfi la causa del disastro sarebbe riconducibile al mito nefasto del “federalismo”, tanto per citare qualcosa, quindi l’immane moltiplicazione dei centri di decisione, dei soggetti coinvolti nei processi politici, e poi le “esternalità” positive e quelle negative. E dunque, in definitiva, il problema sarebbe eminentemente politico. Ma allora la soluzione è a portata di mano, di riforma.

Professor Ricolfi, le dice niente “struttura produttiva”, rapporti di forza, quote di mercato, scomparsa della grande impresa, debolezza di quella media ed eccessiva ampiezza di quella piccolissima, divisione internazionale del lavoro e collocazione assegnataci dagli anelli forti della catena (europea ed internazionale), quindi ferrea legge del profitto che costringe alla delocalizzazione, eccetera? Non le pare evidente che la spinta al rinnovamento tecnologico ed alla crescita degli impianti, cioè all’aumento della composizione tecnica del capitale (sennò l’aumento della produttività come lo realizzi, coltivando marjuana? è un'idea!), è ben diversa per chi produce scarpe, tessili ed elettrodomestici, e per chi, invece, sforna acciai speciali ed elettronica? Certo, soggiungo, che Marchionne torna qui a produrre le sue macchine, ma non per aumentare i salari e diminuire il saggio di sfruttamento. Non per pagare le tasse sugli utili.

Ricolfi, ci dice nulla sui motivi della sua decennale letargia?

venerdì 27 maggio 2016

Il golpe democratico


Nel 2013 alle elezioni per la Camera il Pd ottenne il 25,42% dei voti, il Movimento di Grillo il 25,55, vale a dire circa 8,6 milioni di voti per lista. Il Pd in forza dei voti ottenuti in coalizione ottenne la maggioranza di 345 seggi alla Camera. Ma al Senato le cose andarono, in forza del Porcellum, diversamente.

Con la nuova legge elettorale, l’Italicum, basta poco più di un terzo dei voti (37%) perché una lista o una coalizione ottenga 340 seggi su 618. Nel caso una lista ottenesse almeno il 37% dei voti, ma un numero inferiore di seggi per raggiungere la maggioranza assoluta, scatterebbe ugualmente il premio di maggioranza (+ 15 per cento) fino ad un massimo di 340 seggi. otterrebbe così, rispetto a un sistema proporzionale puro, oltre cento deputati in più. Cosa che del resto accade, per la Camera ma non per il Senato, anche con il Porcellum.

Poniamo, per contro, che né il Pd e né il M5S alle prossime elezioni ottengano il 37% dei voti, che essi registrino lo stesso risultato del 2013. Con un sistema proporzionale puro si avrebbe la seguente assegnazione di seggi:

Partito democratico:
8.600.000 voti, 158 seggi circa.

Movimento cinque stelle:
8.600.000 voti, 158 seggi circa.

Con l’Italicum si andrà al ballottaggio. La lista vincente otterrebbe, nell’esempio dato, un premio di maggioranza con 321 seggi su 630. Vale a dire circa 163 seggi in più di quanti ne avrebbe ottenuti sulla base dei voti espressi al primo turno.

Solo un piccolo, ininfluente dettaglio: il nuovo Senato, non più eletto direttamente, non conta più una cippa, con una maggioranza assoluta di 340 o anche solo di 321 seggi alla Camera, cioè di deputati che rispondono solo al loro capo – sia esso Renzi, Grillo o Pinco Pallino – e che da esso dipendono per la loro riconferma, il Capo stesso può far approvare sul tamburo qualunque legge. Spetterà poi alla Consulta, dopo anni, pronunciarsi eventualmente sulla loro costituzionalità.


Come non avvedersi che, posto il trucco della riduzione del Senato a una accolta di belle statuine (ecco perché modificazioni costituzionali e legge elettorale vanno assieme sulla scheda del referendum), con la nuova legge elettorale va in scena un altro e decisivo atto di un golpe … democratico?

Il mero titolo di cittadini


Scrive il direttore del Sole 24ore che il costo del lavoro in Italia è cresciuto negli ultimi lustri più che in paesi come la Germania o la Francia. Non so s’è vero, ad ogni modo si tratta di oneri, di tassazione, poiché i salari dell’industria italiana non sono paragonabili a quelli dell’industria tedesca e nemmeno di quella francese. Sono tra i più bassi dell’area euro. Ma questo particolare viene taciuto, poiché la malafede è tanta e non ci si può aspettare, al riguardo, alcuna parola di verità da chi scrive unicamente in difesa degli interessi del padronato e da questi è pagato.

La stessa cosa dicasi per quanto riguarda la produttività del lavoro: lo sfruttamento della forza-lavoro italiana è tra i più intensivi non solo in Europa, ma nell’Occidente. E dunque se la produttività del lavoro, pur in presenza di uno sfruttamento più elevato della forza-lavoro, ristagna, evidentemente cause e motivi vanno ricercati altrove. E perciò c’è tanta ideologia e malafede nelle dichiarazioni del nuovo presidente degli industriali italiani: “costruire un capitalismo moderno fatto di mercato, avendo come bussola lo scambio salari-produttività”. Tradotto, significa: aumentare ancor di più il saggio di sfruttamento della forza-lavoro.

Da questa gente non c’è da aspettarsi nulla, essi possono confidare altresì nella mansuetudine dei lavoratori italiani. In Francia non è così. Verrebbe quasi da dire che i lavoratori italiani sono in generale senza dignità. E però bisogna tener conto di una situazione assai diversa da quella francese. I lavoratori italiani sono stati, più ancora che in Francia, abbandonati da tutti, dai partiti (che non esistono più) e dai sindacati, i quali sono gli unici attori accreditati a negoziare i contratti collettivi nazionali: niente sindacati di base, niente sciopero (il conflitto non è più ammesso, pena sanzioni [*]), di modo che lo sfruttamento da individuale e privo di regole diventa collettivo e regolato (vedi accordi sottoscritti del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013, e del 10 gennaio 2014).

I lavoratori sono stati abbandonati anche da quel ceto intellettuale che almeno a parole un tempo si schierava dalla parte di chi per sopravvivere deve sfangarla davvero. A questi milioni di lavoratori rimane il mero titolo di cittadini, nel loro insieme costituiscono ancora formalmente il popolo sovrano, ma la realtà è ben diversa, poiché quando tutto è aleatorio e i lavoratori sono sottoposti alla volontà incondizionata dell’impresa da cui dipende la loro vita, allora questi lavoratori non diventano altro che oggetto di scambio, degli schiavi dei loro padroni.


[*] Lo sciopero è un diritto individuale, che però viene sempre esercitato in forma collettiva: presuppone quindi l’esistenza di una organizzazione dei lavoratori che lo dichiari. Con gli accordi sottoscritti da CGIL, CISL, UIL e Confindustria, un sindacato è sottoposto a sanzioni economiche e sospensione di diritti sindacali, nel caso utilizzi l’arma dello sciopero come “iniziativa di contrasto”, ossia l’unica forma di lotta con cui i lavoratori abbiano mai ottenuto risultati concreti. Sono state create pertanto le condizioni perché nessuna associazione sindacale possa dichiararlo, e ciò significa nei fatti rendere nullo il diritto di ogni singolo lavoratore.

giovedì 26 maggio 2016

A proposito di tubi


Per un paio di giorni, tanto dura un dibattito in questo paese sulle questioni più serie, si parlerà di tubature e di acqua. Giustamente, anche perché l’acqua che esce dal rubinetto di casa quasi mai è davvero potabile. Diciamo che il più delle volte è passabile. Si tratta ad ogni modo di chiacchiere poiché poi non succederà nulla.

Anche di un altro tema si dovrebbe dire e a lungo poiché riguarda la nostra salute, segnatamente la salute dei cosiddetti meno abbienti, vale a dire dei comuni mortali. E comuni mortali non è un’espressione a caso in una società di classe. Perciò, nel caso fosse sfuggito, segnalo questo articolo, soprattutto a coloro che dicono che il capitalismo non c’entra mai nulla. Il trucco, l’infamia, è di far passare per “naturale” ciò che invece è definito dal sociale.

Pertanto, “malattia” è una comoda classificazione che consente di rimuovere dei problemi e perpetuare le condizioni sociali che nel determinarla hanno tanta parte. Un esempio: il lavoro salariato ammala e uccide. Ridurre la giornata lavorativa significa ridurre anche l’incidenza delle malattie (non solo di quelle classificate “professionali”) e delle morti. Il capitale non succhia solo valore dal lavoro dell’operaio e del salariato, ma la sua stessa vita.


Per capire l’uomo abbiamo bisogno di un modello qualitativamente diverso da quello del verme; per comprenderne la complessità non basta scansionarne il corpo inserito in un tubo.

mercoledì 25 maggio 2016

Una svolta che oggi non siamo ancora in grado di valutare appieno


“Un mese poco brillante per la produzione, peggiore per le vendite. A marzo i ricavi dell’industria italiana cedono l’1,6% su base mensile destagionalizzata, il 3,6%in termini annui, peggior dato da agosto 2013. Una caduta in entrambe le misurazioni Istat legata soprattutto alla frenata sul mercato interno, dove il fatturato cede il 4,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente”.

“Su base mensile il fatturato è invece in flessione dell'1,6% a marzo e nella media dei primi tre mesi dell'anno dell'1,1%. L'andamento del fatturato è peggiore per il mercato interno mentre sul mercato estero si registra un leggero aumento sul mese (+0,1%) e una diminuzione del 2,2% sull’anno. I ricavi su base annua segnano una diminuzione del 4,4% sul mercato interno e del 2,2% su quello estero.”

C’è sempre da imparare qualcosa dalla stampa economica, specie quando mischia pere e patate, ossia quando parla di calo dei ricavi mettendoli in rapporto al calo del fatturato (e viceversa). Tra l’altro sarebbe bene sapere che non sempre i ricavi, ossia i profitti, vanno di pari passo con l’andamento del fatturato.

Il mondo dell’informazione procede così, zoppo. Si titola, per esempo: “Siderurgia, in aprile l’Italia leader globale della crescita”, per poi scoprire due cosette interessanti: 1) su oltre mezzo miliardo di tonnellate di acciaio prodotte annualmente, l’Italia è leader globale della crescita con … circa lo 0,4 per cento della produzione globale; 2) tale pseudo primato della crescita pare peraltro dovuto alla “diversa scansione delle ferie pasquali tra il 2015 e il 2016: il maggiore tonnellaggio di questo aprile si giustificherebbe perché rapportato con un periodo condizionato dal rallentamento produttivo dovuto ai fermi pasquali”.

*

martedì 24 maggio 2016

Si fa strada


Dalla crisi del capitalismo non si esce ed ognuno s’arrangia come può. È la ripetizione, come già scrivevo sei anni fa, degli stessi temi e degli stessi problemi degli anni Trenta. Ma con varianti di cui tener conto: non si tratta di una classica crisi di ciclo, come ormai tutti hanno finalmente capito. Si tratta – e di questo non se ne vuole prendere atto – della crisi generale-storica del modo di produzione capitalistico.

Un sistema sociale ed economico in crisi profonda che produce insofferenza, paura e irritazione in ogni classe sociale, dove ognuno tende a risolvere, illudendosi, i problemi in proprio. Non solo l’Inghilterra e l’Austria, ma anche l’America, affidandosi a Donald Trump, un miliardario che promette di “fare grande l'America di nuovo”, a base di sciovinismo e di nazionalismo estremo.

Altra variante rispetto al passato riguarda l’armamento bellico disponibile. I carri armati di Hitler con cannoncini da 60 mm., a confronto, fanno tenerezza. Ciò di cui non ci si rende ben conto è che tutto può precipitare all’improvviso, nel torno di alcuni mesi o anche poche settimane.

*

Sul fronte interno sarà bagarre fino ad ottobre e oltre. Con la nuova legge elettorale il partito che vincesse le elezioni anche con un vantaggio dello 0,1 per cento dei voti, potrebbe aggiudicarsi anche 200 deputati in più. Il governo potrà così far approvare da una maggioranza assoluta di nominati ciò che vuole. Cosa che del resto già avviene. Infatti, quanto alle modificazioni costituzionali, di là del fatto che esse siano buone o cattive, resta che esse sono state scritte da un governo presieduto da un parvenu che nessuno popolo sovrano ha eletto, e soprattutto sono state  approvate da un parlamento eletto con una legge elettorale che la corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale su due punti fondamentali, il premio di maggioranza e la mancanza delle preferenze.

Il bonapartismo si fa strada. Quale pensiero antagonista può opporsi a quello dominante? 


*


Alle elezioni del 1933, il partito nazista ottenne il 43,9 per cento dei voti. Per governare Hitler aveva bisogno della maggioranza assoluta, perciò promosse la coalizione con il Partito Popolare Nazionale Tedesco. Invece, per approvare il “decreto dei pieni poteri”, Hitler aveva bisogno ben più della maggioranza assoluta, cioè gli era necessaria la maggioranza dei due terzi, che ottenne solo con l’appoggio del Centro cattolico. Le dittature fasciste nel Novecento sono nate solo grazie all’appoggio delle classi possidenti e dei cattolici.

venerdì 20 maggio 2016

Sua Maestà il Caso


La prima linea è una gabbia in cui si attende nervosamente ciò che sta per avvenire. Siamo stesi sotto la tettoia incrociata delle granate, nella tensione dell’ignoto. Sopra di noi sta sospeso il caso. Quando arriva un colpo tutto quello che posso fare è ripararmi la testa; dove cadrà non posso saperlo con precisione, né posso intervenire.

E’ proprio la causalità che ci rende indifferenti. Alcuni mesi fa ero in un rifugio e giocavo a carte: dopo un po’ di tempo mi alzai e andati a trovare alcuni amici in un altro rifugio. Quando tornai, del primo non rimaneva più nulla: era stato annientato da un grosso calibro. Tornai allora al secondo e giunsi in tempo per aiutare a dissotterrarlo perché, nel frattempo, era franato.
Per puro caso posso essere colpito e per puro caso rimanere in vita. In un rifugio a prova di bomba posso essere schiacciato e allo scoperto posso resistere incolume a dieci ore di fuoco tambureggiante. I soldati rimangono in vita soltanto per casualità; perciò ciascuno crede e ha fiducia nel caso.


(Erich Paul Remark, Niente …, Neri Pozza 2016, p. 76).

giovedì 19 maggio 2016

L’equivoco di fondo


Molte, diverse e contrapposte le interpretazioni che vengono offerte sui media in riferimento ai nuovi dati forniti dall’Inps sull’occupazione. L’equivoco di fondo però resta sempre lo stesso: le nuove norme sulla regolamentazione dei contratti di lavoro (Jobs act) non possono di per sé cambiare di segno l’andamento dell’economia. Se la domanda ristagna per quale motivo dovrebbe ripartire la produzione? Se una trattoria ha sempre lo stesso numero di clienti – tanto per tenerci su un esempio di buonamano – per quale motivo dovrebbe assumere altro personale di servizio?

Chiaro che le agevolazioni per i padroni (totale decontribuzione per i contratti a tempo pseudo-indeterminato) hanno favorito soprattutto la trasformazione di molti contratti, ma per quanto riguarda la nuova e reale occupazione di forza-lavoro non c’è stato e non poteva esserci alcun significativo e duraturo cambiamento. Per incidere sull’occupazione bisogna che l'economia cresca, dunque è necessario mettere quattrini per allargare la domanda (quella che un tizio spiritoso chiamava propensione al consumo).

Questo fatto del resto è noto, anche se fa comodo ai pescetti in barile fingere d’ignorarlo.  Ed ecco dunque che si annuncia da un lato delle misure di detassazione per il ceto medio, in modo da aumentarne la capacità di spesa, e dall’altro di chiudere Equitalia, in modo da favorire “risparmi” sulle imposte dovute. Si tratta in ogni modo di misure che se anche andassero a buon fine avrebbero il fiato corto, anche e soprattutto per quanto riguarda l’occupazione. Di là degli aggiustamenti congiunturali di breve periodo (al massimo della durata di qualche semestre), l’occupazione tenderà invece a cadere per i noti e ribaditi motivi.


Inoltre, non va mai dimenticato che i debiti nuovi vanno a sommarsi con quelli pregressi. Come diceva l'Immenso: è la somma che fa il totale. Pagheremo tutto, pagheremo caro, soprattutto le illusioni distribuite a gratis.

mercoledì 18 maggio 2016

Senza bisogno di catene o particolari costrizioni


Ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni ha cambiato il nostro modo di pensare e di relazionarci con il mondo. A questi cambiamenti non abbiamo opposto, sul piano generale, alcuna resistenza, anzi, li abbiamo accolti come un segno, in realtà un mito, di progresso e di maggiore libertà, e comunque come un fatale destino. Del resto, come opporsi alle nuove tecnologie e a un certo loro impiego? Tecnologie, specie quelle digitali, con le quali entriamo in un certo ordine del discorso, in una sintassi di pensiero predetermina e che non controlliamo. Al contempo, utilizzatori e riproduttori di un sistema che ci domina e nella sua albagia ci ricatta.

Accettiamo tutte le nuove forme di schiavitù, che vanno a sommarsi a quelle più “classiche”, senza bisogno di catene o particolari costrizioni. La nostra è una schiavitù volontaria e spesso bene accetta, proprio perché abbiamo perso, o non abbiamo avuto abbastanza, il senso vero di che cos’è, o dovrebbe essere, la libertà. Se solo prendiamo ad esempio la comunicazione, abbiamo la prova di come sia stata ridotta la nostra libertà, laddove la comunicazione passa necessariamente su delle piattaforme controllate da alcune delle più grandi imprese multinazionali, che solo alcuni lustri or sono non esistevano, le quali realizzano i più alti fatturati e all’interno di essi i più cospicui profitti.

lunedì 16 maggio 2016

Il vero rimedio a tutto


Se una colonia di topi ha la possibilità di accedere a una maggiore quantità di cibo, il numero dei suoi individui, fatte salve le altre circostanze, aumenterà più velocemente e in una progressione data. Con apparente paradosso, se nella società umana aumenta la disponibilità di cibo e diminuisce quella lavorativa, fatte salve le altre circostanze, si assisterà ad un fenomeno opposto, ossia a un calo demografico. Evidentemente le colonie di topi e la società umana seguono leggi demografiche diverse. I topi seguono leggi di natura, mentre la società umana segue leggi storico-sociali.

Vi sono due modi per affrontare la questione demografica: da un punto di vista scientifico o da quello empirico. Quest’ultimo si basa sempre su opinioni ideologicamente definite. Ecco il motivo del successo delle idee maltusiane in materia. Eppure, per rimanere sulla traccia dell’empirismo in modo da non affaticare troppo il lettore, basterebbe chiedersi per quale motivo un secolo fa o anche solo cinquant’anni or sono si facessero più figli. La risposta dovrebbe sorgere spontanea se non fossimo stati disabituati dal nostro "ambiente sociale" a ragionare con la nostra testa.

Il governo nel distribuire quante elemosine sostiene di favorire la natalità, tuttavia non saranno pochi i nati che, raggiunta la maggiore età, decideranno ­– obtorto collo – di cercare lavoro e fortuna altrove. E poi, per quale motivo aumentare le nascite a fronte di un’altissima disoccupazione giovanile?

Ebbene, per sintetizzare, è la domanda di uomini a regolare necessariamente la produzione degli uomini, come di qualsiasi altra merce. In altri termini, il cambiamento della composizione tecnica del capitale, in virtù del quale la parte costitutiva variabile diventa sempre più piccola a paragone di quella costante, ha un effetto demografico molto più decisivo di qualsiasi pensata governativa.

L’ho già scritto, il vero rimedio è l’eutanasia obbligatoria per gli over 70, ciò consentirebbe consistenti risparmi sulle pensioni, la sanità, l’assistenza, dando al contempo un forte impulso alle innumerevoli attività connesse al “caro estinto”.  



venerdì 13 maggio 2016

La contesa è aperta


Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare

Anche se non tutti i politici sono dei ladri sono in molti a rubare. Così la pensano i magistrati. Al resto pensano i media, l’informazione ridotta a cronaca giudiziaria, gossip, scandali e intercettazioni, veline dalle procure. Con le loro inchieste i magistrati non hanno mai colpito il sistema, tant’è che è rimasto in piedi nei suoi due più importanti pilastri: la corruzione e la criminalità organizzata. Che non sono realtà che appaiono o scompaiono, non solo sono consustanziali al capitalismo, ma ne sono per molti aspetti l’anima. E questo non si può ammettere.

L’intera responsabilità viene scaricata sull’individuo non sul sistema nel suo complesso, e del resto compito del magistrato nell’applicare le leggi non è quello di portare alla sbarra l’ordine costituito. Inoltre, pareva che le forme d’illecito fossero una peculiarità della pubblica amministrazione, statale e locale, con i partiti come comitati d’affari. Era così ferma tale convinzione, che dopo aver smantellato il sistema dei partiti della prima repubblica, e l’aver privatizzato tutto o quasi, l’aver decantato il project finance, il federalismo, la deregulation, la spending review, nel 2008 fu soppresso L’Alto commissariato per la prevenzione e il contrasto della corruzione. 

giovedì 12 maggio 2016

[...]


La gente non aveva la più lontana idea di ciò che stava per accadere. In fondo i soli veramente ragionevoli furono i poveri, i semplici, che giudicarono subito la guerra come una disgrazia, mentre i benestanti non si tenevano dalla gioia, nonostante proprio loro avrebbero potuto rendersi conto molto prima delle conseguenze.


Katczinsky sostiene che ciò proviene dall’educazione, che rende idioti; e quando Kat dice una cosa, ci ha pensato a lungo.

mercoledì 11 maggio 2016

Lascia o raddoppia


L’ultimo editoriale di Eugenio Scalfari è di raro interesse: dopo essersi opposto alle modificazioni costituzionali di Matteo Renzi, ora dà sostanzialmente il suo via libera, pur tra qualche proposta di modifica che non ha ovviamente alcuna probabilità di essere presa in considerazione.

Renzi “è bravo, ha un carisma che eguaglia e forse supera quello che ebbe Craxi ai suoi tempi”. Scalfari scrive che non si oppone “affatto al monocameralismo, esiste in quasi tutti i Paesi d'Europa”. E rincara: “Non mi oppongo neppure a chi comanda da solo, con un ristretto cerchio magico di devoti: anche questa, in una società complessa come quella in cui viviamo, è diventata di fatto una necessità”.

Con un’eccezione, chiarisce Scalfari, fondamentale: “ci dovrebbe essere una oligarchia invece del cerchio magico dei devoti”. Cita l’esempio dell’oligarchia che ha governato durante la prima repubblica, un’oligarchia formata allora da “un personale politico molto qualificato e una struttura operativa che furono gli elementi essenziali della libertà democratica”.

Scalfari rammenta un quadro politico e sociale che non esiste più: oggi invece Renzi e il renzismo sono un prodotto culturale e politico di una società che da allora ha subito mutazioni radicali. Svuotata la funzione dei vecchi partiti sclerotizzati, c’è bisogno di leader che sappiano evocare le pulsioni e cogliere i bisogni di buona parte di quella società che viene definita “liquida”, con il sostegno del capitale industriale e finanziario, dunque dei media, nonché di quelle consorterie affaristiche in odor di massoneria nostrana e internazionale che chiamano lobby.

La feticizzazione dello sviluppo tecnologico


Al riformismo non è mai interessato l’abolizione del lavoro salariato, ha puntato sempre sullo sviluppo delle forze produttive per giungere a condizioni di vita migliori per le classi lavoratrici. Ciò sembrò realizzarsi nelle fasi alte del ciclo economico, tanto che la questione del socialismo, dopo una certa data, complici le esperienze pseudo socialiste del Novecento, non si è più posta nel dibattito politico della sinistra, se non in termini estremamente generici e in ambiti assai marginali.

Come dire: sviluppiamo le forze produttive capitalistiche e raggiungeremo il socialismo!

Questo modo d’intendere lo sviluppo storico affonda le proprie radici nella Seconda e Terza Internazionale, e si regge sulla falsa convinzione che lo sviluppo delle forze produttive sia di per sé misura del “progresso sociale”. Ma, nel modo di produzione capitalistico, “progresso tecnico” e “progresso sociale” non sono affatto equivalenti come si vuol far credere.

Sicuramente senza “progresso tecnologico” il “progresso sociale” resta fermo all’utopia, ma è altrettanto vero che dal momento che il cosiddetto “progresso tecnologico” è anzitutto progresso delle tecniche capitalistiche, ogni feticizzazione della tecnologia è fuori luogo!


Infatti, dal lato della classe operaia, il "progresso tecnico" si manifesta come aumento della produttività e dell'intensificazione del lavoro, nonché come aumento della disoccupazione; dal lato del capitale, invece, come accrescimento del tempo di pluslavoro. Come si vede, uno stesso fenomeno provoca non solo differenti interpretazioni, per quanto la borghesia intenda spacciarlo univocamente come “progresso sociale”, ma soprattutto diverse determinazioni concrete.

martedì 10 maggio 2016

Le disuguaglianze sociali: materializzazione del dominio reale di classe


Ieri pomeriggio, nella trasmissione Geo della Rai, fascia oraria per i più giovani, era ospite in studio uno dei soliti esperti sui “mali” che affliggono l’umanità, il quale poneva in rilevo che: 1) almeno un milione di bambini italiani vive in povertà assoluta; 2) il 15 % dei ragazzi fino ai 15 anni non è in grado di risolvere la più elementare operazione aritmetica e il 25 % non è capace di comprendere il più semplice dei testi scritti. Tali percentuali diventano rispettivamente del 25 e del 40 per cento nelle famiglie povere e del 7 e 10 per cento in quelle benestanti.

La conduttrice della trasmissione, che non fa mai, tra l’altro, mistero della sua confessione religiosa, si è lasciata andare, in riferimento ai dati riferiti, a tutta quella serie di frasi retoriche che hanno lo scopo di non dire assolutamente nulla sulle cause di simili condizioni sociali. Avrebbe potuto far riferimento alle disuguaglianze sociali, ma nemmeno questo s’è sentito dire.

Ad ogni modo, anche le anime belle che a ogni piè sospinto chiamano in causa le “disuguaglianze sociali”, non fanno altro che menar il can per l’aia. Le disuguaglianze sociali non sono la causa della povertà e dei suoi corollari, esse sono la conseguenza di determinati rapporti sociali, dunque dei rapporti di classe, ossia dei rapporti economici tra le diverse classi sociali. Quante volte sentiamo in televisione o leggiamo nella stampa di classi sociali, di rapporti di sfruttamento?

lunedì 9 maggio 2016

Non ti abbiamo dimenticata



Il 7 ottobre 1934 nasceva Ulrike Meinhof, una donna straordinaria, un’intellettuale coraggiosa, tra i più acuti commentatori politici tedeschi degli anni Sessanta, la quale diventerà la figura simbolo della Rote Armee Frakion. Caduta prigioniera, dopo quattro anni d’isolamento totale, il 9 maggio 1976, dopo aver subito torture quotidiane, fu assassinata orribilmente su mandato della socialdemocrazia tedesca nel lager di Stammheim.

Gran parte di ciò che è stato scritto sulla figura di questa militante rivoluzionaria, è falso. Ulrike non era una “teorica disperata” come l’ha definita Heinrich Böll, né un’eroina del revolver alla Bonnie, ma una persona che conosceva paure e scrupoli. Era una donna di quasi quarant’anni, madre di due figlie, separata. Il suo impegno politico fu determinato, dapprima, da ragioni morali. Da studentessa, uscendo dal torpore borghese e dalla torre d’avorio degli interessi scientifico-letterari, aderiva all’appello di 18 professori contro l’armamento atomico della Repubblica federale.

venerdì 6 maggio 2016

La Cupola


Prendiamo per valido il principio che la sovrastruttura democratica sia effettivamente attuata, ossia che non sussistano motivi economici e sociali che inficiano fin dalle fondamenta tale principio, e che dunque siamo in presenza di uno Stato di diritto, dove una Costituzione non può essere violata e che lo stesso Stato deve rispettare nel proprio agire, dove la sovranità appartiene effettivamente al popolo e il Parlamento è suo rappresentante, con il potere di emanare le leggi, e dove il governo è espressione della maggioranza politica, a cui spetta il compito di governare, e insomma dove la separazione dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – non è solo un modo di dire.

Prendiamo, dicevo, per buona questa favola e ubriachiamoci di buoni propositi e rechiamoci alle urne. Sennonché c’è l’Europa, la UE, con le sue istituzioni che sono tutt’altro che democratiche. Il Parlamento europeo, per esempio, è l’unica istituzione eletta direttamente dal popolo, ma di poteri reali non ne ha manco l’ombra. Infatti, non esercita alcun potere legislativo, il quale resta nelle mani dell’esecutivo, in concreto in quelle della Commissione europea e del Consiglio europeo (composto dai capi di Stato o di governo): la prima propone il testo di legge, il secondo lo approva o respinge; il Parlamento ha il solo potere di emettere un parere non vincolante (*).

giovedì 5 maggio 2016

Di che cosa si duole Prodi e quelli come lui?


Sembra che il primo vero problema comune dell’Unione Europea sia quello dell’immigrazione. Al fondo però vi è un altro problema che sta minando la tenuta della UE, più ancora dell’arrivo in massa degli immigrati, e riguarda l’economia, il perdurare della crisi o stagnazione che dir si voglia, peraltro accompagnata da demenziali politiche di rigore (politiche anticicliche avrebbero comunque il fiato corto). La situazione bancaria e del credito in generale ne è solo un aspetto, rilevante, ma non la causa. Né, al contrario di quanto afferma Romano Prodi, la causa della crisi può essere ricondotta al sottoconsumo (*).

Innanzitutto ha prevalso un postulato economico che non ha alcun fondamento teorico scientifico, tanto è vero che è smentito anche dal punto di vista empirico. Che poi, per contro, sia un problema di banca centrale nazionale che emette moneta è un fatto che solo dei superficiali possono credere. È ciò trova clamorosa ma anche banale conferma con quanto succede da un quarto di secolo in Giappone, il quale ha una banca centrale che emette moneta e partecipa all’asta dei titoli pubblici, acquistandoli direttamente (90% dei titoli in mano ai giapponesi).

E sia chiaro che la soluzione della crisi, compresa quella bancaria (che può far saltare il tappo), non passa attraverso Francoforte (che non potrà fare “acquisti” all'infinito). La crisi è intrinseca alle leggi del capitalismo, peraltro un sistema economico che non ha nulla di sociale e non è riformabile, così come, del resto, il capitalismo etico propugnato da Bergoglio è solo un’illusione, tanto quanto quello che chiacchiera di decrescita. Stiamo andando a passi veloci verso la resa dei conti.

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mercoledì 4 maggio 2016

Sinistra & bla bla bla


Nel question-time di oggi alla Camera si poteva ascoltare il deputato Scotto, di Sel, rivolgere al presidente del Consiglio la richiesta di rendere illegali i voucher (nel 2015 ne sono stati venduti 115 milioni, dei quali, tra l’altro, 30 milioni sono scomparsi, sottratti al fisco). Renzi ha risposto che non ci pensa proprio di abolirli, e ciò non sorprende nemmeno un poco. Il deputato Scotto, nella sua replica, ha affermato che “La vera questione morale di questo paese si chiama lavoro povero, caporalato del XXI secolo”.

Il lavoro salariato, in qualunque forma esso si esprima, non rappresenta una questione morale (peraltro non avvertita come tale da parte di chi lo sfrutta), non più di quanto fosse avvertita come tale la schiavitù antica, o la schiavitù denunciata da Harriet Beecher Stowe.


La sinistra (quel che passa per essere tale) non è capace di produrre un pensiero di verità in grado di scardinare il racconto menzognero proposto e riproposto dalle élite attraverso i media e che diventa parte del lessico comune. Una cultura che non vuole criticare il sistema capitalistico se non per smussarne le contraddizioni più stridenti, una sinistra che nel nome si richiama alla libertà, ma di fatto si lascia suggestionare da questa parola astratta. Libertà di chi? Non è la libertà di un singolo individuo di fronte a un altro individuo. È la libertà che ha il capitale di schiacciare il lavoratore. E al capitale questa sinistra sta solo reggendo il moccolo.

domenica 1 maggio 2016

Le persone per bene come Eugenio Scalfari


L’articolo odierno di Eugenio Scalfari se la prende con tutto e con tutti, tranne che con se stesso. Di quest’uomo vanesio non ricordo di aver mai letto un accenno di reale autocritica, come se non c’entrasse nulla con quanto è successo in questo paese. Denuncia spesso un’élite politica incompetente, certamente, ma egli fa parte a pieno titolo e in posizione di grande rilievo di un ceto intellettuale compiacente e complice, venduto totalmente alla filosofia del sistema capitalistico, di rigattieri della pace sociale, sirene della retorica democratica che si collocano sempre sopra le responsabilità.  Scrive:

La corruzione diffusa purtroppo in tutte le classi sociali, dai più abbienti al ceto medio fino a quelli sulla soglia della povertà, ha come condizione preliminare il declino della democrazia partecipata. Di fatto è la scomparsa dello Stato come soggetto riconosciuto dai cittadini e quindi la scomparsa, nella coscienza delle persone, del concetto d’interesse generale. L'effetto è il sovrastare degli interessi particolari, delle lobby economiche, delle clientele regionali, dei singoli e del loro circondario locale.

È operazione ipocrita ed odiosa quella di mettere tutti nello stesso calderone, le lobby politiche ed economiche e chi nella disperazione cerca di avere un posto di lavoro. In questa situazione di degrado e corruzione diffusa le responsabilità non possono essere spalmate in modo uguale su tutte le classi sociali, dai più abbienti al ceto medio fino a quelli sulla soglia della povertà. Perché non dire che mentre la spesa amministrativa e sociale non si discosta dalla media europea (*) le privatizzazioni sono state vergognose svendite per foraggiare i profitti degli amici imprenditori, faccendieri, banchieri nostrani ed esteri, professionisti (in cordata)?

La corruzione ha, tra le altre, come condizione preliminare che un funzionario del capitale guadagni 100 o 2.500 volte il salario di un operaio; inoltre, la sfiducia nello Stato trova ottimi motivi laddove l’operaio e il datore di lavoro, sulla base della legge, sottoscrivono un patto che poi la Monti-Fornero rende carta straccia. Il “mercato nero e il lavoro nero”, in seguito citati da Scalfari, sono diventati istituti legali (voucher, ecc.), dando modo al padrone di fare del lavoratore ciò che vuole.

La scomparsa, nella coscienza delle persone del concetto d’interesse generale nasce dall’esempio offerto da chi predica sacrifici per gli altri senza mai rinunciare a un proprio privilegio, da chi legalmente, per esempio, può permettersi di (non) pagare le tasse dove vuole. Da chi non dedica nemmeno un rigo nel suo articolo odierno al Primo Maggio …