domenica 31 gennaio 2016

Finirà per inquadrarsi naturalmente


Le istituzioni sociali sono condizionate dal modo in cui gli uomini di una data epoca storica e di un dato paese producono la propria vita e la loro società, dunque dallo stadio di sviluppo del lavoro e da quello della famiglia (quella monogamica è un prodotto della storia). Se facciamo caso alla storia e a quella che chiamiamo preistoria, possiamo notare che l'ordinamento sociale appare tanto più dominato da vincoli di parentela quanto meno è sviluppato il lavoro, la produzione e la ricchezza sociale. E viceversa.

Sul ruolo dei legami di sangue è istruttiva l’Orestiade di Eschilo come descrizione drammatica della lotta tra il diritto matriarcale al suo tramonto nell’età arcaica (laddove la discendenza si poteva calcolare solo in linea femminile, posto che la donna poteva avere rapporti con più uomini senza offendere il costume) e il diritto patriarcale nascente e vittorioso nell'età storica laddove veniva a svilupparsi la proprietà e il diritto ereditario, pertanto come frutto di una trasformazione economico-sociale profonda.

sabato 30 gennaio 2016

Tranne il suo


Il crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime significa che il cosiddetto super-ciclo dei prezzi, che aveva avuto inizio nel 2003 con la rapida industrializzazione della Cina, è giunto al termine e non si vede un’analoga opportunità di crescita per l'economia globale. Il deflusso di capitali dai mercati emergenti è senza precedenti così come l’indebitamento di quei paesi. L’Europa non se la passa bene sia dal punto di vista economico (tranne la Germania) e da quello politico, laddove le divisioni sono già diventate lacerazioni insanabili. Dal canto loro gli Stati Uniti registrano l’ennesima contrazione e il Giappone non riesce ad uscire (e non uscirà) dalla sua pluridecennale stagnazione.

Per ultimo, la decisione della banca centrale giapponese di tagliare il suo tasso d’interesse di base a meno 0,1 per cento avrà l’effetto di promuovere ulteriormente la speculazione finanziaria anziché gli investimenti in economia reale. Perché stupirsi? È il risultato dell’approccio monetario all’economia e alla crisi. Non c’è una sola teoria economica, l’approccio di un solo economista, che ponga le questioni sugli effettivi fondamenti del sistema capitalistico, ossia dal lato dell'analisi della produzione e dei relativi rapporti. E dunque, malgrado l’evocazione di tutti i tecnicismi finanziari, monetari e fiscali, si tratta di un approccio che non ha alcuna possibilità di venire a capo delle contraddizioni reali.

venerdì 29 gennaio 2016

Una tirannide tanto odiosa


A riguardo della polemica sui “nudi” classici occultai alla sensibilità sessuofobica del prelato con turbante, è interessante leggere:

«Alla corte di Francia, Caterina de’ Medici introdusse una moda che ricordava quella di Creta: due aperture rotonde mettevano in mostra i seni, velati solo da una leggera stoffa trasparente o lasciati anche scoperti»  (AA:VV: Enciclopedia illustrata della moda, a cura di G. Melossi, Mondadori, p. 127).

Non solo a Creta e a Parigi, a Venezia le due rotondità erano ben più in vista, tanto che ancor oggi, nei pressi di San Marco, si può attraversare il ponte delle Tette, laddove un tempo era la zona delle Carampane, ossia del meretricio più popolare. Alle plebee era lecito prostituirsi allo scopo, diceva la legge, di “distogliere con siffatto incentivo gli uomini dal peccare contro natura”.

I rapporti sessuali “contro natura” non sono stati intesi come una piaga sociale in ogni epoca, poiché la pederastia in Grecia era lecita e fu regolata da una serie di norme sociali che stabilivano i tempi e i modi, mentre l’omofilia nella Roma dei primi secoli aveva corso ufficioso, purché a subirla fossero i prostituti e gli schiavi. In seguito, con un’etica diversa da quella greca, la pederastia si ellenizzò anche presso i latini (*).

giovedì 28 gennaio 2016

Perché Marx era un borghese


È assai interessante un articolo di Giuseppe Galasso apparso ieri sul Corriere della sera in cui il professore critica le posizioni di coloro che in materia di struttura sociale delle classi nella nostra epoca preferisce riferirsi alla cosiddetta “società liquida”, la quale «comporterebbe una “liquefazione” dei legami sociali del più vario genere per effetto dei processi della globalizzazione e del passaggio di massa da produttori a consumatori». Tuttavia, osserva opportunamente Galasso, la società liquida è una categoria troppo ingannevole, poiché «sotto la veste della grande mobilità si possono nascondere processi gerarchizzati e selettivi spietati: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri».

Prosegue Galasso:

«In realtà, malgrado gli indubbi meriti di Zygmunt Bauman, padre di questa teoria, nel mettere in evidenza alcune componenti del vivere sociale nella società cosiddetta postmoderna, in questa società le strutture e le relazioni sociali, coi relativi rapporti di classe, non sono affatto svaniti, né sono diventati effimeri. Mantengono, invece, la loro presenza e forza, e solo si può dire che, com’è facile intendere, per alcuni versi sono diventati più dinamici, articolati ed equilibrati, per altri versi si sono irrigiditi e squilibrati.
Così, è certo che le vecchie classificazioni sociali (agrari e contadini; proletariato e borghesia; piccola e grande borghesia, e simili) non sono più fungibili. Ne risente non poco l’azione politica, che ha perduto con ciò strumenti tradizionali, ma utili, per non dire indispensabili, di misura e di proiezione programmatica della propria azione».

Galasso in tal modo conferma la vigenza e la continuità dei rapporti di classe, tante grazie, e però ritiene che le vecchie classificazioni sociali siano superate.

mercoledì 27 gennaio 2016

Il "socialismo democratico" di Bernie Sanders


La campagna elettorale presidenziale negli Usa rivela ciò che già si sapeva da tempo, ossia la crisi del sistema politico americano. A ravvivare la patetica scena dei candidati è arrivato il settantacinquenne senatore del Vermont Bernie Sanders, il quale si è autodefinito come un democratico socialista, raccogliendo un certo consenso che sta crescendo. In un sistema dove il capitalismo è stato sempre bandiera, e l’antisocialismo una religione, dove certe idee sono state perseguitate ed escluse dal dibattito politico e bandite dai media, la cosa incuriosisce.

Sanders nella sua sfida all’ex segretario di Stato Hillary Clinton ha fatto proprio il tema della disuguaglianza sociale e le macchinazioni di Wall Street. Tale atteggiamento ha suscitato una risposta popolare superiore a quanto ci si attendeva, segno che la crisi che ha devastato la classe media americana sta producendo effetti anche a livello ideologico e politico.

martedì 26 gennaio 2016

Viene più danno dalla stupidità


La tubercolosi provoca più morti a livello mondiale rispetto a HIV e AIDS. Dei 9 milioni di casi globali registrati nel 2013, circa 1,5 milioni hanno portato al decesso dell’infetto. La tubercolosi, provocata da vari ceppi di mico-batteri, in certi casi può dimostrarsi resistente al trattamento con i farmaci. Pare che ne sia infettato un terzo della popolazione mondiale, con incidenza dell’80 per cento in alcune popolazioni asiatiche e soprattutto africane, ma con una forte presenza anche in alcuni paesi del Sudamerica (Bolivia e Brasile) e, più recentemente, in Russia e Ucraina. Tuttavia, quasi sempre, l’infezione è asintomatica e non sono molto alte le possibilità che un'infezione latente si sviluppi in TBC.

Le cause della sua recrudescenza nei paesi occidentali è una combinazione di fattori, tra i quali certamente l’immigrazione, ma anche la malnutrizione, la povertà e l'accesso insufficiente a sanità e assistenza sociale. Fenomeni che ormai colpiscono fasce sociali dei cosiddetti “nuovi poveri”. Nel Regno Unito e in Irlanda pare che anche i tassi (Meles meles) siano responsabili della diffusione dell’infezione.

lunedì 25 gennaio 2016

A proposito di matrimonio


Questa mattina avevo voglia di svagarmi, perciò ho messo gli occhi sul Domenicale de Il Sole 24ore, una delle poche letture su carta non troppo scadenti rimaste in questo misterioso e singolare paese. L’editoriale del direttore, Roberto Napoletano, è più dolce euchessina del solito, e invece m’ha incuriosito un articolo di Umberto Eco, intellettuale di vaglia ben sotto la sua fama. L’occhiello riassume bene l’articolo: «Quanti sono gli “imbecilli nel mondo? Sono tutti coloro che rinunciano a Wikipedia per chattare in un eterno presente in cui i fatti storici sono confusi con quelli di fantasia». La prima cosa che m’è venuta in mente, a dire il vero, è stata: ne circolano anche molti altri.

Scomparsi i più poveri avremo solo poveri (in aumento)


Sul Sole 24 ore di ieri, in prima e poi a pagina 18, si leggeva un articolo di Bill e Melinda Gates, due noti filantropi della omonima fondazione. Ciò che descrivono, per quanto riguarda la situazione reale, è per l’anima borghese assai coinvolgente:

«Viviamo in tempi straordinari. Ogni giorno sembra delinearsi una nuova crisi, che si tratti di immigrazione, di volatilità economica, di sicurezza o di cambiamento climatico. Un fattore comune è la povertà: eliminarla aiuterebbe a superare le altre sfide in modo molto più semplice. Ci sono buone ragioni per essere ottimisti. Sin dalla fine del secolo sono stati fatti passi verso un mondo in cui ogni individuo ha la possibilità di condurre una vita sana e prospera. La mortalità materna, quella infantile e i decessi per malaria sono dimezzati così come la povertà estrema. Il target degli obiettivi che i 193 Paesi dell’Onu hanno sottoscritto a settembre è quello di eliminare la povertà in tutte le forme e ovunque entro il 2030. Questo è possibile e vedremo importanti svolte lungo il percorso con opportunità per chi vive nei Paesi poveri. Le vite dei più poveri miglioreranno in tempi più rapidi nei prossimi 15 anni. Il progresso non solo è possibile, ma anche inevitabile.»

Gli autori dell’articolo sostengono che la povertà è un fattore comune che accompagna la crisi economica, il problema dell’immigrazione, la sicurezza e il cambiamento climatico. Tuttavia essi esprimono ottimismo sul futuro sulla scorta degli indubbi progressi registrati nella riduzione delle povertà più estreme, donde deriva la speranza che in un prossimo futuro le più gravi forme di miseria e sottosviluppo possano essere superate.


sabato 23 gennaio 2016

Basterà avere un po’ di fiato


È un privilegio avere un lavoro precario e sfruttato, ma sono centinaia di milioni quelli che non hanno nemmeno questo tipo di privilegio, i più poveri tra i poveri. Ad ogni modo la guerra condotta dal capitale riguarda tutta quella umanità sul cui sfruttamento e sulle cui sofferenze fonda il processo di accumulazione capitalistico. I terroristi che ne sono a capo, che hanno dalla loro parte il denaro, i media di cui sono proprietari e la forza della legge, si sono riuniti in un loro covo in Svizzera (e dove sennò?). Non hanno bisogno di pezzi di carta e di timbri per circolare, non c’è frontiera o barriera che li possa fermare, anzi, viaggiano con jet privati o di Stato e sono accolti con onori e protetti in alberghi e residence extra lusso.

Ma anche per questa classe di parassiti e di orchi sta per suonare la campana a morto. Essi vedono bene che l’introduzione di nuove tecniche e tecnologie produttive crea la condizione per una sempre più vasta e stagnante disoccupazione, e ciò è in opposizione con le condizioni oggettive che fin’ora hanno garantito la stabilità sociale, il loro potere e sicurezza personale.

venerdì 22 gennaio 2016

Spieghino come


Post di curiosità, di citazioni tratte dall’antico che mostrano, direttamente o per allusione, che il debito pubblico non graverà sulle future generazioni più di quanto non gravi sul presente a causa della peculiare forma di distribuzione della ricchezza. Insomma, mutatis mutandis ad avercela in culo sono e saranno sempre le solite vite in affitto. E a proposito di mutande: evitiamo episodi di panico incontinente. Il Renzi, come una diafana principessa che giuri sulla sua verginità, ha affermato commosso che “le banche sono solide e la turbolenza è un’opportunità”. Questa è una verità pubblicitaria, analessi delle dichiarazioni fatte da un presidente della Borsa di New York nell’illiquido autunno del 1929.

*

Una ricetta prescritta dai medici del capitalismo, ossia da quelli che vorrebbero salvare capra e cavolo, suggerisce di produrre secondo i bisogni reali. Si tratta di quella ricetta che a suo tempo prescrisse lo scozzese John Ramsay McCulloch, un economista e statistico, oggi sconosciuto ai più e anche ai meno, che volgarizzò la dottrina di Ricardo. Varianti recenti di tale rabbrividente astuzia sono rintracciabili nel venerato apostolo della decrescita, Serge Latouche, e, in buona sostanza, in Nicholas Georgescu-Roegen, profeta della cosiddetta bioeconomia, sorta di teologia mistica.

giovedì 21 gennaio 2016

Ognuno pensi ciò che vuole


Facciamoci spiegare da un giornalista, Luigi Pandolfi, de Il manifesto che cosa sta accadendo al prezzo del petrolio:

Trattandosi di un bene «materiale», per di più ancora indispensabile all’economia mondiale, la caduta del suo prezzo non potrebbe spiegarsi se non con un crollo della domanda, magari in conseguenza di particolari cambiamenti nella struttura produttiva dei principali Paesi importatori, ovvero con un aumento dell’offerta nel quadro degli equilibri geo-economici a livello globale. Invero, quest’ultima evenienza si è pure verificata, con l’ultima decisione dell’Opec di aumentare (di poco) l’offerta di greggio, nonostante il prezzo già molto basso dello stesso.

E invece no, dobbiamo tirare in ballo i perfidi speculatori che agiscono nell’ombra:

Per capire quello che realmente sta accadendo, infatti, non si può che partire da un dato: ogni giorno si scambiano sul mercato circa 90 milioni di barili di petrolio (92,79 milioni la stima Opec per il 2016). Barili veri, petrolio vero. Al tempo stesso, sempre giornalmente, si scambiano oltre un miliardo di barili di greggio che costituiscono il «sottostante» di contratti «derivati». Barili virtuali, petrolio virtuale.

Cosa c’entra? C’entra che al giorno d’oggi il prezzo del petrolio è legato, prevalentemente, all’andamento del mercato dei derivati (futures), non a quello del petrolio in quanto tale.

Lasciando da parte ogni considerazione sul fatto che anche le arance riscontrano un forte scostamento tra le quantità trattate virtualmente e quelle effettive, tutto questo discorso poggia sull’avverbio “prevalentemente”, di poi non viene spiegato perché cinici speculatori punterebbero da anni ormai al ribasso del prezzo del petrolio (cosa senz'altro possibile e anzi reale), così come puntano da anni, è bene ricordarlo, al ribasso di tutte le materie prime.


mercoledì 20 gennaio 2016

La parolina tabù


Crollano le borse, come del resto annunciato e facilmente previsto da mesi. Sui motivi del crollo c’è ampia scelta di motivazioni. Ve ne fosse uno che dicesse: è il capitalismo, bellezza. Non sarebbe uno scandalo, ma servirebbe a mettere il discorso sul binario giusto. Chi può dire di queste cose oneste su un giornale o in televisione?

Tuttavia prevedo che tra non molto – mesi, anni, lustri, non importa – si tornerà a pronunciare, obtorto collo, la parola tabù.

Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), citata nel sito del World Economic forum, complessivamente i disoccupati globalmente considerati sono 200 milioni. Se non siete tra questi poveracci e godete di buon reddito, della cosa, per ora, probabilmente v’interessa un fico.

La classe dominante (esiste, o non risulta neanche questo?) riunita a Davos prevede da qui al 2020 altri milioni di disoccupati nelle 15 economie più sviluppate ed emergenti (pari al 65% della forza lavoro mondiale), ossia altri 5,1 milioni di posti di lavoro in meno.

«Senza azioni urgenti e mirate compiute oggi tali da gestire la transizione a breve termine e costruire una forza lavoro con capacità “a prova di futuro”, i governi dovranno fronteggiare la crescita della disoccupazione, della diseguaglianza e delle imprese con una base di utenza calante.»

Non avevo mai sentito chiamare gli schiavi "base d'utenza". Soprattutto i governi dovranno preoccuparsi del crescente “disordine” sociale. Ad ogni modo non avranno difficoltà a gestirlo e incanalarlo.



Buon sonno, dunque


Certi navigatori filosofi hanno per fine la verità pratica, e pertanto si prendono la briga, con un’autorità di giudizio che ha motivo valido nel loro lume e nella propria coscienza, di segnalare alle anime sprovvedute il verso esatto in cui il mondo stancamente si rigira. Posano a coscienze infelici, figure nelle quali – per dirla con Hegel – la coscienza della vita, la coscienza dell’esistere e dell’operare della vita stessa è soltanto il dolore per questo esistere e per questo operare.

Sui temi che riguardano la condizione sociale e la volontà di riscatto, hanno buon gioco nel mostrare scetticismo e distacco, paghi per il fallimento che regna nella generazione della quale loro malgrado fanno parte. Guai a eccepire poiché ti sbattono in faccia, con il sarcasmo di cui sono capaci, ogni dettaglio che confermi ciò che la loro rabbia può cogliere in un’epoca che vuole essere detestata.

Sono quelle coscienze autarchiche che il potere può tollerare perfettamente, anzi, incoraggia senz’altro di allungare il vino con l’acqua sporca. Si conosce il detto di Socrate rivolto a un giovane: “Parla un po’, così che possa vederti”. E dunque basta leggere poche frasi di questi filosofi per dirsi sicuri che i nostri occhi sanno vederli nelle loro confuse miserie quotidiane.


Sembrano aver rinunciato alle passioni, tranne una che è un disturbo del loro ego, ossia il riflettere sulla propria superiore intelligenza. E ai sogni, loro bersaglio preferito, non sospettando che quanto più la necessità viene ad essere socialmente sognata, tanto più il sogno diviene necessario. Non sospettano nemmeno di sognare essi stessi, ma di un cattivo sogno, quello di una società sempre uguale, ossia una società incatenata. E ciò esprime in definitiva il loro desiderio di dormire e basta. Buon sonno, dunque.

martedì 19 gennaio 2016

Dei e formiche


Da domani prende il via il Word Economic Forum, il meeting che vede radunati annualmente a Davos 2500 celebrità, quali ad esempio i principali dirigenti di GM, Google, Alibaba, Microsoft e lo Chief operating officer di Facebook. Tra le celebrità politiche si segnalano l’estremista di sinistra e primo ministro greco Alexis Tsipras, che siederà accanto al vicepresidente americano Joseph Biden, al segretario di Stato John Kerry, al segretario al Tesoro Jacob Lew, al Segretario al commercio Penny Pritzker e al presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Dei multimiliardari, primo tra gli altri, Bill Gates.

Tema della riunione è: The Fourth Industrial Revolution. Quale ruolo questa gente pensi realmente di riservarci nella loro quarta rivoluzione è reso esplicito in questo articolo, apparentemente asettico. L’occasione sarebbe peraltro propizia perché fossero i loro schiavi a far sapere cosa ne pensano, ma tant’è.

lunedì 18 gennaio 2016

Non possiamo guardare che con inquietudine


All’umanità, divenuta capace come non mai di volgere alle proprie esigenze le forze naturali, per la prima volta è data la possibilità non solo di comprendere la propria condizione ma di poterla cambiare secondo un progetto cosciente e razionale, ossia di diventare finalmente padrona delle condizioni della propria riproduzione, libera di emanciparsi politicamente, culturalmente e moralmente da rapporti sociali dati e dai limiti di classe. E che i tempi siano maturi è dimostrato dal fatto che sempre più l’aristocrazia venale proprietaria del mondo viene percepita per ciò che in realtà essa è: un anacronismo storico.

Per contro, negare la necessità di un radicale cambiamento in rapporto all’esistente, il pensare viepiù che il capitalismo, pur con tutte le sue contraddizioni, alla fin fine sta portando l’umanità a vivere in condizioni progressivamente migliori rispetto al passato, e che tale benessere raggiunto grazie all’aumento considerevole delle capacità produttive e allo sviluppo della scienza e della tecnologia ha portato l’allungamento della vita media, significa non rendersi conto che, pur a fronte degli innegabili risultati ottenuti, le nostre società stanno precipitando in drammatici cambiamenti, sociali e naturali, incontrollabili e irreversibili.


sabato 16 gennaio 2016

Chi è il gatto e chi il topo?


Nei decenni successivi al dopoguerra venne maturando quel patto sociale tra le classi degli sfruttati e quelle degli sfruttatori che aveva la sua codificazione nella Costituzione. Si basava sulla mediazione politica degli interessi delle varie classi, e a una certa data trovò nelle lotte operaie l’occasione per rafforzare le aspirazioni politiche ed economiche dei ceti intermedi. Acqua passata.

Poi è venuto passo-passo “il rinvigorimento, su base tecnocratica, del modo di produzione capitalistico” (*), il prevalere del “mercato” e dell’odiologia neoliberista, il mutare del quadro internazionale. L’originario patto sociale va all’aria e i soggetti mediatori sono travolti, sul piano politico si dispiega la svolta controrivoluzionaria in tutta la sua brutalità antiproletaria.

L’esito di queste trasformazioni “da cui non si torna più indietro” oggi lo possiamo apprezzare nelle infinite lacerazioni sociali, nello sfaldamento istituzionale, nella crescente repulsione cui è oggetto la classe politica e l’astensione di massa alle elezioni. Tuttavia, bene o male, il Titanic non è ancora affondato e l’orchestra è impegnata in melodie statistiche e la servitù nella consueta mistificazione degli antagonismi di classe.

venerdì 15 gennaio 2016

Pietre bianche e pietre nere


A che cosa serve accanirsi per aumentare la produttività e dunque lo sfruttamento del lavoro se ciò si traduce in condizioni di vita e di lavoro peggiori rispetto a prima? A che serve l’ampliamento della produzione se questa non può seguire quello dell’accumulazione, generando un capitale speculativo che ha raggiunto forme e livelli demenziali? A che serve l’accumulazione se essa non può essere totalmente impiegata nell’allargamento dell’attività produttiva, come dimostra la crisi e il sottoutilizzo degli impianti? Non solo la produzione e la grande proprietà immobiliare, ma gli Stati stessi sono passati in mano al grande capitale, alle Banche e agli azionisti.

Scartata ignominiosamente l'idea che si possa costruire una società basata sulla razionalità e una redistribuzione secondo gli effettivi bisogni di ognuno, che idea ci siamo fatti di questo sistema? Lo consideriamo davvero definitivo ed inevitabile? Se a tale stato di cose non vediamo alternativa, se consideriamo l’attuale mondo come il miglior mondo possibile nonostante le sue devastazioni economiche, sociali e ambientali, allora rassegniamoci anche a subire le magnifiche e progressive sorti che tale sistema ci riserva. E se le Borse crollano, la crisi persevera e anzi diventa infinita e più aspra, se il lavoro non c’è ed è quello che è quando c’è, se gli echi di guerra s’approssimano, dobbiamo sapere anzitutto chi ringraziare: noi stessi.

Oh, ma come parli facile, e allora quale sarebbe la soluzione? La soluzione viene dalle cose, e per quanto ci riguarda singolarmente e per prima cosa è necessario smetterla di dare credito a questo sistema e ai suoi galoppini, e approcciarci ad un rovesciamento di prospettiva. Che cosa bisogna intendere esattamente per rovesciamento di prospettiva?


*

[...]



giovedì 14 gennaio 2016

Filibustieri bugiardi, ma non sempre


Possiamo difendere l’attuale sistema, ma per farlo dobbiamo usare parole totalmente mistificatorie. Prendiamo ad esempio il termine “mobilità”. Significa licenziamento, ossia togliere il lavoro e dunque anzitutto i mezzi di sostentamento a un salariato e alla sua famiglia. E ciò senza voler entrare nel merito della “causa” alla quale fa capo la decisione di tale licenziamento, poiché anche se la causa è ritenuta “giusta” andrebbe però indagato per chi è giusta.

L’uguale diritto in materia di rapporto tra capitale e lavoro è mera finzione e solo dei fraudolenti o degli imbecilli totali possono negarlo.

Poi c’è l’impiego massiccio della lingua inglese per mascherare l’imbroglio, come un tempo c’era il latino per tutelare i privilegi e i soprusi. Ciò denota l'incapacità del sistema di affrontare onestamente una sola questione sociale usando un linguaggio veritiero e corrispondente alle cose. Tutto ciò che noi sentiamo dire a proposito dell’economia non ha alcun riscontro con la realtà ed è mistificato con l’impiego di linguaggi fasulli e statistiche manipolate.

Con una significativa, seppur parziale, eccezione ...

mercoledì 13 gennaio 2016

Bisognerà attendere una nuova epoca


In riferimento al libro di Adonis, Violenza e islam, di cui recentemente ho raccomandato la lettura, faccio seguire alcune considerazioni, le quali, sia ben chiaro, nulla vogliono togliere al valore del libro, anzi.

Adonis nello svolgere la sua critica all’islam, come religione totalizzante e totalitaria, incidentalmente accomuna anche gli altri due monoteismi, e al termine di un ragionamento conclude senza appello:

… ogni società che creda di detenere la verità assoluta produce ignoranza, che non si limita a occupare il posto della scienza e del sapere, ma si trasforma in una rivolta continua contro il sapere e contro la scienza. Il monoteismo è una distorsione della cultura. Andrebbe abbattuto, non riformato (pp. 102-03 )[*].

L’Autore mette nello stesso calderone i tre monoteismi, non del tutto a torto poiché essi hanno in comune nella loro storia l’aver stabilito legami strettissimi col potere, trasformando la religione in esercizio politico e in autorità dominante, da cui come solito promana violenza (“un fenomeno comune ai tre monoteismi”, p. 46).

martedì 12 gennaio 2016

L'oppio dei poveri


Sabato scorso, entrando in una tabaccheria, ho visto tre persone completamente inebetite, assenti, fissare un monitor dove venivano estratti dei numeri (una specie di lotto che non so esattamente come si chiami). A una di queste persone ho dovuto chiedere per tre volte “permesso” perché mi lasciasse passare. Solo al terzo tentativo per un attimo e con fastidio s’è destata dalla trance scansandosi appena e permettendomi di raggiungere la cassa. Negli altri giorni, verso mezzogiorno, passando davanti e guardando all’interno di un’altra tabaccheria, vedo diverse donne che con una moneta sfregano i famigerati “gratta e vinci”. Le conosco di vista e qualcuna anche personalmente, sono colf e pensionate che si fanno fregare il magro salario e le modeste pensioni dal grande biscazziere, cioè dallo Stato.

I numeri sul gioco d’azzardo in Italia sono impressionanti, una vera e propria piaga sociale, tanto per usare la solita espressione. Ne sono colpite ufficialmente circa un milione di persone – secondo il ministero della Sanità –, senza contare chi gioca via internet che è in forte espansione. In Italia si stampa un quinto dei gratta e vinci di tutto il mondo, con il record di apparati elettronici da gioco, circa 416mila, a cui si aggiungono 50mila video lottery. Lo Stato – secondo il Sole 24 ore – incassa dal gioco legale almeno 8 miliardi di euro, e le mafie ricevono da quello illegale non meno di 23 miliardi di euro. Il gioco è una tassa, neanche tanto occulta, che colpisce le fasce sociali medie e soprattutto quelle più povere.

*


lunedì 11 gennaio 2016

Uomini e profeti


Nella nostra epoca vi sono gli analisti, economisti e politologi, che ci informano sui fatti del mondo, spesso senza imbroccarla. E i cosiddetti futurologi, sempre troppo in anticipo coi loro vaticini, o mancando di prevedere ciò che esiste già (vedi internet). Non parliamo poi dei meteorologi e dei loro cugini, i climatologi, sempre in lite a causa dell’orso bianco. Insomma, s’è difficile mettersi d’accordo su che cos’è il presente, sul futuro è Babele.

Anche nel mondo antico c’erano gli esperti, i futurologi, vaticinatori professionali ispirati dalle divinità. È il caso per esempio delle sacerdotesse del santuario greco di Delfi, l’omphalòs del mondo, dove le famose pizie erano al centro di un meccanismo che in teoria avrebbe dovuto aiutare a chiarire le idee in vista delle decisioni più difficili.

domenica 10 gennaio 2016

Violenza e islam


In più di un’occasione ho scritto che non è necessario leggere molti libri purché si leggano quelli “giusti”. Pertanto consiglio, anzi raccomando, la lettura di Violenza e islam, di Adonis [pseudonimo di Alī Ahmad Sa'īd Esber (o Isbir)], uno dei più importanti poeti e intellettuali del mondo arabo. Non accontentatevi delle recensioni che potete trovare in internet. È edito da Guanda e sono 14 euro spesi bene.


Una diffusa grande voglia di fascismo


Con centinaia di milioni di contadini poveri che resteranno poveri, la burocrazia totalitaria cinese ha fatto la sua scelta per uscire dal sottosviluppo: si è lanciata a testa bassa nel turbo capitalismo, in una corsa agli investimenti forsennata. Un paese che già non era comunista e ha smesso di esserlo dando prova che quello che era stato solo un miraggio rivoluzionario si è dissolto per mancanza di un’altra realtà che non fosse quella a mezzo tra statalismo straccione e il più vieto capitalismo.

Rasi al suolo antichi quartieri, i grattacieli e altre brutture cementizie sono sorti a mazzi, dalla sera alla mattina. La torre Jinmao è di 88 piani, appena sufficienti per farci stare l’orgoglio nazionalista cinese che rindossa il mantello imperiale dei Manciù. Scintillanti centri commerciali che restano vuoti, grandi raccordi stradali sopraelevati, linee ad alta velocità su rotaia e treno a levitazione magnetica, il tutto realizzato in gran parte facendo debiti. Però a Shanghai hanno dovuto chiedere agli operai di lavorare dalla mezzanotte alle otto del mattino perché non c’è abbastanza energia elettrica. 

sabato 9 gennaio 2016

In un Paese come il nostro


In un Paese come il nostro, dove la pratica del non governo dell’economia è sempre stata considerata il miglior governo, leggere le interpretazioni riferite ai dati sull’occupazione/disoccupazione, e quelli sull’aumento dei consumi, non può solo far sorridere.  Dovrebbe invece indurci a qualche riflessione sul livello raggiunto dalla manipolazione della realtà e sul fatto che, nonostante la trasgressione di massa dalle urne, la maggioranza si rechi ancora a votare.

Chi va a votare, sebbene si dichiari sfiduciato e disilluso, crede che in qualche modo i partiti siano, in fondo e malgrado tutto, le uniche articolazioni che possono, se non rappresentarlo, quantomeno garantire una certa stabilità e sicurezza sociale. In realtà tali articolazioni, un tempo ritagliate sulle classi sociali al fine di mediarne gli interessi, sono state sostituite dagli esecutivi nazionali e sovrannazionali che rispondono agli interessi dei grandi gruppi finanziari e industriali multinazionali.

La riforma elettorale e del senato sono un chiaro segnale dell’esautoramento in atto e dello sfaldamento del marcio notabilato politico formatosi nel sistema dei partiti e del suo disciplinarsi all’esecutivo. Nessun complotto, nessuna cospirazione tecnocratica, ma il “normale” adeguamento delle strutture di potere, la “normale” sostituzione di un sistema politico corrotto e inaffidabile con elementi tratti dall’élite borghese.

venerdì 8 gennaio 2016

Povertà statistica


Scriveva nel 2014 l’Istat in riferimento alla povertà in Italia:

Nel 2013, il 12,6% delle famiglie è in condizione di povertà relativa (per un totale di 3 milioni 230 mila) e il 7,9% lo è in termini assoluti (2 milioni 28 mila). Le persone in povertà relativa sono il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone), quelle in povertà assoluta il 9,9% (6 milioni 20 mila).

Scriveva il mese scorso:

Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) è in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente).

Precisando:

Dopo due anni di aumento, l'incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile; considerando l'errore campionario, il calo rispetto al 2013 del numero di famiglie e di individui in condizioni di povertà assoluta (pari al 6,3% e al 7,3% rispettivamente), non è statisticamente significativo (ovvero non può essere considerato diverso da zero).

Eppure c’è una differenza tra il 2013 e il 2014 di 1.918.000 poveri assoluti in meno.

Nessun mistero, hanno cambiato semplicemente il “metro” per misurare la povertà:

Le stime diffuse in questo Report provengono dall'Indagine sulle spese delle famiglie che ha sostituito la precedente Indagine sui consumi. Le modifiche sostanziali introdotte hanno reso necessario ricostruire le serie storiche dei principali indicatori a partire dal 1997; i confronti temporali possono essere effettuati esclusivamente con i dati in serie storica allegati e non con quelli precedentemente pubblicati.

Per quanto riguarda la povertà relativa, si ha il seguente miracolo statistico


Nel 2013, il 12,6% delle famiglie è in condizione di povertà relativa (per un totale di 3 milioni 230 mila) e le persone in povertà relativa sono il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone).


Come quella assoluta, la povertà relativa risulta stabile e coinvolge, nel 2014, il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone.

La povertà relativa da un anno all’altro decresce di 2.233.000 unità.


Ed ecco che con un colpo di statistica magica spariscono due milioni di poveri assoluti da un anno all’altro e oltre due milioni di poveri relativi. Naturalmente ci sarà chi troverà tutto ciò assolutamente ineccepibile, e dirà che il nuovo metodo di stima statistica basato sulla spesa sia decisamente preferibile a quello precedente basato sui consumi.

giovedì 7 gennaio 2016

Reddito minimo garantito: nuova illusione di corto respiro del riformismo


Bisogna leggerlo questo post del buon Gilioli per avere rendersi conto dei guasti prodotti dall’ideologia borghese nell’ambito della sinistra (recidivo: leggi qui). Le nuove tecnologie “stanno rendendo la maggior parte della popolazione inutile alla produzione e alla creazione di profitti”, scrive Gilioli. E già qui bisognerebbe fare dei distinguo poiché solo una parte della popolazione che svolge un lavoro produce plusvalore (“profitti”), ossia solo quella forza-lavoro che si scambia con capitale e non con denaro in quanto denaro.

Tuttavia lasciamo cadere quelle che per i birilli opportunisti di sinistra sono diventate delle sottigliezze (*).

La nuova “redistribuzione” dell’attività produttiva a livello mondiale, vede tendenzialmente collocare nelle periferie soprattutto le lavorazioni a più alto valore aggiunto (plusvalore), ossia quelle attività che richiedono una forza-lavoro numerosa, poco qualificata e a salari molto bassi. Inoltre, la mutata composizione tecnica del capitale è caratterizzata dalla tendenza alla diminuzione della popolazione lavorativa attiva, ossia dall’aumento della disoccupazione.

Di modo che: se nella sua forma classica, l’esercito industriale di riserva si presentava come collocazione temporanea dell’operaio espulso dalla produzione, in attesa di esservi reinserito, ora invece gran parte di esso viene espulso stabilmente, per assumere una forma stagnante cronica; inoltre, una parte considerevole della nuova forza-lavoro pronta ad entrare nel mercato del lavoro semplicemente non trova collocazione o si deve adattare a condizioni di precariato inimmaginabili solo qualche decennio or sono.

mercoledì 6 gennaio 2016

Non è più tempo di caravelle e archibugi



Mi pare di avvertire, e si tratta di qualcosa di più mere sensazioni, un diffuso senso d’attesa e di ansia, di preoccupazione per ciò che potrà accadere nel corso di questo nuovo anno. Già in apertura, la caduta delle borse di Shangai e Shenzhen non ha fatto presagire nulla di buono. Il crollo dei prezzi delle azioni ha innanzitutto una ragione: i prezzi sono troppo alti senza essere collegati ai risultati delle aziende. Gli investitori hanno cominciato a vendere e ci vuole poco perché subentri il panico.

Se crollano le borse cinesi, precipita anche Hong Kong, quindi Tokyo e poi tutte le altre. La catena di sant’Antonio funziona così. Sullo sfondo si staglia la crisi economica mondiale, la crisi storica del modo di produzione capitalistico, la sempre più stridente e divaricante contraddizione tra processo di produzione e di valorizzazione.

La Cina, economia sedicente di mercato, lunedì ha sospeso le contrattazioni e ha acquistato azioni tramite istituzioni pubbliche finanziate dal Tesoro, mentre la Banca centrale ha immesso liquidità in forma di pronti contro termine. In questo modo ha bruciato oltre 200 miliardi di dollari di riserve negli ultimi quattro mesi.

martedì 5 gennaio 2016

Quando c'era (o mancava) Pizzaballa


I meno giovani se lo ricorderanno di certo. Dal 1960 si diffuse presso i ragazzini, in genere i maschi, l’uso di collezionare e scambiarsi delle figurine (le famose Panini), ognuna delle quali ritraeva un giocatore del calcio. Di queste figurine ve n’erano di molto comuni, altre meno e alcune molto rare. Si acquistavano nelle edicole o nelle tabaccherie in bustine chiuse, e da quel momento il rapporto di scambio di quei piccoli ritratti stampati su carta dipendeva dalla rarità e ovviamente dall'abilità di contrattazione. Tuttavia tali rapporti di scambio erano grossomodo stabiliti per consuetudine e si scostavano di poco da una certa media. Invece l’introvabile figurina del portiere Pizzaballa poteva avere un rapporto di scambio con altre figurine elevatissimo o inesitabile. Ad ogni modo il valore economico di quei pezzetti di carta colorata, qualunque fosse la loro rarità, fuori da quel circuito di scambio adolescenziale era, a quel tempo, nullo.

*

È facile cadere nella banalizzazione quando si trattano argomenti come quelli attinenti alla moneta, al denaro (che non è la stessa cosa della moneta) e, per quanto riguarda questo post, al capitale monetario investito in titoli. Basta rammentare i fanta-complotti all’ombra del cosiddetto signoraggio et similia, i quali venivano evocati una quarantina e più di anni fa nelle pubblicazioni, credo tra le prime a trattare l’argomento, della destra neofascista facente capo a Franco Freda. Transeat.

lunedì 4 gennaio 2016

Per ciò che ci riguarda direttamente


Spesso si sente paragonare la rivoluzione informatica e digitale alla rivoluzione indotta dall’introduzione della stampa a caratteri mobili. Più in generale lo sviluppo tecnico-scientifico in corso, per i cambiamenti che induce a livello economico e sociale, può essere paragonato all’introduzione della macchina a vapore, o all’utilizzo dei motori elettrici e a innovazioni di tale portata. Si tratta in ogni caso di parallelismi di senso relativo poiché ogni scoperta, nel contesto dato, fa storia a sé.

Lo sviluppo tecnico-scientifico raggiunto in pochi decenni lascia stupefatti e anche disorientati, tuttavia credo siano in molti – e non mi riferisco solo al senso comune – a non aver ancora ben compreso la portata dei cambiamenti in atto e di quelli ormai imminenti sul piano economico e sociale.

domenica 3 gennaio 2016

Peggio non potranno fare


Singolare rapporto quello della Francia con Roma. A dirigere le operazioni del celebre sacco del 1527 fu il connestabile di Borbone. A raccontare l’impresa fu Jacopo Buonaparte, gentiluomo sanminiatese, che vi si trovò presente ai fatti: Le Sac de Rome, écrit en 1527 par Jacques Bonaparte. A tradurre quest’opuscolo in italiano, nel 1830, ci pensò un francese, Napoléon-Luois Bonaparte, fratello maggiore del futuro Napoleone III, morto a Firenze nel 1831 (*).

Tra una pubblicazione e l’altra, intercorse la prima invasione dei francesi a Roma, sotto il Direttorio, ad opera di un altro e ben più noto Bonaparte. Fu un’invasione alquanto spoliatrice. Se Attila si accontentò di oro, spezie e seta per lasciare in pace Roma, la prima repubblica volle e ottenne 22 milioni, la città di Ancona e cento opere d’arte e cento manoscritti a scelta dei commissari francesi.

Durante l’impero fu lo stesso Bonaparte a rimediare in parte alle ruberie perpetrate, non certo restituendo il bottino ma mettendo ordine alle rovine della città. Fecero in tal senso più i francesi occupanti in un breve periodo che molti dei ministri seguiti più tardi.

sabato 2 gennaio 2016

Le "idee" sono come l'intendenza: seguono


Nel suo manuale per aspiranti despoti, Machiavelli cercò di indovinare una giustificazione per le bassezze del potere in uno dei dogmi della religione cristiana: è il peccato originale che fa l’uomo naturalmente dedito al male, e solo la necessità può spingerlo al bene. È questa la classica scusa di ogni assolutismo che prende di mira l’uomo astratto. Trasformando una mezza verità in una menzogna assoluta, Machiavelli indicò tre sole forme di governo efficace: quello basato sulla forza, il terrore, la corruzione.

L’esperienza storica ci mostra che quanto più è forte il dominio di una classe sociale, o di un’oligarchia, tanto più quella società è dispotica. Le classi dominanti, non ultima la borghesia, hanno solo diversamente modulato e graduato forza, terrore e corruzione. Sono queste le forme del loro governo, ma non costituiscono la base stessa del potere delle classi dominanti. La borghesia è arrivata a dissimulare e sublimare queste forme del suo governo nella moderna democrazia, laddove il potere politico sembra soggiacere alla volontà popolare espressa con il voto, allo stesso modo che la schiavitù imposta dal bisogno assume le sembianze della libera contrattazione.