giovedì 9 giugno 2016

Sulla schiavitù degli afroamericani / 1


Alla metà del XIX secolo, col prevalere del modo di produzione capitalistico, l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d’America si presenta come necessaria tendenza storica, anche se furono fatti casuali a innescare la guerra civile e a portare al Proclama di emancipazione.

Accennerò a quelli che a mio avviso si presentano come due dei più consolidati stereotipi su quell’epopea, vale a dire, in questo post, sulla condizione generale degli schiavi nel Sud, e, in un post successivo, tratterò succintamente i motivi realmente contingenti che, nel corso della guerra civile americana (1861-1865), portarono al Proclama di emancipazione.

Per quanto riguarda le condizioni di vita e di lavoro degli schiavi nelle piantagioni di cotone degli Stati del Sud, la filmografia, come nei recenti Dodici anni schiavo e in Django Unchained, tende a far passare delle situazioni limite, di eccezione patologica, come effettiva condizione generale, tipizzando un fenomeno che fu invece molto più complesso e sfaccettato. Scrive a tale riguardo lo storico Raimondo Luraghi:

«In conclusione, circa le condizioni di esistenza e di lavoro degli schiavi si può dire che il loro livello medio di vita non era generalmente inferiore a quello comune tra le classi contadine del Sud. […] limitatamente al cibo, al vestiario e all’abitazione, le condizioni medie dello schiavo del Sud erano certamente migliori di quelle del mugik russso, del contadino polacco, ungherese, calabrese o siciliano od anche, in molti casi, della Val Padana» (La guerra civile americana, 2015 (5), p. 57).



Per un raffronto sulla stessa epoca, basti pensare alle condizioni di vita e di lavoro degli operai inglesi così come descritte da Marx ne Il Capitale sulla base dei rapporti degli ispettori di fabbrica inglesi, dei relatori medici sulla Public Healt (salute pubblica), dei commissari d’inchiesta sullo sfruttamento delle donne e dei bambini, sulle condizioni delle abitazioni e della nutrizione, ecc.. Qui sotto, in nota, ne offro uno scampolo (*). Nel resto d’Europa le condizioni del proletariato industriale e dei contadini non furono certamente diverse e migliori.

Scrive Luraghi: «Oggidì non è certo più possibile accettare la tesi di grandi scrittori come Tocqueville o di autorevoli viaggiatori come Olmsted, secondo i quali la nota caratteristica del Sud era la schiavitù: in effetti tale istituzione (la “peculiare istituzione” del Sud, come gli stessi sudisti la chiamavano) è oggi scomparsa da un secolo: e pure il Sud conserva tuttora i suoi caratteri inconfondibili che ne fanno, in seno all’Unione, qualcosa che sta del tutto a sé. Non si può tuttavia negare che la schiavitù contribuisse a caratterizzare “una civiltà che il tempo ha tinto con sfumature di leggenda romantica”, per citare Arthur Schlesinger» (p. 49).

Certo, la schiavitù quale forma più cruda e primitiva di sfruttamento del lavoro non fu condizione in generale migliore rispetto a quella del lavoratore della catena fordista. Innanzitutto perché lo schiavo non aveva alcun diritto (per quanto non ne avessero nemmeno i salariati fino a una certa epoca), e non era spesso considerato nemmeno come una persona, perciò era del tutto esposto all’arbitrio del proprio padrone. Due erano le conseguenze più drammatiche e sciagurate, ossia il fatto che i padroni potevano disporre liberamente delle schiave e, altrettanto odioso, il fatto che i figli degli schiavi potevano, a una certa età, essere separati dai loro genitori. Nonostante la tratta fosse stata proibita, il commercio interno di carne umana prosperava.

Non vi era nulla che potesse salvaguardare lo schiavo delle piantagioni? In realtà – scrive sempre Luraghi – non era così. Anzitutto lo schiavo rappresentava un capitale prezioso, e a nessuno verrebbe in mente di distruggere o danneggiare la propria ricchezza. E qui – soggiungo a mia volta – si può notare una decisiva differenza tra la condizione dello schiavo e la condizione dell’operaio, laddove la libertà di quest’ultimo è presupposto della moderna forma di sfruttamento, di servitù economica mediata e dissimulata dalla vendita di se stesso.

Infatti, l’operaio esiste come tale soltanto laddove un capitale esiste per lui, anzi esso appartiene al capitale prima ancora di essere venduto al capitalista, ma al termine del processo lavorativo, l’operaio e il capitalista ritornano estranei l’uno all’altro, e dunque stanno in rapporto d’indifferenza l’uno all’altro, esterno e casuale. Non appena il capitale non esiste più per l'operaio, questi non esiste più per se stesso, non ha più nessun lavoro e perciò nessun salario, e poiché esiste non come uomo, ma come operaio, può lasciarsi morir di fame, oppure, sopravvivere di assistenza pubblica e di carità.

Scrive Luraghi: «Olmsted [un convinto e acceso abolizionista] cita il caso di una piantagione ove il lavoro di bonifica dei terreni paludosi (che era malsano) era affidato a braccianti irlandesi, perché (disse il padrone) “la vita di un negro vale troppo per arrischiarla in un lavoro del genere. Se un negro muore, la perdita è considerevole, sapete”. O il caso di un proprietario di schiavi che, navigando su un battello fluviale presso Wilminton nella Carolina Settentrionale, si mostrava preoccupatissimo durante le operazioni di sbarco della sua “proprietà” come se avesse avuto a cuore le vite degli schiavi più di quanto non l’avessero gli schiavi stessi; e si potrebbe continuare» (p. 64).

Senza voler dipingere un quadro troppo idilliaco della situazione degli schiavi americani, e cercando per contro di non caratterizzare coi consueti toni apocalittici la loro vicenda umana e storica, va rilevato che vi erano le punizioni con la frusta, tuttavia rilevando che «Tutti i viaggiatori provenienti dal Sud concordano su questo punto: solo nelle piantagioni dove gli schiavi erano ben trattati (in media meglio di quanto lo fosse un bracciante nel Nord), essi lavoravano se non con entusiasmo per lo meno con lena; altrove essi erano svogliati e pigri all’inverosimile, e la loro svogliatezza cresceva in ragione inversa del trattamento».

Il citato Olmsteld fu ospite in una piantagione dove la frusta non veniva assolutamente usata e gli schiavi mangiavano lo stesso cibo del padrone, lui in sala da pranzo e loro nella cucina con la porta di comunicazione aperta. I neri organizzavano da sé il lavoro e non c’erano capisquadra. Questa situazione non era generale ma nemmeno rara. Rileva Luraghi (p. 55) che quella dell’alimentazione era indubbiamente la pagina meno nera della schiavitù, poiché, come detto, non era interesse di alcun proprietario che gli schiavi fossero denutriti.

Mezzo secolo dopo, invece, la condizione dei braccianti veneti, come insegna la drammatica vicenda della contessa Onigo (vedi il racconto che ne fa Mazzocato), fu ben diversa e le ribellioni/repressioni nelle campagne assai frequenti e cruente (vedi Emilio Fanzina, Il Veneto ribelle; Paolo Gaspari, Le lotte agrarie), per non dire delle condizioni dei contadini e degli zolfatari siciliani (v. G. Romanato, L’Italia della vergogna nelle cronache di Adolfo Rossi), ecc..

A Rosarno, oggi, vengono trattati meglio? Nelle concerie e fonderie vicentine sono sfruttati di meno?

«Un certo sollievo alla monotonia della dieta – continua Luraghi – era tuttavia ottenuto grazie alla consuetudine che consentiva agli schiavi di coltivarsi un proprio orticello e di tenere pollame, conigli e maiali di loro proprietà [anche se a rigore non avevano alcun titolo giuridico per la cosa]. L’orto era in genere situato presso l’abitazione del negro».

E però c’erano, sia pur non frequenti, anche i linciaggi; e che cosa c’è di più orribile di vedere appeso a un albero “quegli strani frutti”, per dirla con Billie Holiday? Racconta Luraghi che nel Texsas, Olmsted «sentì narrare da una donna la vicenda di una negra la quale presso Fannin aveva massacrato la sua padrona e due bimbi di questa a colpi d’ascia: era stata impiccata seduta stante». Personalmente credo si potesse finire appesi per il collo per molto meno! La più «valida salvaguardia – prosegue Luraghi – contro gli orrori della schiavitù era data dal carattere generalmente bonario, mite e tollerante della gente del Sud, e specialmente della élite di piantatori». Eh già, le élite sono élite, direbbe ironicamente un mio amico. Per quanto siano bonarie e tolleranti le classi dominanti hanno il vizio di spiritualizzare lo sfruttamento più ignobile e di sacrificare la vita altrui per il proprio vantaggio, la borghesia in nome di una redditività che, divorando tutto, finirà per divorare sé stessa.

Per comprendere le esatte condizioni degli schiavi americani delle piantagioni verso la metà del XIX secolo, oggi è di ostacolo anzitutto il nostro concetto di libertà e di moralità. L’istituto della schiavitù diveniva sempre più inaccettabile già allora, noi lo avvertiamo come intollerabile. Per contro, lo sfruttamento dello schiavo moderno, attuato nell’acconcia forma giuridica del libero scambio, è ancora nel XXI secolo non solo tollerato, ma ne sono esaltate le performance.

Sembra, ma è solo apparenza, che gli odierni apologeti del capitalismo non s’accorgano che si stanno impoverendo sempre di più i salariati e peggiorando le loro condizioni di vita perché possano arricchire coloro che pongono la salvezza del sistema nel tema del denaro. Certe cose verranno da sé: questi cantastorie un giorno meriteranno la stessa ammirevole considerazione che noi oggi riserviamo agli schiavisti di un tempo.

Nel post che seguirà, sullo stesso argomento, cercherò di porre in luce, in breve, i reali motivi contingenti che portarono al Proclama di emancipazione (che non significò ipso facto la liberazione di tutti gli schiavi americani), motivi che avevano molto più a che fare, secondo le stesse parole di Lincoln, con la strategia per piegare la resistenza degli Stati del Sud che non con l’effettiva e precipua volontà di liberare gli schiavi e farne dei lavoratori “liberi”.

 (*) Nonostante la legislazione, ci sono ancora per lo meno duemila ragazzi in Gran Bretagna che sono venduti dai propri genitori come macchine viventi per spazzare i camini (benché esistano macchine per sostituirli). […] Abbiamo già accennato in precedenza al deterioramento fisico dei fanciulli e degli adolescenti, come pure delle operaie, che le macchine assoggettano allo sfruttamento del capitale, prima direttamente nelle fabbriche, che sulla base delle macchine spuntano rapidamente, e poi indirettamente in tutte le altre branche dell’industria. Qui ci fermeremo quindi su un punto solo: la enorme mortalità tra i figli degli operai nei loro primi anni di vita. In Inghilterra si hanno sedici distretti di stato civile pei quali, come media annua, su centomila bambini viventi al di sotto di un anno si verificano solo novemila ottantacinque decessi (in un distretto solo settemila e quarantasette), in ventiquattro distretti, più di diecimila, ma meno di undicimila; in trentanove distretti, più di undicimila, ma meno di dodicimila, in quarantotto distretti più di dodicimila e meno di tredicimila, in ventidue distretti più di ventimila, in venticinque più di ventunmila, in diciassette più di ventiduemila, in undici più di ventitremila, a Hoo, Wolverhampton, Ashton-under-Lyne e Preston più di ventiquattromila, a Nottingham, Stockport e Bradford più di venticinquemila, a Wisbeach ventiseimila, e a Manchester ventiseimila e centoventicinque. Come ha dimostrato un’inchiesta medica ufficiale nel 1861, gli alti indici di mortalità si devono, prescindendo dalle condizioni locali, prevalentemente all’occupazione extra domestica delle madri, donde deriva che i bambini sono trascurati, maltrattati, fra l’altro sono nutriti in modo inadatto, mancano di nutrizione, vengono riempiti di oppiacei, ecc.; al che si aggiunge l’innaturale estraneamento delle madri nei riguardi dei loro figli, con la conseguenza dell’affamamento e dell’avvelenamento intenzionale. Il Capitale, critica dell’economia politica, Libro I, sez. IV, cap. 13.

4 commenti:

  1. l'ottimo post mi dice quanto sia vantaggioso non avere retaggi medievali: le figure dello schiavo, del servo e dell'operaio si sono presentate quasi assieme, determinate in ciò dal aver praticamente saltato l'età della rendita agricola "pura" per presentarsi da subito come messa a valore capitalistica delle piantagioni.

    In un primo momento il fondamento schiavista accelera l' accumulazione originaria, ma poichè in tema di valorizzazione si può fare sempre di meglio, esso diviene un freno alla formazione di un sistema-paese ben più omogeneo nelle componenti di comando.

    Una omogeneità che si rende necessaria alla proiezione mondiale del Capitale americano che negli States è naturalmente recepita, favorita dalla particolare aggregazione internazionale del corpo sociale e, al contrario, dalla sua scarsa stratificazione, ancora una volta determinata dallo scarso peso di vincoli storici.





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  2. il commento è illuminante perché c'entra soprattutto un tema generale, ossia quello relativo, come tu dici, alla formazione di un sistema-paese ben più omogeneo nelle componenti di comando.

    ciò indubbiamente costituiva una tendenza verso la quale prima o poi anche in america si sarebbe approdati, volenti o nolenti, tanto è vero che la guerra civile, nata su motivi casuali, aveva per fine proprio lo scontro, sottotraccia, per l'egemonia politica ed economica (il ricatto del cotone di cui dirò nel prossimo post), che fino ad allora era stata in mano al Sud. a tale riguardo è interessante notare che gli Stati "intermedi" si divisero grossomodo equamente tra l'appoggio al Sud e al Nord.

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  3. Tornando al mondo d'oggi, ci sono forme raffinate e subdole di schiavitù attuate colle più sofisticate tecnologie e sono schiavitù molto ma molto più pericolose e distruttive non del fisico, ma della mente, a 'sto punto vale zero il retaggio storico anche perché l'Europa ha perso tutti i legami annessi e connessi, schiavi docili e manipolabili come burro e convintissimi di essere liberi.
    Caifa.

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  4. Immigrazione di massa è deportazione di massa:
    http://www.pandoratv.it/?p=8121&doing_wp_cron=1465487065.1737771034240722656250

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