domenica 13 settembre 2015

Schiavisti di ieri e di oggi


Nel 1860 negli stati del sud americano vivevano più di dodici milioni di anime, ma circa quattro milioni sopravvivevano in condizioni di schiavitù. Essi costituivano un capitale prezioso perché con il loro lavoro consentivano a molti proprietari di schiavi di vivere nell’agiatezza e in non pochi casi nell’opulenza. Quei quattro milioni di schiavi valevano tre miliardi di dollari, una cifra favolosa per l’epoca e che superava di gran lunga il valore di tutte le terre coltivabili degli Stati Uniti.

Le piantagioni producevano soprattutto cotone, che costituiva oltre i due terzi di tutto il cotone commerciato nel mondo e circa l’80 per cento di quello trasformato dalla mastodontica industria tessile britannica, e anche tabacco, riso e canapa. Appannaggio esclusivo degli schiavi erano anche tutti i lavori domestici e di fatica. Ad ogni modo solo un quarto della popolazione bianca era proprietaria di schiavi, la maggior parte della quale era proprietaria da quattro a sei schiavi.

Per essere considerati dei “coltivatori”, secondo l’ufficio federale del censimento, bisognava essere proprietari di almeno venti schiavi, e dunque solo un padrone su otto apparteneva a questa categoria. Ed erano questi “coltivatori” a detenere oltre la metà degli schiavi di tutto il Sud e una porzione ancora più grande della produzione agricola.



La vera e propria aristocrazia terriera contava diecimila famiglie, le quali possedevano ciascuna cinquanta e più schiavi. Ed era questa élite di proprietari che dava forma al governo e tono alla società. Circa tremila famiglie possedevano almeno cento schiavi. E però in cima alla piramide stavano trecento famiglie di latifondisti ciascuna delle quali poteva contare non meno di 250 schiavi, e alcune di esse arrivava a oltre quattrocento schiavi, tra queste quella di Robert Barnwell Rhett (1800-1876), della Carolina del Sud, editore del quotidiano Charleston Mercury, un tipo molto bellicoso.

Il culmine veniva toccato da non più di una cinquantina di famiglie latifondiste, con oltre cinquecento schiavi, o anche più di mille come nel caso di Thomas Pollock Devereaux (1793-1869), padre della una nota diarista, Catherine Devereaux Edmondston (*). Lo sfruttamento del lavoro schiavile consentiva a queste famiglie di vivere con ogni agio in grandi ville di stile classico con imponenti colonnati e scalinate, arredate con sfarzo, e di possedere dei palazzi in città. Di dar luogo ai loro piramidali doveri con cacce, regate e corse di cavalli, dove gli schiavi venivano utilizzati come rematori e fantini, e gl’immancabili ricevimenti e le feste danzanti.

A scorrere l’elenco dei presidenti degli Stati Uniti d’America di schiavisti ce ne sono parecchi: George Washington, Thomas Jefferson, James Madison, James Monroe, Andrew Jackson, John Tyler, James Knox Polk e Zachary Taylor; numerosissimi poi i membri del congresso e della corte suprema. E vi era un bellimbusto francese che in quel periodo, da una posizione di classe aristocratica, scriveva poderosi tomi sulla democrazia in America, opera che avrebbe influenzato, tra gli altri, molti esponenti del sedicente partito comunista italiano, poi diventati fieri “anticomunisti”.

*

L’impiego degli schiavi neri in catene nel Sud era nulla dal punto di vista dello sfruttamento economico a confronto dell’utilizzo di un’altra forma di schiavitù diffusa nel Nord, quella dove un capitalista poteva impiegare nelle sue fabbriche migliaia di salariati di ogni colore, peraltro senza le seccature che le antiche forme procurano ai padroni nella gestione degli schiavi. E dunque si può ben dire che la guerra civile americana fu vinta da una forma superiore e più produttiva di schiavitù mascherata dalla libertà formale del lavoratore.

I veri ricchi non vivono tra il sudore e l’odore degli schiavi in catene, non coltivano cotone ma titoli, scontano le migliori cambiali e con opportuni calcoli distinguono sempre l’utile proprio dall’inutile altrui. Frequentano club esclusivi dove la discrezione e la prudenza sono la norma, viaggiano clandestini nelle barche e nei jet di proprietà o a nolo. Sono e amano essere invisibili. Il “lavoro” sporco di gestione della grande prigione lo lasciano fare ai politici e ai collezionisti di statistiche.

Per quanto riguarda la schiavitù, uno dei più radicati fraintendimenti è di vederla come l’antitesi del capitalismo, quando invece essa ne rappresenta nelle mutate forme giuridiche la quintessenza del suo sviluppo storico. Nella sostanza del risultato non vi è differenza tra il lavoro coatto di uno schiavo costretto in catene e il dover lavorare per imprescindibili motivi di necessità (**).

Se gli schiavi delle piantagioni non avessero temuto la frusta dei sorveglianti e degli stessi padroni non avrebbero lavorato; allo stesso modo i salariati non lavorerebbero per i loro padroni se non fossero costretti da un altro tipo di frusta, invisibile ma non meno efficace, ossia il bisogno di procurarsi il necessario per la loro sopravvivenza. Si tratta in definitiva di due modi storicamente distinti di organizzazione del lavoro. In definitiva è il capitale a decidere quale forma di sfruttamento sia più “razionale”, vale a dire quale forma di sfruttamento gli permette e gli assicura una maggiore valorizzazione.

La guerra civile americana, di là delle sue motivazioni politiche e ideologiche, così come il conflitto permanente tra capitale e lavoro, ha avuto come suo oggetto essenziale la lotta per stabilire, in un dato momento storico, quale fosse la forma concreta e giuridica migliore con la quale attuare lo sfruttamento del lavoro.

(*) Particolarmente istruttive sono queste considerazioni della diarista a proposito della liberazione degli schiavi e del loro successivo impiego, “per bisogno”, nelle stesse piantagioni in cui avevano lavorato coattivamente.


(**) Questa eternizzazione del rapporto fra il capitale in quanto compratore e l’operaio in quanto venditore di lavoro è una forma di mediazione immanente al modo di produzione capitalistico, ma una forma che si distingue solo formalmente dalle altre e più dirette forme di asservimento e di appropriazione del lavoro da parte del detentore delle condizioni della produzione. Esso maschera come puro rapporto monetario la vera transazione e quella dipendenza che la mediazione della compra-vendita rinnova di continuo. Non è vero soltanto che le condizioni di questo traffico sono costantemente riprodotte; è anche vero che ciò con cui l’uno acquista e ciò che l’altro è costretto a vendere sono in pari grado risultati del processo. Il rinnovo continuo di questo rapporto di compra-vendita non fa che mediare la continuità dello specifico rapporto di dipendenza e conferirgli l’apparenza ingannatrice della stipulazione di un contratto fra possessori di merci dotati di eguali diritti e parimenti liberi l’uno di fronte all’altro (Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, La Nuova Italia, 1969, pp. 98-99).

9 commenti:

  1. Sono e amano essere invisibili. Il “lavoro” sporco ... lo lasciano fare ai politici
    ... e, aggiungo, agli "intellettuali", i quali salvo rare eccezioni hanno sempre tutti bisogno di un "padrone" a cui dare i propri speciali servigi.
    Altrimenti toccherebbe " lavorare duro " anche a loro, essendoci una bella differenza di condizione tra il servo di "campo" e quello di "palazzo ".

    RispondiElimina
  2. Puoi dire di più sui fan di De Tocqueville ?

    RispondiElimina
  3. Il capoverso «Se gli schiavi delle piantagioni... una maggiore valorizzazione» dovrebbe essere apposto a ogni libro di storia che si rispetti. Grazie.

    RispondiElimina
  4. un altro capitolo della storia americana che mi piacerebbe avere il tempo di analizzare nelle sue conseguenze, è quello legato alle immani ricchezze che si sono accumulate grazie al proibizionismo.
    Più di un sospetto, che la direzione intraprese una volta finita la pacchia - non l'unica, anche le banche e l'industria ne dovrebbero sapere qualcosa - sia stata quella dell'investimento in politica. Il che spiegherebbe l'aumento di tasso deliquenziale del governo usa.
    Uno dei pochi stati occidentali in cui, se per caso gli sfugge l'elezione di un governatore o di un presidente non funzionale, fanno prestissimo a farlo secco.
    tu hai suggerimenti?
    importante come sempre il tuo post. ciao. buona serata.g

    RispondiElimina
    Risposte
    1. e le immani ricchezze con la produzione degli armamenti

      Elimina
  5. Credo che le fatiche di grimaldi meritino attenzione e diffusione:

    Fulvio Grimaldi: “Armageddon. Sulla via di Damasco”
    http://www.pandoratv.it/?p=3996

    RispondiElimina
  6. Hastag merkel: Mir graubt fur dich.
    (goethe, faust, "Mi fai orrore")

    Ecco l'umanitarismo alla tedesca della merkel:

    Retromarcia Merkel: troppi profughi, chiuso il confine con l’Austria
    http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-09-13/migranti-polizia-monaco-siamo-limite-ministro-ue-fallimento-totale--152903.shtml?uuid=AC1KC5w

    E adesso? quelli spiaggiati tra medio oriente e europa?
    cazzi loro e degli stati che li ospitano, noi ci dobbiamo "organizzare".

    "è del tutto evidente che abbiamo raggiunto il limite estremo delle nostre capacità"

    estremo de' che?

    germania, la terza potenza economica a livello mondiale

    E i due milioni della turchia? E gli altri milioni di libano e giordania, e le migliaia in italia, grecia etc?
    Stati molto più poveri o non certo così ricchi.

    Bah, e i giornalisti pennivendoli adesso? Quali arrampicamenti e leccamenti per mantenere il loro agiato stile di vita?

    RispondiElimina