mercoledì 2 settembre 2015

L'ozio della stiratrice


Segue qui un commento, assai lungo ma per quanto possibile sintetico, a un articolo, poi pubblicato come saggio insieme ad altri scritti, di Robert Kurz. L’articolo ha per titolo: L'onore perdutodel lavoro. Il socialismo dei produttori come impossibilità logica. Il leit-motiv della sua posizione è già enunciato in apertura:

Nell'orizzonte dell'ontologia del lavoro non è possibile alcun socialismo, o, detto altrimenti, la forma-merce della riproduzione sociale non può venir superata che insieme al "lavoro".

Questa concezione negativa del lavoro tout court, addirittura nella sua “ontologia” – e dunque del lavoro in sé e per sé – , ha trovato seguito presso un certo “pubblico”. Kurz fa largo uso di due concetti per definire il lavoro e il suo opposto, cioè il “lavoro astratto” e il “non lavoro”. Per lavoro lavoro astratto egli intende il lavoro nella sua forma di valore di scambio e per non lavoro l’ozio produttivo.



È dunque dall’analisi di questi due concetti che dobbiamo partire. Kurz colloca in tal modo il lavoro astratto nello sviluppo storico:

[…] l'emancipazione dell'umanità doveva passare attraverso il lavoro astratto e […] la separazione del lavoro dalla totalità del processo vitale è stata necessaria per poter ricostruire la sua unità sul livello più alto della ricchezza di bisogni. Infatti, per quanto possa a prima vista sembrare paradossale, solo la separazione del lavoro da quell'unità originaria del processo vitale nella sua totalità, reputata buona e desiderabile, ha creato un limitato ozio anche per la massa dei produttori immediati: solo il lavoro astratto ha prodotto il tempo libero nel senso di un tempo effettivamente libero, cioè di un tempo coscientemente disponibile per le masse.

Kurz è ben cosciente: 1) che dalla totalità del processo vitale, a un dato stadio dello sviluppo sociale, è avvenuta la separazione dal lavoro, il quale, evidentemente, fino ad allora di tale totalità vitale ne faceva parte; 2) che vi sono epoche storiche e modi di produzione in cui i prodotti del lavoro umano non sono tutti delle merci.

Però non basta dire che le merci, al pari dei prodotti di epoche economiche precedenti a quella capitalistica, sono semplicemente risultati del lavoro tout court. Il lavoro rappresentato nelle merci ha un duplice carattere: il carattere di lavoro concreto e di lavoro astratto.

È una distinzione molto importante, anzi Marx riteneva che fosse la “novità fondamentale” della sua teoria:

[…] a tutti gli economisti senza eccezione è sfuggita la cosa semplice che, essendo la merce un che di duplice, di valore d’uso e di valore di scambio, anche il lavoro rappresentato nelle merci deve avere un carattere duplice” (lettera ad Engels dell'8 gennaio 1868).

Per Marx la forma concreta del lavoro è intesa come l’insieme delle qualità che gli conferiscono il carattere di utilità. Il lavoro concreto non produce valori di scambio, bensì oggetti destinati all’uso. Il lavoro concreto del falegname o del calzolaio, per esempio, quale “attività produttiva conforme allo scopo”, cioè diretta all’appropriazione di ciò che la natura fornisce, è una necessità “naturale”, valida per tutte le formazioni economico sociali e per tutte le epoche storiche.

Per lavoro astratto, universalmente umano, Marx intende quell’alcunché di comune – il dispendio di forza lavoro umana – contenuto nei differenti lavori che producono le varie merci, che crea valore di scambio ed opera nel processo di valorizzazione. Esso fa la sua comparsa soltanto in una formazione sociale storicamente determinata, quella capitalistica.

Per dire ciò che in Marx è chiarissimo, basta riassumerlo.

In Kurz invece la distinzione tra lavoro astratto e lavoro concreto non è richiamata esplicitamente, ed egli punta subito a dire, come del resto s’è visto, al concetto di superamento del lavoro astratto, cioè del lavoro salariato, come necessario superamento del lavoro tout court:

Questo superamento integrale del lavoro astratto è possibile, in primo luogo, solo come superamento del lavoro tout court, il quale non deve essere confuso con l'attività riproduttiva umana o con il ricambio organico con la natura.

Viene da chiedersi, a proposito del superamento del lavoro tout court, chi mai regolerà il ricambio organico con la natura, e chi mai, per dirla in una battuta, stirerà le camicie ai filosofi, e come verrà dunque a definirsi tale attività nel linguaggio dei medesimi.

Ad ogni modo, seguendo Kurz, che cosa significa “superare il lavoro tout court”? Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare anzitutto che cos’è il lavoro tout court, cioè nella sua “ontologia” e non solo nella sua determinazione storica di attività “astratta” peculiare nel capitalismo (*).

*
Scrive Robert Kurz:

Il lavoro come categoria reale include già il "non-lavoro", ossia sfere che si collocano al di là del lavoro, e ambiti sociali separati dal processo lavorativo.

Bella scoperta quella che il lavoro include, per opposizione, il non lavoro. Così come l’ozio include in opposizione il non ozio, l’essere include il non essere, e via elencando all’infinito.

Le sfere che si collocano oltre il lavoro sono le attività del tempo libero, quali la politica, la cultura, l’arte, ecc.. Questa distinzione in sfere separate dell’attività umana, tra lavoro e non lavoro, implica un certo grado di sviluppo sociale, dunque una sviluppata divisione sociale del lavoro. E tale concetto, rinvia ad altre determinazioni essenziali, queste assenti in Kurz, ossia al concetto di produzione in generale, di modo di produzione, di rapporti di produzione, di contraddizione tra rapporti di produzione e forze produttive, di formazione economico sociale, ecc..

Sintomatico di questo modo di procedere di Kurz è che egli individua a più riprese nella sfera dello “scambio” la determinazione essenziale della crisi definitiva del modo di produzione capitalistico. Di qui i temi quali “crisi”, “ecologia”, “socialismo”, “lavoro astratto”, “ozio produttivo”, eccetera, sono gettati nel piatto della sua critica in cui è difficile seguire un filo logico, men che meno un’articolazione di tipo scientifico, e sembra di avere a che fare anzitutto con un pamphlet polemico e di pura suggestione, punteggiato di puntuali critiche ai modelli sociali “socialisti” e a certe interpretazioni unilaterali del marxismo d’antan.

Ad ogni buon conto, pur nella difficoltà che tale confusione e mancata definizione comportano all’analisi, vedo di prendere in considerazione le questioni così come sono sollevate da Kurz.

Il “non lavoro”, sia esso una condizione appartenente a pochi, a molti o a tutti, è reso possibile solo se sono soddisfatti i bisogni sociali generali. Si può ridurre il lavoro al minimo indispensabile grazie allo sviluppo tecnologico e tecnico, sottrarlo allo sfruttamento capitalistico e dunque modificarne le forme, superare il lavoro soprattutto nella sua natura di scambio, ma non sarà mai possibile eliminare l’attività umana – comunque denominata – quale ricambio organico con la natura.

Sempre dall’articolo di Kurz: 

Anche in Marx la questione non appare ancora del tutto decisa, ma rimane nell'ambiguità. Da un lato Marx argomenta (anche e soprattutto nei lavori giovanili) la necessità di un superamento del "lavoro", ma dall'altro esplicita in molti luoghi della sua opera un'ontologia di questo stesso "lavoro". Potrebbe dunque trattarsi solo del superamento delle forme storico-sociali sempre diverse che il "lavoro" ha assunto e non della sua esistenza che apparirebbe presupposta come eterna.

Vediamo dunque cosa intendeva quell’ambiguo di Marx quale espressione “eterna” del lavoro.

Marx esprime nel quinto capitolo del I libro de Il Capitale, così come nel frammento sulle macchine nei Grundrisse, la tesi che può essere riassunta come segue: tanto che si considerino i collettivi umani nel luogo remoto del loro distacco dai paleantropi, ossia che si proietti lo sguardo al loro punto virtuale di svolta radicale, laddove l’uomo sociale emerge dalla lunga tenebra della società classista, ciò che vi è di essenziale e specifico nell’attività non cambia.

“Il nostro presupposto è il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente all'uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l'ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente.”

Ciò vuol dire che sin dalle origini il processo lavorativo umano si qualifica ed ha inizio con la produzione di un progetto e di uno scopo. È appunto tale scopo che “determina come legge” il modo di operare del lavoratore, tant’è vero, aggiunge Marx, che ad esso quest’ultimo “deve subordinare la sua volontà” (*).

Che ciò avvenga in forma coatta come nel modo di produzione capitalistico o nella forma evoluta in cui il lavoratore “gode come gioco della propria forza fisica e intellettuale”, ciò non modifica la sostanza del processo lavorativo umano, in cui primo e fondamentale momento semplice resta comunque l’attività, mediata da strumenti e segni, conforme ad uno scopo .

In altri termini ancora: è grazie al lavoro che l’uomo è diventato ciò che è, ossia umano. Per quanto poi questo lavoro, nelle diverse forme storiche della produzione, abbia assunto le caratteristiche di sfruttamento sull’uomo che ben conosciamo. E dunque da superare sono le forme di sfruttamento che l’hanno contraddistinto storicamente, e non già il lavoro umano in quanto tale, ossia quell’attività che ci consente di elevarci al di sopra degli altri animali, di dominare la natura, alla quale apparteniamo, nella capacità di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato.

L’attività umana – e dunque il lavoro –, mano a mano che nel divenire della materia sociale si libera dai residui di animalità, si manifesta nella sua forma essenziale: nella produzione di conoscenze, di nuovi linguaggi, per rendere la comunicazione tra li uomini e la natura, tra gli uomini e le macchine, tra le stesse macchine e all’interno della comunità sociale sempre più veloce e unilaterale.

Nel modo di produzione capitalistico, prima di esso e oltre a questo, è la produzione di pratiche e di strumenti che consentono di sfruttare tutte le potenzialità del cervello sociale e di fare di quest’ultimo la prima e più importante materia prima ad assumere una funzione decisiva nella produzione e riproduzione della vita sociale.

Il lavoro è il produttore di tutti i valori, solo esso dà ai prodotti che si trovano in natura un valore in senso economico. Il valore stesso non è altro che l'espressione del lavoro umano socialmente necessario oggettivato in una cosa. Il lavoro in sé non può dunque avere alcun valore, se non nella sua forma astratta e storicamente determinata, limitata:

“Gli uomini equiparano l'un con l'altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l'uno con l'altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno” (Il Capitale, cap. 1°).

Che il lavoro in sé non possa avere alcun valore è di grande importanza per il socialismo che vuole liberare la forza-lavoro umana dalla sua posizione di merce, di valore di scambio.

Sarebbe dunque questa concezione del lavoro in Marx “universalista, sovrastorica, generale e astratta”, come afferma Kurz in una sua intervista? A me non pare. Dove dunque Robert Kurz rintracci tale presunta “ambiguità” in Marx è mistero; dove risultino “equivoche e contraddittorie in sé” le sue affermazioni, non viene specificato, non almeno in questo articolo.

*

Per quanto riguarda “i lavori giovanili”, richiamati da Kurz, si deve tener conto che essi rappresentano la preistoria della teoria economica di Marx. Infatti l’elaborazione dei concetti fondamentali dell’economia politica ha il suo periodo culminante negli anni 1850-1863. È in questo periodo che Marx sviluppa in modo organico la sua teoria del valore e del plusvalore, nonché la sua teoria del profitto medio, prezzo di produzione, rendita fondiaria, ecc..

Ad ogni buon conto da giovane Marx ebbe a scrivere negli appunti che prenderanno poi il titolo postumo di Ideologia tedesca, quanto segue:

[…] in tutte le rivoluzioni finora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione del lavoro ad altre persone […].”

Il punto vero della questione non è dunque il lavoro tout court, ma il tipo di attività e il valore sociale di tale attività nell’ambito di determinati rapporti sociali di produzione. Scrive Marx al riguardo:

“Questo fissarsi dell'attività sociale, questo consolidamento del nostro proprio prodotto in un potere obiettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli, è stato fino ad oggi uno dei momenti principali dello sviluppo storico, e appunto da questo antagonismo fra interesse particolare e interesse collettivo l’interesse collettivo prende una configurazione autonoma come Stato, separato dai reali interessi singoli e generali, e in pari tempo come comunità illusoria […].”

E dunque, momento fondante dell’interesse particolare, in contrapposizione a quello collettivo, è la proprietà privata dei mezzi di produzione. Ovvio che a nulla servirebbe modificare i rapporti giuridici di proprietà dei mezzi di produzione se rimanesse inalterata l’organizzazione capitalistica del lavoro, se non fosse raggiunto dunque un certo grado di sviluppo tecnologico e produttivo atto a creare le condizioni oggettive affinché il lavoro in forma immediata cessi di essere la grande fonte della ricchezza e il tempo di lavoro cessi di essere la sua misura. In breve, a nulla servirebbe modificare i rapporti giuridici di proprietà dei mezzi di produzione se non quale condizione per il superamento della forma merce, per il superamento del processo del lavoro dalla sua sottomissione reale alla produzione di plusvalore. E tale superamento è già contenuto come forma inconsapevole nella stessa dinamica dello sviluppo e del processo di accumulazione del capitale.

Kurz ha perfettamente ragione nello scrivere:

E' evidente che la separazione del "lavoro" dal resto del processo vitale non può essere cancellata tornando indietro, come vorrebbe, in fin dei conti, la critica moderna delle forze produttive, ispirata alla filosofia della vita. L'unità di lavoro produttivo, prassi vitale e cultura, così come trovava espressione ad esempio nei canti di lavoro dei navigatori del Volga, può difficilmente essere raccomandata per risolvere le contraddizioni generate dalla socializzazione astratta nella sua attuale configurazione. Qualsiasi "ricostruzione" pseudoconcreta e pseudoimmediata di questa unità finisce inevitabilmente nell'idealizzazione reazionaria di una povertà di bisogni e di uno stato di sofferenza che il livello di civilizzazione oggi raggiunto rende di fatto inimmaginabile.

Il disprezzo per il lavoro da parte delle classi dominanti precapitaliste ha perciò rappresentato anche un enorme progresso, poiché solo l'esenzione di una minoranza dal lavoro totale nel processo vitale onnicomprensivo poteva creare una distanza dalla natura e preparare un grado più alto del ricambio organico (chi è implicato in questa connessione non ne è naturalmente cosciente). L'ozio dei vecchi ceti dominanti (ancora sottomessi nella loro prassi vitale a feticci naturali quali la parentela di sangue) era, tutto sommato, molto più "produttivo" di tutto l'onesto lavoro produttivo della storia universale. La scienza è nata nell'antichità, non dal lavoro, bensì dall'ozio, cioè grazie alla distanza dalla cruda unità del processo vitale.

Questa tesi di Kurz è corretta e ripete ciò che aveva già scritto Engels nell’Anti-Dühring (II sezione, cap. 4°):

Solo la schiavitù rese possibile che la divisione del lavoro tra agricoltura e industria raggiungesse un livello considerevole e ciò rese possibile il fiore del mondo antico: la civiltà ellenica. Senza la schiavitù non sarebbero esistiti né lo Stato, né l'arte, né la scienza della Grecia: senza la schiavitù non ci sarebbe stato l'Impero romano. Ma senza le basi della civiltà greca e dell'Impero romano non ci sarebbe l'Europa moderna. Non dovremmo mai dimenticare che tutto il nostro sviluppo economico, politico e intellettuale ha come presupposto uno stato di cose in cui la schiavitù era tanto necessaria quanto generalmente riconosciuta. In questo senso abbiamo il diritto di dire che senza l'antica schiavitù non ci sarebbe il moderno socialismo.

Marx aveva già chiarito nei Grundrisse:

La ricchezza reale si manifesta invece – e questo è il segno della grande industria – nell’enorme sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa fra il lavoro ridotto ad una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore.

Kurz:

L'unità del processo vitale dunque non può venir ricostruita all'indietro attraverso la dissoluzione del lavoro astratto, ma al contrario è quest'ultimo a dover essere concepito come una scala verso uno stadio più alto della prassi vitale. Di questa scala non abbiamo, oggi, più bisogno. Non si tratta dunque di annullare la capacità ormai acquisita di distanziarsi dalla natura, ma di liberarla dalle misere stampelle del lavoro astratto. Questo superamento non può avvenire sulla base del lavoro produttivo, ma solo sulla base dell'"ozio produttivo". Solo da questo punto di vista diventa comprensibile il discorso marxiano sullo sviluppo delle forze produttive come presupposto di una rivoluzione socialista che il capitalismo crea inconsapevolmente.

Il lavoro dunque a un determinato stadio dello sviluppo non si definisce più quale “lavoro produttivo” in senso capitalistico, bensì viene a configurarsi come “ozio produttivo”, dice Kurz, e con ciò sembra superato il lavoro non solo nella sua forma capitalistica, ma il lavoro in quanto tale, il lavoro nella sua ontologia. Basta chiamarlo “ozio produttivo” e il gioco è fatto. 

La prospettiva dell'ozio produttivo come riferimento positivo alla ricchezza di bisogni ormai acquisita, la rottura dell'involucro del lavoro astratto e quindi la riunificazione delle sfere del processo vitale sociale che l'ordine borghese ha separato non si danno all'interno del lavoro, ma solo al di là di esso. […] Il "regno della libertà" comincia già all'interno del ricambio organico con la natura, nella misura in cui questo non può più essere definito come lavoro.

E dunque se non vogliamo chiamarlo lavoro, per distinguerlo dal lavoro così come inteso fin qui, ovvero come attività separata, fatica e sfruttamento, come vogliamo chiamarla l’attività di ricambio con la natura? Di “ozio produttivo” si tratta, dice Kurz, e difatti soggiunge:

Questo ricambio organico può basarsi oggi su sempre meno lavoro produttivo umano, il quale, in quanto tale, e dunque in quanto lavoro astratto, sfera separata del mero dispendio di forza-lavoro, si va rivelando del tutto obsoleto.

“Sempre meno” non significa che il lavoro in quanto tale scompaia, comunque si voglia definire il “lavoro produttivo umano”; e non è assolutamente vero che esso si configuri sempre quale lavoro astratto, ossia quale valore di scambio incarnato nella forza-lavoro dell’operaio. Che cosa scrive ancora Marx nei Grundrisse a tale riguardo?

L’operaio non è più quello che inserisce l’oggetto naturale modificato come membro intermedio fra l’oggetto e se stesso; ma è quello che inserisce il processo naturale, che egli trasforma in un processo industriale, come mezzo fra se stesso e la natura inorganica, della quale s’impadronisce. Egli si colloca accanto al processo di produzione, anziché esserne l’agente principale. In questa trasformazione non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale — in una parola, è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza. Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa.

Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo.

[Subentra] il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo, a cui corrisponde poi la formazione e lo sviluppo artistico, scientifico ecc. degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro (**).

Non dunque il “lavoro come tale raggiunge i suoi limiti storici”, come invece sostiene Kurz, ma il lavoro nella sua determinazione di merce, il tempo di lavoro immediato quale misura della ricchezza, il lavoro necessario per creare pluslavoro, ecc.. Si tratta di pensare il superamento del modo di produzione capitalistico come passaggio ad un nuovo stadio dell’evoluzione umana: al controllo cosciente delle forze della natura e della materia sociale; al trasferimento alle macchine della materialità del lavoro; all’assunzione collettiva del lavoro creativo, di progettazione di finalità e di direzione del processo di lavoro automatico autoregolato.

Si tratta dunque di liberare l’umanità dal lavoro inteso nelle sue forme storiche quali le abbiamo fin ora conosciute, non dunque di liquidare il lavoro in quanto tale, ossia quale attività connessa con i ricambio organico e quale attività di libero sviluppo dell’individuo, come del resto anche Kurz contraddittoriamente ammette.

Scrive al riguardo:

Rilevante non è più il dispendio individuale di lavoro e la sua massa complessiva, ma la pianificazione e direzione del nesso funzionale materiale della riproduzione, divenuta immediatamente sociale. Non ha rilevanza alcuna che il singolo lavori due o cinque o otto ore, importante è solo che le componenti messe in moto abbiano un senso in rapporto al contenuto e alle conseguenze materiali. Nessuno è più portatore di "forza-lavoro", la quale, o la cui prestazione (oggettivata in un modo misurabile individualmente), possa entrare in uno scambio, ma ognuno diventa parte di un aggregato di riproduzione a livello della totalità sociale il cui movimento materiale deve venir diretto e controllato collettivamente. Su questa base, pianificazione significa qualcosa di completamente diverso dallo scambio pianificato di "lavoro onesto", ed è solo a questo livello di sviluppo delle forze produttive che lo si può riconoscere come un non-senso logico.

Dichiara irrilevante “che il singolo lavori due o cinque o otto ore”, perché ipso facto  non sarebbe più portatore di forza-lavoro, e importante sarebbe solo che “le componenti messe in moto” (cioè le forze produttive) “abbiano un senso in rapporto” con il risultato materiale della produzione. Su questo ci sarebbe molto da discutere ma non voglio farla ancora più lunga.

In definitiva che cosa ha aggiunto dunque di nuovo Kurz nelle sue parole rispetto a quanto aveva teorizzato Marx? Kurz chiama il lavoro sottratto alla forma di valore di scambio “ozio produttivo”; però condanna il lavoro inteso “ontologicamente”, cioè tout court, cosa che Marx non si sogna di fare. Rivolge a Marx l’accusa di avere una concezione del lavoro “universalista, sovrastorica, generale e astratta”, ma a Marx non possono essere imputate le responsabilità per le concezioni unilaterali e le interpretazioni parziali del lavoro tipiche dell’operaismo e del marxismo novecenteschi, né le incongruenze dei suoi critici.

La questione del lavoro e del superamento delle sue forme di sfruttamento e di separazione è un problema aperto che non può essere affrontato fuori del contesto materiale e delle contraddizioni di classe, e chi è realmente intenzionato a “rovesciare il cielo e la terra” non può scansarlo né liquidarlo semplicemente cambiandogli nome.

(*) Forse vale la pena ricordare che nel modo di produzione capitalistico lo scopo essenziale della produzione, dunque dell’attività lavorativa, non è la produzione di “beni” bensì la produzione del plusvalore per il plusvalore.

(**) Marx così prosegue:

Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario.


7 commenti:

  1. Grazie. Capisco sempre meglio cosa significhi camminare sulle spalle dei giganti.
    Riguardo a Kurz: credo che sulle generali non siate molto distanti. Va detto, inoltre, che il saggio che hai analizzato è stato pubblicato nel 1994, a pochi anni dalla caduta del muro di Berlino.
    Comunque: gran ‘lavoro’, il tuo. :-)

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  2. Non dunque il “lavoro come tale raggiunge i suoi limiti storici”, come invece sostiene Kurz, ma il lavoro nella sua determinazione di merce, il tempo di lavoro immediato quale misura della ricchezza, il lavoro necessario per creare pluslavoro, ecc." “(Forse si intendeva plusvalore.)

    Infiniti giri di parole sia quelle di Marx che quelle di Kurz, per dire grosso modo la stessa cosa. Il lavoro necessario per stirare camicie ai filosofi o semplicemente le basse manovalanze necessarie per far sì che il cittadino medio quando va in un bagno pubblico abbia tutto l'occorrente per pulirsi, è una parte residua e imprescindibile del lavoro. Non è certo sui peones che coltivano mais e grano e nemmeno sui poveri operai della Cina o Corea che si basa l'immane accumulazione capitalistica degli ultimi anni, la quale va avanti imperterrita, crisi dopo crisi, alla faccia della disoccupazione crescente.
    E' proprio il concetto di lavoro come merce che è in crisi, oggigiorno. E' una merce della quale i capitalisti hanno sempre meno bisogno per arricchirsi. Il capitalismo di oggi, non è più l'idra a sette teste che schiaccia con le sue zampe torme infinte di operai sfruttati. E' più come un super robot da cartone animato giapponese che si libra nell'atmosfera lanciando fiamme verso altri super robot, totalmente incuranti della folla di spettatori impotenti che li osservano dal basso.

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  3. Infatti...

    L'altro giorno ,infatti,osservavo mentre degustavo un ottimo caffe'servitomi da una robottina niente male,Atlas Ufo Robot,fare un eccellente lavoro di posizionatura cubetti ,laddove era saltata una fogna.
    Goldrake intanto svuotava cassonetti della spazzura imperterrito.

    caino

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  4. dall' ortodossia dogmatica alle risibili critiche riformatrici, il corpo della teoria marxiana viene sottoposto a continue dissezioni da parte dell' intellettualità marxista, laddove il corpo non può proprio funzionare facendo a meno della sua interezza

    si fa l'autopsia, dicevo, ma la viva dialettica, ritornando continuamente sui suoi passi, non va nè avanti nè indietro ma o sale ad un livello di contraddizione più elevato oppure fallisce

    in fondo questo di Kurz è l'ennesimo tentativo "di superare" la teoria del valore, amputandone o appropriandosi però di qualche premessa e di qualche sviluppo già interno ad essa

    ma che ci vogliamo fare, sono solo prodotti intellettuali ovvero intellettuali prodotti !

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