venerdì 21 agosto 2015

Le lancette


Si prenda il caso di un paese povero, ma anche non poverissimo e però con diversi e notori problemi di natura strutturale e di atteggiamento levantino della sua classe dominante. Facciamolo entrare in un’unione economica e monetaria dove i rapporti di scambio con le economie dei paesi più forti dell’unione siano molto sbilanciati, e dove la valuta di riferimento – con la quale avvengono ovviamente tutti i pagamenti – sia sostanzialmente quella del paese più forte.

Si concedano a tale paese cospicui crediti – tramite le banche e operatori privati dei paesi più forti dell’unione – per acquistare merci d’importazione, quali automobili, carri armati, caramelle e tutto ciò che si può desiderare, mettendo peraltro in ginocchio, schiacciati dalla concorrenza, quei pochi settori merceologici che quello stesso povero paese fino allora poteva vantare, per esempio per quanto riguarda l’artigianato, la pesca e finanche quel poco di agricoltura.

Dopo un po’ di anni, i crediti concessi a questo disgraziato paese – che per l’innanzi hanno reso ottimi interessi alle banche creditrici e funto da volano alle esportazioni dei paesi forti, permesso alla borghesia locale di prosperare e d’illudere un popolo, e di decantare sui media del continente le magnifiche e progressive sorti di quel paese già povero – paiono sempre più inesigibili.



A quel punto i paesi creditori, alla cui testa il Shylock di turno, cominciano a rivendicare il loro chilo di carne. Trovano che il paese debitore non abbia i conti in ordine, anzi che non avesse i requisiti contabili per entrare nell’unione monetaria, ma soprattutto che sia un paese arretrato e con una spesa pubblica troppo alta e sbilanciata. Un paese di fannulloni e pezzenti che ha vissuto sopra le proprie possibilità, scialando il credito che con tanta generosità gli veniva concesso.

Il povero paese diventato disperato (salvo per le classi che dirigono il gioco interno) entra nella spirale del grande debito, ossia nel rapporto tra debitore e strozzino. I creditori, difensori anzitutto e com’è giusto dei propri interessi, impongono al debitore una serie di misure “ragionevoli” e moderne che chiamano “riforme”. Pinocchio in questo circo di benefattori diventa il ciuchino.

Sia chiaro: non che di tali riforme quel tale paese non avesse bisogno e urgenza, tutt’altro; ma la loro assenza non aveva costituito impedimento perché gli fosse concesso largo credito. Tali riforme puntano essenzialmente a un assestamento della presenza pubblica in economia, ad adeguare la gestione pubblica alle nuove condizioni della concorrenza internazionale e cose del genere.

Fuori di metafora: si punta a privare il debitore del proprio patrimonio pubblico e a trasferirlo in mano di “operatori” economici stranieri, guarda caso dei paesi creditori. È l’argenteria e le catenine d’oro che si cedono obtorto collo per tacitare gli strozzini. Il ruolo degli Stati in questo “travaso” di ricchezza pubblica nelle tasche dei privati, in nome dell’efficienza economico-produttiva, mi pare sia abbastanza noto, poi possiamo abbellirlo come più ci piace di frasi fatte, sempre quelle.

Viene da dire e si grida: posto che questi lazzaroni fino ad oggi hanno approfittato della situazione, e ora si mostrano incuranti degli ammonimenti, è dunque doveroso che saldino i loro debiti, che paghino gli interessi, ci ridiano i nostri soldi, quelli dei contribuenti! E però questo paese è ormai alla canna del gas, e come un tossico ha bisogno di nuovo credito per tirare avanti. Il pusher però non si fida più, ma altre considerazioni lo spingono a rilasciare nuova tossicità.

Sorvoliamo, per non farla lunga, sui costi economici e umani provocati dalle cervellotiche politiche di austerità imposte dai paesi creditori e dalla nota filosofia neoliberista, quindi sugli effetti del rallentamento della crescita economica sul gettito fiscale, sul processo di privatizzazione del welfare e simili amenità. Sorvoliamo pure, perché sennò s’annoia, sul trito tema delle regole stringenti su debito e deficit, e però sulla loro sostanziale assenza sugli squilibri commerciali. Non resta, alla fine della favola, che segnalare che il chilo di carne non basta più, la spirale diventa vortice e l’esito inesorabile (*).

Il caso del paese povero diventato poverissimo e disperato, sui cui torti e vizi reali e presunti equamente spartiti si pontifica in tribune televisive e radiofoniche, non è solo quello della Grecia, anche se l’esempio greco è di scuola. Si sorvola sul fatto che il grande capitale, come da sacro mestiere, sta facendo surf sull’onda del debito pubblico e privato. E però, sempre come solito, si può barare quanto si vuole, ma le lancette della storia non si possono tirare indietro.


(*) C’è chi sostiene – e sono legioni – che “il mero fatto che una politica non sortisca i risultati desiderati non prova che la politica opposta li avrebbe ottenuti, o non ne avrebbe ottenuti di ancora peggiori”. Il mero fatto? Già messa così fa sorridere, bricconi.

7 commenti:

  1. 10 ottobre 1942
    "Nel pomeriggio, riunione per la Grecia. Clodius ritira le proposte che aveva ufficiosamente fatto conoscere. D'altra parte Gotzamanis spiega come la Grecia non possa dare più niente per la semplice ma definitiva ragione che non ha più niente. Se si continua col sistema attuale entro due mesi sarà la bancarotta più completa. Già oggi la classe media è obbligata, per vivere, ad offrire le gioie, il letto, a volte anche le figlie. Quindi si va incontro a sommosse e tumulti di cui oggi è impossibile precisare la proporzione. Ma niente vale a smuovere i tedeschi dal loro assurdo e idiota atteggiamento. Il male è che l'ottanta per cento delle conseguenze dovremo sopportarlo noi".
    Galeazzo Ciano conte di Cortellazzo (buona la rima in ano meglio quella in azzo)

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  2. Ottima spiegazione. Ineccepibile.

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  3. con cataratta! Pensavo si parlasse di Portogallo, o forse di Irlanda. Andarono per suonare e furono suonati.
    Guido

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    1. plus ça change, plus c'est la même chose

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