giovedì 14 maggio 2015

Insaponare la corda


La gestione della schiavitù presenta dei problemi molto seri per lo Stato laddove i padroni siano interessati solo all’acquisto e allo sfruttamento della forza-lavoro e ogni spesa aggiuntiva riesca loro irrazionale e inconcepibile. Ed è appunto il caso della moderna schiavitù salariata e del prevalere generale del modo di produzione capitalistico su tutte le altre forme di sfruttamento. Per decenni, per oltre un secolo, ci hanno fatto credere che la cosa non rappresentasse un problema, che appropriazione privata della ricchezza e politiche sociali di ampio welfare potessero andare d’accordo.

Le bugie non sempre hanno le gambe corte, ma alla lunga si rivelano per ciò che sono, e qualunque persona informata ed onesta può oggi verificare come la promessa di lavoro e sicurezza sociale fosse solo un’illusione, fumo negli occhi, propaganda. Basterebbe dire che due più due non può fare cinque, ossia che se una grande quota della ricchezza resta nelle casseforti di pochi non rimane poi molto nelle tasche degli altri.

16 milioni e più di pensioni da pagare ogni mese, con un’incidenza nel Pil superiore a qualsiasi altro paese europeo, questi sono i dati che dovrebbero dimostrare l’insostenibilità della spesa per pensioni. Eppure la maggior parte delle pensioni sono o sotto il livello di sussistenza o appena sufficienti per non morire di fame. La questione, come ho cercato di dire in altre occasioni, sta nel punto di vista col quale s’affronta la faccenda. Per esempio: se una parte consistente della ricchezza socialmente prodotta va in profitti privati, e se poi, per soprammercato, su tali profitti di tasse se ne pagano davvero poche, dovrebbe essere evidente che l’origine degli squilibri sia da cercare altrove.

Togliere l’adeguamento a chi vivacchia con poco più di mille euro il mese, non è la stessa cosa di toglierlo a chi se la passa con cinquemila euro il mese. Chi ne prende dieci mila o più si mette a ridere, e infatti Giuliano Amato si scompiscia. Se vivesse con poco più di mille ero il mese (non potrebbe) avrebbe sicuramente trovato validissimi motivi, quale giudice costituzionale, per votare contro il provvedimento Monti-Fornero.

Le politiche fiscali, i tagli della spesa pubblica, gli aumenti dell’iva, esprimono un punto di vista di classe. Di una classe sociale che non ha alcuna ragione di continuare a vivere tra noi e prosperare alle nostre spalle.


La sentenza della Corte costituzionale fa discutere, ma a essere contro la sentenza sono solo, appunto, i soliti pezzi di merda. Andrebbero appesi a un lampione senza alcuno scrupolo di coscienza. Dessero a me da insaponare la corda non mi tirerei indietro, anche se non lo farei con gioia ma solo per un senso di doverosa giustizia. Fare la bontà in questo inferno è liquidare chi vuole impedire la bontà.

6 commenti:

  1. La corda la metto io.

    RispondiElimina
  2. anche il senso di doverosa giustizia è un punto di vista di classe.
    Bontà è cosa diversa dall'eguaglianza.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. mai detto di non essere di parte, al contrario
      quella sulla bontà è una citazione da brecht

      Elimina