venerdì 3 aprile 2015

L'Apocalisse


Il presupposto su cui poggia lo Stato moderno sta nel legame fiduciario che si stabilisce tra esso e il cittadino. Questa definizione riguarda la forma idealizzata di tale rapporto. Tuttavia tra l’ideale della classe al potere e la sua pratica realizzazione si può ravvisare l’equivalente abisso che c’è tra l’ideale cristiano e la trappola del quotidiano. Ed infatti la crisi della rappresentanza politica sta mettendo in luce proprio il fatto che siamo entrati in un’epoca (non semplicemente una fase) in cui la frattura tra l’ideale e il reale s’è fatta così netta e profonda che è conseguenza l'accrescersi e il diffondersi di una sfiducia politica di proporzioni che non è esagerato definire inedite.

Questa frattura tra l’ideale e il reale politico non è nuova, ma, come detto, per la nostra epoca è inedita la sua entità quanto a vastità e profondità. Essa per molti motivi è la conseguenza dei mutamenti economici, sociali e geopolitici in atto su scala planetaria. Crisi economica, conflitti armati, migrazioni e mutamenti climatici, sono i quattro cavalieri di questa Apocalisse. A ciò si aggiungono altri numerosi elementi di malessere e destabilizzazione, come la crisi dei valori dominanti, anomia sociale, isterismo religioso, gap tra sviluppo tecno-scientifico e conoscenza collettiva, eccetera.



Per quanto ci riguarda più direttamente, si assiste, impotenti, a fenomeni di crisi e disgregazione sociale le cui linee di tendenza sono note da decenni, con l’aumento della disoccupazione (perso un milione di posti di lavoro dal 2008) e della precarietà a livelli intollerabili, specie per alcune fasce d’età; un famelico debito pubblico ma anche debito demografico (livelli molto bassi di fecondità, in media 1,42 figli per donna nel 2012), solo in parte compensato dall’immigrazione (ma c’è anche un forte aumento dell’emigrazione); il primato con il più alto indice di vecchiaia del mondo, cui corrisponde ovviamente un aumento delle patologie croniche e la disabilità, ma anche un rilevante problema di disuguaglianze sociali nella salute.

Peggiorano le condizioni economiche delle famiglie, crollano i consumi, aumentano le disuguaglianza nella distribuzione del reddito, in buona sostanza aumenta la povertà (un indice tra i più alti in Europa), tanto che secondo dati Istat riferibili al 2012 circa il 38 per cento delle famiglie riceve in varie forme aiuti sociali. Quasi un terzo della popolazione adulta vive di pensioni o di assistenza, trasferimenti che interessano oltre il 50 per cento della spesa statale. Oltre il 40% sono pensioni assolutamente insufficienti per garantire condizioni di vita decorose, cioè senza importanti deprivazioni. Tuttavia è fin troppo noto che è grazie ai redditi da pensione che è possibile in qualche modo sostenere la condizione economica di altri familiari, soprattutto figli e nipoti senza altro reddito o con redditi bassissimi.

Il sistema di welfare italiano è noto per essere tra i meno efficaci a livello europeo e destina risorse molto scarse, e non proporzionati al livello di povertà, a tutela di famiglie e persone in difficoltà. E ciò dipende da scelte politiche sulla destinazione delle risorse. La crisi non farà altro che aggravare questa situazione, e in assenza, per esempio, di un cosiddetto reddito di cittadinanza, la tenuta sociale sarà sempre più a rischio. E però va anche tenuto conto che il livello d’imposizione fiscale, ovviamente per chi vi è costretto e non può sfuggirvi, ha raggiunto livelli insostenibili.

Ad ogni modo, qualsiasi politica di riforma, anche la più efficace e lungimirante, non può superare le contraddizioni di base, organiche, del sistema economico vigente. Il problema, per esempio, connesso al forte mutamento della composizione tecnica del capitale produttivo che vede espulsa, specie nelle aree di antica industrializzazione, una quota crescente di forza-lavoro. Tale problema non è risolvibile entro le coordinate dei processi di valorizzazione capitalistica. E del resto proprio il fatto che lo sviluppo tecnico e tecnologico si ponga socialmente quale problema e non, invece, come miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, offre la misura della natura ristretta e meschina di questo sistema economico giunto alla sua scenescenza.

Il modo di produzione capitalistico, in buona sostanza, si è trasformato da motore di sviluppo a sistema inconciliabile con l’ulteriore sviluppo sociale e umano, per quanto siano ancora sfavillanti le sue luci che invitano al consumo.

«A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale.

Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dell’idea che ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione.


Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione.»

6 commenti:

  1. Risposte
    1. tutto merito di Marx, di mio c'è solo la tastiera

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  2. Direi di no,poiche'nel tuo post,e'inserito ad hoc il brano che mette in relazione ,forme giuridiche,scienze naturali,politiche,religiose ,artistiche,osiia le sovrastrutture,con le quali siamo tenuti a confrontarci nel quotidiano e nel breve periodo,CON IL CAMBIAMENTO DELLA BASE ECONOMICA.
    RILEGGENDO un vecchio testo di Michel Beaud,ho scoperto che anche uno come Sombart ebbe a dire: Il Capitalismo domina il mondo e fa danzare i nostri uomini di stato come marionette appese ad un filo.
    Ma basta la'..se lo diceva pure uno come Sombart...
    Ora tornando a noi,e alla lettura dei giornali quotidiani,mi pare di abitare in un un mondo di Intelletuali che cadono dai PERI,A proposito dello stupore per il quasi accordo tra USA ,EU,E IRAN...,questi oltre a non aver letto mai Marx ,nemmeno Kissinger hanno letto...
    In che razza di mondo viviamo..bah !

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  3. Buona Pasqua in anticipo Olympe.
    Oggi non aggiungo io nessuna virgola :-)

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    1. grazie, buona Pasqua a te e tutti i lettori del blog

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  4. Temo che se l'umanità non si propone in fretta questi problemi che potrebbe potenzialmente risolvere, andremo incontro davvero ad un'epoca apocalittica.

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