martedì 28 aprile 2015

«Il sapore dell’Impero, il sapore del sangue»


Il capitalismo diviene imperialismo capitalistico a un determinato stadio del suo sviluppo, ossia come necessità del capitale di conquistare e controllare nuovi mercati di smercio e le fonti di approvvigionamento delle materie prime. La libera concorrenza lascia il posto al monopolio che elimina la piccola industria, concentra la produzione e il capitale industriale si fonde con la finanza. L'imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo.

Molti commentatori moderni “dimenticano” il ruolo dell’imperialismo americano nel XIX secolo. Dopo il post sulla conquista e annessione delle Hawaii, racconto per sommi capi la vicenda di Cuba e delle Filippine (1).

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Il 15 febbraio 1898 una nave da guerra degli Stati Uniti d’America, il Maine, esplose e affondò nel porto dell’Avana con la perdita di 260 vite. Non si seppe mai la causa dell’esplosione e tuttavia si volle vedere in essa il vile e deliberato gesto di un complotto spagnolo. Del resto, la voglia di guerra contro la Spagna era già stata fomentata negli Usa per tempo. L’eccitazione generale per la guerra, come solito, era sostenuta soprattutto dalla stampa padronale. Così l’esprimeva il Post: “siamo animati da una passione nuova […] La gente si sente in bocca il sapore dell’Impero, così come nella giungla si sente il sapore del sangue”.



Gli imperialisti americani non facevano mistero che il possesso o quantomeno il controllo di Cuba rivestiva un ruolo strategico nei loro piani, così come quello delle Hawaii e delle Filippine nel Pacifico. Non gli piaceva essere definiti imperialisti, preferivano essere chiamati “espansionisti”. Tra questi c’era il senatore Proctor, proprietario di cave di marmo nel Vermont, il quale fece un violento discorso per incitare alla guerra. La posizione di Proctor era prevedibile: la guerra avrebbe aperto un vasto mercato per le lapidi di marmo. Altri imperialisti avevano motivi forse un po’ meno direttamente personali e però altrettanto prosaici per volere la guerra, come Theodor Roosevelt, per esempio.

Nell’ampio disegno di dominio americano Cuba era solo l’obiettivo più a portata di mano, ma la posizione strategica delle Hawaii e delle Filippine era essenziale per un ruolo dominante nel Pacifico e in Asia. Nelle Filippine era in atto da trent’anni una lotta antispagnola per l’indipendenza. Chiaro che il cuore di ogni americano amante della libertà e della pace battesse per la causa degli insorti che per la propria causa avevano patito la prigione e l’esilio, la tortura e la morte. Quando fu dichiarata la guerra dagli Stati Uniti contro la Spagna il 30 aprile 1898, il commodoro Dewey entrò nella baia di Manila e, dopo un giorno di bombardamenti, distrusse o mise fuori combattimento la flotta spagnola e le batterie costiere.

I filippini speravano di avere finalmente conquistato la propria libertà grazie all’intervento delle forze della libertà e della democrazia. Quattro giorni dopo il bombardamento navale, un compare di Roosevelt, certo Henry Cabot Lodge, scrisse: “Non dobbiamo assolutamente mollare le isole […] Ora vi sventola la bandiera americana e là dovrà restare”. Non si crederà, ma fu preso in parola. Una guerra che veniva combattuta in un altro territorio e a bordo delle corazzate, senza alcun danno per gli americani, non poteva che essere accolta con entusiasmo.

Non mancò chi, nel Congresso e nelle istituzioni americane, si opponesse ai sogni imperialistici. Tra questi il professor Charles Eliot Norton, insegnante a Cambridge, figura non comune e studioso di Dante, il quale era considerato come l’arbitro della cultura nella vita americana. Non che avesse idee particolarmente progressiste, a parte il suo favore per la legalizzazione dell’eutanasia. Credeva infatti nella supremazia dell’aristocrazia, che ai suoi occhi “era una classe privilegiata non per le proprietà terriere, ma per comuni precedenti di cultura, raffinatezza, istruzione ed educazione”. Insomma, per gli identici motivi di “merito” per i quali oggi la borghesia sostiene di poter vantare i propri privilegi.

Il professore esortò i propri studenti a non partecipare a una guerra in cui “gettiamo a mare quanto avevamo di più prezioso del nostro carattere nazionale”. Si attirò un torrente d’insulti e minacce di violenza contro la sua abitazione e la sua stessa persona. La stampa lo chiamò traditore e ci fu anche chi autorevolmente propose di farlo linciare, più blandamente il senatore Hoar del Massachusetts lo denunciò.

La posizione del professor Norton non era isolata anche se fortemente minoritaria. Il giorno dopo che il leader filippino Aguinaldo ebbe a pronunciare la dichiarazione d’indipendenza delle Filippine, negli Usa fu fondata una Lega antimperialista. Presidente era il repubblicano George S. Boutwell, ex senatore e già ministro del Tesoro sotto il presidente Grant. Scopo della Lega non era di opporsi alla guerra, ma che questa, intrapresa come guerra di liberazione, si fosse trasformata in una guerra imperialista.

Gli americani, sostenevano gli antimperialisti, prima di prendere sotto il proprio governo altri popoli, dovevano prima risolvere tanti problemi interni, quali la corruzione municipale, la lotta tra capitalisti e lavoratori, il caos generato dalla circolazione monetaria (problema allora molto sentito), l’abuso delle pubbliche cariche per i profitti personali, i diritti dei neri e degli indiani. Insomma, non si trattava tanto di un antimperialismo di principi, quanto di un’opposizione basata sul pragmatismo.

Nel campo opposto c’era chi come il senatore Albert Beveridge, una figura non di secondo piano, faceva da portavoce agli imperialisti. Un altro psicopatico come D’Annunzio che la guerra animava di slanci di eccitazione: “Dobbiamo obbedire all’impulso del nostro sangue e occupare nuovi mercati e, se necessario, nuovi territori […] Nei piani infiniti dell’Onnipotente […] le civiltà decadute e le razze decadenti” dovevano scomparire “dinanzi alla più alta civiltà delle specie più nobili e virili”.

Queste parole non ci devono oggi impressionare, gli stessi discorsi erano pronunciati dai fautori del pangermanesimo a Berlino ed erano gli stessi di Joseph Chamberlain a Londra. Peraltro il grande pubblico non sa nulla di ciò che fu l’antisemitismo in Francia durante l’affaire Dreyfus, nei racconti più diffusi quell’antisemitismo è assai edulcorato. A confronto Goebbels si sarebbe vergognato della sua mitezza. A ben vedere i discorsi di Hitler prima che venissero tradotti nelle altre lingue non erano percepiti molto diversamente dal pubblico tedesco di quanto lo fossero quelli di Beveridge  dal pubblico americano.

Il senatore vedeva negli eventi della sua epoca “il progresso di un popolo potente e delle sue libere istituzioni” e la realizzazione del sogno “che Dio aveva ispirato” a Jefferson, Hamilton, John Bright, Emerson, Ulysses S. Grant e altre “menti imperiali”. Il sogno “dell’espansione americana finché tutti i mari fioriscano di quel fiore della libertà, la bandiera della grande Repubblica”. La retorica è la solita, e anche la divinità chiamata in causa è la stessa di sempre e sotto qualunque cielo stellato.

L’ispirato e devoto senatore americano, innalzata la bandiera, proseguiva: “Il destino ha segnato il nostro indirizzo politico [una frase che ne ricorda un’altra: Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria …]; il commercio mondiale deve essere e sarà nostro […]. Copriremo l’oceano con la nostra marina mercantile. Costruiremo una flotta militare che sarà la misura della nostra grandezza […]. La legge americana, l’ordine americano, la civiltà americana s’instaureranno su quelle coste finora insanguinate e ottenebrate, ma, d’ora in avanti, rese belle e radiose dall’opera di coloro che sono ispirati da Dio”. Parlava del Pacifico come “del vero campo delle nostre operazioni. Là la Spagna ha un impero nelle isole Filippine […]. Là gli Stati Uniti hanno una flotta potente. Le Filippine sono, logicamente, il nostro primo bersaglio”.

Gli indipendentisti filippini non accettarono la “benevola annessione” americana, la promessa del presidente McKinley di offrire loro in contropartita "il benessere, la felicità e i diritti" come ebbe ad affermare in un suo discorso del 16 febbraio 1899 all’Home Market Club di Boston. Egli si fece beffe dell'idea che la sua politica implicasse l'imperialismo. Già il 4 febbraio i guerriglieri filippini attaccarono le linee americane intorno a Manila. Gli scontri di quei giorni ebbero come esito la morte di 500 filippini e 59 americani.

In seguito le operazioni militari crebbero d’importanza e di crudeltà. Furono inviati nuovi e numerosi contingenti di truppe, ma i filippini sapevano difendersi bene, tendevano imboscate, assalivano e massacravano, e gli americani rispondevano con altrettante atrocità, bruciando interi villaggi e uccidendo ogni abitante per rappresaglia quando un soldato americano veniva trovato con la gola tagliata. Naturalmente applicavano ai prigionieri la “cura dell’acqua” e altre torture per ottenere confessioni e informazioni.

Una spedizione punitiva non riuscì a catturare il leader filippino Aguinaldo e allora catturò il suo giovane figliolo. Quando negli Usa giunse la notizia, lo speaker della Camera, noto antimperialista, commentò sarcastico: “Ho letto sui giornali che l’esercito americano ha catturato un bambino di Aguinaldo e, secondo le ultime notizie, è sulle tracce della madre” (2).

Alla fine Aguinaldo fu preso e dovette arrendersi. Gli Usa diedero l’indipendenza formale alle Filippine nel 1946. A quella data potevano controllare il Pacifico anche senza l’occupazione diretta di quelle isole.

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Sempre nel corso della guerra con la Spagna gli Usa inviavano a Cuba delle truppe di volontari per gli stessi motivi per i quali venivano spedite anche a Manila. La vicinanza geografica e le coltivazioni di canna da zucchero trasformarono dal 1850 gli Stati Uniti nel principale cliente di Cuba che era spagnola. Le strade principali de l’Avana furono lastricate con il granito importato da Boston.

Si ammalavano di febbre gialla che ne uccide oltre cinquemila! Il pizzico di una zanzara poteva essere letale quanto il morso di un serpente velenoso. Che il vettore della malattia fosse un insetto era solo un’ipotesi. Le errate diagnosi e le terapie inadeguate avevano reso l’ospedale da campo delle truppe americane a Pinar del Rio una specie di mattatoio (3). Fotteva nulla agli imperialisti di Washington e ai rentier di Wall Street, Cuba il 10 dicembre 1898 divenne un protettorato “indipendente” degli Stati Uniti, e anche Porto Rico, dopo lo uno sbarco dei marines a Guánica e con lo stesso trattato di Parigi finì nelle grinfie degli Usa (4).

Il presidente McKinley diceva che le Filippine e Cuba “ci sono state elargite dalla guerra e con l’aiuto di Dio, in nome del progresso dell’umanità e della civiltà, abbiamo il dovere di non deludere questa fiducia” (5). Come solito gli Usa non delusero anzitutto i propri affaristi che sul mercato immobiliare comprarono a prezzi di saldo.

Nella sostanza sono le stesse che McKinley ebbe a dire al suo segretario George Cortelyou il 4 maggio 1898 a proposito delle Hawaii: “Ci servono le Hawaii, quanto, se non di più, ci serviva la California. È un chiaro destino”. L’annessione delle Hawaii venne formalmente sanzionata il 7 luglio, quattro giorni dopo che la guerra di Cuba si era conclusa con la battaglia navale di Santiago. La flotta spagnola di stanza a Cuba, cercando di forzare il blocco, fu distrutta dal fuoco superiore delle nuove navi da guerra americane. Tutta la passione dedicata dai ribelli cubani alla causa della libertà e dell’indipendenza fu vana. Tutte le precedenti dichiarazioni del Congresso americano a favore dei ribelli cubani e riconoscevano il diritto all’indipendenza cubana, furono dimenticate. Il grado dell’indipendenza di Cuba e la natura dei suoi rapporti con gli Stati Uniti vennero discussi alla presenza delle truppe di occupazione americane. Il risultato fu il Platt Amendment del 1901.

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Non deve stupire se nei libri di storia delle nostre scuole di ogni ordine e grado non sia alcuna traccia di questo genere di colonialismo e d’imperialismo statunitense. Non serve bruciare i libri quando basta non stampare ciò che non è gradito.



(1) Com’è noto, le Filippine, arcipelago con una superficie pari a quella dell’Italia, si trovano tra l’Oceano Pacifico e il Mar Cinese Meridionale in una posizione che più strategica di così il buon Dio non poteva dar loro.

(3) Robert S. Desowitz, Chi ha dato la Pinta alla Santa Maria?, Giovanni Fioriti editore, p. 109.

(4) “Art. 1. La Spagna rinuncia ad ogni pretesa di sovranità su Cuba. E poiché l’isola all’atto della sua evacuazione da parte della Spagna sarà occupata dagli Stati Uniti, gli Stati Uniti, finché tale occupazione durerà, si assumeranno e adempiranno gli obblichi che possono risultare a norma del diritto internazionale dal fatto della sua occupazione, per quanto riguarda la protezione della vita e della proprietà” (Trattato di pace tra gli Usa e la Spagna, in: AA.VV., Storia delle relazioni internazionali, Monduzzi editore, 2004, p. 162.

(5) Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America latina, Sperling & Kupfer, p. 86.


(2) B.W. Tuchman, Dall’Expo a Sarajevo, Mondadori, 1969, p. 197.

5 commenti:

  1. Magnifico post. Va notato anche che fu la classe dirigente spagnola, che portava pure essa - incluso il partito "progressista" - qualche responsabilità (o irresponsabilità) per la guerra, a precipitarsi a chiedere l'armistizio e la pace, in preda al panico e a un disfattismo certamente motivati dalle disastrose condizioni finanziarie del Paese, ma che stridevano un tantino con la retorica patriottico-bellicistica alimentata sulla stampa fino a poco tempo prima. E fu la salvezza dell'esercito americano a Cuba, impantanato davanti alle difese terrestri di Santiago e decimato dalla malattia. Ma di quella gloriosa campagna si ricordano solo le bravate di Teddy Roosevelt.

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    1. beh, se non altro qualcuno li legge questi post.
      la morte del primo ministro spagnolo antonio canovas del castillo avvenuta nel 1897 fu determinante per l'esito della vicenda cubana a favore degli usa. ciao

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  2. Complimenti anche da parte mia.

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    1. ah, siete perfino in due che li leggono. bene. grazie.

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  3. Olympe, SUPERIOR STABAT LUPUS, LONGEQUE INFERIOR AGNUS
    Sempre, nella storia..., il «destino manifesto» è stato l'assassino di esseri umani. Ha commesso crimini, ha contribuito all'oppressione e alle ingiuste sofferenze degli abitanti del mondo... Il «destino manifesto» ha consentito ai forti di rapinare i deboli e ha ridotto i deboli in schiavitù ... Il «destino manifesto» ha sempre spinto le repubbliche ad andare a conquistare le razze più deboli, sottomettendo i loro popoli alla schiavitù, imponendo tasse contro la loro volontà e infliggendo governi a loro odiosi. Il «destino manifesto» è semplicemente il grido del più forte per giustificare il saccheggio del più debole.

    Piccolo documento per capire bene con chi abbiamo a che fare: http://xoomer.virgilio.it/911_subito/operazione_northwoods.html
    buon I° Maggio

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