lunedì 6 aprile 2015

Il grande freddo


Capita a me quello che credo succeda a molti altri, e cioè di associare immediatamente una situazione, o anche un oggetto, a un dipinto. Per esempio, associo l’idea della caccia a un quadretto con cacciatore e relativo cane che stava in sala da pranzo, nell’infanzia lo contemplavo in ogni occasione come se si trattasse dell’immagine più deliziosa. Lo stesso vale per l’idea di circo equestre, in tal caso però l’immagine mentale si rifà a quelle riprodotte in una scatola metallica per biscotti riutilizzata per il nécessaire di cucito.  Chissà quali conturbamenti a sfondo para-sessuale riuscirebbe a rintracciarvi un freudiano da simili rievocazioni.

Lunedì scorso ero in una sala d’attesa del reparto di radiologia, mi era stato dato il numero progressivo 2519 e tuttavia avevo solo due persone prima di me. Ho impiegato il quarto d’attesa a guardare la riproduzione di un dipinto appeso vicino all’ingresso dei due ambulatori. È un quadro che conosco molto bene, perché esso è l’emblema del gelo, quello che ti preme le ossa e rallenta il respiro, rievoca l’inverno autentico d’un tempo e non certo la mite stagione d’oggi.

Lo stesso artista dipinse diversi quadri di soggetto analogo, ma questo ritrae in primo piano due cacciatori sulla neve, con la loro muta di cani, che ritornano da una battuta, tra alberi neri e spogli, il volo di quelle che sembrano cornacchie. Sullo sfondo un villaggio con le case dai tetti molto spioventi, carichi di neve, un borgo alpino, e al centro un piccolo lago ghiacciato dove numerose persone pescano praticando un foro per calarvi la lenza, un secchio al loro fianco.



Un freddo d’altri tempi quello rappresentato da Pieter Bruegel il Vecchio, il gelo del XV secolo. Era iniziato molto tempo prima il cambiamento climatico, all’inizio del 1300, un secolo davvero disgraziato sotto ogni punto di vista. Nessuno poteva sapere, a quell’epoca, che si era all’inizio di quella che poi si sarebbe chiamata Piccola Glaciazione, i cui effetti erano costituiti dall’avanzamento dei ghiacci polari e alpini, e durata fin circa il 1700.


Già nel 1303 e poi nel 1306-07 gelò il Mar Baltico, bloccando ogni tipo di transito commerciale, e anche nel resto d’Europa vi furono gelate fuori stagione, nubifragi violenti, sofferenze anomale per la natura e gli uomini. La brevità della stagione calda costrinse i paesi del nord ad abbandonare certe colture, come quella del grano. Nel 1315 le piogge furono incessanti e andarono persi i raccolti. Si diffusero voci di atti di antropofagia, in Polonia si mangiarono i corpi degli impiccati. Negli stessi anni si diffuse una dissenteria contagiosa, le carestie si susseguirono.

E dire che il secolo prima aveva visto incrementare la popolazione, il disboscamento di vaste aree per la coltura, un incremento della produzione spinto ormai ai limiti dei mezzi tecnici disponibili. Papa Bonifacio VIII nel 1296 emise la bolla Clericos Laicos, ed è un fatto che non ci fu mai papa che emanasse bolle se non contro qualcuno o qualcosa. Quella volta se la prese con la persona sbagliata, cioè con il re di Francia, quel Filippo IV detto il Bello che ogni scolaro conosce. Filippo aveva preso l’abitudine di effettuare degli espropri monarchici direttamente dagli introiti del clero, e ciò ovviamente non garbò molto all’autorità ecclesiastica, in primis al papa.

Il resto della storia si conosce bene, il buon Bonifacio procedette con un’altra bolla nel 1302, l’Unam Sanctam in cui affermava essere “necessario per la salvezza che ogni creatura umana sia soggetta al pontefice romano”.  Sempre in nome di quell’unico Dio cui sovente si richiama Eugenio Scalfari mentre si va spegnendo il suo lume. Ad ogni modo Filippo non era tipo da frasi intimorire da un uomo e invocò un consiglio che giudicasse il papa sulla base di quisquilie: eresia, bestemmia, assassinio, simonia, stregoneria e, ove non bastasse, sodomia.


Bonifacio rispose con il suo missile preferito, ossia apprestandosi a scomunicare Filippo. Il sette settembre del 1303, appoggiato da forze italiane, Filippo catturò e imprigionò il papa ad Anagni, che di lì a poche settimane tirò le cuoia (aveva 86 anni!). Sarà stato questo episodio ad attirare la collera divina, a scatenare il grande freddo in Europa?  Ognuno può esprimere la sua opinione, secondo la propria fede o le proprie inclinazioni, ma sta di fatto che cominciò a fare un freddo cane, e il nuovo papa, Clemente V, per scaldarsi in quel di Avignone, un feudo di Napoli e di Sicilia, dove nel frattempo era stata trasferita la sede apostolica (purtroppo solo provvisoriamente), trovò il miglior sistema: andare a letto con la contessa di Périgord, figlia del conte di Foix.

5 commenti:

  1. Delizioso.

    Michele

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  2. Olympe, nell’unione di 3 proverbi c’è la soluzione: comannare è meglio che fottere; chiagne e futti; Futti, futti ca' dio perduna a tutti.

    CHIAGNE, COMANNA E FUTTI, CA’ DIO PERDONA A TUTTI.
    (Fottere nel doppio significato di scopare e rubare)
    Saluti

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  3. standing ovation!

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  4. Ciao Olympe. Chiedo scusa per l'O.T.

    Ho letteralmente goduto guardando questo video che ti segnalo: https://www.facebook.com/video.php?v=10153686999528912&fref=nf

    Mi sembra che le cose in Germania non siano tanto unilaterali, di come ce le rappresentiamo e che anzi c'è una notevole presa di coscienza del pericolo per la pace mondiale rappresentato dagli Stati Uniti d'America.

    Ricevi un saluto da...Franco.

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    1. Lo vedrò stasera, intanto grazie. saluti

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