lunedì 2 marzo 2015

"Fu una magnifica vista"


La storia è un ripetersi estenuante degli stessi temi, quello della sopravvivenza e del potere. Se non fosse per la continua mutazione degli attori e delle loro motivazioni fantastiche, la storia sarebbe noiosa come la recita del rosario. Non sono molto d’accordo con la tesi che vorrebbe la storia presentarsi dapprima come tragedia e poi, una seconda volta, come farsa. Questo è ciò che accade nell’avant-scène, ma tra le quinte, dove lottano le anime comuni, la storia ha sempre l’aspetto di una tragica farsa. A preoccupare è la facilità con la quale le classi dominanti possono manipolare lo spettacolo servendosi di demagoghi.

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Sono recenti le immagini in cui si vedono alcuni individui distruggere con l’uso di mazze delle antiche statue presso – si dice – Ninive, sul sito della moderna Mosul, che fu la capitale dell'impero assiro. Sono immagini terribili, che suscitano rabbia impotente. A tanto può arrivare il fanatismo ammantato di motivazioni religiose. Tuttavia sembra che la maggior parte di quelle sculture siano delle repliche. Di scelleratezze del genere è zeppa la storia e senza riguardo alla latitudine. Non va dimenticato quanto successe nell’ottobre 1860 ad opera dei civilissimi inglesi e francesi in Cina.

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Nella Cina imperiale le carestie non avevano un andamento diverso che altrove, dipendeva dai raccolti e dunque dalle circostanze climatiche se in alcuni anni il popolo operoso doveva digiunare più del solito ma anche morire di fame. Pure le rivolte dei contadini non erano diverse da quelle europee. In ogni luogo ad approfittare di tali rivolte erano sempre altri che non i contadini.

Nel 1644 la dinastia Ming fu deposta da una rivolta di contadini, il suo ultimo imperatore si suicidò impiccandosi a un albero del giardino del suo palazzo. Ad approfittarne furono i Manciù, un’etnia di origine tartara stabilita oltre la Grande Muraglia, nel nord-est della Cina. Si riversarono oltre il confine e insediarono la loro dinastia (Qing) a Pechino.

Non mi dilungo sulle differenze tra Manciù, piccolissima minoranza, e la stragrande maggioranza di cinesi di etnia Han. Rilevo solo che oltre alla diversità della lingua, i Manciù portavano il codino mentre gli Han avevano sì i capelli lunghi ma raccolti in una crocchia.  Come segno di sottomissione gli Han dovettero adottare l’acconciatura Manciù. Alle donne Manciù, inoltre, non veniva imposta la famosa fasciatura costrittiva ai piedi. Per il resto i Manciù adottarono nel tempo la lingua cinese e molte usanze.

Sotto la dominazione Manciù l’impero cinese divenne tre volte più vasto, con 13 milioni di chilometri quadrati (attualmente la Cina è 9,6mln chilometri quadrati). Tutto andò bene, e un secolo dopo la popolazione poteva stimarsi in 150miloni, ma l’introduzione della patata e del mais, facili da coltivare e ad alto contenuto proteico, provocarono in un secolo una vera esplosione demografica. Verso il 1850 la popolazione aveva raggiunto circa 400 milioni d’individui.

Un aumento demografico del genere, in un tempo così breve, non poteva che provocare marcati squilibri economici e destabilizzare il sistema sociale. In tale situazione nel 1850 scoppia nella Cina meridionale, nella provincia costiera del Guangxi, la più disastrosa rivolta contadina della storia cinese, quella dei Taiping. Tre anni dopo la rivolta arrivava a Nanchino, dove fu creato il Regno celeste dei Taiping.

Gran parte delle diciotto province cinesi erano in rivolta, e però all’origine della crisi imperiale non c’era solo il problema demografico (un aspetto consisteva nel grande numero di piccoli letterati senza lavoro), ma anche una gravissima crisi finanziaria per cui le classi popolari venivano pagate con monete di rame che si deprezzavano in rapporto all’argento che serviva da base di calcolo delle imposte.

Ma la questione dell’argento aveva la sua origine anzitutto nella cosiddetta guerra dell’oppio, il primo conflitto armato cinese con l’Occidente. La prima guerra dell’oppio fu scatenata dall’Inghilterra in risposta al giro di vite imposto da Pechino al mercato illegale dell’oppio in Cina.

L’oppio era prodotto nell’India britannica e importato di contrabbando in Cina prevalentemente da mercanti inglesi che man mano si sottrassero al controllo della Compagnia delle Indie (*). Pechino aveva proibito sin dal 1800 la coltivazione, l’importazione e il consumo dell’oppio, consapevole dei danni che la droga arrecava all’economia (veniva pagato in argento) e alla popolazione. Nel 1839, l’imperatore Daoguang incaricò Lin Zexu, commissario imperiale di Canton, l’unico porto d’accesso occidentale alla Cina, di stroncare il commercio dell’oppio.

Lin Zexu, tra l’altro, scrisse una lettera alla regina Vittoria, che fu pubblicata in lingua inglese, nella quale diceva: «Mi dicono che fumare oppio è severamente proibito in Inghilterra, pertanto l’Inghilterra conosce i danni che provoca la droga. Se l’Inghilterra non consente che l’oppio avveleni il suo popolo, non dovrebbe consentire alla droga di avvelenare i popoli di altri Paesi». Osservazione di una logica stringente, ma che non tiene conto del fatto che l’Inghilterra, allora il maggiore paese imperialista, non poteva certo farsi carico di cotali scrupoli morali (**).

Cosa di non scarso rilievo è il fatto che lo stesso Lin fece attenzione nel distinguere il commercio illegale dell'oppio da quello legale delle altre merci, chiedendo al governo britannico di favorire quest'ultimo. La vendita di questa droga divenne per 60anni il cespite principale di Londra.

Per tutta risposta le principali compagnie commerciali e le Camere di commercio inglesi si posero sul piede di guerra. L’iniziativa cinese fu tacciata di essere “oltraggiosa” nei confronti della proprietà britannica (erano state distrutte dalle autorità cinesi enormi quantità d’oppio a Canton), e vi furono appelli per l’entrata in guerra allo scopo di ottenere “soddisfazione”. Ovviamente il governo si dichiarò favorevole, mentre l’opposizione, per voce del futuro premier William Gladstone, si dichiarò veementemente contraria.

Per farla breve, le navi da guerra britanniche, con 20mila uomini (compresi 7mila indiani) attaccarono le coste cinesi e il porto di Canton. La Cina, sconfitta, fu costretta il 28 agosto 1842 a firmare il Trattato di Nachino, oltre a pagare un indennizzo di 21 milioni di dollari d’argento. Una cifra folle che costrinse il governo cinese ad aumentare la tassazione e ad altre misure draconiane.

A seguito del trattato, l’importazione dall’India di oppio raddoppiò immediatamente, triplicò nel decennio successivo, poi il suo consumo dilagò a tal punto che nelle famiglie cinesi veniva spesso offerta agli ospiti la pipa da oppio. A trarne profitto non erano solo trafficanti angloamericani ma anche gruppi criminali interni, come per esempio la Triade che con tale commercio si arricchiva.

Il Trattato di Nanchino obbligò la Cina ad aprire al commercio altri quattro porti oltre a Canton, i quali divennero insediamenti occidentali sottoposti alle loro leggi (***). Inoltre, la Cina fu costretta, nonostante il suo precedente rifiuto, ad accettare i missionari occidentali, prima interdetti. Specie il cattolicesimo francese si diffuse rapidamente, tanto è vero che i ribelli Taiping, sostenuti finanziariamente dai proprietari terrieri locali ostili alla dinastia Qing, non trovarono di meglio che combattere in nome del cristianesimo, e il loro capo, Hong Xiuquan, antesignano dei califfi odierni, dichiarava di essere il fratello minore di Gesù. Era stato sotto l’influenza di un missionario cristiano evangelico.

Questo per quanto riguarda la prima guerra dell’oppio. E tuttavia, nonostante i risultati raggiunti, gli imperialisti europei reclamavano l’apertura di altri porti e chiedevano l’insediamento di una loro rappresentanza nella capitale. Ovvio che a Pechino non si acconsentisse a simili richieste. Ancora una volta i britannici decisero che “le navi da guerra erano assolutamente indispensabili”. Il pretesto, al pari di molti altri casi, fu presto trovato: un incidente che nel 1856 coinvolse un battello, l’Arrow.

L’anno seguente Lord Elgin, figlio di Thomas Bruce, VII conte di Elgin, ossia di colui che rubò i marmi dal Partenone e li trasportò in Inghilterra, fu inviato in Cina con una flotta di navi da guerra. I francesi presero parte alla spedizione punitiva come alleati, per garantire, dissero, l’accesso ai loro missionari in Cina. Da notare che nel frattempo stavano sottomettendo l’Indocina.

La guerra ebbe alterne vicende, fino a quando nel 1858 l’imperatore Xianfeng fu costretto ad inviare una missione di negoziatori presso Elgin perché firmasse un nuovo trattato secondo le richieste europee. Come disse l’inviato francese, barone Gros, all’imperatore fu puntata “una pistola alla tempia”. Le cannoniere britanniche lasciarono i forti cinesi di Dagu.

L’imperatore aborriva il nuovo trattato impostogli con la forza, e arrivò a proporre all’Inghilterra e alla Francia l’esenzione da tutte le tasse affinché acconsentissero di annullare il patto firmato dai suoi emissari a Shanghai. Le due nazioni si dissero ben felici di non pagare più le tasse ma il trattato doveva restare in vigore. Quando nel 1859 giunse il momento di ratificare il trattato a Pechino, fu inviato il fratello minore di Elgin, Frederick Bruce, con una delegazione. L’imperatore fece di tutto perché la delegazione europea non giungesse nella capitale, e alla fine le truppe di Bruce furono inaspettatamente sconfitte.

Elgin e Gros tornarono in Cina l’anno dopo con una forza militare imponente. Marciarono su Pechino, la ratifica degli accordi firmati due anni prima ovviamente non bastava più, si erano aggiunte altre richieste, oltre al pagamento di altre indennità di guerra. Tuttavia Elgin voleva ancora una volta negoziare, ed inviò a Pechino un suo rappresentante, certo Harry Parkes. All’imperatore venne la balzana idea di arrestarne i componenti e di sottoporli a una prigionia sul tipo di quella in uso tutt’ora a Guantanamo.

In sintesi, le truppe anglo-francesi (compreso un corpo di coolie cantonesi addetti ai trasporti) si diressero a Pechino da dove invece fuggì in tutta fretta l’imperatore e la sua corte, lasciando il Vecchio Palazzo d’Estate. Si trattava in realtà di un complesso di oltre duecento edifici e padiglioni imponenti che sorgevano su un’area di 350 ettari, la cui costruzione era iniziata al principio del XVIII secolo e ampliati nei successivi cento anni. Progettati dai gesuiti Giuseppe Castiglione e Michel Benoist, rispondevano al gusto dell’imperatore Qianlong il Magnifico, e però tali edifici avevano solo esternamente l’aspetto barocco europeo, ma la statica si basava sull’architettura cinese in legno e non sull’opera in muratura europea.

Scrisse un ufficiale inglese: “La prima volta che entrammo nei giardini ci tornò alla mente uno di quei luoghi magici descritti nelle favole; quando ne uscimmo il 19 ottobre, ci lasciammo alle spalle una tetra desolazione, un deserto di rovine”. Dapprima arrivarono i soldati francesi che depredarono il contenuto dei palazzi, distruggendo tutto ciò che non era trasportabile, poi giunsero gli inglesi che completarono l’opera di razzia, infine gli edifici furono dati alle fiamme. L’incendio infurò per giorni.

Victor Hugo, in una lettera del 1861 al capitano Butler ebbe a scrivere a tale riguardo:

«[…] C'era, in un angolo del mondo, una meraviglia del mondo; questa meraviglia si chiamava Palazzo d'Estate. […] Immagini una qualunque ineffabile costruzione, qualcosa di simile ad un edificio lunare, e le comparirà dinanzi il Palazzo d'Estate. Costruisca un sogno con marmo, giada, bronzo, porcellana, lo intagli in legno di cedro, lo copra di pietre preziose, lo foderi di seta, lo renda da una parte santuario, dall'altra harem, dall'altra ancora roccaforte, vi ponga all'interno degli dei, vi ponga all'interno dei mostri, lo faccia verniciare, smaltare, dorare, truccare, da architetti che siano poeti, faccia imbastire i mille e un sogno delle mille e una notte, aggiunga giardini, bacini, getti d'acqua e schiuma, cigni, ibis, pavoni, in una parola s'immagini una sorta di sfolgorante antro della fantasia umana avente la sagoma di tempio e di palazzo, quel monumento era tutto questo. […] Quell'edificio, che aveva la vastità di una città, era stato costruito lungo i secoli, per chi? per i popoli. Infatti ciò che il tempo realizza appartiene all'uomo.
Gli artisti, i poeti, i filosofi, conoscevano il Palazzo d'Estate; Voltaire ne parla. Si era soliti dire: il Partenone in Grecia, le Piramidi in Egitto, il Colosseo a Roma, Nôtre-Dame a Parigi, il Palazzo d'Estate in Oriente. Chi non lo vedeva, lo sognava […].

[…] Un giorno, due banditi sono entrati nel Palazzo d'Estate. Uno ha saccheggiato, l'altro ha incendiato. La vittoria può essere ladra, a quanto pare. Una devastazione in grande del Palazzo d'Estate ha fruttato utili spartiti fra i due vincitori. Vediamo implicato in tutto ciò il nome di Elgin, che ha la fatale prerogativa di ricordare il Partenone. Quanto era stato fatto al Partenone è stato fatto al Palazzo d'Estate, con più completezza e meglio, in modo da non tralasciare nulla. Tutti i tesori di tutte le nostre cattedrali messe insieme non eguaglierebbero questo splendido e formidabile museo d'oriente. […] Ecco che cosa ha fatto la civiltà alla barbarie. Agli occhi della storia, un bandito si chiamerà Francia, l'altro si chiamerà Inghilterra […].»

Il generale Grant scrisse al ministro della guerra (all’epoca si chiamava ancora così, non si era ancora raggiunto il livello d’ipocrisia odierno):

«Il 18 ottobre la divisione di Sir John Michael, con la maggioranza della brigata di cavalleria, fu fatta marciare sul palazzo e appiccò il fuoco a tutti gli edifici. Fu una magnifica vista. Non potei che dolermi della distruzione di tale antica magnificenza, e sentii che era un atto di inciviltà, ma lo ritenni necessario come avvertimento futuro ai cinesi di astenersi dall’omicidio degli inviati europei e dal violare le leggi delle nazioni.»

Non dobbiamo stupirci se il popolo cinese ha potuto alimentare in oltre un secolo di terrorismo occidentale un sentimento nazionale esacerbato di cui si possono osservare ancora oggi gli effetti.


(*) Il tè cinese veniva pagato in argento. Quando nel 1776 la guerra d’indipendenza americana allontanò gli inglesi dalle riserve d’argento messicane, la soluzione inglese fu quella di pagare il tè con l’oppio prodotto in India. Quando il commercio di oppio assunse dimensioni notevoli e fu monopolizzata la sua produzione in Bengala, il mercato cinese divenne molto più remunerativo e dinamico di quello dei tessuti. Gli europei avevano finalmente qualcosa da vendere ai cinesi. Infatti, fino ad allora, l’assenza di una cospicua domanda di prodotti europei da parte dei cinesi aveva come conseguenza, per l’acquisto del tè, la necessità dell’invio di metalli preziosi. Si trattava dell’antico problema di uno squilibrio strutturale nel commercio tra Occidente e Oriente. Nonostante le massicce importazioni di argento americano tale squilibrio si corresse solo in parte.

(**) Il commercio del tè con la Cina inizialmente era stato un’attività secondaria, sebbene molto redditizia. La bevanda preferita dagli inglesi all’inizio del XVIII era l’acquavite olandese, ma poi l’aumento degli oneri fiscali e la difficoltà di reperire i mosti da distillare, fecero in modo che il tè ottenesse la supremazia e diventasse una merce a buon prezzo. Va rilevato che con il tè si ingeriva anche una merce dall’offerta sempre più vantaggiosa: lo zucchero dell’India occidentale. Patate, burro, pane, tè, costituirono nel XVIII secolo la quintessenza dell’alimentazione inglese. Per lungo tempo furono gli olandesi a rifornire i britannici attraverso i porti di Canton e Batavia.


(***) La pletorica serie di trattati imposti alla Cina in quel periodo è di per sé eloquente. Essi sono detti, non a torto, dai cinesi “Trattati ineguali”. Offro uno scampolo del Trattato di Nanchino, l’art. 3: “Vi sarà d'ora in poi la pace e amicizia tra Sua Maestà la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e Sua Maestà l'Imperatore della Cina e fra i rispettivi sudditi, che godranno di piena sicurezza e protezione per le loro persone e proprietà all'interno dei domini dall'altra”. Semplicemente risibile: quali persone e proprietà cinesi vi erano allora in Inghilterra? Sarebbe interessante esaminare anche gli altri trattati, o pseudo tali, come la Charter che fa di Hong Kong una colonia della Corona, ecc..

14 commenti:

  1. Questo post non è un solo post: è un articolo degno delle migliori enciclopedie.

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    1. grazie Luca, mi ricompensi della fatica. francamente non so cosa dicano le enciclopedie al riguardo, né wikipedia. avevo intenzione di inserire alcuni rif. bibliografici ma non mi va di appesantire ulteriormente. c'erano anche dei dati e tabelle da trarre dalle stesse fonti, ma ho preferito il tono discorsivo. e poi il post è lungo, ci si stanca presto oggi con simili letture. perfino l'annuncio dei più importanti provvedimenti governativi non supera le 144 battute. non importa, sopravviveremo, ancora per un po' e poi lasceremo spazio a gente nuova.

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    2. Mi associo ai ringraziamenti. Buona giornata
      vince

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  2. Pagine di storia che di solito fanno la fine della polvere in casa della massaia svogliata: spazzate e nascoste sotto il tappeto.
    I capolavori dei "civilizzatori" inglesi. A leggere questo prezioso post mi è venuto in mente che persino noi italiani partecipammo ad una spedizione per civilizzare la Cina. Nel 1900 nel contingente che partì per ristabilire la pace contro i "boxer" c'erano anche dei militari italiani. Che come gli altri si coprirono più di vergogna che di onore. Si può leggere qualcosa nell'interessantissimo "Italiani, rava gente?" di Angelo Del Boca

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  3. L'articolo (dice bene Luca: riduttivo il termine "post") prende spunto da un atto di barbarie umana, uno dei tanti esempi di degrado a cui questo essere può ridursi.
    Con la stesura di un articolo del genere regalato gratuitamente a suoi simili, lei sta anche ampiamente emendando il genere umano da episodi come quello citati sopra e nell'articolo.
    Grazie.

    P.s.: la mia compagna studia cinese ed inglese nell'ambito di una facoltà di "Mediazione linguistica e culturale".
    Sono certo che sarà felice di poter leggere un post così dettagliato e puntuale.
    Le sarei grato, qualora ne avesse e il tempo e la voglia, se indicasse i principali rimandi bibliografici cui faceva cenno nel post sopra.
    Grazie infinitamente.

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    1. Contrariamente per quanto avviene per le traduzioni recenti della storia degli Usa, i saggi che trattano delle vicende cinesi e dell’espansione europea in generale, sono numerosi. Preciso che non ho alcuna competenza specifica per quanto riguarda l’argomento trattato, perciò credo che gli studi della sua compagna la portino a saperne molto di più di me. ad ogni modo indico alcune cose ancora utili presenti nei miei scaffali:
      viene buono il vecchio K.M. Panikkar, St. della dominaz. Europea in Asia, Einaudi, 1958;
      Wolfgang Reinhard, St. dell’espansione europea, Guida 1987.
      Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo: denaro, potere e l'origine dei nostri tempi, Il Saggiatore, 2003; Arrighi e Silver, Caos e governo del mondo, Mondadori, 2003.
      Jung Chang, L’imperatrice Cixi, Longanesi, 2015.

      Per quanto riguarda la politica estera è fondamentale la lettura del mensile Le monde diplomatique, un tempo disponibile anche in edizione italiana (il Manifesto), ora non so.

      cordialità

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    2. La ringrazio di nuovo, anche a nome della mia compagna.
      Qualora le interessasse, il manuale storico di base utilizzato nella facoltà che le dicevo è il libro "Storia della Cina" di John Roberts, ed. Il Mulino.

      Le Monde Diplomatique l'ho conosciuto proprio grazie al Manifesto: ho acquistato qualche anno fa dal loro store online "L'atlante storico del XX secolo", ed in effetti mi sono accorto della qualità di molti articoli.

      Sempre gentilissima.
      Saluti

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    3. grazie a voi per la segnalazione. lo conoscevo di nome, ma ora voglio leggerlo. cari saluti

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  4. Istruttivo e fluente racconto che mette un altro tassello nel quadro che tu ogni giorno instancabile componi. Grazie.
    Roberto

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  5. Risposte
    1. Siamo noi lettori che dobbiamo ringraziare, questa è una della poche pagine per cui viene da ringraziare l'esistenza del web.
      Merce rarissima, purtroppo affogata in un mare di merda.

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  6. Olympe, consiglio un ottimo libro, appena uscito in edizione aggiornata, di John Newsinger: Il Libro Nero dell'Impero Britannico.Saluti

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    1. grazie per la segnalazione e cordiali saluti

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  7. Aggiungo i miei complimenti e ringraziamenti.

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