lunedì 15 dicembre 2014

... che non abbia nulla da perdere


I posteri stenteranno a credere che questo sistema,
poggiante sulla schiavitù e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo,
fosse considerato ancora nel XXI secolo
come il miglior sistema sociale possibile.


La democrazia ateniese è unanimemente considerata come il più alto risultato politico e sociale raggiunto dall’antica società. È altresì vero che la democrazia ateniese escludeva dai diritti politici e civili gran parte della popolazione, e tuttavia se si tiene conto del contesto storico, la democrazia ateniese può a buon diritto ritenersi come un modello allora insuperato in quanto non esistevano le condizioni per realizzarne uno migliore.

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La Rivoluzione francese, come ha ben mostrato il Taine, pur trovando nelle mille dilacerazioni e negli anacronismi dell’Anciene Régime i motivi politici e sociali per la sua esplosione, nulla avrebbe potuto senza l’azione cui furono tratte dalla loro miserabile condizione le masse proletarie. È questo il ruolo fondamentale giocato dalla soggettività rivoluzionaria nella storia.

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Verrà un giorno in cui nuovamente le masse organizzate avranno un ruolo decisivo per le sorti dell’umanità. Nessuno può prevedere la data ma nulla potrà rinviarla indefinitivamente, anche se essa potrà tardare posto che la maggioranza degli individui non muove un dito per mutare lo stato di cose presenti trovando tutto sommato ancora tollerabile la loro situazione personale. Sarà dunque necessario che s’affacci una nuova leva che non abbia nulla da perdere e s'incarichi di mettere a morte la borghesia come classe.

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La democrazia liberale è considerata come la condizione politica dove meglio si sono potute sviluppare le libertà individuali e collettive nell’ambito di un sistema economico che ha permesso di raggiungere il più alto grado di sviluppo materiale della storia, conseguendo migliori e generali condizioni di vita anzitutto nei paesi di più antica industrializzazione. Tali miglioramenti si vanno parzialmente e lentamente estendendo, pur tra molte contraddizioni, in altri paesi.

Tuttavia credo che questo modo di valutare il sistema economico, sociale e politico odierno sia molto riduttivo e anche fuorviante se non si tiene conto che, a fronte degli innegabili risultati raggiunti, si sono venuti a determinare nuovi squilibri e contraddizioni, e soprattutto se non si tengono in considerazione le enormi potenzialità che questo sistema soggioga agli interessi del capitale.

È di comune evidenza che assistiamo al progressivo aumento delle povertà e della disoccupazione che colpiscono centinaia di milioni di salariati e relative famiglie, e ciò accade proprio nelle aree dove fino all’altro ieri il relativo benessere e sicurezza sociale raggiunti sembravano conquiste definitive. E ciò non solo per i motivi connessi alla crisi, come si vuol far credere, ma per il modo stesso in cui procede per la sua strada il capitalismo.

Il progresso tecnico, scientifico e culturale raggiunto ci permette, per la prima volta da quando siamo usciti dalle savane africane, di poter organizzare e programmare la società in modo che ad ognuno sia sia data la possibilità di contribuire allo sviluppo sociale secondo le proprie capacità e possibilità e possa ricevere secondo i suoi bisogni.

Ci troviamo invece invischiati in un sistema che impone un modello di sviluppo e di società diametralmente opposto, il cui tratto essenziale è proprio dato dal fatto che esso ha la necessità di mantenere inalterate le condizioni di bisogno e squilibrio, di riprodurle come conditio sine qua non della propria esistenza.

Se per un certo periodo storico lo sviluppo delle forze produttive si è accompagnato a determinate forme di progresso sociale, oggi ci troviamo a fare i conti con il limite storico di tale sviluppo, iscritto nelle medesime leggi dell’accumulazione capitalistica, nel suo unico e universale obiettivo: il profitto.

Sono, per esempio, ormai cent’anni che l’orario di lavoro normale è generalmente di otto ore, nonostante ci sia stato un enorme aumento della produttività del lavoro. Non solo, a fronte dell'insistenza padronale per un orario di lavoro di otto ore, le classi sociali subalterne scontano sempre più un elevato tasso di disoccupazione.  La disoccupazione sembra assumere le sembianze di un castigo divino, mentre in realtà essa è una condizione necessaria del capitale, il quale tende a ridurre il lavoro vivo in rapporto al lavoro passato, oggettivato, in modo da contrastare la caduta del saggio di profitto.


Questo modo di produzione è diventato assolutamente anacronistico per le forme in cui impiega il lavoro e irrazionale nelle modalità in cui saccheggia le risorse naturali. È assurdo produrre oltre la domanda effettiva, provocando, tra l’altro, crisi di sovrapproduzione quando invece la produzione potrebbe essere pianificata. E altrettanto assurdo pensare di risolvere i problemi lasciando la loro soluzione in mano a coloro che hanno contribuito ad aggravarli e di cui, per posizione di classe, non possono comprenderne le cause.

È altrettanto velleitario e reazionario pensare di risolverli nell'àmbito del capitalismo.

5 commenti:

  1. «Verrà un giorno in cui nuovamente le masse organizzate avranno un ruolo decisivo per le sorti dell’umanità [...] Sarà dunque necessario che s’affacci una nuova leva che non abbia nulla da perdere e s'incarichi di mettere a morte la borghesia come classe.»
    Ciò nonostante, è sempre un piacere e una soddisfazione leggerti. Grazie.
    Al momento, seppur fatta nascere ad hoc per note ragioni imperialiste, l'unica leva che abbia (relativa) capacità aggregante è quella del fondamentalismo religioso islamico che tanta presa ha nella gioventù emarginata delle periferie occidentali. Per il resto, siamo in presenza di sporadici gruppi contestatari di matrice o anarchica o nazifascista. Questo per dire che, ahimè (anzi: ahinoi) la "coscienza di classe" è ancora lungi dal riaffiorare, e che - purtroppo - per i più, appena rammenti Marx, girano lo sguardo altrove (quando va bene) o ti sputano addosso.

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    1. perciò mi tengo sempre a qualche passo di distanza

      ciao

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  2. società un tempo ricche, storicamente opulente, muoiono più facilmente per consunzione. La consunzione non è proprio da escludersi nel patologico caso italiano, il più vecchio del mondo, malattia senile del capitalismo.
    Il doge che abdica. la gente poi gli sputava addosso quando lo incontrava per le calli. E' quello che succede al buon napolitano, il quale ha abdicato da un pezzo ma non lo sa! la classe dominante fa un saltino della quaglia, resuscita, o va in campagna per un po', vedi fine della serenissima. Poi impera il provincialismo fino ad arrivare ai renzi, lo sbraco.
    Quella palla di cannone dal forte sant'andrea che incocciò il capoccione del capitano francese! FIne.
    Questo per dire che non c'è fatalismo possibile, pure la sovvversione va organizzata pazientemente. Ma tu in questo sei più paziente di me.

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  3. Aderisco completamente alla previsione contenuta nel testo. Credo che la classe borghese stia già decomponendosi per poi arrivare all'estinzione. L'unico appunto che mi permetto di fare è sul termine "pianificazione". Ritengo che la storia abbia ampiamente dimostrato, così come il calcolo scientifico, che nessun tipo di pianificazione umana della funzione di produzione e consumo sia possibile. mentre la modifica del diritto di famiglia e di quello successorio potrebbero portare alla definitiva inutilità del capitalismo. E credo anche che, con un po' di fortuna e di salute fisica, potremmo vederlo.

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    1. pianifichiamo, organizziamo, attrezziamo e facciamo arrivare degli umani su Marte e, si spera, farli ritornare, ma non riusciamo a pianificare quanto pane produrre e consumare in un anno? suvvia, non scherziamo.

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