giovedì 7 agosto 2014

Asinara / 3

[continua da qui]

Nella tarda mattinata del 12 maggio 1916, compariva sopra il braccio di mare compreso tra l’Asinara e la Sardegna, ad un’altezza di 600 metri e proveniente da nord, un oggetto “dalla forma di un sigaro allungato”. L’oggetto, si legge in una relazione ufficiale, “sembrava dapprima procedere con una certa velocità e non manifestava alcun che di anormale”.



D’un tratto però, prosegue la relazione, “sembrò ripiegarsi su se stesso, presentando una strozzatura al centro”. Impressionato da tale fatto e dal vedere cadere in acqua “materiali che producevano altissimi zampilli”, il comandante del presidio dell’Asinara, il quale stava osservando da terra la scena, “diede ordine alla regia nave Ercole, ai rimorchiatori Oceania e P 23, alle barche a vapore che aveva a sua disposizione”, di attivarsi rapidamente e di “partire al primo ordine”.

L’aeromobile, frattanto, “mutando rotta e dirigendosi verso l’Asinara era ritornato nella sua forma normale di sigaro allungato. Però, il suo procedere – si legge sempre nella relazione – sembrava incerto, tanto che, dopo pochi minuti, tornava a virare di bordo, ed appariva nuovamente floscio”. A quel punto, il comandante del presidio ordinò al rimorchiatore Oceania, sul quale s’imbarco egli stesso, e alla regia nave Ercole ed agli altri rimorchiatori di salpare e procedere al largo.

Il passaggio dell’aeromobile era previsto e gli ordini impartiti dal comandante del presidio non furono casuali. Infatti, il comando militare dell’Asinara era stato allertato per tempo del passaggio di un dirigibile francese, denominato “CM-T-1”, nel caso ci fosse bisogno di un ancoraggio d’emergenza nell’isola. Sennonché l’eventualità di difficoltà incontrate dal dirigibile nella sua attraversata divennero quella mattina drammatica realtà.


L’Oceania si era appena staccato dal pontile quando il dirigibile, ripiegatosi a metà, precipitava, e, ad un terzo della sua caduta, s’incendiava con una vivacissima vampata. Furono recuperati quattro cadaveri e due rimasero dispersi. Le quattro salme, ricomposte presso l’ospedale principale dell’isola, furono imbarcate il giorno dopo con semplice ma imponente cerimonia sul piroscafo militarizzato Golo II al comando del tenente di vascello Charles Lorin (*).

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Nessuno degli oltre 23mila prigionieri asburgici (di varie nazionalità dell’impero, compresi trentini e dalmati) avrebbe potuto immaginare, all’atto della dichiarazione di guerra nel 1914, che di lì ad un anno e mezzo avrebbe dovuto affrontare una marcia calvario attraverso la Serbia e l’Albania, soffrendo una fame disperata e con episodi di cannibalismo, per poi giungere a una isola ignota al mondo, arida, incolta, deserta, rocciosa e inospitale, posta tra la Sardegna e la Corsica. Quasi un terzo di loro morirono durante il trasporto in mare e soprattutto una volta giunti all’Asinara, per malattia. Come da precedenti accordi, nel giugno del 1916 furono reimbarcati su navi francesi e trasportati in Francia, poi in prigioni come quello di Camp de Carpiagne (43 ° 14 '54 "N 5 ° 30 '43" E).

In totale i prigionieri trasferiti in Francia con il piroscafo Seine e la nave ospedale Bien Hoa furono 16.262. Pare che all’atto dell’imbarco i prigionieri espressero unanime gratitudine all’Italia, se non altro per aver salvato la pelle dopo i patimenti dell’Albania. E, del resto, organizzare in quell’isola, inospitale e senz’acqua, l’accoglienza di 24mila persone, moltissime infette di colera e tifo, con pochissimi giorni di preavviso, non sarebbe facile nemmeno oggi. Da segnalare che nei giorni della partenza dall’isola per la Francia, giunse, tramite il vescovo di Sassari, una lettera a firma del cardinale Gasparri, il quale, in nome del Papa, ringraziava anzitutto gli “instancabili cappellani” che evidentemente avevano prestato tante cure spirituali “ai buoni prigionieri”, laddove per buoni si deve intendere quelli cattolici.

Infine, rimessi dalla Croce Rossa di Vienna, arrivarono anche 21 cassette contenenti dei libri che furono distribuiti ai quei pochi prigionieri che non erano ancora partiti per la Francia. In quei sette mesi i prigionieri poterono inviare e ricevere corrispondenza: in partenza fu di 297.594 lettere e cartoline, con una media di 15 lettere a cranio. Ne ricevettero altrettante: 292.716. Furono spediti 761 telegrammi, ne arrivarono 987, le raccomandate e gli espressi furono 328. Quasi 8.000 i pacchi in arrivo.

A tale specifico riguardo, si ricordi l’atteggiamento ufficiale dell’Italia nei confronti dei prigionieri di guerra italiani detenuti nei campi austriaci e tedeschi. I 300mila soldati presi prigionieri durante la Dodicesima battaglia andarono ad unirsi ai 200mila o più che erano già tenuti reclusi nei campi di tutto l’Impero. Il governo italiano, unico fra tutti, si rifiutò di inviare pacchi di viveri ai suoi prigionieri di guerra. Di conseguenza, oltre 100mila dei 600mila prigionieri italiani morirono durante la prigionia: una quota nove volte superiore a quella dei loro omologhi asburgici tenuti prigionieri in Italia. Solo 550 di costoro erano ufficiali che morirono di tubercolosi o in seguito a ferite; gli altri, i soldati semplici, morirono direttamente o indirettamente per il freddo e per la fame. Le collette di beneficenza per i soldati prigionieri erano vietate. A titolo di concessione, alla Croce rossa era stato consentito di accettare i contributi ma solo per gli ufficiali (Cfr. Thompson, La guerra bianca). 

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(*) Nella relazione italiana che descrive l’incidente non sono indicati i nomi dell’equipaggio del dirigibile T appartenente al 1° Gruppo aerostati, salvo due sigle rinvenute su una camicia e un berretto militare. Ho da parte mia trovato altrove queste notizie: i funerali dei quattro aviatori si tennero a St. Mandrier sur Mer, vicino a Tolone. Erano l’ingegnere René Jean Henri Caussin, capitano del genio, nato il 18 ottobre 1885 a Versailles (Seine-et-Oise, oggi Yvelines) comandante del dirigibile e considerato uno dei migliori (targa commemorativa presso il liceo Hoche di Versailles); il tenente della riserva Adrien Jean Leclerc, nato il 1 agosto 1889 a Lilas; Abel Adrien Edmond Rémia, nato il 6 febbraio 1884 a Jussy (Aisne); Marius-Luis Prouteau, telegrafista, nato il 23 dicembre 1895.


I corpi delle altre due vittime non sono stati trovati, uno apparteneva al tenente di vascello Antoine Luis Marie Barthélemy de Saizieu, nato il 20 gennaio 1878 a Carcassonne (Aude) e domiciliato a Marsillargues (Hérault), entrato nella marina militare nel 1895,  imbarcatosi a Biserta quello stesso giorno. Da non confondere con suo fratello, Luis-Marie Jules (1882-1951), anch'egli pilota e in quell’epoca prigioniero dei turchi in quanto catturato nella penisola del Sinai nel febbraio 1916.

Con il nome del capitano Coussin fu chiamato un nuovo dirigibile. Tali dirigibili, impiegati dalla marina militare, servivano per l'avvistamento di sommergibili nemici e di mine in mare, dunque a protezione di navi e convogli. Anche l'Italia ne era dotata.
  


«Parti de Paris le 11 mai 1916, le T avait gagné sans encombre par la Bourgogne, l'Ardèche, la Drôme, le Vaucluse, le port d'attache de Fréjus où il fit escale. Le lendemain 12 mai, il repartait au-dessus de la Méditerranée pour gagner Bizerte. Le même jour, comme il arrivait vers midi à la hauteur de l'île Asinari, au nord de la Sardaigne, il fut aperçu en flammes, des ports d'Asinari et de Porto-Torres, descendant rapidement vers la mer sur laquelle il s'abattit environnée de feu. Avant la chute et l'incendie, le ballon avait pu faire des signaux de détresses, et les postes de télégraphie sans fil du littoral avaient lancé des appels. Deux bâtiments italiens, un transport français et de nombreuses embarcations se dirigèrent vers le théâtre de la catastrophe».

Qui sotto l'articolo apparso giovedì 18 maggio 91916 su L’Ouest-Éclair – éd. de Caen, n° 6.214, p. 2:




4 commenti:

  1. Storia curiosa, raccontata egregiamente. Come al solito.

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  2. merci a vous

    Stefano

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  3. l'ho letta tutta d'un fiato . La Storia contiene infinite storie incredibili e spesso sconosciute . grazie Olympe , sempre originale .

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