martedì 23 aprile 2013

Oro



Durante la Grande Depressione, i latifondisti e le grandi banche statunitensi (quelle piccole fallivano) pignoravano i pochi acri di terra, in parte rossa e in parte grigia, dove i mezzadri avevano impiantato le loro baracche e, con fatica oggi sconosciuta, producevano sotto il sole a picco pannocchie e fagioli per sfamare le loro pletoriche famiglie. Venduto il vitello, se ancora l’avevano, e macellato il pollame superstite, s’imbarcavano in improbabili autocarri con il radiatore sempre a secco e le gomme sbucciate.



Quei carichi di carne umana, nell’allontanarsi da quelli che non sarebbero più stati i loro campi e la propria casa, guardavano per l’ultima volta, in una nuvola di polvere, la pompa dell’acqua inaugurata dieci anni prima, col glicine in fiore attorcigliato attorno al collo d’oca, e il gatto grigio e magro come una sardella. L’epopea più tragica dopo la guerra civile, che John Steinbeck ha reso universale e immortale molto più di quanto seppe poi tradurla John Ford filmandola con molta reticenza.

Mentre le banche e i latifondisti compivano quest’ennesima rapina ai danni dei contadini, i grandi proprietari terrieri della California giubilano, e fanno stampare altre migliaia di volantini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E questo per loro è un bene, perché fa calar le paghe mantenendo invariati i prezzi. Lascia fare ai padroni, a quelli che mangiano a sazietà senza mai aver prodotto nulla. Ci pensano loro a farti cambiare idea su tante cose, a ragionare come si deve.

Finisce per pensarla allo stesso modo anche il bracciante locale e l’operaio dei servizi: io guadagno quindici dollari la settimana; mettiamo che uno di questi maledetti straccioni si accontenti di dodici, cosa succede? Ecco che si diventa leghisti ante-litteram: vedi come sono sudici, ignoranti, questi forestieri. Sono pervertiti, maniaci sessuali, ladri tutti dal primo all’ultimo. Gente che ruba per istinto, perché non ha il senso della proprietà. Così scrive la stampa locale e poi ripetono gli impiegatucci che maneggiano le armi e le clave per difendere il “loro” territorio. La solita guerra tra meno poveri e miserabili, l’antico scontro tra paure ben coltivate e cieca disperazione.

Altre decine di migliaia di poveri diavoli colpiti dalla crisi nelle città industriali emigravano anche loro verso la California, terrorizzando i ricchi e i piccolo borghesi con la loro miseria; o verso il Nord, sulle tracce di ciò che i cercatori d’oro d’altri tempi avevano lasciato. Nessuno di questi cenciosi disoccupati, nomadi che defluiscono lungo le strade della California e le colline nere del Dakota del sud, chiedendo agli automobilisti di essere presi a bordo, farà la carriera di Winfield Scott Stratton che trovò la “miniera dell’indipendenza” e la vendette nel 1900 per diversi milioni di dollari alla Venture Corporation di Londra che la quotò in borsa. Chi comprò quelle azioni si trovò dopo pochi mesi con carta straccia, poiché il giacimento si rivelò assai meno redditizio di quanto presunto. La società trascinò in tribunale Scott Stratton, con l’accusa di aver “salato” la miniera. Quella di “salare” le miniere – non solo quelle d’oro – per ricavarne un alto prezzo di vendita, era una pratica truffaldina assai diffusa. Forse racconterò i dettagli un’altra volta.

Stratton morì nel 1902, ma i giudici diedero torto alla Venture Corporation. Fatto curioso, il suo testamento, oltre a essere impugnato dai figli (Stratton lasciò tutto per la costituzione di una casa di riposo per i minatori), fu impugnato da ben 13 donne che dichiaravano di essere state segretamente sposate con l’uomo. Chissà se fosse rimasto un semplice falegname se le cose sarebbero andate così. Una statua del filantropo è stata collocata in centro a Colorado Springs.

A parte queste rare eccezioni, l’ardente brama di quei cercatori illusi continuerà a divampare nei loro occhi fino alla morte, come successe a Robert "Bob" Miller Womack, che nel 1890 scoprì a Cripple Creek il più grande giacimento d’oro rimasto in attività fino al 1961.Vendette la proprietà per 500 dollari e una bottiglia di liquore. Morì povero e solo nel 1909.

Alcuni di loro furono più fortunati, trovarono talvolta un pezzo di terra, abbandonato dalle grandi società come giacimento non redditizio, che con gran fatica poteva fruttare anche qualche decina di dollari d’oro. E in quegli anni di crisi e di fame nera, voleva dire guadagnare molto nel paese più ricco del mondo. Le società che avevano in appalto la regione di Sacramento, Eldorado e Siskiyou traevano ancora in quegli anni, dopo decenni di sfruttamento, dodici milioni di dollari l’anno facendo lavorare allo sfinimento i propri schiavi.




1 commento:

  1. ho letto"furore" che avevo sedici anni e mi sconvolse. Allora credevo OVVIAMENTE che gli USA fossero la " terra dell' abbondanza" e non potevo credere che milioni di persone fossero stati buttati alla fame datosi che in quegli anni invece da noi "terra della poverta'" nessuno " fu lasciato indietro" ( come si dice oggi :-) ) cioe' mori di fame o fu cacciato dal suo lavoro.
    Certo una gran poverta' ci fu per tutti, ma in un paese dove tutti continuavano a lavorare , per non morire di fame basto' semplicemente ritornare al baratto. Ad esempio i miei allora che erano mezzadri scambiavano un po delle loro provviste con "beni strumentali" che gli operai vendevano nelle campagne come "paga " in natura ricevuta dal padrone.

    E questo creo' il " consenso" su cui il fascismo costrui ' i suoi sogni " imperiali" . Mentre in USA proprio perche' il " furore" non degenerasse in " bolscevismo" ( che il pericolo allora ancora c' era :-)) i " padroni" elessero roosevelt affinche ' li salvasse abbacinando le masse con il solito " capitalismo compassionevole" poi inevitabilmente sfociato nel " capitalismo di guerra".

    Come credo succedera' anche stavolta :-(
    ws

    RispondiElimina