sabato 30 giugno 2012

Paracetamolo teutonico



Come solito c’è la rincorsa a prendersi i meriti per i presunti risultati ottenuti nel summit di Bruxelles.

Un esempio? Ecco cosa scrive il giornale iberico El Pais:

Recapitalización directa de la banca. Esta era la principal reivindicación de Mariano Rajoy, que parecía prácticamente descartada tras la rotunda oposición de la canciller alemana.

Per quanto riguarda la Francia, basta il titolo di Le Monde:

François Hollande met en avant son rôle dans l'accord européen.

Per la stampa italiana è Mario Monti ad aver giocato il ruolo di mattatore nei riguardi della Merkel. Per quanto riguarda la stampa tedesca, invece, la cancelliera ha tenuto duro.

In effetti si tratta di questioni che avranno un rilievo solo momentaneo. Non perché la questione del debito non sia questione vera, ma perché essa non è la vera causa della crisi dell’euro, così come le soluzioni prospettate sono solo dei rimedi temporanei. In questo senso aveva ragione il commissario europeo agli affari esteri a parlare di paracetamolo.

La questione tedesca è vecchia di almeno un secolo e nella sua sostanza non è cambiata, tanto più dopo la riunificazione. Adolf Hitler, osservatore acuto, l’aveva ben compresa e descritta nel suo “secondo libro” del 1928. Una nazione industriale di oltre 80mln di abitanti ha bisogno di uno spazio economico adeguato.

Nel dopoguerra, la ricostruzione, l’E.R.P., un nuovo e lungo ciclo economico, favorirono lo straordinario sviluppo tedesco ed europeo. Ma i vecchi problemi non erano stati risolti per sempre, stavano dietro l’angolo. La crisi di lungo periodo, crisi sistemica, li ripropone oggi con drammaticità. Nessun escamotage contabile, nessun artificio fiscale o manovra politica, potrà portare in equilibrio le bilance dei pagamenti in un sistema economico laddove lo squilibrio è la ragion d’essere dello scambio.

La Germania fa il suo gioco, gli altri fanno melina sperando nei supplementari.

giovedì 28 giugno 2012

Domanda al signor Pietro Ichino


Scrive il signor Pietro Ichino nel suo blog:

Ci sono tre modi di intendere il “diritto al lavoro”. Il modo burocratico: “se vai all’ufficio di collocamento, hai diritto a essere avviato a un lavoro, sulla base di una graduatoria”. Il modo sindacale: “Se hai un posto di lavoro, non puoi essere licenziato”. Il modo costituzionale: “lo Stato ha il dovere di creare le condizioni affinché tutti abbiano una opportunità di lavoro secondo le proprie capacità e la propria scelta”.

Il primo lo abbiamo sperimentato per mezzo secolo, dal 1949 al 1997, con il nostro monopolio statale del collocamento: l’esperienza mostra che in quel modo, di fatto, abbiamo garantito soltanto il diritto dei collocatori alla bustarella. Il secondo lo abbiamo sperimentato per quarant’anni, dal 1970 a oggi, con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: è il diritto a tenersi il proprio posto stabile quando lo si è trovato, ma non è affatto il diritto al lavoro stabile per chi ancora non lo ha trovato. Resta il terzo, ovvero il modo più serio e più impegnativo di intendere il diritto al lavoro: l’esperienza degli ultimi due secoli mostra che non vi è modo migliore per garantire a tutti una opportunità di lavoro secondo le proprie capacità e la propria scelta, che quello di un mercato del lavoro ben funzionante, fluido  e innervato di servizi efficienti, in un sistema economico aperto.

Nella sua intervista pubblicata mercoledì dal Wall Street Journal Elsa Fornero, dicendo che il lavoro non è “oggetto di un diritto”, ha soltanto voluto prendere le distanze dal modo burocratico e dal modo sindacale di intendere il “diritto al lavoro”, spiegando come va letto correttamente l’articolo 4 della nostra Costituzione. Chi per questo la ha duramente attaccata ci dica, per favore, qual è il suo modo di intendere il diritto al lavoro.

* * *
A me non interessa discutere la posizione della signora Fornero o del signor Ichino dal loro punto di vista, poiché si tratta di un punto di vista totalmente dipendente dall’ideologia borghese.

La questione non è se un uomo abbia “il diritto ad avere un lavoro” e come debba esercitare tale diritto. La questione che pongo è un’altra: posto che un salariato per vivere non ha altra scelta che vendere la propria forza-lavoro, esso deve essere, in tutte le condizioni di società e di civiltà, lo schiavo di quegli uomini che si sono resi proprietari delle condizioni materiali del lavoro, ossia può egli lavorare solo col loro permesso, e quindi può vivere solo col loro permesso?

Deutschland über alles, über alles in der Welt

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Fu un episodio casuale e imprevisto, forse perfino evitabile nelle sue premesse, quello del 28 giugno 1914 a Sarajevo, e tuttavia sufficiente a innescare quegli avvenimenti presagiti e ormai divenuti maturi che infine s’imposero con schiacciante necessità. «Meglio un trauma subito che un'agonia senza fine» fu l’invocazione alla guerra di un alto funzionario asburgico, frase poi divenuta celebre.

La Germania guglielmina colse l’occasione per dare l’assalto al potere mondiale, pur consapevole che per dominare il mondo è necessario avere il controllo dei mari, come ebbe a sperimentare Napoleone (*). Una consapevolezza questa che infine trovò risposta nell’inutile battaglia dello Jutland (per anni si pescarono anguille grosse come un braccio, scrive Günter Grass nel suo Die Blechtrommel), così come un quarto di secolo dopo s’inabisseranno le velleità nipponiche a Midway, in uno scontro aeronavale dove contò più il caso della potenza e che tuttavia sancì il passaggio di consegne definitivo non tra Londra e Tokyo ma tra inglesi e americani (**).

Che cosa ci riservi il caso nel prossimo futuro, non può essere preventivato; per contro qualche ipotesi può essere adombrata per quanto riguarda il movimento d’insieme nella sua necessità storica. Ma facciamo ancora un passo indietro: il 5 febbraio 1945, alla conferenza di Crimea, i tre grandi discussero del futuro postbellico della Germania e ancora una volta non decisero molto. Tutti erano d’accordo sulla spartizione, ma la proposta sovietica di non permettere più ai tedeschi di diventare una grande potenza industriale, fu discussa ma non decisa. Stalin propose una Germania agricola, dotata d’industria leggera e una minima percentuale di quella pesante, ma non se ne fece nulla. Poi a Roosevelt seguì Truman e la sua dottrina.

Decisiva fu la politica di potenza, non il bisogno di giustizia. Ancora una volta la borghesia tedesca se la cavò con poco e già nel 1951 il Pil tedesco raggiungeva i livelli di quello del 1939. Del resto, la Germania, pur divisa, non poteva avere in Europa un ruolo economico e strategico marginale. L’errore esiziale venne dopo, con la riunificazione. Il Bundestag provvide subito di riportare la capitale nella sua sede tradizionale: Berlino. La storia del Reich germanico ricominciava laddove sembrava essersi interrotta per sempre.

Anche le questioni sulle quali oggi si litiga, al di là del falso problema dell’euro, sono quelle di sempre e che possono riassumersi nella necessità della Germania di essere una potenza esportatrice dominante, ossia, come ebbe a dire un certo Strauss-Kahn, «non un modello virtuoso da imitare ma una nazione arcipeccatrice», visto che il suo modello di sfruttamento sistematico dei surplus dell’export per potenziare la crescita a spese degli altri paesi europei in deficit non è che una riedizione degli sbilanci tossici globali che hanno fatto riemergere la crisi (***).

I tedeschi, oltre alla terza strofa ufficiale dell’inno Das Lied der Deutschen, sempre più spesso intonano anche la prima strofa, la quale inizia così: Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt. Questa sera dagli spalti dello stadio di Varsavia, città simbolo della seconda guerra mondiale, li sentiremo cantare convinti: Germania, Germania, al di sopra di tutto, al di sopra di tutto nel mondo!

(*) Vedi: Alfred Thayer Mahan, Influenza del potere marittimo sulla storia (1660-1783).

(**) Nel 1922 si era tenuta la conferenza di Washington per la limitazione e riduzione degli armamenti navali, alla quale non prese parte (e non firmò il relativo trattato) la Germania in quanto il disarmo tedesco veniva sottoposto alle clausole di Versailles.

Nel novembre 1934, la conferenza generale del disarmo, dopo mesi di discussioni, era stata indefinitamente aggiornata, ma il mancato accoglimento della richiesta tedesca di soppressione delle disposizioni militari imposte dal trattato Versailles e di riconoscimento della parità di diritti con le altre potenze, portarono dapprima al ritiro della Germania dalla conferenza e poi anche dalla Società delle Nazioni, quindi il 16 marzo 1935 alla denuncia unilaterale delle clausole militari di Versailles.

Nel campo navale, non essendo la Germania, come detto, firmataria del trattato di Washington del 1922 per la limitazione e riduzione degli armamenti navali, il governo britannico si affrettò, con disappunto dei governi di Roma e Parigi, a sottoscrivere, il 18 giugno 1935, un patto con Berlino, che stabiliva un rapporto quantitativo del 35% del tonnellaggio globale e di ogni singola categoria di naviglio della flotta tedesca rispetto a quella britannica, salvo che per i sommergibili, ove il rapporto fu del 45%, elevabile al 100% in caso di necessità.

A sua volta il Giappone (nel primo dopoguerra, come del resto in precedenza, il Regno Unito fu alleato del Giappone e non sempre invece favorevole alla politica navale americana), convintosi nelle conversazioni preliminari della conferenza di non poter ottenere la parità con le potenze anglosassoni, denunciò il 29 dicembre 1934 il trattato di Washington del 1922 (Trattato per la limitazione e riduzione degli armamenti navali), imitato il 2 gennaio 1935 dalla Francia. Una seconda conferenza di Londra si aprì il 9 dicembre 1935. A gennaio la conferenza fu abbandonata dal Giappone, che vide respinte le sue proposte di un “limite superiore comune” e di “abolizione delle navi offensive” (corazzate, portaerei e incrociatori pesanti). La conferenza si concluse il 25 marzo 1936 con un trattato sottoscritto solo fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, con l’abolizione della ratio convenuta nel 1922 a Washington e della conseguente gerarchia fra le potenze navali. Pertanto ciascuna delle tre potenze divenne libera di realizzare la flotta che reputava più conveniente ai propri bisogni. Ci si preparava alla guerra.

(***) Chiaro quindi che un direttore del FMI che dichiara pubblicamente queste cose non potesse aspirare alla poltrona dell’Eliseo. E se questo stesso personaggio presenta qualche vizietto privato, fischiargli contro il fuorigioco è facilissimo.

mercoledì 27 giugno 2012

Meglio di un autogol




Domani è il 28 giugno, data anniversario che segna l’inizio del Novecento. All’avvenimento di 98 anni fa dedicherò un post, mentre oggi ritengo superfluo dedicarne uno all’ennesimo esempio di cretinismo parlamentare. Non mi riferisco alla geniale proposta di quel tale che vuole fare il ministro di un governo presieduto dal suo cameriere personale, ma a quell’altro genio italico che vuol fare cadere il governo se il parlamento non chiuderà per ferie già ai primi d’agosto. Una trovata come questa non passa inosservata e sarà ripresa con dovizia dalla stampa estera, soprattutto tedesca. Che cazzo vuoi commentare?

martedì 26 giugno 2012

Quello che i tedeschi ci invidiano


Credo che mediamente i tedeschi siano molto più virtuosi rispetto agli italiani per quanto riguarda molte cose, ma essi tuttavia non hanno altre cose di cui noi invece andiamo orgogliosi, come per esempio il sole e il mare ma anche una classe politica irreprensibile e alla quale confermiamo elezione dopo elezione la nostra illimitata fiducia. Così come non hanno una burocrazia semplicemente perfetta e servizi pubblici efficientissimi, regioni amministrate da associazioni di muto soccorso e livelli di evasione fiscale appena fisiologici. Eccetera. Questi sono motivi largamente sufficienti per avere totale fiducia dell’Italia e quindi per accollarsi il nostro debito pubblico. Se non lo fanno è perché sono stronzi.

Cosa c'è dentro al frigorifero


Sappiamo che il capitale non produce frigoriferi per farci tenere le bibite al fresco, ma solo perché la produzione e vendita di frigoriferi gli consente di produrre e realizzare plusvalore. La quantità di plusvalore in rapporto al capitale investito è determinante ai fini della sua “adeguata” valorizzazione. Aumentando la parte costante del capitale in rapporto a quella variabile, il saggio di plusvalore medio tende a diminuire. Pur trattandosi di un’evidenza indiscutibile da quando Marx ha rintracciato la sua legge, nondimeno da ciò nasce lo sconcerto dei capitalisti e dei loro furieri che s’ingegnano a “spiegare” il fenomeno nelle mode di pensiero più stravaganti.

Garantirsi una valorizzazione adeguata è una necessità vitale per contrastare validamente tale legge, per opporsi vittoriosamente alla sua tendenza, costi quel che costi e sia pure sempre più precariamente. Non è un caso quindi che il capitalismo, nella sua fase terminale, per tentare di arrestare gli effetti della legge fondamentale della sua crisi sia costretto a tornare indietro, ai vecchi arnesi dello sfruttamento e della rapina, allo schiavismo puro e semplice.

Non solo rapina e sfruttamento d’antan, ma la concentrazione e centralizzazione del capitale, così come la sempre più accentuata finanziarizzazione dell’economia nel suo complesso, sono altri segnali della sempre maggiore difficoltà del capitale di valorizzarsi nell’ambito della produzione di plusvalore. Tuttavia ciò che in passato si presentava come casuale, episodico, ossia come crisi di ciclo, nella fase attuale ha assunto i caratteri della necessità assoluta, ossia quelli di crisi generale del modo di produzione capitalistico.

Altra caratteristica della fase attuale è data dalla crisi del debito statale, dalla sua insostenibilità, quindi dall’impossibilità da parte degli Stati di alimentare adeguatamente la domanda. Tale sostegno, su cui ha contato il capitale in passato, è sempre più precario e se a ciò si aggiungono gli effetti della speculazione finanziaria che aggredisce il debito stesso, il quadro della situazione non è davvero incoraggiante. La borghesia ha storicamente dimostrato di avere un modo decisivo per aggirare questo stato di cose: la guerra. Anche su questo fronte però si è raggiunta una fase in cui una guerra generale e totale non è possibile se non in una prospettiva di suicidio collettivo.

Non so dire se le prossime generazioni e già quella attualmente più giovane, potranno dire di sentirsi lusingate di vivere avvenimenti che si preannunciano quanto mai decisivi, radicali e travolgenti.

Ah, dimenticavo: buongiorno!
  

lunedì 25 giugno 2012

Da me?




«Un atto di giustizia», titola Il Sole 24ore. Almeno uno e sia pure affidato a una pedata.

Un terzo dei giovani risulta senza occupazione, milioni di precari, centinaia di migliaia in cassaintegrazione, le banche salvate con denaro pubblico, svendita delle proprietà demaniali, “opere” pubbliche demenziali, distruzione del patrimonio artistico e del paesaggio, saccheggio generalizzato. Se usciremo dell’euro ci dovremmo vendere anche l’orto (in lire svalutatissime). I grandi proprietari non aspettano altro. Discutiamone dice un altro. Giusto, ma con chi e per fare cosa?


Ci resta il voto, la speranza che il cretinismo parlamentare muti pelle. Confidare in un cambiamento per via parlamentare non è più soltanto un’illusione, è diventato un atto di deliberata stupidità. In cuor suo chi vota lo sa, ma tanto non costa nulla votare e poi se non voti cosa cambi? E volete saperlo da me cosa fare?! Incredibile.

domenica 24 giugno 2012

Nulla


I costi e gli sprechi della politica, le province e i carrozzoni burocratici, tutto questo ha certamente un peso nel bilancio e nel debito statale. Ma parlare di questo – solo di questo – è fuorviante. Il nodo irrisolto della spesa pubblica parassitaria, un nodo secolare, riguarda anzitutto il dualismo tra Nord e Sud, quello stesso che alimenta il consenso e il voto dei partiti, e che può esemplificarsi nella ormai mitica Salerno-Reggio Calabria, un tratto dell’autostrada del Sole che aspetta da mezzo secolo di essere ultimata. Quella rete d’infrastrutture incompiute da cui deriva una distribuzione di benefici illimitata, ma anche e non ultimo una burocrazia elefantiaca e il circuito della sanità pubblica-privata che in alcune regioni rappresenta l’attività economica più rilevante, un pozzo di spesa senza fondo che alimenta le fortune della grande e piccola borghesia del Sud e di alcuni strati proletari.

Quale governo avrà la forza di tagliare realmente questi flussi di spesa, di rivedere i termini del compromesso, e con quali imprevedibili conseguenze sociali? Nel momento storico in cui il Nord entra in una crisi di stagnazione dalla quale non si vede via d’uscita, tale dualismo Nord – Sud e il compromesso fiscale che ne è conseguenza, non può più essere mantenuto se non nella prospettiva del disastro generale. Non è un caso che il Movimento 5 Stelle di Grillo non raccolga consenso al Sud, poiché movimenti e partiti di tale segno vengono percepiti come eversivi dello status quo. Resta poi da verificare – questione tutt’altro che pacifica – cosa riuscirebbe eventualmente a fare un movimento squinternato come quello, ossia su un frangente decisivo dove è già miseramente fallita la Lega (alleata con i partiti del blocco sociale meridionale che difende tali interessi: mai strategia politica fu più miope!).

Per quanto riguarda l’Europa, cioè i grandi poteri europei, non credo che abbiano la volontà, la forza e forse nemmeno l’interesse di occuparsene davvero. Il nodo però resta, e per quanto possano dire al riguardo i vari Giavazzi e Alesina, piuttosto che Lucrezia Reichlin, esso non solo non sarà avviato a soluzione, ma nemmeno affrontato, né da questo governo né da altri. Su questo fronte, l’abbiamo visto, l’idea più originale è tagliare i trasferimenti agli enti locali dando a questi la possibilità di aumentare le gabelle per pagare gli stipendi a centinaia di migliaia di nullafacenti. E allora cosa resta da fare? Nulla.


sabato 23 giugno 2012

La puzzona tedesca



Non so chi acquisti gli abiti del cancelliere tedesco, chi le consigli il taglio e gli abbinamenti. Forse non è casuale tanto cattivo gusto e trasandatezza. Sta di fatto che ieri a Roma vestiva con la stessa giacca e gli stessi pantaloni che poi indossava ieri sera a Danzica. Credo non si lavi nemmeno a sufficienza e oltre che del rigore (per gli altri) è possibile immaginare che la Merkel coltivi il gusto dell’afrore.



* * *
I “sacrifici” i lavoratori tedeschi – come sostiene il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble – li hanno “fatti prima”. Ora passano all’incasso come si può vedere da questa tabella che riguarda il settore pubblico: aumenti del 6,3%: da marzo 2012 il 3,5% e poi a gennaio e agosto 2013 si aggiungono due tranche del 1,4%. Ai dipendenti di Deutsche Telecom va ancora meglio: aumenti del 6,5% e in alcuni casi fino al 7,2%. Per i salariati metalmeccanici il contratto siglato in Baden-Württemberg e che sarà esteso a tutti, prevede un aumento del 4,3%; per i chimici del 4,5%.

La coscienza di un'epoca



Ripropongo un post del 6 novembre scorso che forse può chiarire quello del 20 giugno dal titolo Il sonno dell’immaginazione crea mostri

* * *
Il primo presupposto della società umana, dunque di ogni storia, è che gli uomini producano le condizioni della propria esistenza: cibo, vestiario, abitazioni, ecc.; il modo di produrre queste cose, da un certo stadio in poi, dà luogo alla divisione sociale del lavoro che condiziona i rapporti sociali fra gli uomini e diventa reale solo nel momento in cui interviene una divisione tra lavoro manuale e quello intellettuale. Per ottenere questo tipo di separazione delle funzioni lavorative il presupposto essenziale è la proprietà privata (*).

Leit-motiv dell’ideologia borghese a difesa dello status quo contro qualsiasi possibilità di cambiamento radicale è che, date tali premesse, il destino dell’umanità sarebbe segnato dalla necessità di avere chi comanda e chi esegue, chi è proprietario e chi è servo. Secondo questa ciurma di propagandisti, Marx sarebbe stato solo un profeta illuso, egli avrebbe nutrito un’eccessiva fiducia sul fatto che abolita la proprietà privata sarebbe cessato lo sfruttamento e quant’altro. Del resto, rilevano, la storia recente ha dimostrato che anche laddove non è esistita formalmente la proprietà privata continuava a sussistere la divisione sociale del lavoro, la separazione tra quello manuale e il lavoro intellettuale, ossia la gerarchia sociale.

Naturalmente Marx era ben consapevole di tutte queste fumisterie dell’ideologia fatte proprie dagli scolaretti di ogni epoca, e mai avrebbe pensato che per “instaurare” il comunismo sarebbe bastato abolire la proprietà privata, in tal caso non servirebbe alcuna rivoluzione ma un decreto firmato da Vendola (**). Infatti ebbe a precisare fin dagli scritti giovanili: “[…] in tutte le rivoluzioni finora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione del lavoro ad altre persone”.

Pertanto, nel prefigurare una società comunista nella quale ognuno darà secondo le sue capacità e riceverà secondo i propri bisogni, poneva come premessa che ciò potrà avvenire solo “dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e manuale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita …” (***).

Questo a sua volta presuppone “un grande incremento della forza produttiva, un alto grado del suo sviluppo; e d’altra parte questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda, e poi perché solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali fra gli uomini, ciò che da una parte produce il fenomeno della massa ‘priva di proprietà’ contemporaneamente in tutti i popoli (concorrenza generale), fa dipendere ciascuno di essi dalle rivoluzioni degli altri, e infine sostituisce agli individui locali individui inseriti nella storia universale, individui empiricamente universali (****).

Nella Russia stalinista prevalse la concezione del “socialismo in un paese solo”, da realizzare in una realtà economica a dir poco arretrata, in un paese sfiancato da anni di belligeranze (nella sola battaglia di Tannenberg morirono 300mila russi), distruzioni di ogni tipo, pogrom, carestie e miseria, circondato da potenze ostili che imposero dapprima un blocco commerciale criminale e poi favorirono la minaccia fascista. L’industrializzazione e la modernizzazione di un territorio così vasto (lo zar e la chiesa ortodossa erano stati di gran lunga i maggiori proprietari fondiari), dove fino al giorno prima vigeva di fatto la servitù della gleba (abolita formalmente nel 1861), venne operata in base a una pianificazione dell’economica per tappe forzate che ottenne indubbi successi ma a fronte di costi umani elevatissimi e del prevalere di una burocrazia dispotica e di organismi repressivi spietati che segnarono irreversibilmente la natura di quel sistema sociale e politico.

Questo significa che assieme a tale esperienza storica è tramontata per sempre la possibilità stessa del cambiamento? Lo vorrebbero far credere e molti se ne convincono, non perché sono stupidi ma perché vivono nelle contraddizioni che a tutti i livelli solcano la formazione sociale capitalistica. Un lettore del blog, in un commento, osserva che fin quando avremo il frigorifero pieno (ci sono però sempre più frigoriferi abitati da topolini che piangono) nessuno avrà interesse e voglia di un effettivo cambiamento. Nei paesi del cosiddetto primo mondo per diversi decenni il riformismo ha avuto un certo successo, consentito da diversi fattori e dall’enorme debito pubblico. Le cose stanno ora cambiando per i motivi che grossomodo conosciamo tutti, e non si tratta più di far fronte come in passato a una crisi di ciclo, ma si è in presenza di una crisi di sistema, effettivamente epocale, più grave e profonda di quanto riusciamo a percepire attraverso la manipolazione ridondante dei media. “Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione”.

I prossimi anni, i decenni a venire, diranno non solo fino a che punto questo sistema economico e sociale potrà reggere, ma soprattutto come, con quali mezzi, la classe dirigente di questo pianeta ritiene di dover affrontare problemi di natura e dimensioni così inedite. C’è un solo modo per affrontarli, essere radicali, che significa andare alla radice di tali problemi. Una strada che la borghesia perente non può e non vuole percorrere, perciò tende a rafforzare tutte le tendenze ideologiche che possono distogliere l'attenzione e il conflitto dai veri obiettivi. L’aristocrazia del denaro, lo dice il Novecento, preferisce altre strade. Allora subentrerà, per dirla con Marx, una fase in cui gli uomini saranno costretti ad agire rivoluzionariamente non solo contro alcune condizioni singole della società fino ad allora esistente, ma contro la stessa “produzione della vita” come è stata fino a quel momento, e sarà del tutto indifferente, per lo sviluppo pratico, se l’idea di questo rivolgimento sia già stata espressa mille volte.

(*)[…] divisione del lavoro e proprietà privata sono espressioni identiche: con la prima si esprime in riferimento all’attività esattamente ciò che con l’altra si esprime in riferimento al prodotto dell’attività” [MEOC, V, p. 31].
(**) “Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente” [cit. p. 34].
(***) Critica al programma di Gotha, 1875.
(****) MEOC, cit., p 34.

venerdì 22 giugno 2012

Era il 22 luglio 1944



Era il 22 luglio 1944 quando i delegati di 44 paesi lasciarono il Mount Washington Hotel di Bretton Woods, un villaggio del comune di Caroll, contea di Coos (New Hampshire), con il primo esplicito accordo internazionale sulle regole dei pagamenti tra paesi. Gli obiettivi principali erano la crescita bilanciata del commercio internazionale, promuovere la stabilità dei cambi e la riduzione degli squilibri delle bilance dei pagamenti. Keynes credeva nella pietra filosofale, il bancor, così come poi in Europa si crederà, almeno inizialmente, alle virtù taumaturgiche dell’euro. Invece del bancor fu adottato il dollaro convertibile a 35 per oncia e con il FMI che avrebbe dovuto provvedere agli aggiustamenti dei tassi di cambio. Dopo l’agosto 1971, il dollaro divenne a tutti gli effetti per gli Usa un mezzo di scambio “gratuito” e illimitato garantito dai missili e dalle portaerei, una forma di signoraggio questa sì reale.

A distanza di quasi 70anni, e dopo la caduta del famoso Muro, il capitalismo globale ha creato una catastrofe a livello globale con un forte e insostenibile squilibrio delle bilance dei pagamenti, debiti statali stratosferici e una speculazione finanziaria che fa semplicemente ciò che vuole. Ancora una volta nella storia si ignora tranquillamente il fatto che denaro e moneta non sono la stessa cosa, convinti di poter stampare all’infinito carta inconvertibile, ma prima o poi ci si dovrà arrendere ai fatti, per esempio a quello che vede le banche ricolme di carta senza valore e quindi di debiti che non possono onorare.

Per quanto riguarda invece la produzione, essa si contrae anche in Cina, India e Brasile, nonché in Germania e anche  negli Usa sta rallentando (vedi Federal Open Market Committee). In Italia la produzione è in caduta libera, anche se il commercio con l’estero fino all’anno scorso ha dato buoni risultati. Per fine anno si parlerà di una nuova fase acuta della crisi e del resto i nodi restano irrisolti a cominciare dal forte e insostenibile squilibrio delle bilance dei pagamenti.

La Cina è costretta a comprare debito pubblico americano (è poi il paese che detiene la più alta riserva in dollari) per sostenere le proprie esportazioni verso gli Usa, ma fino a che punto questi ultimi potranno indebitarsi? Circa 14.000 miliardi di dollari (escluso il debito locale e quello bancario), non sono pochi nemmeno per gli Usa. E infatti la Cina sta gradualmente riducendo i titoli Usa in portafoglio, così come Russia (-15,00%), India (-23,44%), Malesia (-12,00%) ed altri. La lotta sul mercato internazionale dei titoli del debito pubblico condotta dagli americani e dagli inglesi va vista anche in questa prospettiva.

Fatto singolare, anche l’Italia detiene una ventina di miliardi del debito Usa e perfino la Spagna, in profonda crisi e bisognosa di soldi ha più che triplicato gli aiuti agli Usa: dai 4,20 miliardi di dollari del dicembre 2008, è passata ad avere titoli del debito Usa pari a 13,50 miliardi! La Polonia, altro esempio, dai 3,30 miliardi di dollari in titoli Usa, del dicembre 2008, è passata ad avere 23,40 miliardi, a marzo 2010.

Tanto per dire chi comanda.

giovedì 21 giugno 2012

Come le ciliegie



Faceva una certa impressione vedere, ieri, in un’atmosfera surreale, un’assemblea di parassiti autoreferenziali votare l’arresto di un loro sodale, di un furfante reo confesso. Non per ragioni di diritto, ma anzitutto per vendetta e poi per calmierare una plebe la cui rabbia ha ben più di un motivo di manifestarsi, ma che in tal modo si dimostra garantista a senso unico, com’è del resto costume dei disonesti padroni della stampa e dell’opinione pubblica. Anche l’ingiustizia deve servire per il trionfo della … giustizia.

Non provo pena per il furfante incarcerato (migliaia di persone sono in carcere in attesa del primo grado di giudizio, spesso per reati che sono tali solo in Italia), e nemmeno per l’insensibilità di una classe politica intimamente corrotta sotto ogni aspetto e a ogni livello e che s’illude basti un voto come questo per salvare la faccia e allontanare da sé la catastrofe, convinta quindi che sia ancora possibile far sperare tutto, con le manette ai polsi di un farabutto confesso prima del processo, e non concedere in realtà nulla di serio e di concreto.

Questi fatti e ciò che si può presagire per il futuro prossimo, mi ricordano per certi versi quanto avvenne circa un secolo or sono con la caduta di quattro secolari monarchie e delle relative classi sociali e ceti politici. Che quell’accozzaglia di privilegiati deliranti rappresentasse ormai un anacronismo storico, sembra a noi oggi patente e senza discussione, e tuttavia per sbarazzarsi di quei detriti furono necessarie decine di milioni di morti.

Questi partiti “di sinistra”, con dotazioni e spese monarchiche per le loro rappresentazioni coreografiche, fanno grandi annunci sull’urgenza delle più drastiche economie di ordine finanziario e poi si dimostrano subito solidali nelle più grandiose dissipazioni di denaro pubblico. E se c’è qualche esempio che in ciò vuole distinguersi a parole, è solo per mercato elettorale. In fondo questi partiti “di sinistra” hanno le stesse idee e abitudini, i medesimi propositi e costumi della destra nuda e vuota, tanto che nulla vieta loro di associarvisi per tenere in piedi un esecutivo costituito di banchieri e tecnocrati che non fanno alcuna riserva di dichiarare e dimostrare il proprio odio di classe per i salariati.

Finché dura.  

mercoledì 20 giugno 2012

Perché?



Sono tutti soddisfatti, da Grillo ai blogger de “sinistra”, perché finalmente Lusi va in carcere. Lusi è un mascalzone ma è anche un reo confesso, non ha la possibilità di reiterare i reati, d’inquinare le prove e non c’è pericolo di fuga. L’inchiesta è praticamente chiusa, quindi perché arrestarlo, perché metterlo in carcere prima del processo? Già, perché?

Il sonno dell’immaginazione crea mostri


La prima cosa che mi viene in mente seguendo la cronaca del Rio+20 e del G-20, è il fatto che la complessità e vastità dei problemi non trovi una radicalità di progetto adeguata, aperta a speranze autentiche e profonde. All’origine dei problemi sta un sistema economico che anche quando non è in crisi produce tali contraddizioni e devastazioni che ci porta con certezza alla catastrofe. E tuttavia si continua ad appoggiare in mille modi l’illusione che il disordine capitalistico possa essere arginato, riformato e migliorato, arrivando a contestarne alcuni aspetti e esiti palesemente insostenibili ed esiziali ma non le premesse sulle quali esso poggia.

E tutto ciò, del resto, è anche conseguenza del fallimento di quello che a lungo è stato considerato l’esperimento di una società socialista che però non ebbe come palcoscenico gli Stati più avanzati, ma quelli economicamente e socialmente più arretrati, addirittura i regimi feudali russo e cinese, ed è noto che la storia non fa salti.

Va anche tenuto bene in conto che nel ‘900 s’è combattuta, sullo sfondo della contesa imperialista, la più cruenta guerra di classe della storia. La borghesia ha contrastato in tutti i modi – con i fascismi soprattutto – chiunque si contrapponesse al suo dominio. La responsabilità di due guerre mondiali, delle carneficine e degli stermini, è tutta da ascriversi alle classi dirigenti e di potere nazionali, alla loro brama non meno che alle loro paure.

E tuttavia non bisogna dimenticare che con il fallimento del “socialismo reale” è il marxismo stesso, l’idea dell’uguaglianza universale e del superamento del capitalismo e delle sue leggi, a essere entrato in crisi. Le lacune teoriche erano evidenti, la cuoca non è passata dalla cucina al governo, lo Stato non si è estinto, anzi, il suo controllo nell’economia e nella società è diventato totale e asfissiante, ogni diversità bandita e anzi condannata al gulag.

Si tratta di verificare se alla radice l’idea stessa di uguaglianza universale, alla quale puntavano Marx e i marxisti, si sia rivelata un tragico errore di prospettiva, oppure se l’orrore del tentativo della sua pratica realizzazione fu conseguenza inevitabile per limiti storici e soggettivi. Nel primo caso si tratterebbe di un colossale, per quanto nobile nelle intenzioni, fraintendimento utopistico dalle conseguenze devastanti; nel secondo caso si è trattato di errori personali e di una fase necessaria.

Domanda: è possibile un’alternativa al sistema conciliabile con le libertà di vita e non di sola sopravvivenza, ossia un movimento che cambi radicalmente lo stato di cose esistente superando la schiavitù e spostando l’asse della storia dall’economia all’uomo e alla natura, fuori dalla logica predatoria dello scambio o di una pianificazione autoritaria annullatrice delle diversità, oppure questo sistema di cose, comunque denominato, è per sempre e noi con esso fino alla catastrofe?

In caso di risposta positiva sarà comunque necessario ripartire da Marx e dalle sue idee. Di altre idee che vadano alla radice dei problemi, non mi pare ci sia traccia.

martedì 19 giugno 2012

La brocheta de pescadilla con salsa di yogurt e curry



Nella circoscrizione di Seine-Saint-Denis (cittadine come Blanc-Mesnil, Stains, Dugny Courneuve) non hanno votato il 67,61 degli aventi diritto (ossia più di 40.000 elettori) e il 22,86 ha votato scheda bianca o nulla. I candidati di “sinistra” si erano accordati per spartirsi i seggi al secondo turno. Cose che succedono solo in Francia. In Italia, viceversa, non c’è il secondo turno, per cui i seggi le segreterie dei partiti li assegnano con notevole anticipo. Per guadagnare tempo.

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Prestare servizio nelle forze armate Usa non è un grande affare, si rischia quantomeno la depressione. Il 26,4 % dei soldati deceduti nel 2011 sono morti in combattimento, ma il 19,5 % per suicidio e il 17,3 % per incidenti stradali. Negli ultimi cinque anni i suicidi sono aumentati del 10%. Da gennaio, in 155 giorni, i suicidi sono stati 154, uno al giorno, con un aumento del 18%. I morti in combattimento: 127. Se si dovessero confermare questi dati si potrà dire che nelle forze armate americane la prima causa di morte è la depressione.

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La Spagna ha battuto la Croazia e ciò nonostante i minatori delle Asturie si sono molto incazzati. Sciopero generale, negozi chiusi, strade bloccate, barricate e incendi.

 

A proposito di biscotto: il 19 giugno 1937, 75 anni or sono, cadeva la città di Bilbao, roccaforte della linea di difesa detta ”anello di ferro”. Importantissima città industriale, fu consegnata intatta dalla borghesia basca alle truppe franchiste. Il ministro della giustizia basco, Leisola, rilasciò i prigionieri fascisti, mentre i miliziani baschi, che in precedenza avevano servito la repubblica, cacciarono i soldati repubblicani.


lunedì 18 giugno 2012

L'HDL di Scalfari



Il capitalismo è come il colesterolo, ne esistono di due tipi: quello buono e quello cattivo. Tra i due capitalismi, quello buono e quello cattivo, non è la somma che fa il totale, per cui il livello dell’uno e dell’altro sono indifferenti almeno fino a quando quello “puro e duro” non bussa al nostro portafoglio.

Non è una scoperta recente, e anche per quanto riguarda il fascismo, il “socialismo” e via via “ismando”, si tratta sempre di distinguere. Lo sa bene Eugenio Scalfari che nella sua lunga vita è stato un po’ di tutto e di niente. Scrive:

Da un lato ci sono le principali banche d'affari americane che guidano il gioco, le multinazionali, i fondi speculativi, le agenzie di rating, i sostenitori del liberismo selvaggio e del rinnovamento schumpeteriano. Un impasto d’interessi e d’ideologie che noi chiamiamo capitalismo selvaggio e che loro nobilitano chiamandolo liberismo puro e duro.

Quindi, per contro, c’è il capitalismo buono, che mira a incanalare la globalizzazione in un quadro democratico e di mercato sociale”. È il capitalismo soddisfacente e felice che agisce secondo le “regole”, quelle che immagina Scalfari nel suo salotto. Non importa che l'economia dello sfruttamento, dove la vita ha solo un valore economico, non riposi su alcun progetto di società sostenibile, men che meno interessa l’agonia resa redditizia di ¾ dell’umanità. Anzi, Scalfari annuncia che se le condizioni dei salariati occidentali peggioreranno ancora, ciò sarà a beneficio degli operai della Foxconn.

E anche per quanto riguarda il resto, il Fondatore di se stesso e i suoi accoliti non dicono di quanto va succedendo, ossia che siamo impegnati in un processo rivoluzionario del quale la maggioranza delle persone non è nemmeno cosciente e che non va nella direzione auspicata da questi “illuminati”, che ci porterà dritti a una conflagrazione mondiale, in una lotta alla quale noi già partecipiamo solo come cavie e che dovrebbe essere decisiva per la supremazia e invece sarà senza vittoria.

Godiamoci l’estate.