venerdì 27 aprile 2012

Se il cavallo non beve ...



Uno studia tutta la vita sui libri sbagliati, ma poi a 69 anni gli capita di andare a sbattere con il cranio contro i fatti. E i fatti hanno la testa ancora più dura di chi crede di averli intrappolati nella sua teoria fasulla. Insomma il bel tomo sbattendo scopre niente di meno che: 1) se una parte maggiore di salari e stipendi viene sequestrata da nuove tasse, 2) ci sono meno soldi per acquistare le merci, nel qual caso 3) se ne producono di meno. Dopo di che su questi tre fatti si può ricamare come si vuole.

Preso atto di queste novità rivoluzionarie, ci si accinge, almeno a parole, ad agire per aumentare la domanda, quindi i consumi e, guarda caso, la produzione. La chiamano “crescita”, da non confondere però con le politiche “vecchio stampo, keynesiane, che favoriscono l’espansione in deficit del bilancio”. Eh no, cari, noi siamo più furbi, noi alle cose diamo nomi diversi e così sarà diversa anche la realtà che tali nomi rappresentano. Noi non daremo soldi a bischero sciolto per aumentare la domanda, no belli. Noi con i soldi europei, quelli che creiamo a Francoforte con la bacchetta magica, investiamo in infrastrutture, in reti di comunicazione. Come facevano Roosevelt e Hitler, mica come proponeva quel rottame di Keynes e il suo “moltiplicatore”.

Nel modo di produzione capitalistico la contraddizione tra produzione e consumo assume una rilevanza di primo piano, infatti le contraddizioni operanti nella sfera del consumo sono indotte da quelle interne alla sfera della produzione. Di conseguenza la genesi della crisi va ricercata nella produzione di plusvalore e non, per esempio, nella sua realizzazione. Procedere in senso inverso collocando la contraddizione principale nella circolazione – come fanno Monti e, per altri versi, certi fastidiosi maestrini – conduce inevitabilmente alle interpretazioni delle crisi come crisi di sottoconsumo.

Queste tesi alimentano – pur argomentate diversamente – l’illusione che sia possibile risolvere la crisi intervenendo nella sfera del mercato, in definitiva agendo sul movimento del denaro (domanda aggregata).

Per Keynes, quindi anche per Monti (seppure si schifa dirlo), la produzione dipende dal consumo, cadendo i consumi cadono anche gli investimenti. E fin qui siamo alla scoperta rivoluzionaria di cui dicevo all’inizio. Sennonché – pensano – per ripristinare l’equilibrio occorre un intervento coordinato degli organismi finanziari centrali europei e degli Stati nell’economia. Dimenticano che dietro i fenomeni del mercato si cela la produzione capitalistica, ovvero e anzitutto la produzione di plusvalore.

Allora, per evitare l’accusa di scrivere oscuramente, diciamo che si possono costruire tutti i tunnel ferroviari e i ponti sugli stretti che si vuole, ma quando l’Italia arriva a produrre meno automobili del Belgio, quando moltissime merci che compriamo sono fatte a migliaia di chilometri dall’Italia, dovrebbe essere evidente che i problemi, anche in un’ottica riformistica borghese, sono altri.

Monti, che come scrivevo a novembre non capisce un cazzo di economia (forse di finanza), fin qui ci arriva pure lui, ma la questione dirimente è sempre quella di cui dicevo in questo post.

giovedì 26 aprile 2012

Tanto per dire, poco per fare



In occasione delle celebrazioni del XXV Aprile, il senatore presidente del consiglio, professor Mario Monti, ha lanciato un appello agli italiani affinché “cambino stile di vita e mentalità”.

Ci si sarebbe attesi, prima di tale appello, che il presidente del consiglio si rivolgesse dapprima al Parlamento di cui egli è a tutti gli effetti membro “a vita”, affinché il massimo potere legislativo della nazione adottasse alcuni provvedimenti urgenti, quali:

– la sensibile riduzione degli emolumenti corrisposti ai parlamentari e alle cariche degli organi costituzionali dello Stato, l’abolizione degli innumerevoli privilegi e vantaggi di cui godono essi stessi e i loro familiari;

­– la promulgazione, con vigenza immediata, delle modificazioni al codice penale, secondo le indicazioni e le raccomandazioni contenute nel Rapporto del 23 marzo 2012 del Consiglio di Europa adottato dal Groupe d'Etats contre la corruption, e conseguentemente la ratifica, ora per allora, della Convenzione sulla corruzione del 27 gennaio 1999 e il Protocollo aggiuntivo del 15 maggio 2003;

­– la riforma della normativa vigente in materia di rimborso delle spese elettorali, rendendo responsabili in solido i presidenti, i segretari e gli amministratori degli stessi partiti con il proprio patrimonio personale, stabilendo peraltro lo storno dalle future quote di rimborso di quelle somme già riscosse indebitamente in quanto risultate prive di giustificazione di fatturazione specifica al rimborso elettorale;

– l’applicazione di una congrua, non meno di un 20%, imposta di successione sulle somme liquide, i valori mobiliari e immobiliari (ad esclusione della prima casa);

– sequestro e confisca delle società condannate per frode fiscale o per evasione fiscale quando la somma evasa è superiore al milione di euro;

Nell’occasione, Mario Monti, in veste di presidente del consiglio, avrebbe dovuto aggiungere: «Presento al Parlamento i decreti attuativi relativi agli accennati provvedimenti chiedendo ai deputati e senatori di mostrare nella loro deliberazione lo stesso zelo e le stesse premure poste in occasione dell’approvazione del decreto con il quale si tagliano gli adeguamenti pensionistici, si introduce l’Imu e altre imposte, si mette sulla strada centinaia di migliaia di “esodati”, si prolunga di anni il periodo lavorativo valido a pensione, eccetera. Queste misure minime, alle quali ne seguiranno altre, sono rimesse all’approvazione del Parlamento nello spirito autentico della Costituzione e dei valori della Resistenza antifascista. Altrimenti – onorevoli deputati e senatori – con quale faccia potrò rivolgermi ai cittadini italiani, giovani e anziani, lavoratori e disoccupati, studenti e precari, casalinghe e pensionati, raccomandando loro di cambiare stile di vita e mentalità?».

Credo che molti italiani accoglierebbero di buon grado l’invito di Mario Monti, in cambio di tali provvedimenti minimi, e anche in cambio di stipendi, pensioni, assistenza e servizi quantitativamente e qualitativamente nella media europea. Ciò consentirebbe senza dubbio di sentirci economicamente e socialmente un po’ meno diversi rispetto agli altri cittadini comunitari e agevolerebbe l’acquisizione di una mentalità più avanzata.


mercoledì 25 aprile 2012

Hanno solo cambiato casacca



Oggi in molti luoghi e piazze è la giornata della retorica: evviva la retorica se seve a non dimenticare, a ricordare anzitutto la lotta partigiana e anche il fatto non proprio trascurabile che il senso della parola "democrazia" è sfuggito sia a destra che a sinistra, fino a far perdere di senso a questi termini. A ricordarci che in parlamento, per esempio, non ci sono più i comunisti, che pure ebbero un ruolo non secondario nella Resistenza, che non ci sono più i socialisti (prego non venirmi a dire il contrario), e insomma ben che vada ci sono i liberisti a “sinistra”, conservatori e clericali reazionari in tutti i partiti e una buona manica di fascisti variamente riciclati ed etichettati. Anche l'attuale presidente della camera è un ex fascista, anzi l’ex capo dei neofascisti.

Insomma, in molti casi, oggi si celebra l’illusione di una partecipazione alla festa della Liberazione, ridotta troppo spesso a mera consacrazione formale, estetica. La soluzione delle ambiguità della politica è anche la soluzione delle nostre personali ambiguità. Chi dissente realmente da questo stato di cose deve rifiutare ogni tipo di collaborazione, ogni partecipazione dentro le forme stabilite e tollerate dal sistema.

martedì 24 aprile 2012

L'Olandese volante che odia i ricchi



Il mio amico Mauro, a proposito del caso del signor Gennaro Casafina (vedi post di ieri), m’invita a leggere i commenti dei lettori ai piedi dell’articolo del Corriere. Immagino siano inverecondi e per questo non frequento quei pianeti spesso infestati di vita diversamente intelligente.

* * *

C’è chi spera in François Hollande, ammesso che vinca il ballottaggio con il marito di Carla Bruni. E cosa cambierebbe per la Francia e l’Europa? Basta leggere il curriculum di questi personaggi, è fatto con il ciclostile. Quando uno frequenta l'École des Hautes Etudes Commerciales e soprattutto quando esce dall’École nationale d'administration (ENA), è per sempre cosa loro. Non per nulla Hollande diventa uno dei consiglieri ufficiosi di Jacques Attali, l’altro era Ségolène Royal. Hollande è uno che viene scartato alla visita di leva per miopia ma fa ricorso e viene arruolato come allievo ufficiale alla scuola militare di Saint-Cyr, perciò è un “saint-cyriens”. Tra i suoi camerati troviamo:

Jean-Pierre Jouyet, futuro segretario di Stato per gli affari europei;

Francois Fillon, ora direttore dell'Autorità per i mercati finanziari;

Michel Sapin, futuro ministro delle Finanze, oggi consigliere economico in Olanda;

Henri de Castries, ora presidente del l'assicuratore AXA, già vicino a Nicolas Sarkozy ma ora con Hollande;

Jean-Michel Lambert, giudice del controverso caso Gregory, attualmente vice presidente del tribunale distrettuale di Le Mans.

Uno scampolo di quella mafia bianca, tecnocratica, che la borghesia ci presta facendola passare una volta per “destra” e un’altra per “sinistra”. E ci si casca sempre. Sia chiaro che la borghesia non è un monolite e al suo interno è strutturata in gerarchie e correnti portatrici di strategie diverse. Non per nulla sulla scena oltre a Hollande e Sarkozy c’è Marine Le Pen. Il partito socialista è sempre stato il motore dell’asse franco-tedesco, e non è un caso che nell’entourage di Hollande spicchino nomi come:

Michel Sapin (ENA anche lui), due volte ministro;
Jean-Pierre Jouyet (ex ENA, ovviamente) presidente del Financial Markets Authority (AMF) e "amico da 30 anni" di Hollande;
Karine Berger (da non confondere con la modella) Polytechnique, ENSAE, Sciences-Po come Hollande, capo studi economici della compagnia di assicurazione del credito Euler-Hermes);
Elie Cohen (omonimo della nota spia israeliana) ha scritto una relazione con Pisani-Ferry sostenendo il completamento della deregolamentazione, liberalizzazione dei servizi, e la finanziarizzazione dell'economia;
Emmanuel Macron, già commissione Attali e ora … Rothschild;
Stéphane Bougenah, ex consigliere di Dominique Strauss Kahn è ora a capo del Banco Santander in Francia.
Jerome Cahuzac, chirurgo estetico, presidente della commissione Finanze in Parlamento e tanto altro;
Andrew Martinez, un ex dirigente di Accor, nel team della campagna socialista che consiglia il candidato sui rapporti con le imprese.

E molti altri dello stesso ceppo batterico, come Anne Lauvergeon, ex capo di Areva (nucleare), Christophe de Margerie (Total), Anne Claire Taittinger (presidente Société du Louvre – grand hotel e tanto altro – e nipote del leader dello Champagne omonimo, già reazionario di estrema destra e petenista), Paul Hermelin, CEO Capgemini, Jean-Cyril Spinetta, amministratore delegato di Air France-KLM, Gérard Mestrallet, presidente e AD di GDF Suez e François Villeroy de Galhau, Chief Operating Officer di BNP Paribas. Tutta gente che guadagna qualcosa di più un milioncino di euro l’anno.

In campagna elettorale Hollande ha promesso di tassare, se eletto, del 75% la parte eccedente del reddito superiore a un milione di euro. Non lo farebbe, semplicemente. I padroni sono tutt’altro che spaventati da Hollande, e lo credono un prodotto migliore di Sarkozy in difesa dei loro interessi dato che quest’ultimo non ha dimostrato grande coerenza ed efficacia nella strategia.

lunedì 23 aprile 2012

Perché fu tolta la social card ad Adamo ed Eva



Chissà in quante lingue sconosciute il racconto che segue è stato recitato e chissà nelle epoche a venire in quali altri modi questo mito controverso verrà riportato a generazioni che ancora non esistono. Sfidando la collera degli esteti, in questo tempo disordinato, lo propongo a modo mio, senza la pretesa dell’originalità, e uniformandomi, a richiesta, alla chiarezza di un mondo alla rovescia.

* * *

Adamo ed Eva potevano acquistare, con la social card, qualunque cosa fosse esposta nel Giardino dell’Eden, tranne quella negli scaffali dei prodotti “Conoscenza” e “Vita+”. Così avevano deciso in alto loco. Sennonché i due, stanchi del solito disgustoso composto di albicocche, decisero di fare, credendo di non essere visti, una scorpacciata di marmellata di arance amare poste nello scaffale della “Conoscenza”. Fu mangiando quel prodotto d’élite che i due presero coscienza dell’ingiusta limitazione cui erano sottoposti e rivendicando il loro pieno diritto stavano per passare, già con arie da gourmet, all’assaggio anche al reparto “Vita+”, proibitissimo.

Troppo tardi, le telecamere non perdonano. La scusa dei due fu pronta: le confetture erano prossime a scadenza, ma il vecchio padrone dell’Eden s’incazzò come un serpente e ritirò ai due baccalà la social card. Stabilì che per l’innanzi i due, se volevano mangiare, dovevano lavorare e con turni anche di domenica. Quanto alle ferie, disse, si vedrà dopo la riforma del lavoro. Poi però ci ripensò, il rischio che i due disgraziati sgraffignassero dal reparto “Vita+” e poi magari anche dalla cassa, era troppo alto. Decise dunque di liquidarli con due giubbottini in pelle (Genesi, 3-21, 22).

Su quello che accadde dopo, le versioni divergono. Quella del Codacons sostenne che si era trattato di un vero e proprio atto di stalking. Al contrario la ministra competente (?) affermò che i due avevano violato palesemente le norme ministeriali sulla social card e solo perché il personale di vigilanza aveva impedito loro, con dissuasori fiammeggianti, di avvicinarsi al reparto dei prodotti “Vita+”, i due ladruncoli non erano riusciti a metterci le zampe.

Ecco che i due poveretti furono costretti per sopravvivere a racimolare qualcosa posando nudi per dei pittori, ma con l’avvento dell’astrattismo hanno perso anche quelle piccole ma preziose occasioni di guadagno.

«no, guardi, la parola giusta è incazzatura»



Sarkozy ha vinto, quasi. E comunque non cambierebbe nulla. Da noi invece sono due anni che ci occupiamo degli atteggiamenti e delle dichiarazioni di una signorina tunisina. Nei tribunali, sui giornali, in televisione, per non dire del parlamento. Sia in un caso che nell’altro, sia in Francia così come in Italia e altrove in Europa, non c’è traccia di un progetto politico ed economico con un respiro più lungo di quello indicato dall’emergenza, ossia dall’attualità dei listini di borsa. La tattica è scarsa e la strategia è nulla.

Mario Monti fa il tamponatore. Tanto che il famoso (allora) maestro Manzi potrebbe timbrargli in fronte la sua celebre frasetta: "fa quel che può, quel che non può non fa". A leggere il decreto “salvaitalia” c’è da disperare. Per calcolare l’Imu, in due o tre rate e l’ultima nemmeno stimata ma a conguaglio, non basta un commercialista, ci vuole, in casi non rari, almeno un geometra. Ma di quelli bravi. E comunque non basta ancora. È necessaria l’interpretazione autentica su molte questioni ingarbugliatissime (QUI).

Insomma, questi sono così tecnici che non sanno nemmeno mettere le tasse. Per quanto riguarda le pensioni, se ti chiami Gennaro Casafina, ecco cosa può succederti (QUI). Ma non si tratta del caso peggiore, anzi. In attesa della riforma del lavoro.

Quelli che



Adoro i rarissimi libri di cucina che non descrivono solo quantità e tempi di cottura degli ingredienti, dove la ricetta è un pretesto per parlare di legami molecolari e affettivi, d’itinerari e scoperte. C’è più miracolo nel composto di una maionese che in un prodigio di Lourdes.

Lo stesso vale per gli altri generi letterari, dove non cerco risposte date come rasoiate e invece m’interessano le domande spiazzanti, come quelle dei bambini più piccoli. Non leggo perciò narrativa di autori viventi, prominenti ed esordienti. Quando entro in una libreria e mi trovo di fronte a una pila enorme dell’ultimo capolavoro, penso a quei pranzi nuziali caciaroni nei quali il risotto allo sciampagna è fatto con modestissimi spumantini.

Del resto, sui grandi temi dell’esistenza, gli adulti credono di conoscere già almeno due o tre risposte per ogni questione. Prendi Dio: sì, no e forse. Per conseguenza sono le stesse risposte che riguardano l’aldilà. Poi ognuno sceglie quella che gli sembra, per così dire, migliore. La più vigliacca, perché meno impegnativa, è quella contenuta nella busta numero tre, la possibilista.

È la risposta comoda di quelli che la sanno lunga, gli anchoiers che con livore ti spiegano chi sei tu e la caccia alla balena. Gli stessi che scoprono infantilmente che Marx aveva due nomi e credono che il secondo fosse il primo.

Non sopporto poi la pigrizia, l’indolenza, i passeurs che pretendono di trovare la ricetta pronta, anche l’esatta quantità di sale, da piazzare scotta da qualche parte. E guai a includervi un ingrediente insolito. Sono quelli che credono che tra il petrolio e il pane sia il secondo a essere più naturale.

domenica 22 aprile 2012

Il sacrificio



In ogni epoca la società umana per placare le proprie ansie anela disperatamente di essere in qualche modo rassicurata. Noi guardiamo retrospettivamente con sgomento e raccapriccio ai riti di sangue celebrati nelle società arcaiche a scopo propiziatorio e tuttavia poniamo poca attenzione al significato dei riti di sangue che si consumano intorno e vicino a noi. Se poi vogliamo trovare delle differenze tra il passato e il presente, esse sono più formali che sostanziali.

Per l’uomo arcaico nulla di ciò che accade a se stesso e intorno a lui nella vita quotidiana e nello scorrere del tempo è realmente dotato di realtà. Al contrario, solo ciò che è stato fondato ad illo tempore e una volta per tutte nel mito è vero ed appartiene al suo essere. Lo stesso vale in definitiva per l’uomo moderno, in ciò che accade a se stesso e intorno a lui nella vita egli vede una sola realtà, quella economica, ossia la menzogna più durevole fondata nel mito della grande divinità chiamata Mercato, al cui ufficio gli adoratori garantiscono sempre carne per l’olocausto allo scopo di rifondarne di continuo il dominio.

Ultimamente ha preso piede una forma in altri tempi non frequente di sacrificio, ossia la punizione che il capro espiatorio si autoinfligge per essere venuto meno ai doveri imposti dal pantheon economico, cioè dal credito, dalla concorrenza, dall’efficienza, redditività, solvibilità, eccetera. In questo modo la vita finisce perché non è mai cominciata veramente. Certo, finora i casi di suicidio per motivi economici sono stati numericamente inferiori da noi rispetto a quanto avvenuto presso i greci, ma si tratta solo di una mostruosa contabilità agitata da una sadica propaganda governativa.

Facendo i debiti scongiuri per quanto riguarda la nostra sorte individuale, ci siamo talmente assuefatti a sopravvivere in una società così tremendamente violenta che fingiamo di non accorgercene, evitando spesso di dare il giusto peso a questi fenomeni. Per noi esiste un terrore che sovrasta tutti gli altri, quello di perdere l’ultima menzogna che ci separa da noi stessi. Predichiamo che Dio è morto ma non smettiamo di metterci in ginocchio davanti al suo succedaneo.

In realtà, come qualunque persona consapevole dovrebbe sapere, noi viviamo in un sistema economico e sociale che nel ventunesimo secolo non può essere giudicato solo ingiusto, ma spaventosamente criminale. E del resto che gli “squilibri” di questo sistema siano un suo elemento organico, è ormai palese. In capo a chi ascrivere le maggiori responsabilità è altrettanto chiaro. È tuttavia sorprendente, almeno apparentemente, che il paradigma ideologico dominante tenda a imputare lo stato di cose presenti alle cause più disparate e improbabili.

I politici, gli economisti e il servitorame mediatico si ostinano a offrire visioni pseudo alternative ai bisogni emotivi delle masse, chimere di una finanza e un’economia che troverebbero equilibrio se solo si seguissero le ricette e i principi più o meno ortodossi che paradossalmente sono la base teorica del collasso, astrazioni e variazioni del mito. Sulla sommità della piramide, con fede cieca, celebrano i riti propiziatori e pronunciano la fatwa contro i reprobi chiedendo ancora e solo nuova carne da sacrificare sull’altare dei loro idoli. Non di semplici errori si tratta, essi non sono meno colpevoli dello stesso sistema di cui fanno parte e in nome del quale agiscono.

Né noi ci dobbiamo sentire assolti.

sabato 21 aprile 2012

Burlesque



Quando si monda il senso critico di generazioni di spettatori con prodotti di filiera come fiction, telenovele, quiz e reality, così come con dibattiti politici tra rifiuti non compostabili, non può sorprendere che l’educazione al raziocinio e al buon gusto diventi irrilevante. Sono le medesime grasse platee chiamate a votare e scegliere, di conseguenza, sulla base dei parametri catodici. Sennonché i conti non tornano se almeno la metà di queste persone si dichiara orfana politica. Un default fatto di rabbia e di rassegnazione che potrebbe esplodere in forme inattese, ma anche no. La rivolta, come la cottura delle uova, non è questione di tempo ma di temperatura.

* * *

Quando ho incominciato a frequentare la scuola, le regioni italiane erano diciannove. Elenco da recitare a memoria, si iniziava dalla Valle d’Aosta e in ultimo la Sicilia, la regione più grande. Anche la nota serie di francobolli “Italia al lavoro”, emessa negli anni Cinquanta, era composta di diciannove valori dedicati  ai mestieri di ogni regione. Il Piemonte era effigiato con l’officina, la Lombardia con il cantiere, la Campania con la sciabica e la Sardegna con il pastore. Ci si potrebbe aspettare “la vendemmia” per il Veneto o per la Toscana, e invece il relativo valore color lilla riguarda la Puglia. E, come sanno bene i francesi, non è sbagliato.

In quella serie di pezzettini di carta gommati e dentellati, l’Abruzzo e il Molise condividevano, more uxorio, un unico valore, il  6 lire, con effigiata una ricamatrice con il tombolo e poi un’altra figura di donna recante un recipiente sulla testa. Quella di portatori d’acqua dev’essere stata, almeno nell’immaginario filatelico, l’occupazione principale dei molisani. La donna raffigurata nel francobollo avrebbe potuto essere proprio la nonna di Antonio Di Pietro.

Poi le regioni sono diventate venti, con la separazione del Molise dall’Abruzzo. Ora non so cosa insegnino a scuola dopo la fondazione della Padania e la creazione del Nordest. Per esempio, quanti alunni sapranno esattamente in cosa consiste il territorio della Venezia-Giulia, quel lembo minuscolo di terra costato almeno 670mila morti? Oltretutto per chi in quella terra irredenta ci vive e lavora non si tratta dell’est, ma dell’ovest. Non diversamente dalla storia, anche la cugina geografia è intesa secondo diversissimi punti di vista.

Indovina chi viene a cena



È difficile indovinare cosa stia effettivamente accadendo tra le quinte della cosiddetta politica, anche perché quasi mai qualcosa di notevole avviene alla luce del sole. Attraverso i media, del resto, si viene a sapere solo ciò che è permesso di essere detto e il dibattito offre uno spettacolo tra i più scadenti, lasciandoci increduli della cifra intellettuale dei protagonisti. Perciò è da escludere che tale risultato non sia in realtà quello voluto.

Quello che appare è il tentativo di creare un “nuovo” assetto politico in grado di vincere le elezioni, di offrire stabilità e l’illusione di un rilancio dell’economia. Per vincere le elezioni e vendere illusioni è sufficiente il controllo dei media e degli apparati. Cambiare tutto perché tutto resti esattamente come prima, è il motto di ogni epoca e non solo di quelle dall’unità nazionale a oggi.

Per quanto riguarda l’economia, è assai noto che in materia non siano più i governi nazionali a decidere, tanto più in luoghi meridionali come l’Italia. Quando un paese, strozzato dai debiti e sottoposto agli umori degli speculatori, non ha moneta propria e non può decidere il bilancio e le misure fiscali le scrivono altri, che paese è? Eppure la chiamano ancora repubblica, indispensabile supplemento nominalistico per far pagare il debito ai poveracci senza peraltro sapere con chi l’abbiano contratto e quindi a chi effettivamente lo rimborsano (è un segreto di Stato).

In tale pozzanghera nuota anche il Partito democratico, il quale, proprio per essere democratico ad ogni effetto, impone alla CGIL di fargli da rimorchio nelle decisioni a sostegno del governo più reazionario della storia recente. Ciò che cerca di essere il partito di Bersani non è quello che cerca la borghesia, non solo la grande borghesia. Dopo il diciotto brumaio fasullo di Monti-Napolitano (che pure qualche risultato l’ha ottenuto in adempimento alla famosa “lettera”), la borghesia cerca l’uomo dal forte carisma e di grande spregiudicatezza, un’altra marionetta mediatica da mettere nel posto che fu di Berlusconi. Al momento si stanno vagliano, senza entusiasmo, i foto books dei candidati.

Ad ogni buon conto, a decidere per un verso o per l’altro non saranno le vicende interne e anche se Bersani dichiara che Monti durerà fino al 2013, troppe cose devono ancora succedere in un anno che si annuncia molto burrascoso. In attesa di vedere nel prossimo autunno qualche pezzo di carne infilzato sui rebbi dei forconi, è bene aver chiaro che non è Bersani o personaggi del suo calibro a decidere quanto debba durare il signor Mario. Le vicende della Lega sono eloquenti e, al bisogno, ce n’è per tutti.

venerdì 20 aprile 2012

A che serve la rivoluzione quando basta la carta di credito?


Sono gli scherzi di pessimo gusto della crisi: qualcuno si spinge fino a proporre di tassare del 33% i prelievi e i depositi effettuati presso le banche. Se vuoi pagare lo fai con la carta di credito. Così ingrassi ancora di più le banche. Negli Usa o in GB la carta di credito ha un uso molto più diffuso che qui da noi, ma quelli sono mondi diversi dal nostro, con altre regole. Tuttavia anche in quei luoghi, così apparentemente asettici al circolante, se vuoi una dose di droga la paghi in contanti, e non mi pare che il fenomeno sia circoscritto a pochi casi e del resto il Tesoro americano stampa materialmente ogni giorno un oceano di biglietti verdi. La carta di credito serve solo a farti spendere di più, cosa questa molto nota a chiunque. Il passo successivo è la carta revolving, lo strozzinaggio legale.

Mi chiedo fino a che punto arrivi la consapevolezza dei movimenti reali dell’economia da parte di certi politici, giornalisti, opinionisti vari, ossia da parte del pensiero dominante della società attuale, la loro adesione a un’ideologia che ha perduto la dimensione delle cose. Diranno che non è così, che anzi essi sono per rendere più giusto, equo e razionale, se possibile armonico, il sistema nei singoli aspetti e quindi nel suo insieme. I democratici borghesi sono dei critici laterali del sistema, abbastanza istruiti per avvedersi a quale gioco fanno/facciamo parte, ma non abbastanza disinteressati per un radicale cambiamento e vogliono anzi emendarne le “storture”, dare nuove regole al grande monopoli.

Ho dato fin troppo spazio alla vanità di una giornalista alla quale è permesso, per motivi che non sto qui a indagare, di fare il corsaro nella sua vasca da bagno. Sposto quindi il discorso dalle carte di credito al cosiddetto fenomeno della globalizzazione.

Guardiamo allo sfruttamento al quale sono sottoposti, tra gli altri, cinesi e indiani: non è lo specchio di un modernismo senza modernità? Non ricorda la Foxconn, tanto per citare un soggetto noto, una condizione del lavoro di fabbrica tipico di epoche quasi remote? E allora la ricetta liberista, gli inviti fasulli a competere con tali situazioni, non è roba di recupero, da carrettieri d’antan?

E tuttavia alla base di tale ideologia sta una ragione molto semplice e di cui i liberisti a modo loro sono consapevoli: il capitale ha bisogno della disuguaglianza di sviluppo come condizione essenziale e inevitabile per l’accumulazione, ossia per elevare i profitti e contrastare così la caduta tendenziale del saggio del profitto. Se è così, la globalizzazione è una storia vecchia, e quella attuale è una nuova fase di quello che un tempo, senza sensi di colpa ideologici, si chiamava imperialismo, ossia l’estensione senza limiti del monopolio su scala mondiale.

Posto che le motivazioni dell’imperialismo poggiano sulle qualità fondamentali del capitalismo, la differenza tra la fase attuale e le fasi delle epoche precedenti dell’imperialismo consiste in gran parte nel fatto che allora il capitale veniva esportato prevalentemente nelle colonie o nei paesi d’influenza soprattutto per la produzione e raccolta di materie prime, oppure per la creazione di infrastrutture necessarie localmente (ferrovie, linee telefoniche, elettricità, ecc.); inoltre, nella concessione di crediti ai paesi in via di sviluppo si poneva come condizione che una parte del denaro prestato dovesse essere impiegato nell'acquisto di prodotti del paese concedente il prestito, specialmente di materiale da guerra.

Questa fase è stata superata da alcuni decenni, da quando il capitale integrato (industriale e finanziario), tramite i suoi emissari politici, ha deciso di togliere di mezzo, con accordi internazionali vincolanti per tutti i paesi entrati nell’orbita liberista, ogni barriera doganale. Si provi a chiedere in giro notizie su Trips e Gatt. In un mondo che piange, “trips per gat” può essere una battuta che fa ridere.

Così si è giunti al punto di chiudere gli impianti di produzione in Europa e in Occidente che “non rendono più profittevoli” gli investimenti, per trasferirli all’estero, nell’Est europeo, in Asia, in Sudamerica, ovunque i fattori produttivi costino una miseria. In tal modo si è deciso il più grande trasferimento di capitali della storia moderna, non a bordo di galeoni e di vascelli, ma in tempo reale. In questo sta essenzialmente l’estesa e profonda modificazione degli assetti economici e sociali a livello mondiale che stiamo vivendo.

È sempre il capitale che ha trasformato il mondo in un unico workshop che trasforma la miseria di molti nella fortuna di pochi. E questo effetto si può misurare anche sul piano fiscale con la conseguente riduzione del gettito se non compensato da nuove e più gravose tasse, mentre le multinazionali, le imprese che “delocalizzano”, giocano sulla sede fiscale. Altro che carte di credito.

In tale contesto s’innesta la lotta non solo tra capitale e lavoro, ma anche tra i diversi strati di classe media, tra categorie e perfino tra generazioni che si rinfacciano, sull’onda della propaganda mediatica, chissà quali misfatti. Su chi paga il costo della crisi, naturalmente, non ci sono dubbi: i ricchi diventano più ricchi, i salariati perdono lavoro e reddito e progressivamente tendono a diventare dei semplici miserabili.

Se si chiedesse a Grigorij Jakovlevič Perel'man di dirimere la questione “crisi”, probabilmente declinerebbe l’invito per manifesta impossibilità. Invece noi in Italia possiamo contare su dei geni indiscussi, dei quali taccio il nome perché fin troppo noti, i quali vorrebbero ripristinare l’economia capitalista attraverso leggi antimonopolistiche (le chiamano “regole”), senza però mettere nel conto che pur essendo l’imperialismo uno stato non reversibile dell’economia, esso rimane capitalismo, ossia un modo di produzione basato sul capitale.

giovedì 19 aprile 2012

L'intruglio



Se domenica 18 giugno 1815, nel pomeriggio, l’uomo un po' tracagnotto che stava sulla vetta di quel poggio nei pressi della fattoria di Rossomme, in Belgio, avesse avuto a disposizione, non tanto il telefono, ma almeno il telegrafo, insomma un sistema di comunicazione rapido, avrebbe potuto accertarsi in tempo reale se Grouchy fosse un traditore o semplicemente un coglione. In entrambi i casi avrebbe potuto recuperare 40.000 uomini di truppe fresche e in tal modo gli inglesi sarebbero stati costretti a ritirarsi verso Bruxelles, attraversando il non agevole bosco di Soignes. L’uomo sul poggio, nonostante i suoi forti bruciori di stomaco, avrebbe dato una sana lezione all'albagia di tale Wellington, il cui nome forse sarebbe rimasto una curiosità gastronomica (*) e quello di Waterloo ai più sconosciuto. In tal modo il bonapartismo in Europa sarebbe durato ancora qualche anno, prima di essere inevitabilmente sconfitto per ragioni storiche imprescindibili dal ruolo contingente giocato da traditori e incapaci.

Quanto l’innovazione tecnologica (non sto parlando del sito Inps, ovvio) può modificare il corso degli eventi, ossia quanto a lungo? Quanto l’introduzione di nuovi materiali, come il grafene, oppure quella delle nanotecnologie, come i computer quantici, potrà prolungare il corso storico del modo di produzione capitalistico, cioè di un sistema economico che non bada a cosa e come si produce e consuma ma solo agli scopi esclusivi del profitto? Dipende, non tutte le innovazioni hanno la stessa incidenza nel processo storico e soprattutto nessuna, presa singolarmente, ha forza sufficiente per mutare i rapporti sociali nel loro insieme.

Quasi mai una scoperta o un’invenzione è veramente casuale, e quando non troviamo precisamente ciò che cerchiamo bensì qualcosa d’inaspettato, quel nuovo fenomeno inatteso, effetto di quella che viene definita serendipità, ossia la capacità di coglierlo, a ben vedere non è poi così casuale. Perciò quello che cerchiamo nel futuro non solo è possibile che avrà una fisionomia diversa da quella che possiamo immaginarci ora e nei nostri sogni, ma è anzi sicuro che i cambiamenti in definitiva agiscono secondo il caso e la necessità, e nonostante il ruolo contingente giocato da farabutti o anche solo dai più matti dei cappellai.

Si dirà: ma il ruolo della lotta di classe? Fa parte dell’intruglio storico, ha un ruolo importante ma non in sé definitivo.

(*) Non serve aver fondato un impero per essere ricordati dalla posterità, basta aver dato il nome a una salsa.

mercoledì 18 aprile 2012

Per chi suona la campana


Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra, fu l’ordine che il generale Cialdini, plenipotenziario del re a Napoli, diede al colonnello Negri. Quello che successe, e le relative testimonianze, si può leggere anche su wikipedia.

Nei primi sei mesi di pieni poteri nel napoletano furono 8.968 i fucilati, 10.604 i feriti, 7.112 prigionieri, 918 case bruciate, 6 paesi interamente arsi, 2.905 famiglie perquisite, 13.629 deportati e 1.428 comuni posti in stato d'assedio. E per fortuna che Vittorio Savoia era un galantuomo.

Il presidente della repubblica, che pure dicono essere un galantuomo partenopeo, nel 150° anniversario non ha trovato una sola frase per ricordare quelle stragi del 1861. Per non dire poi dei massacri seguiti, come nella repressione della palermitana Rivolta del sette e mezzo del 1866; provate a scovarne traccia nei libri di scuola.

Eppure gli “italiani” guidati da Garibaldi e sostenuti dagli inglesi (vedi alla voce miniere di zolfo) non furono accolti male, almeno inizialmente. Bisognerebbe sempre diffidare dei “liberatori”, e degli ospiti inattesi. Come i cosiddetti padri pellegrini, i quali, sopravvissuti a stento al primo inverno, furono avviati dai nativi americani alla domesticazione di mais e tacchini, cosa che consentì a quei fanatici religiosi e razzisti di passare indenni l’inverno successivo. Poi si sa come andò a finire sia per i tacchini che per i nativi.

Perfino la pizza, secondo molti americani, è un loro piatto tradizionale locale. Non è dato sapere se gli spaghetti siano prodotti su brevetto Apple. Per contro, abbiamo importato tante cose da loro, dalla coca cola a babbo natale, non ultime le teorie economiche fallimentari e Gianni Riotta. Per fortuna non ha preso piede la torta salata di patate dolci (non è un ossimoro, è un vomito ocra).

Il secolo trascorso è stato chiamato “americano”, quello in corso – dicono – sarà “cinese”. Scrivevo il 29 gennaio:

In Germania, le due maggiori industrie di produzione di pannelli solari hanno chiuso. Dato che la vulgata corrente ritiene in generale l’operaio tedesco più produttivo di quello italiano, com’è stato possibile tale fatto? Per la concorrenza cinese. In Europa si stimano ufficialmente 23 milioni di disoccupati e i proprietari di schiavi chiedono di lavorare di più e i salari sono diminuiti. Domanda: la deindustrializzazione, più accentuata in Italia per ragioni di struttura produttiva ma generalizzabile all’Occidente intero, dipende quindi dal livello salariale troppo elevato? Per i capitalisti e i loro servitori è così, ma il “troppo elevato” è in rapporto ai salari cinesi, indiani, turchi, ecc., a condizioni di sfruttamento bestiali. Ecco quindi perché i problemi dei capitalisti diventano problemi dei salariati e le sofferenze che questi ultimi sopportano, semplici cazzi loro.

La notizia di oggi, invece, riguarda il costruttore tedesco di pannelli solari Q-Cells, il quale ha deciso di portare i libri in tribunale (si tratta del quarto caso negli ultimi mesi), passando in poco tempo da un esempio di scuola (nel 2007 era arrivata a valere in Borsa 10 miliardi di euro), protagonista della conversione della Chemical Valley nell'ex-Germania Est, rimasta deserta dopo la caduta del Muro, ad azienda in difficoltà, a causa del taglio degli aiuti governativi e della diffusione dei pannelli solari a basso costo provenienti dalla Cina.

Ma non basta, la First Solar, colosso americano nella tecnologia del film sottile, ha annunciato la chiusura per fine anno dell'impianto a Francoforte a causa della crisi in Europa. «Un'area che non rende più profittevoli le nostre operazioni», spiega in una nota la società.

La concorrenza crescente dalla Cina ha fatto calare del 54% in un anno il prezzo medio dei moduli, mandando fuori mercato i concorrenti che operano nei Paesi con un costo del lavoro più elevato. Caso emblematico la Solyndra, simbolo della "green way" di Barack Obama, che non più tardi di due anni egli definì un'azienda simbolo del nuovo corso dell'economia mondiale (foraggiato con un prestito da 535 milioni di dollari, con l'obiettivo di accrescere i posti di lavoro), che lo scorso autunno è andata in bancarotta dopo aver perso rapidamente quote di mercato a vantaggio dei concorrenti asiatici.

Vuoi vedere che se l’acqua tocca il culo di tedeschi e americani tra un po’ sentiremo parlare di barriere doganali? Naturalmente le chiameranno in un altro modo, così come noi chiamiamo bresaola della Valtellina (IGP) lo zebù brasiliano, in attesa dell'antilope quadricorna.

Se finanziamo i preti pedofili, perché non finanziare i partiti cleptomani?



La polemica sul finanziamento ai partiti mi fa venire in mente la notizia dei corsi per prevenire la pedofilia organizzati dai preti e destinati ai preti nella diocesi di Savona. Se rispondi con realismo alla domanda chi siano veramente i partiti e quale funzione essi svolgano, il minimo che ti puoi beccare dai democratici borghesi è di fare dell’”antipolitica”. Come dire che chi denuncia la chiesa pedofila, in radice pedofila, è anticattolico, così come chi denuncia la natura reazionaria del parlamentarismo borghese, in radice reazionaria, fa dell’”antipolitica”.  

Ma anche a volerla mettere giù storta come fanno i democratici borghesi, qualcuno può sostenere seriamente che i partiti sono delle libere associazioni di cittadini che democraticamente concorrono alla politica nazionale? Si faccia un esempio di tale libera e democratica partecipazione politica dei cittadini incarnata dai partiti. O sono invece i partiti degli apparati i cui vertici nominano i candidati alle elezioni, i quali una volta eletti come gregari eseguono le decisioni dettate dai vetero direttivi dei partiti o addirittura da un singolo proprietario di partito? Non sono oggi gli stessi partiti, rappresentanti degli interessi della classe dominante, a essersi fatti potere che ha inghiottito l’intera società e lo stesso Stato?

A fronte di quel “lucido e incredibile pasticcio” che è il bilancio dello Stato, di circa 741.000.000.000 di euro annui, pari a 1.432.839.000.000.000 di vecchie lire, questi stessi partiti, dietro la maschera delle marionette di turno, non hanno trovato di meglio che espropriare ancora i redditi dei salariati. Una tendenza, quella del disavanzo crescente tra entrate e uscite, che percorre l’intera storia dello Stato dall’unità a oggi ed è diventata il paradigma dei reali rapporti di classe.

Ed è su tale questione cruciale, sulla dipendenza sostanziale dello Stato dal movimento del capitale che si manifesta la sua subordinazione ai grandi interessi. In questa luce, i partiti, nella loro posizione reale di classe, non sono altro che lo strumento di tale sottomissione. E naturalmente, come contropartita, partecipano essi stessi alla grande spartizione, sul sottile crinale tra legalità e criminalità, dei proventi del prelievo fiscale.

Finora essi avevano garantito, per molteplici motivi, ad alcuni ceti sociali di poter evadere ed eludere l’imposizione che per la massa dei salariati è invece inevitabile. Sotto la minaccia della crisi, ossia sotto il ricatto dei creditori del debito pubblico e delle istituzioni monetarie sovranazionali controllate dai grandi affari, gli Stati nazionali, cioè i governi sostenuti dai grandi partiti, hanno ora bisogno di mostrare la mano ferma nella cosiddetta lotta all’evasione, perseguendola secondo determinati “profili sociali”.

Ma che si tratti in fondo di tutt’altra faccenda, lo si vede dal fatto di come l’arte della dissuasione si sostituisca all’improbabilità della persuasione. È questa la chiave di lettura dei blitz tra le baite alpine e nel piccolo commercio, poiché anche il solo rifiuto alle prestazioni richieste nel grado indicato costituisce – viene detto – una minaccia alla stabilità. Far credere che il problema della crisi fiscale dello Stato sia l’evasione, fatta essenzialmente di scontrini non emessi e di mancate fatturazioni, serve a nascondere che il sogno di un capitalismo senza crisi e dal volto umano, è svanito.