sabato 31 marzo 2012

Chi voleva le centrali nucleari?


Le bollette dell’energia elettrica aumenteranno del 10%. Grazie. Anche quelle del gas saranno più salate. Sarà colpa del fatto che non si sono fatte le centrali nucleari come andavano ripetendo dei pezzi di merda fino all’altro giorno? La notizia è che il boom nella produzione di energia rinnovabile, arrivata ormai a coprire il 30% del fabbisogno nazionale di elettricità, unitamente a consumi ormai da anni stabili o in calo, rende sempre meno necessario produrre energia dalle centrali tradizionali, costringendole a lavorare a scartamento ridotto, con pesanti ripercussioni sulla loro redditività. L'ex consigliere di amministrazione di Enel, Zorzoli, oggi presidente della sezione italiana dell'International Solar Energy Society, afferma (vedi qui) che soprattutto per quanto riguarda gli impianti più nuovi “per ripagarsi dovrebbero funzionare circa 4-5mila ore l'anno, invece ne stanno funzionando, quando va bene, 3mila. Il ridotto uso dei cicli combinati si traduce anche in miliardi di metri cubi di gas in meno, con un innegabile vantaggio in termini ambientali e di bilancia dei pagamenti, ma con un danno economico per chi vende gas”.



E allora cosa fa il cartello monopolistico dei produttori e distributori di energia elettrica? Siccome il fotovoltaico ha fatto crollare i consumi diurni, si aumentano le tariffe sui consumi notturni.  E la famosa Antitrust? Soprattutto il governo del rigore e dell’equità si prepara a varare una nuova normativa per penalizzare l’energia rinnovabile. Di questo non si parla o troppo poco. Ed è invece su questi aspetti dell’economia che si giocano le grandi partite e si scontrano interessi formidabili. Scrivevo a proposito il 15 marzo dell’anno scorso:

si potrebbero dotare abitazioni, ospedali, scuole, alberghi di pannelli solari e fotovoltaici e l’illuminazione pubblica e privata di tecnologie migliori e più recenti. Quindi razionalizzare i trasporti, di ogni tipo. Eliminare i contenitori di plastica. Un contenitore per l’ammorbidente (dannoso per le lavatrici, sostituibile egregiamente con il più economico aceto) pesa diversi etti di plastica. Quanto costa, in termini di bolletta petrolifera, produrre (e smaltire) miliardi di bottiglie di plastica per l’acqua, contenitori per yogurt, detersivi, ecc.? Far arrivare le ciliegie cilene a dicembre? Insomma tutta una serie di misure di buon senso, alcune semplici da adottare, che creerebbero peraltro molti posti di lavoro, che però non possono essere prese in considerazione, se non molto parzialmente, perché si tratta anzitutto di tutelare i produttori di certe merci, quindi interessi e business.

L’impiego del petrolio agli attuali livelli e per produrre merci inutili, quando non dannose, destinate al rapido consumo e inquinanti, è follia. La costruzione di centrali nucleari per illuminare le vetrine dei negozi di notte o per scaldare l’acqua della doccia in luglio, è follia. Tutto questo sistema di produzione e consumo, di distruzione e spreco delle risorse, dagli alimenti agli armamenti, è catastrofico e irrazionale.

Prima di affrontare l’argomento petrolio, nucleare, eolico, ecc. sarebbe necessario affrontare il tema che sta a monte: per produrre e consumare cosa, a beneficio di chi? Allora la questione da porsi è anzitutto in termini di scelta, cioè di politica. Ed è altrimenti evidente che noi, in questo stato di cose, non contiamo un cazzo. Chi comanda l'economia e la politica (e controlla i mezzi d’informazione) se ne frega dei referendum, un modo per fotterci lo trova sempre, per fare soldi e comprarsi il SUV, la "barca" e il jet privato.

Oggigiorno la paura è dappertutto e non ne usciremo se non rompendo la gabbia che ci imprigiona. "Rivoluzione" non è più lo slogan poetico di una coscienza in rivolta, ma è l'ultima parola del pensiero scientifico della nostra epoca.

venerdì 30 marzo 2012

La “crescita negativa” e l'ultima uscita di Tremonti


Ieri, ascoltando il gierretre, ho sentito la voce del ministro Passera affermare testualmente che l’Italia è in “crescita negativa”. Mi è venuto in mente un episodio effettivamente accaduto durante la guerra di Corea quando, a seguito di una controffensiva nordcoreana, un generalone americano diramò un comunicato ove si affermava che le truppe americane stavano “avanzando in direzione opposta al nemico”.

* * *

Ho incominciato a leggere, in prestito bibliotecario, il libro Uscita di sicurezza di Giulio Tremonti. Dopo un centinaio di righe (tre pagine e mezza), non ho più voglia di continuare e non so quindi se leggerò il libro. Faccio un paio di esempi: alla terza pagina (pag. 9) Tremonti scrive che a seguito della globalizzazione:

“ha preso forma e forza un nuovo tipo di capitalismo. Non, come in Marx, un capitalismo chiuso nella dialettica e nel conflitto tra il capitale costante e il capitale variabile, il primo fatto dalla somma dei mezi di produzione e di circolazione delle merci + il capitale circolante, e il secondo costituito dalla forza lavoro”.

Tremonti chiarisce subito cosa intende per “capitale circolante”:

“A sorpresa, a partire dalla globalizzazione, in questa nuova e contemporanea storia, il nucleo finanziario iniziale del capitale circolante, trovando prima nella globalizzazione e poi nella Rete il suo luogo naturale di evoluzione ed espansione, ha infatti in progressione accumulato in sé tanta forza …”.

Da qui si capisce subito che Tremonti non solo non ha letto il Capitale ma non l’ha mai sfogliato. Egli non sa esattamente cosa sia il capitale costante e intende per capitale circolante il capitale monetario, ossia il denaro. Scrive Marx nel cap. 22 del I Libro:

«Ricordo qui al lettore che le categorie capitale variabile e capitale costante sono io il primo a usarle. L’economia politica mescola alla rinfusa, da A. Smith in poi, le definizioni contenute in quelle categorie con le differenze formali di capitale fisso e capitale circolante che derivano dal processo di circolazione».

Marx distingue (cap. 6 del I Libro) nel capitale due parti: capitale costante e capitale variabile. E fin qui deve averlo orecchiato anche l’ex ministro dell’economia. Ciò che non ha ben chiaro è che:

capitale costante è: la parte del capitale che si converte in mezzi di produzione, cioè in materia prima, materiali ausiliari e mezzi di lavoro, e che non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione;
capitale variabile è: la parte del capitale convertita in forza-lavoro, che cambia il proprio valore nel processo di produzione e che riproduce il proprio equivalente e inoltre produce un'eccedenza, il plusvalore.

Questi due fattori partecipano in modo diverso alla formazione del valore del prodotto e, pur essendo entrambi necessari, solo uno è fonte di valore.

Il valore del capitale costante si conserva mediante il suo trsformarsi in prodotto e cioè riappare soltanto nel valore dei prodotti senza aggiungervi alcunché. Ciò che trasmette al prodotto è ciò che perde “nel processo lavorativo attraverso la distruzione del proprio valore d’uso”.

Il valore del capitale variabile, mentre dal lato del suo specifico carattere utile, “col suo semplice contatto, risveglia dal regno dei morti i mezzi di produzione, li anima a fattori del processo lavorativo”, in quanto forza-lavoro astratta, tempo di lavoro protratto oltre il punto della riproduzione del suo valore, crea un valore eccedente. Che perfino Tremonti sa che si chiama plusvalore. “Questo plusvalore costituisce l'eccedenza del valore del prodotto sul valore dei fattori del prodotto consumati, cioè dei mezzi di produzione e della forza lavoro” (Marx).

Quanto al capitale circolante, a cui allude l’ex ministro, Marx, nel II Libro, cap. 10 e 11, passa in rassegna le teorie borghesi su capitale fisso e circolante. Non sto qui a riproporle. Interessante però, dopo aver esposto tali teorie, è questo suo giudizio sintetico, poiché rivela a quale scopo la borghesia tende a confondere le diverse categorie di capitale:

Si comprende perciò perché l’economia politica borghese per istinto si attenesse strettamente alla confusione di Smith tra le categorie «capitale costante e variabile» e le categorie «capitale fisso e circolante», e per un secolo, di generazione in generazione, la ripetesse pappagallescamente e in modo acritico. Per essa, la parte di capitale sborsata in salario non si distingue più dalla parte di capitale sborsata in materia prima, e si distingue solo formalmente dal capitale costante, sia che esso venga fatto circolare pezzo per pezzo o interamente, attraverso il prodotto. Con ciò è seppellito d’un colpo il fondamento per la comprensione del movimento reale della produzione capitalistica, e perciò dello sfruttamento capitalistico.

Chissà cosa direbbe Tremonti se gli si rivelasse che per Marx il capitale variabile, cioè la forza lavoro, rientra nella categoria del capitale circolante (ovviamente non nell’accezione tremontiana di capitale finanziario), anzi è capitale circolate, mentre non tutto il capitale costante è capitale circolante, ma si divide in fisso e circolante (*)? Per un semplice motivo, così come sottolinea Marx:

Le determinazioni di forma di capitale fisso e circolante scaturiscono soltanto dalla differente rotazione del valore-capitale che opera nel processo di produzione, ossia del capitale produttivo. Questa differenza della rotazione scaturisce a sua volta dal differente modo con cui le differenti parti costitutive del capitale produttivo trasferiscono il loro valore nel prodotto, ma non dalla loro differente partecipazione alla produzione del valore del prodotto o dal loro caratteristico comportamento nel processo di valorizzazione (Libro II, cap. 8). Il brano poi prosegue coe in nta (**).

Il secondo esempio che almeno per questa sera mi ha fatto chiudere il libro di Tremonti, riguarda questa frase:

Alla base del mercato finanziario, c’è l’ideologia potente e dominante che tende ad azzerare la parte migliore della natura umana […] Solo alcuni veri credenti lo umanizzano […].

Cosa c’è di serio e scientifico in un libro così mediocremente idealista?
 
(*) «La parte di valore del capitale produttivo anticipata in forza-lavoro passa dunque interamente nel prodotto (continuiamo a prescindere qui dal plusvalore), compie con esso ambedue le metamorfosi appartenenti alla sfera della circolazione e mediante questo costante rinnovo rimane sempre incorporata nel processo di produzione. Sebbene per il resto, dunque, la forza-lavoro si comporti, nella formazione di valore, diversamente dalle parti costitutive del capitale costante che non costituiscono capitale fisso, ha in comune con esse questo modo della rotazione del suo valore, contrariamente al capitale fisso. Queste parti costitutive. del capitale produttivo — le sue parti di valore sborsate in forza-lavoro e in mezzi di produzione che non costituiscono capitale fisso — per questo loro carattere comune della rotazione stanno dunque di fronte al capitale fisso come capitale circolante o fluido» (II, cap. 8).

(**) La differenza nella cessione del valore al prodotto, infine — e perciò anche il differente modo con cui questo valore viene fatto circolare per mezzo del prodotto, e, mediante le metamorfosi di questo, viene rinnovato nella sua originaria forma naturale — scaturisce dalla differenza delle forme materiali nelle quali esiste il capitale produttivo, e di cui una parte viene consumata per intero durar la formazione del singolo prodotto, un’altra viene consumata solo gradatamente. Soltanto il capitale produttivo, quindi, può scindersi in capitale fisso e circolante. Invece questa contrapposizione non esiste per ambedue gli altri modi di essere del capitale industriale, non esiste cioè né per il capitale-merce né per il capitale monetario, né come Contrapposizione fra questi due e il capitale produttivo. Essa esiste soltanto per il capitale produttivo e all’interno dello stesso. Per quanto capitale monetario e capitale-merce operino come capitale, e per quanto circolino fluidamente, possono diventare capitale circolante in contrapposizione con quello fisso soltanto quando si siano trasformati in parti costitutive circolanti del capitale produttivo. Ma poiché ambedue queste forme del capitale dimorano nella sfera della circolazione, fin da A. Smith, come vedremo, l’economia si è lasciata fuorviare fino a metterle in un sol fascio con la parte circolante del capitale produttivo, sotto la categoria di capitale circolante. Di fatto, essi sono capitale di circolazione, in contrapposizione a capitale produttivo, ma non sono capitale circolante in contrapposizione a capitale fisso.

giovedì 29 marzo 2012

Il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente


Si può parlare di comunismo in molti modi, per esempio in termini filosofici, andando a scomodare il terzo principio della dialettica che vede il superamento del capitalismo come negazione della negazione. Oppure secondo altre declinazioni. Nei media e quindi nell’umore più comune prevale però un modo reazionario d’intendere la questione del comunismo, il quale fa leva sulla mistificazione più sfrontata. Non è un andazzo recente se vigeva già ai tempi di Marx. Uno tra i tanti catechisti odierni dell’antimarxismo è Pierino Ostellino, il quale evince:

«Sempre vi sono stati nella storia uomini di varia specie, alcuni avventurieri, altri nobili d'animo, tutti ugualmente insoddisfatti del mondo in cui viviamo, e risoluti a cambiarlo: gli idealisti, i rivoluzionari. E tanti sono stati attraverso la storia i loro profeti. Il più famoso, quello le cui teorie hanno avuto conseguenze più profonde nel mondo in cui viviamo, fu Karl Marx».

In realtà Marx, fin dal Manifesto, opera che scrisse poco più che ventenne, afferma l’opposto di quanto contrabbanda Pierino: «Le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto su idee, su princìpi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo».

Precisa in un altro scritto giovanile: «Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente».

Marx sottolinea un fatto fondamentale, ossia che «Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti in “una volta” e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica».

Piero Ottone prosegue:

«Venne il momento favorevole: nel 1917, i suoi seguaci [di Marx] abbatterono lo zar, spazzarono via quel che esisteva in Russia di capitalismo industriale, si accinsero a costruire il famoso mondo diverso, fondato sui diritti del lavoro. Sappiamo come è andata finire. Lo Stato costruito secondo i princìpi rivoluzionari non funzionò: già negli anni Venti Lenin dovette correre ai ripari con la Nuova Politica Economica, che timidamente restaurava, in piccola parte, l'ordinamento che era stato distrutto. Poi vennero la dittatura, la tirannide, la miseria universale».

Un concentrato di menzogne. Anzitutto lo zar fu abbattuto non dalla rivoluzione d’Ottobre ma dall’insurrezione del febbraio-marzo 1917 che insediò il governo provvisorio di Lvov e poi di Kerenskij. Vero che furono spazzati via i capitalisti, ma non l’industria che anzi ebbe uno sviluppo formidabile. Sono queste tipiche “imprecisioni” con le quali immancabilmente i reazionari guarniscono le loro ricostruzioni storiche. Tuttavia concentriamoci sull’accusa di “dittatura e di tirannide” e chiediamoci da quale semente nasceva la rivoluzione russa.

Primo: possiamo ignorare le condizioni storiche oggettive in cui sortì quella rivoluzione, la guerra imperialistica europea, quindi tacere sul fatto che la Russia era ancora estesamente un paese feudale laddove l’assolutismo tirannico, lo spietato classismo e la miseria più nera perduravano da sempre? Per contro è azzardato quindi affermare che le condizioni di vita delle masse nelle campagne e nelle città ebbero in seguito alla rivoluzione concreti miglioramenti nonostante le drammatiche condizioni dalle quali uscì la Russia dopo la guerra civile sostenuta dalle potenze occidentali?

Secondo: possiamo dimenticare che l’Urss subì un blocco economico feroce e l’isolamento fino all’invasione nazista, cioè fino al momento dell’aggressione di quel mostro sociale e politico partorito dalla crisi del sistema capitalista con il favore o almeno l’indifferenza delle classi dirigenti dell’intera Europa? Posto questo e molto altro, si può affermare onestamente che lo stalinismo nato in tali circostanze storiche rappresentava la realizzazione degli auspici di Marx?

La diffamazione sistematica del marxismo e del comunismo si basa sempre sugli stessi espedienti di cui Ostellino offre uno scampolo a buon mercato, dimostrando peraltro di ignorare ciò che ha effettivamente prodotto d’essenziale la critica marxiana. Per Marx non è importante soltanto la legge che governa i fenomeni, egli ha scoperto, rimettendola cioè coi piedi per terra, la legge del mutamento dei fenomeni, del loro sviluppo e del loro trapasso da una forma ad un’altra. Proponendosi il fine di indagare e di spiegare l'ordinamento economico capitalistico da questo punto di vista, egli non fa che formulare con rigore scientifico lo scopo che non può non proporsi ogni indagine esatta della vita economica. Il valore scientifico di tale indagine sta nella spiegazione delle leggi specifiche che regolano nascita, esistenza, sviluppo e morte di un organismo sociale dato, e la sua sostituzione da parte di un altro, superiore. Naturalmente non è casuale che l’Autore de Il Capitale sia uno dei più citati ma dei meno letti da parte della borghesia e dei molti che ne parlano a sproposito.

Lo scopo degli Ostellino, per contrasto, è quello di assicurare il successo del vero imbroglio al quale siamo sottoposti: “il sistema in cui viviamo è il migliore dei sistemi sociali possibili”. Dimentichi di quanto ha partorito la crisi del capitalismo negli anni Trenta, gli apologeti della schiavitù capitalistica hanno fatto cedere, non solo alle masse proletarie ma a tutte le anime belle, che il capitalismo avrebbe garantito uno sviluppo sociale persistente in un ordinamento democratico partecipato dal basso.

Noi vediamo oggi quanto sia durata questa illusione protratta per alcuni decenni, ossia la promessa, che peraltro riguardava solo alcune centinaia di milioni d’individui dell’emisfero settentrionale del pianeta, di godere alcuni benefici dello sviluppo della produzione capitalistica. Troppo presto si è dimenticata la storia e si è elusa la questione sulla reale natura di questo modo di produzione, i suoi scopi reali e i modi per realizzarli.

Oggi, diversamente che un secolo fa, ci troviamo concretamente nella possibilità di agire su tutto il globo in tempo reale, di poter far convergere l’imponente sviluppo delle forze produttive, della scienza e della tecnica in un progetto sociale alternativo alla prigione dell’economia capitalistica che ha come unico scopo la valorizzazione del capitale e la mera e tribolata riproduzione di masse enormi di salariati ridotti in schiavitù. È oggi nella realtà delle cose la possibilità di una società e un’economia di tipo completamente nuovi, dove l’essere umano e la natura non siano solo materiale da sfruttare, soggiogare e violentare.

Ma questo Piero Ostellino non può comprenderlo, egli appartiene al passato come del resto tutta la sua classe sociale. Spetta a noi farla finita con questi zombie che ci succhiano il sangue e stanno portando il pianeta alla distruzione; è il momento di agire per il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

mercoledì 28 marzo 2012

Pierino e il sindacalista della Fiom


Finalmente un po’ di chiarezza. Non è giusto però che a farla siano sempre i padroni tramite i loro servitori. Scrive Piero Ottone sul giornale della borghesia illuminata: Maurizio Landini è il leader della Fiom, è il capo della sinistra sindacale. Ed è un sindacalista irriducibile: sempre in lotta, mai (o quasi mai) d' accordo”. Ha ragione Pierino, “Landini è diverso”, è uno dei pochi sindacalisti che non si fa corrompere, perciò è uno stronzo che non capisce quali siano oggi le priorità del capitale e del padronato.

Scrive Pierino che Landini “non parte dalla globalizzazione, con tutte le conseguenze che sono all'origine della crisi attuale. Lui parte della Costituzione, che gli sta bene”. Non parte Landini dal profitto, ma dalle leggi fondamentali e dalla tutela dei lavoratori. E per un sindacalista del terzo millennio si tratta di una cosa folle. “Al centro del suo universo, quello in cui crede, campeggia il lavoratore, col pieno diritto, sacro e inviolabile, a un posto equamente retribuito, a una paga che gli consenta di mantenere se stesso e la sua famiglia, a una pensione quando non dovrà più lavorare. Questi sono i dati di partenza, i dati imprescindibili”.

Pezzo di merda è Landini e quelli come lui. Il salario, la famiglia, la pensione, ma dove cazzo pensa di vivere? Di sacro e inviolabile c’è solo il capitale e il suo diritto storico di disporre a piacimento della merce acquistata sul mercato, quello degli schiavi. Per non dire di quel visionario di Marx, “il quale, ottimista a modo suo, era convinto che l'ordine vigente, imperniato sul Capitale, sarebbe morto comunque di morte naturale, per via delle sue contraddizioni interne. Ma Marx non sconsigliava certo qualche spinta per accelerarne la fine, se si presentava l' occasione”. Un rivoluzionario, un No-Tav ante litteram!

Dopo queste scoperte finalmente rivelate dall’ex direttore del Corriere, coraggioso a modo suo, l’articolo chiude così:

“A me sembra che l'impostazione sindacale di Landini, che parte dai princìpi (repubblica imperniata sul lavoro, diritto di ogni cittadino al lavoro) piuttosto che dalle leggi naturali (domanda, offerta, libero scambio) appartenga alla cultura di sinistra di quegli anni ormai lontani: che sia una scheggia di quel sindacalismo che prevaleva nell'Italia del dopoguerra, figlio dell'estremismo di sinistra”.

Leggi di natura, richiamo della giungla, finalmente si mettono le cose in chiaro. Bravo Pierino. Quali diritti, quale cittadinanza, sono ubbie estremiste al pari della dottrina sociale della Chiesa, contaminata da vaghissime idee socialisteggianti. In definitiva quelle di Ottone sono, sia pure nel tono acceso dalla polemica, le stesse idee del fu Luigi Einaudi. Perciò poche chiacchiere, lavorare! Oggi il salariato ha il dovere di competere, di affrontare a viso aperto la sfida della globalizzazione. Lo dice ogni domenica anche Scalfari, dimenticandosi di chiarire da chi sia voluta ‘sta cazzo di globalizzazione e con quali demenziali criteri attuata.

Al capitalista il profitto appare come qualcosa che rimane al di fuori del valore immanente della merce e tuttavia egli sa bene che solo accrescendo il grado di sfruttamento dell’operaio la tendenza reale del saggio del profitto non cala in rapporto al cambiamento della composizione organica del capitale. Eccoci al dunque: il capitale vuole uno sviluppo più libero possibile della produzione capitalista, non chiede la luna ma ciò che è un diritto fondamentale per la sua valorizzazione e riproduzione. E può realizzarlo al massimo grado solo a condizione della miseria e assenza di tutele della sua principale rappresentante, la classe operaia. Egli punta perciò all’espansione più sfrenata delle forze produttive sociali, senza preoccupazione per la sorte dei rappresentanti della produzione, siano essi operai o imprenditori concorrenti strozzati dalle banche.

Del resto, cari operai, di cosa vi eravate illusi? Avete dato retta alle parole dei demagoghi dei partiti, andava bene il capitalismo calmierato, la spartizione del plusvalore estorto al Terzo Mondo! Ora guardate in faccia la realtà, il Terzo Mondo s’è svegliato e il grande capitale non intende più spartire un cazzo con voi. Dovete competere o altrimenti rifare le valigie ed emigrare. È finita la cuccagna, per voi! Consolatevi con la decrescita felice di quel perditempo di Latouche che vede la produzione solo dal lato del valore d’uso, un vero colpo di genio in un modo di produzione dominato dal valore di scambio!

Un’ultima cosa: non prendetevela con quei poveracci di Monti, Passera e la Fornero. Non vengono dal sindacato, non hanno studiato alla Frattocchie. Anche se non sono anime comuni, stanno facendo solo il lavoro sporco per il quale sono stati assunti. Invece di andare alle elezioni e poi fare le riforme in proprio, Bersani, Fioroni, D’Alema, Veltroni, Damiano, Letta, Bindi, Finocchiaro e altri, hanno deciso di chiamare una squadra di pulizie ad hoc. Così credono di sviare la rabbia montante e fotterci il voto. Gli andrà bene comunque, non si faranno mancare né il pane e nemmeno il sonno.

L'estremismo del capitale

di Guido Viale


Ferruccio de Bortoli in un suo editoriale sul Corriere della Sera di sabato ritiene che il rischio che le imprese usino la riforma dell'art. 18 per liberarsi anche dei lavoratori scomodi (come ho sostenuto sul manifesto) oltre che di quelli anziani o logorati dal lavoro (come ipotizzato lo stesso giorno dal prof. Mariucci su l'Unità) rispecchi «una visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe che non corrisponde più alla realtà della stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro». Poi si chiede se le minacce dei capi a cui facevo riferimento nel mio articolo del giorno prima - «Appena passa l'abolizione dell'art. 18 siete fuori!» - rappresentino effettivamente «il clima che si respira nelle fabbriche, al di là di qualche isolato episodio». Rispondo: forse non in tutte; ma in molte aziende certamente sì. Altrimenti non si capirebbe come mai decine di migliaia di lavoratori abbiano risposto immediatamente, superando spesso anche le divisioni sindacali, alla dichiarazione di sciopero di Fiom e Cgil.

Questo è sicuramente il clima che si respira negli stabilimenti Fiat, dove una sentenza di appello ha sancito che il licenziamento di tre operai, iscritti o delegati della Fiom, è stata una rappresaglia antisindacale. Da mesi poi si ripetono, su giornali e talk show, denunce del fatto che dalle riassunzioni nello stabilimento Fiat di Pomigliano sono stati esclusi completamente gli iscritti alla Fiom. È noto che le rappresentanze della Fiom sono state "espulse" da tutti gli stabilimenti Fiat. Ma c'è di più: il manifesto ha riportato, senza essere smentito né denunciato, che le celle di vetro dei capireparto che sorvegliano gli operai nello stabilimento di Pomigliano - e che tanto sono piaciute al prof. Pietro Ichino, in visita guidata alla fabbrica (una visita di tipo "sovietico") - sono state usate a fine turno per «processare» e umiliare di fronte ai loro compagni gli operai che non reggevano i nuovi ritmi di lavoro, facendogli gridare «sono un uomo di merda».

Risultano anche numerose le pressioni su mogli di operai Fiom in cassa integrazione perché inducano i mariti ad abbandonare l'organizzazione se vogliono tornare in fabbrica. Di fronte a notizie del genere il direttore di un giornale avrebbe forse dovuto affidare a un suo inviato un'inchiesta sul posto. Non se ne ha notizia. Ferruccio de Bortoli si è dimostrato spesso attento alle discriminazioni razziali del passato. Colpisce la sua disattenzione per le discriminazioni del presente verso i lavoratori. Sono episodi isolati? No. Nella competizione per la nomina del nuovo Presidente di Confindustria, il candidato perdente Bombassei è stato apertamente appoggiato dall'amministratore delegato della Fiat e lo ha ricambiato dicendo che condivideva le scelte nelle relazioni sindacali. Ha perso solo per pochi voti: non dice niente questo sul clima che aleggia in molte aziende? E se così non fosse, perché mai verrebbe data tanta importanza all'art. 18?

L'accusa di estremismo che De Bortoli mi rivolge ha una spiegazione chiara nell'elzeviro di un altro ex autorevole direttore del Corriere dedicato al segretario della Fiom (Repubblica, 22.3). Che «non accetta - per Piero Ottone - il mondo come è: un mondo dominato dalle leggi economiche della domanda e dell'offerta, e manipolato come sempre da personaggi poco raccomandabili: ieri i padroni delle ferriere; oggi i banchieri (con qualche Marchionne sparso qua e la)... Al centro del suo universo, quello in cui crede, campeggia il lavoratori, col pieno diritto, sacro e inviolabile, a un posto equamente retribuito, a una paga che gli consenta di mantenere se stesso e la sua famiglia, a una pensione quando non dovrà più lavorare». E ancora: «A me sembra - aggiunge Ottone - che l'impostazione sindacale di Landini, che parte dai principi (repubblica imperniata sul lavoro, diritto di ogni cittadino al lavoro) piuttosto che dalle leggi naturali (domanda, offerta, libero scambio) appartenga alla cultura di sinistra di quegli anni ormai lontani: che sia una scheggia di quel sindacalismo... figlio dell'estremismo di sinistra». E allora? La verità è che la lotta di classe «novecentesca», esecrata da entrambi i giornalisti, è più viva che mai. È quella del capitale contro il lavoro raccontata da Luciano Gallino nel suo ultimo libro, che non è mai venuta meno. Ogni tanto, e si spera in crescendo, c'è anche quella dei lavoratori contro il capitale.

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martedì 27 marzo 2012

Sui licenziamenti decide comunque il saggio



La CGIL afferma che in materia di articolo 18 il parlamento è sovrano. Quindi è possibile che il parlamento stabilisca che sarà il padronato a decidere, per motivi economici, il licenziamento dei lavoratori. Anche prendendo per buono il motivo economico e che quindi  “non ci saranno abusi” (dichiarazione montiana che mostra una lunga coda di paglia), a decidere, in definitiva, sarà il saggio del profitto.

Perché? In un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste solo per i bisogni di valorizzazione del capitale, è chiaro che un capitalista investe dove il saggio del profitto è più alto. Comunque si rigiri la faccenda, in ultima analisi è il saggio del profitto a decidere chi lavora e chi no. Se non è un motivo economico questo! Se devo investire il mio capitale nella produzione, lo faccio laddove il salario è più basso e quindi il saggio del profitto più alto. Se poi le condizioni di sfruttamento della manodopera sono quelle cinesi, rumene o indiane, tanto meglio.

In questo modo viene ovvio anche il fatto che maggiori licenziamenti provocano un più elevato tasso di disoccupazione e che conseguentemente una più alta offerta di forza lavoro abbassa i salari. È una legge che nemmeno la Fornero può modificare.

Più licenziamenti, più disoccupati, meno salario, maggiore saggio del profitto e quindi, alla lunga, più investimenti. È questo, indubbiamente e allo stato dei fatti, il programma per la “crescita”. Per allora saremo tutto morti.

Domandine di mezza mattina


Nei prossimi decenni la popolazione mondiale aumenterà di due miliardi, ma per l’Europa e gli Usa sarà già tanto se riusciranno a mantenere l’attuale livello demografico. In termini economici e geopolitici questo fatto dimostra come la Cina, l’India e il Brasile, verranno a giocare un ruolo sempre più importante sulla scena internazionale e nella leadership mondiale e nella lotta per lo sfruttamento e il controllo delle risorse.

Ma quanto conta il fattore demografico? L’espansione dell’Europa nei secoli XV-XVI assunse dapprima le forme del colonialismo e poi quelle dell’imperialismo pur essendo il nostro continente assai minoritario in termini demografici. Tuttavia l’Europa ha potuto dominare gran parte del mondo in forza della propria tecnologia, del capitale e di una cultura più efficiente. Gli Stati Uniti, soprattutto dalla seconda metà nel XX secolo, sono diventati la nuova potenza dominante pur rappresentando anch’essi una minoranza in termini demografici. Questo non dovrebbe dimostrare come il fattore demografico, pur rilevante, da solo non sia sufficiente a spiegare e determinare la leadership di un paese in un’area, in un emisfero o globalmente?

Si sostiene che la lunga fase nella quale ha dominato l’imperialismo americano e nord atlantico tende al declino e se n’è sia aperta una nuova, quella del multipolarismo. È questo un fatto oggettivo, ma va detto che la forza dell’Occidente resta, in termini economici e tecnologici, ancora preminente (*). C’è da chiedersi tuttavia se e quanto potrà durare tale supremazia e a cosa si andrà incontro se gli Usa e l’Europa vedranno ridursi considerevolmente il loro ruolo a livello mondiale.

Si è aperta una fase nella quale il confronto non è più tra due o tre blocchi ma tra una pluralità di potenze e interessi in ogni scacchiere geografico. Però non va trascurata la lettura di un dato che dovrebbe portarci a considerazioni diverse: 147 gruppi societari controllano il 40 per cento delle più importanti multinazionali del pianeta. Quanto adeguata è ancora l’interpretazione secondo i classici schemi della geopolitica dello scontro tra potenze per l’egemonia?

Non si tratta, come nella seconda metà nel XX secolo, di un confronto-scontro tra sistemi economici e sociali diversi e antagonisti. Nonostante la Cina sostenga di sperimentare l’ibridazione tra “socialismo” e capitalismo, domina un’unica forma di pensiero e di economia, una situazione nella quale i capitali e le merci transitano da un capo all’altro del pianeta senza vincoli e barriere. E anche sul piano della competizione militare, al momento, il confronto tra potenze è giocato più sottotraccia rispetto all’epoca dei blocchi.

Decisiva quindi sembra la sfida economica poiché si è venuta affermando in concreto e su scala mondiale la potestà esclusiva del capitalismo nella versione storicamente più cristallina, dove tutto è valore di scambio e domina l’imperativo del profitto, il gelido calcolo economico e la lotta per il predominio “efficiente”. Questa situazione sarà sufficiente a garantire la pace oppure è già la premessa di uno scontro sempre più aperto per il controllo delle risorse e dei transiti? I precedenti storici non sono tranquillizzanti.

È fatto notare che il modo di produzione capitalistico nel momento della sua massima espansione e di trionfo è entrato in una crisi generale dalla quale sembra non poter uscire per le consuete vie. E tale situazione è aggravata dalla stupefacente finanziarizzazione dell’economia, laddove i valori cartacei superano annualmente di tre o quattro volte quelli reali. Non era già in crisi questo sistema economico ben prima degli eventi recentissimi (**) ?

In effetti, è ben noto, come la gravissima crisi degli anni Trenta fu risolta con il più grande conflitto armato della storia (70mln di morti), cui seguì il ciclo espansivo della ricostruzione e l’impulso straordinario delle nuove produzioni di massa (mezzi di trasporto, elettrodomestici, sviluppo dell’agro-alimentare, tessile e nuovi armamenti) che richiesero l’impiego di enormi capitali, anche statali per la realizzazione di gigantesche infrastrutture, l’inurbamento di masse proletarie di dimensioni inedite, e non ultimo la creazione di un mercato finanziario mondiale fondato sul dollaro e la sua convertibilità (almeno fino al 1971).

Ciò consentì la ripresa e l’espansione del processo di accumulazione favorito anche dai bassi costi delle materie prime e, per contro, dall’alto livello di povertà delle popolazioni dei paesi fornitori, fatte salve alcune eccezioni. Di questo stato di cose si avvantaggiavano non solo i capitalisti e la borghesia rentier, ma anche la forza-lavoro dei paesi dell’occidente industrializzato (e altri come il Giappone), consentendo la formazione di un’aristocrazia operaia e l’allargamento dei ceti medi. Già dagli anni Trenta, in opposizione alla crisi, si venne all’impiego del debito pubblico per la creazione di un welfare efficiente, il sostegno dei consumi e come volano degli investimenti. Cose molto note e meglio descritte e articolate da una pubblicistica copiosa.

La situazione comincia a mutare già con gli anni Sessanta, il rallentamento della crescita, la stagnazione e l’aumento delle materie prime, lo scontro sociale per il riconoscimento dei diritti e di migliori condizioni. Questo fino agli anni Ottanta, quando si andò affermando una vecchia idea dell’economia, già fallita in passato ma fatta passare per nuova: la mano invisibile del mercato che punta all’equilibrio. Questi sono fatti noti e ancora all’ordine del giorno.

Con la caduta della cortina di ferro e poi con gli accordi del WTO, con la decisione della leadership cinese di intraprendere la via del capitalismo di mercato, il processo neoliberista assume un’accelerazione. Senza entrare nel dettaglio di fatti arcinoti, si sta assistendo alla più imponente rivoluzione della struttura produttiva e dei rapporti di scambio dal XIX secolo a questa parte, con la realizzazione di un mercato unico dei capitali e delle merci. Inevitabilmente ciò ha effetto anche sul mercato della merce più importante ai fini della valorizzazione: la forza-lavoro.

Ciò significa che le dinamiche squilibranti che si sono venute a determinare sul mercato del lavoro a seguito della globalizzazione, non potevano che impattare con sempre maggior violenza sul modello sociale occidentale e su quello europeo in particolare. Del resto l’interesse dalla borghesia e del ceto politico al suo servizio punta esplicitamente a creare una situazione di resa incondizionata della classe lavoratrice, mai così numerosa come oggi ma anche mai così inerte e fatta convinta delle tesi espresse della classe dominante sulla crisi, il debito e la necessità della “competizione”.

Non solo è diventato tabù immaginare un modello di sviluppo alternativo a quello imposto dalla globalizzazione e che non sia ideologicamente funzionale ai grandi interessi (vedi la "decrescita felice"), ma anche solo l’ipotesi di dirigere i processi in atto secondo logiche diverse da quella del furto-svendita dei beni comuni e dello smantellamento del welfare, contrasta con l’interesse di ridare liquidità monetaria alle banche e di rialzare il valore del capitale finanziario. Si permette per contro a paesi come la Cina, la Russia, l’India e il Brasile cospicui interventi statali nell’economia. Insomma, nulla di quanto sta succedendo è casuale, anche se c’è da dubitare in un esito, già a medio termine, che non sia men che catastrofico per chi vive di solo lavoro.

(*) Nonostante la Cina sia la prima potenza demografica e considerata la seconda economia del mondo, bisogna però considerare che nel 2010 ha generato un Prodotto interno lordo (5.900 miliardi di dollari) pari a circa un terzo del Pil dell'Unione europea (16.300 miliardi), mentre la sua popolazione (1.340 milioni di abitanti) è più di due volte e mezzo quella dell'Ue (502 milioni). Detta in altro modo: la Germania ha un Pil (3.300 miliardi) che è più della metà di quello cinese, con una popolazione 16 volte più piccola.
Anche considerando la questione dal lato più ampio, cioè nel quadro dei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina), si osserva che, pur messi insieme, hanno un Pil (12.500 miliardi di dollari) inferiore a quello degli Usa (14.700), pur avendo una popolazione complessiva 9 volte superiore. Non solo, ma Unione europea e Stati uniti messi insieme continuano a fare la metà del Pil di tutto il pianeta (31.000 miliardi su 62.900). E se a Europa e Usa si somma il Giappone (5.500 miliardi), allora questi tre poli fanno da soli il 60% del Pil globale.

(**) Secondo la vulgata corrente la crisi del capitalismo consisterebbe nella perdita di valore finanziario di alcune decine migliaia di miliardi di capitali speculativi e non già nel fatto che ci siano oggi più di 2,8 miliardi di esseri umani  che sopravvivono al disotto della soglia di povertà assoluta (meno di 2 dollari al giorno), che 1,5 miliardi non hanno accesso all'acqua potabile, che 2,6 miliardi non dispongono di servizi sanitari e d'igiene, che 1,7 miliardi vivono in baraccopoli, che da 1,6 a 2,0 miliardi non hanno accesso all'elettricità, che oltre 2 miliardi (soprattutto di giovani) non sanno cosa sia un impiego retribuito, ecc. Tutto ciò non sarebbe – a dire dei dirigenti politici, e dei lupi mannari dei grandi gruppi multinazionali, dei banchieri, e degli economisti – l'espressione di una crisi economica strutturale del sistema attuale.

lunedì 26 marzo 2012

Spregiudicatezza tecnica



Ringrazio Luca, sempre gentile, per avermelo segnalato: è un articolo che merita di essere letto quello di Luciano Gallino, poi ritagliato e appeso nei luoghi di lavoro. Senza farvi vedere dal padrone o dal capetto. Il pezzo del sociologo, di grande chiarezza, concerne la vicenda di sedicenti tecnici chiamati a riparare un complesso macchinario senza avere la minima idea di come funziona realmente.

* * *
Non è solo ignoranza e supponenza di tecnici che le banche ci mandano come doni della provvidenza. Nel nostro caso si tratta di quella consumata spregiudicatezza che nelle questioni di Stato è intesa come superiorità intellettuale e invece nei vicoli malfamati come arte di magliari. Un esempio è offerto dalle due norme annunciate dalla “riforma” a tutela dei lavoratori: l'obbligo di assumere un lavoratore a tempo indeterminato dopo 36 mesi di contratti a termine e l'estensione dell'obbligo di reintegro in caso di licenziamento discriminatorio anche in un'azienda con meno di 16 dipendenti.

Come fanno osservare oltre cinquanta giuslavoristi e docenti universitari, il termine massimo di 36 mesi perché scatti l'obbligo di assumere un lavoratore a tempo indeterminato è già previsto dall'articolo 5 comma 4 bis del decreto legislativo 368 del 2001, così come l'estensione dell'obbligo di reintegro nelle piccole aziende è già previsto dall'articolo 3 delle legge 109 del 1990.

Quando essere assolutamente neoliberisti è diventata una legge speciale proclamata dal tiranno così come dal servo e dall’idiota. E queste due ultime categorie di personaggi vogliono essere ormai amate per se stesse e non solo perché sono utili al sistema.

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Se fossi un capitalista e dovessi investire dei denari nell’attività produttiva non andrei a cercare profitti in un paese dove la forza lavoro costa almeno dieci volte che nel mio paese. Perciò: che cazzo è andato a fare in Asia a nostre spese?

Se potessi avere mille euro al mese



L’avevano preannunciato e così stanno facendo, i fanatici del neoliberismo che ora governano, ossia il personale delle banche e degli apparati che guadagna in un anno molto più di quanto un operaio in una vita di lavoro. Presentano un provvedimento legislativo, “consultano” le cosiddette parti sociali e i segretari di partito, dopo di che mandano le decisioni in parlamento per l’apposizione del timbro. La vita di milioni di persone è in questa tagliola: quello che succede oggi a te, domani toccherà a me.

E a sentire i tecnofili dei media dovremmo anche ringraziare perché ci stanno salvando dal “burrone”. Dicono di salvare i posti di lavoro aumentando le tasse, tagliando le pensioni e però regalando centinaia di miliardi alle banche, agli speculatori che hanno perso cifre enormi nel gioco dei derivati e simili. A Morgan Stanley, come è successo da parte del Tesoro all’inizio dell’anno. Intanto si lasciano gli “esodati” sul marciapiede. Come condannare l’eventuale gesto disperato di uno di questi poveracci se volesse fare da sé un po’ di giustizia?

Parlano di “crescita” i supereroi, ma su questo punto non avevano e non hanno uno straccio di programma. Scrive Scalfari, “questo non è un governo tecnico – come erroneamente molti e lo stesso Monti continuano a ripetere – ma è un governo politico a tutti gli effetti”. L’avverbio è fuori luogo, questi sanno bene di perseguire obiettivi ideologici, cioè politici e di classe. Solo degli idioti hanno potuto credere semmai il contrario.

Avevano due obiettivi prioritari i padroni, da anni conclamati su tutti i giornali dal fior fiore dell’intellighenzia professorale, ed entrambi sono stati raggiunti: tagliare drasticamente le pensioni e rendere liberi i licenziamenti. Lo scopo invece non dichiarato ma ugualmente palese è renderci più poveri e ricattabili. Solo chi non ha un reddito su cui contare, diritti, tutele e garanzie, è disposto a servire, a farsi schiavo obbediente a qualunque prezzo.

La CGIL, ha detto Camusso, farà lo sciopero generale a fine maggio, tra due mesi. Come vado ripetendo alla nausea, questi personaggi sono tutti d’accordo, così come lo furono con la “riforma” pensionistica Dini. Ieri sera in tv si è potuto sentire l’ex premier rivelare che all’epoca della sua “riforma” gli accordi vennero presi con incontri “segreti” con i sindacati. Il segreto di Pulcinella.

Tra qualche lustro, un tempo non lunghissimo, il panorama sociale italiano sarà completamente diverso dall’attuale a causa di questi provvedimenti e delle scelte strategiche, ormai irrevocabili, in campo economico e finanziario prese a suo tempo in sede internazionale. Vi è già una platea di precari e di disoccupati che non ha un vero lavoro e non avrà una pensione, se non quella sociale in tarda età. Basta leggere la “riforma” pensionistica e quella del lavoro. Cari giovani che twittate e cazzeggiate, continuate così, perché tanto la cosa non vi riguarda.

I privilegi sono rimasti intonsi, si sono tagliati i diritti e le tutele. I lavoratori e i pensionati non potranno che essere, salvo eccezioni, molto più poveri di oggi. Spesso anche tra coloro che possono contare su un lavoro continuativo e poi su una pensione integrativa (se il castello di carta non salta prima). Volevamo la “decrescita felice”? Eccoci serviti: i mille euro il mese, come le famose mille lire il mese dell’antica canzonetta, saranno sempre più un sogno per pochi.

In generale, non si riesce a comprendere abbastanza gli effetti indotti dalla cosiddetta globalizzazione, di come il capitalismo, nonostante sia destinato a sopravvivere, sia fallito e per miliardi di persone rappresenti un disastro. Ora tocca anche a noi “occidentali” sperimentare gli effetti benefici del “libero mercato” globalizzato. Rincorrendo le chimere riformistiche, siamo arrivati al Leviatano nella versione Goldman Sachs – Intesa. E non è detto si sia toccato il fondo. Tutt’altro.

domenica 25 marzo 2012

Saltare in aria



Può darsi m’illuda e pecchi d’ingenuità, non sappia cogliere i reali rapporti, ma a me pare che se Maurizio Landini fosse stato al posto di Susanna Camusso, dopo quanto è successo con la cosiddetta riforma del lavoro, Mario Monti non lo avrebbe invitato a pranzo a Cernobbio. E, senza costruire santini, credo che in ogni caso Landini non avrebbe aderito all’incontro conviviale. Dalle foto della tavolata sembra siano mancate tra i convitati solo le pacche sulle spalle.

Anche la forma vuole la sua parte e ormai non ci si cura di salvare nemmeno la faccia, salvo qualche battuta di convenienza davanti ai microfoni. Anche questa partita è persa, la risposta immediata non c’è stata e quella che seguirà sarà solo réclame per il governo, la prova che le misure “impopolari” saranno presto e ancora una volta assorbite “con responsabilità” da parte dei salariati e per il governo ci sarà un’altra medaglia da appuntarsi al petto.

* * *

Scrive il “solito” a proposito dell’articolo 18, richiamando addirittura l’esempio dello scoppio delle due guerre mondiali:
Nel caso nostro non ci saranno per fortuna né morti né feriti, ma lo sconquasso sociale e politico sarà intenso se non si arriverà ad un compromesso: potrebbe cadere il governo Monti, potrebbe sfasciarsi il Partito democratico e la sinistra italiana finirebbe in soffitta, lo "spread" potrebbe tornare a livelli intollerabili con conseguenze nefaste per tutta l'Europa e tutto questo perché le due parti contrapposte vogliono stabilire  -  mi si passi un'espressione scurrile ma appropriata  -  chi ce l'ha più lungo.

Ormai Scalfari è un caso da catetere, ma resta il fatto che scrive sul giornale più letto della nazione. Oltretutto di quale “sinistra” sta parlando? Quindi chiosa:

Infatti il peso e l'importanza dell'articolo 18 è pressoché irrilevante. I casi in cui è stato applicato il reingresso nel posto di lavoro negli ultimi dieci anni non arrivano al migliaio […] Quanto alla giusta causa, la cui presenza può consentire un licenziamento e la cui assenza può renderlo possibile, essa è già contenuta in leggi precedenti all'articolo 18 e può essere sempre sollevata dinanzi al magistrato.

Non m’intendo di cause di lavoro, ma la logica mi porta a ritenere che se non si sono registrati più di un migliaio di reingressi decisi dal giudice, ciò prova che l’articolo 18 funzionava molto bene come deterrente, sia da parte padronale e anche da parte sindacale. L’efficacia di una norma che regola i conflitti tra le parti si può misurare proprio dal fatto che essa li riduca al minimo. Difficilmente finora i padroni licenziavano senza una giusta causa sapendo che tale decisione sarebbe revocata dal giudice e con loro grave danno. Allo stesso modo, per una grave e patente violazione delle norme contrattuali, cioè in presenza di una giusta causa che giustifichi il licenziamento, il salariato e il sindacato non si rivolgono al giudice per sentirsi dare torto e soccombere nelle spese. Inoltre, le leggi precedenti all'articolo 18, appunto perché precedenti, nella maggioranza dei casi non producono giurisprudenza. E poi, per finire, lasciando da parte gli osanna padronali che hanno accolto la cancellazione dell’articolo, chi meglio degli operai e dei salariati sa se quella norma li tutela oppure no?

È invece vero quanto scrive lo stesso Scalfari a proposito del fatto che l’articolo 18 “soprattutto non ha mai avuto ripercussioni sullo sviluppo dell'economia reale e sui suoi fondamentali. In vigenza di quell'articolo gli investimenti, i profitti, il livello dei salari, le esportazioni, i consumi, sono andati bene o male per cause completamente diverse”.

Ciò che conta, per contro e a dispetto di Scalfari, è proprio l’alto valore, non solo sostanziale, ma simbolico di ciò che rappresenta l’articolo 18 nell’offensiva padronale in atto (supportata dalla presidenza della repubblica, dai partiti, dai sindacati, dai servi e dai media), nella lotta di classe padronale a tutto campo che punta a distruggere ogni resistenza residua delle classi salariate. Ed infatti Scalfari dichiara che la motivazione di Monti è quella di mettere “fine della concertazione con le parti sociali”, ma ciò che lo preoccupa è lo “sconquasso sociale” che potrebbe derivarne. Perché “Se la bandiera diventasse quella del no ai licenziamenti in tempi di recessione, allora la pace sociale rischierebbe di saltar per aria”.

Stia tranquillo dottor Scalfari, il popolo italiano, nel suo insieme e nelle sue diverse componenti, è stato sottoposto a decenni di cloroformizzazione e ci vorranno sconvolgimenti sociali di grado e persistenza ben più elevati dell’articolo 18 perché dalla semplice minaccia dei forconi si passi ai forconi veri, perché dalla “pace sociale” si arrivi a una “guerra sociale” aperta. La cosa che voi padroni temete di più, in questo momento, è la non collaborazione.

Comunque la pensiate, segnalo QUESTO intervento meritevole della massima attenzione.

Ps: Scrive Scalfari: “nel 1939 il simbolo fu Danzica e i morti furono trenta milioni, genocidio della Shoah a parte”. Ha deciso di escludere dal conteggio gli oltre venti milioni di morti sovietici?