martedì 24 luglio 2012

Il vero stereotipo del debito

C’è chi scrive (vedi qui) migliaia di battute per centinaia di parole per dire che è uno “stereotipo quello secondo cui il debito pubblico scarica il peso dei nostri eccessi sui nostri nipoti”. Per il semplice motivo, rileva il post citando Einaudi, che se c’è un debito c’è anche un credito. Sempre se questo debito è “interno”. Sorge poi la questione che non tutti i nipoti sono figli di salariati. Detto in altri termini c’è chi paga e chi guadagna. È un problema di redistribuzione, osserva acuto lo scienziato che viene da Marte a spiegarci come vanno le cose della Terra, non quindi un problema di “eccesso” di spesa pubblica.

Perché le cose funzionino – ecco la novità marziana – sarebbe necessario che “l’evasione fiscale non fosse un fenomeno rilevante” e il fisco fosse realmente progressivo. E il non averci pensato prima diventa il problema del debito che finora evidentemente ignoravamo presi al collo dallo “stereotipo”.

Sennonché: 1) il debito non è solo “interno”, ma per circa la metà è contratto con i nonni e i nipoti “esterni”; 2) l’evasione e l’elusione fiscale è quella che è, con circa l’80% del gettito irpef a carico dei salariati, per esempio.

Conclude lo scienziato: “Sintetizzando possiamo dire che il debito pubblico ha degli effetti redistributivi che portano ad un aumento delle disuguaglianze, si può dire che i salariati (che sopportano gran parte del peso della pressione fiscale) pagano gli interessi sui titoli di Stato ai possessori dei titoli pubblici che come visto sono soprattutto le famiglie più ricche e le imprese”.

Sintetizzando a mia volta: chi l’avrebbe mai immaginato? Ciò che lo scienziato doveva spiegare come uno stereotipo nei fatti si rivela essere la cruda realtà e le premesse da cui è partito si rivelano il suo stereotipo. Ciò che ancora non comprende, o perlomeno non dice, è che questa distorsione “distributiva” non è casuale e per nulla inedita nella storia italiana, fin dal medioevo se vogliamo parlare ai nonni e ai nipoti.

Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che nasconde una delle fonti dell’accumulazione. Il debito pubblico diventa così una delle leve più micidiali della speculazione: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti.

Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa che vive di rendita e cioè dalla ricchezza improvvisata degli speculatori che fanno da intermediari fra i governi e le nazioni, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna. Perciò intendere il debito pubblico come un mero meccanismo di finanziamento dello Stato “per fornire servizi alla collettività” è quantomeno riduttivo e tanto caro alle dottrine borghesi.

4 commenti:

  1. Fan tornare la bandiera rossa per metterla
    in candeggina. Oscillano, ondeggiano nel vento
    intramontato della tradizione ondivaga e oppurtunistica del sindacato italiano.

    Ciao e complimenti.

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  2. In realtà, oltre ad essere spesso prolissi come nota bene Olympe, e scoloriti come noti tu, usano il sito come vetrina personale.

    Prova a inviare un commento critico, morire se lo pubblicano.

    Peccato, c'era anche del buono, ma alla lunga sembrano i soliti carrieristi del sindacato.

    Saluti.

    Giulio

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    1. che sollievo i lettori attenti
      non sparire, ciao

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  3. Tranquilla sono qui da molto tempo,
    e non ho nessuna intenzione di andarmene da un posto così implacabilmente onesto che mi fa migliore.

    Giulio

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