giovedì 28 giugno 2012

Deutschland über alles, über alles in der Welt

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Fu un episodio casuale e imprevisto, forse perfino evitabile nelle sue premesse, quello del 28 giugno 1914 a Sarajevo, e tuttavia sufficiente a innescare quegli avvenimenti presagiti e ormai divenuti maturi che infine s’imposero con schiacciante necessità. «Meglio un trauma subito che un'agonia senza fine» fu l’invocazione alla guerra di un alto funzionario asburgico, frase poi divenuta celebre.

La Germania guglielmina colse l’occasione per dare l’assalto al potere mondiale, pur consapevole che per dominare il mondo è necessario avere il controllo dei mari, come ebbe a sperimentare Napoleone (*). Una consapevolezza questa che infine trovò risposta nell’inutile battaglia dello Jutland (per anni si pescarono anguille grosse come un braccio, scrive Günter Grass nel suo Die Blechtrommel), così come un quarto di secolo dopo s’inabisseranno le velleità nipponiche a Midway, in uno scontro aeronavale dove contò più il caso della potenza e che tuttavia sancì il passaggio di consegne definitivo non tra Londra e Tokyo ma tra inglesi e americani (**).

Che cosa ci riservi il caso nel prossimo futuro, non può essere preventivato; per contro qualche ipotesi può essere adombrata per quanto riguarda il movimento d’insieme nella sua necessità storica. Ma facciamo ancora un passo indietro: il 5 febbraio 1945, alla conferenza di Crimea, i tre grandi discussero del futuro postbellico della Germania e ancora una volta non decisero molto. Tutti erano d’accordo sulla spartizione, ma la proposta sovietica di non permettere più ai tedeschi di diventare una grande potenza industriale, fu discussa ma non decisa. Stalin propose una Germania agricola, dotata d’industria leggera e una minima percentuale di quella pesante, ma non se ne fece nulla. Poi a Roosevelt seguì Truman e la sua dottrina.

Decisiva fu la politica di potenza, non il bisogno di giustizia. Ancora una volta la borghesia tedesca se la cavò con poco e già nel 1951 il Pil tedesco raggiungeva i livelli di quello del 1939. Del resto, la Germania, pur divisa, non poteva avere in Europa un ruolo economico e strategico marginale. L’errore esiziale venne dopo, con la riunificazione. Il Bundestag provvide subito di riportare la capitale nella sua sede tradizionale: Berlino. La storia del Reich germanico ricominciava laddove sembrava essersi interrotta per sempre.

Anche le questioni sulle quali oggi si litiga, al di là del falso problema dell’euro, sono quelle di sempre e che possono riassumersi nella necessità della Germania di essere una potenza esportatrice dominante, ossia, come ebbe a dire un certo Strauss-Kahn, «non un modello virtuoso da imitare ma una nazione arcipeccatrice», visto che il suo modello di sfruttamento sistematico dei surplus dell’export per potenziare la crescita a spese degli altri paesi europei in deficit non è che una riedizione degli sbilanci tossici globali che hanno fatto riemergere la crisi (***).

I tedeschi, oltre alla terza strofa ufficiale dell’inno Das Lied der Deutschen, sempre più spesso intonano anche la prima strofa, la quale inizia così: Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt. Questa sera dagli spalti dello stadio di Varsavia, città simbolo della seconda guerra mondiale, li sentiremo cantare convinti: Germania, Germania, al di sopra di tutto, al di sopra di tutto nel mondo!

(*) Vedi: Alfred Thayer Mahan, Influenza del potere marittimo sulla storia (1660-1783).

(**) Nel 1922 si era tenuta la conferenza di Washington per la limitazione e riduzione degli armamenti navali, alla quale non prese parte (e non firmò il relativo trattato) la Germania in quanto il disarmo tedesco veniva sottoposto alle clausole di Versailles.

Nel novembre 1934, la conferenza generale del disarmo, dopo mesi di discussioni, era stata indefinitamente aggiornata, ma il mancato accoglimento della richiesta tedesca di soppressione delle disposizioni militari imposte dal trattato Versailles e di riconoscimento della parità di diritti con le altre potenze, portarono dapprima al ritiro della Germania dalla conferenza e poi anche dalla Società delle Nazioni, quindi il 16 marzo 1935 alla denuncia unilaterale delle clausole militari di Versailles.

Nel campo navale, non essendo la Germania, come detto, firmataria del trattato di Washington del 1922 per la limitazione e riduzione degli armamenti navali, il governo britannico si affrettò, con disappunto dei governi di Roma e Parigi, a sottoscrivere, il 18 giugno 1935, un patto con Berlino, che stabiliva un rapporto quantitativo del 35% del tonnellaggio globale e di ogni singola categoria di naviglio della flotta tedesca rispetto a quella britannica, salvo che per i sommergibili, ove il rapporto fu del 45%, elevabile al 100% in caso di necessità.

A sua volta il Giappone (nel primo dopoguerra, come del resto in precedenza, il Regno Unito fu alleato del Giappone e non sempre invece favorevole alla politica navale americana), convintosi nelle conversazioni preliminari della conferenza di non poter ottenere la parità con le potenze anglosassoni, denunciò il 29 dicembre 1934 il trattato di Washington del 1922 (Trattato per la limitazione e riduzione degli armamenti navali), imitato il 2 gennaio 1935 dalla Francia. Una seconda conferenza di Londra si aprì il 9 dicembre 1935. A gennaio la conferenza fu abbandonata dal Giappone, che vide respinte le sue proposte di un “limite superiore comune” e di “abolizione delle navi offensive” (corazzate, portaerei e incrociatori pesanti). La conferenza si concluse il 25 marzo 1936 con un trattato sottoscritto solo fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, con l’abolizione della ratio convenuta nel 1922 a Washington e della conseguente gerarchia fra le potenze navali. Pertanto ciascuna delle tre potenze divenne libera di realizzare la flotta che reputava più conveniente ai propri bisogni. Ci si preparava alla guerra.

(***) Chiaro quindi che un direttore del FMI che dichiara pubblicamente queste cose non potesse aspirare alla poltrona dell’Eliseo. E se questo stesso personaggio presenta qualche vizietto privato, fischiargli contro il fuorigioco è facilissimo.

2 commenti:

  1. Ciao Olympe!

    Sensazioni.

    Se guardo i giovani attorno, fatta la tara per quelli impegnati, ovviamente, vedo molte analogie con le masse sbandate fra le due guerre.

    Crisi, nessun futuro e nessuna capacità di dirselo.

    Riempiti i vuoti con qualsiasi moda spacciata sul mercato, e tanto, tanto alcool e canne, per stordirsi e esorcizzare la paura

    Esistenza minima all'interno di gruppi labili, dediti alla contempazione estatica del proprio ombelico emotivo, allacciato come cordone ombelicale a protesi telefoniche multimediali, talismani in cui cercare la buona sorte e offuscare la realtà affidandosi all'imitazione.

    Non sarà per niente difficile trascinarli in nuove guerre:verranno come agnelli sacrificali perchè, in fondo lo hanno sempre saputo, in questi mutamenti epocali per loro non c'è altro posto.

    Sarà facile come entrare in nuovo format.

    E hai voglia di cercare un discorso, è già arrivato un messaggino, una chiamata, loro sono sempre altrove perchè la loro capacità di attenzione è stata destrutturata scientificamente con mezzi potenti già dall'infanzia.

    gianni

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