martedì 15 maggio 2012

Il volto dei signori del debito


di Geoffrey Geuens*

Passato dalla banca pubblica alla finanza privata, e da François Mitterand a François Bayrou, Jean Peyrelevade spiegava nel 2005: «Il capitalista non è più direttamente identificabile. (...) Rompere con il capitalismo significa rompere con chi? E mettere fine alla dittatura del mercato, fluido, mondiale e anonimo significa prendersela con quali istituzioni?». L’ex vice capo di gabinetto del primo ministro Pierre Mauroy ne traeva dunque la conclusione che «Marx è impotente per mancanza di un nemico definito (1)».

Che un rappresentante dell’alta finanza – presidente di Banca Leonardo France (famiglie Albert Frère, Agnelli e David-Weil) e amministratore del gruppo Bouygues – neghi l’esistenza di un’oligarchia è forse cosa di cui stupirsi? Casomai è più strano il fatto che siano i media a trasmettere quest’immagine astratta e depoliticizzata dei potentati del denaro. In tal senso, la copertura giornalistica della nomina di Mario Monti alla presidenza del consiglio in Italia fornisce un perfetto esempio di discorso-paravento, che chiama in causa «tecnocrati» ed «esperti» laddove semplicemente si fa un governo di banchieri. Sul sito web di certi quotidiani, si poteva perfino leggere che le leve del comando erano appena state rilevate da «personalità della società civile» (2).

Data la presenza anche di alcuni docenti universitari nella squadra di Monti, i commentatori hanno deciso in partenza di attestarne la scientificità della politica. Se non che, a uno sguardo più attento, si vede come la maggior parte dei ministri sieda nei consigli d’amministrazione dei principali gruppi d’affari della Penisola.

Corrado Passera, ministro dello Sviluppo economico, è amministratore delegato di Intesa Sanpaolo; Elsa Fornero, ministro del Lavoro e professoressa di economia all’università di Torino, è vicepresidente della stessa banca; Francesco Profumo, ministro dell’Istruzione e della ricerca e rettore del Politecnico di Torino, è amministratore di UniCredit Private Bank e di Telecom Italia – controllata da Intesa Sanpaolo, Generali, Mediobanca e Telefonica –, dopo essere transitato anche per Pirelli; Piero Gnudi, ministro del Turismo e dello sport, è amministratore di UniCredit Group; Piero Giarda, incaricato dei Rapporti con il parlamento, professore di scienza delle finanze all’università Cattolica del Sacro cuore di Milano, è vicepresidente del Banco popolare e amministratore di Pirelli. Quanto a Monti, è stato consulente di Coca Cola e Goldman Sachs, e ha fatto parte dei consigli d’amministrazione di Fiat e Generali.

Se i dirigenti politici del socialismo europeo non trovano ormai parole abbastanza dure per denunciare l’onnipotenza dei «mercati finanziari», la riconversione degli ex «tenori» del liberalsocialismo si consuma senza manifestazioni di indignazione troppo rumorose da parte dei loro compagni di una volta. Ex primo ministro dei Paesi Bassi, Wim Kok è entrato a far parte dei consigli d’amministrazione dei cartelli olandesi International Nederlanden Group (Ing), Shell e Klm. Il suo omologo tedesco, l’ex cancelliere Gerhard Schröder, si è anch’egli riciclato nel settore privato nella veste di presidente della società Nord stream ag (joint venture Gazprom-E.on-Basf -Gdf Suez-Gasunie), amministratore del gruppo petrolifero Tnk-bp e consigliere per l’Europa di Rothschild Investment Bank. Una traiettoria solo apparentemente sinuosa che in realtà non ha niente di singolare. In molti fra gli ex ministri del suo gabinetto – e membri del Partito socialdemocratico tedesco (Spd) – hanno infatti smesso i panni dell’uomo di stato per vestire quelli dell’uomo d’affari: l’ex ministro dell’Interno Otto Schilly è al momento consulente del gruppo finanziario Investcorp (Bahrain), in cui si ritrova al fianco dell’ex cancelliere conservatore austriaco Wolfgang Schüssel, del vicepresidente della Convenzione europea Giuliano Amato e di Kofi Annan, l’ex segretario generale dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu). L’ex ministro dell’Economia e del lavoro tedesco, Wolfgang Clement, è socio della società RiverRock capital e amministratore di Citigroup Germania. Il suo collega Caio Koch-Weser, sottosegretario di stato alle Finanze dal 1999 al 2005, è vicepresidente della Deutsche Bank. Infine, il ministro delle Finanze del primo governo Merkel, l’Spd Peer Steinbrück, è tra gli amministratori di ThyssenKrupp. Quanto ai «degni eredi» (3) di Margaret Thatcher ed ex leader del Partito laburista, si sono dati anch’essi all’alta finanza: l’ex ministro degli Affari esteri David Miliband è consulente delle società VantagePoint capital partners (Stati uniti) e Indus basin holdings (Pakistan); l’ex commissario europeo al commercio, Peter Mandelson, lavora per la banca d’affari Lazard; mentre lo stesso Anthony Blair unisce ai posti di consigliere della società svizzera Zurich Financial Services e di gestore dei fondi d’investimento Landsdowne Partners quello di presidente del comitato di consulenza internazionale di JPMorgan Chase, insieme ancora a Kofi Annan e a Henry Kissinger.

Un elenco questo che ci spiace di dover infliggere al lettore, ma che diventa indispensabile fare, data la sistematicità con cui i media omettono di informare sugli interessi privati delle personalità pubbliche. Inoltre, al di là della porosità tra due mondi spesso descritti come separati – se non contrapposti –, l’identificazione degli agenti doppiogiochisti è necessaria alla giusta comprensione del funzionamento dei mercati finanziari.

Contrariamente a un’idea in voga infatti, la finanza ha un, o meglio, diversi volti (4), che non sono né quello del pensionato della Florida né quello del piccolo risparmiatore europeo dipinti dalla stampa compiacente, ma piuttosto quelli di un’oligarchia di proprietari e gestori di ricchezze. Peyrelevade ricordava nel 2005 che lo 0,2% della popolazione mondiale controllava la metà dell’intera capitalizzazione di borsa del pianeta (5). Si tratta ancor oggi di portafogli la cui gestione è affidata a banche (Goldman Sachs, Santander, Bnp Paribas, Société Générale, ecc.), società di assicurazioni (American International Group [Aig], Axa, Scor, ecc.), fondi pensione o d’investimento (Berkshire Hathaway, Blue Ridge Capital, Soros Fund Management, ecc.); e altrettante istituzioni dedite all’attività di investimento dei propri capitali.

Tale minoranza specula sull’andamento dei titoli azionari, del debito sovrano e delle materie prime servendosi di una gamma pressoché illimitata di prodotti derivati, rivelatori dell’inesauribile creatività degli ingegneri finanziari. Lungi dal rappresentare lo sbocco «naturale» dell’evoluzione di economie mature, i «mercati» costituiscono la punta di diamante di un progetto a proposito del quale gli economisti Gérard Duménil e Dominique Lévy dicono che fu «concepito in modo da accrescere i redditi delle classi superiori» (6). Un innegabile successo, se è vero che oggi nel mondo si contano 63.000 «centomilionari» (il cui patrimonio tocca almeno i 100 milioni di dollari), capaci insieme di assommare una ricchezza pari a 40.000 miliardi di dollari (cifra corrispondente a un anno di prodotto interno lordo mondiale) .

Una personificazione dei mercati, questa, che può rivelarsi imbarazzante, tanto è più comodo a volte sfidare i mulini a vento. «Vi dirò chi è il mio vero avversario nella battaglia che sta per cominciare – tuonava il candidato socialista alle elezioni presidenziali francesi, François Hollande, durante il suo discorso di Bourget (Seine-Saint-Denis), il 22 gennaio scorso. Non ha nome, né volto, né partito, non presenterà mai la propria candidatura e quindi non sarà mai eletto. Questo avversario è il mondo della finanza». Del resto, prendersela con gli attori reali delle élite bancarie e della grande industria avrebbe potuto condurlo a fare i nomi dei dirigenti dei fondi d’investimento che decidono, in piena consapevolezza, di lanciare attacchi speculativi sul debito dei paesi del sud dell’Europa.

O, ancora, a mettere in discussione il doppio ruolo di certi suoi consiglieri, per non parlare di quelli dei suoi (ex) colleghi socialisti europei, passati da un’Internazionale all’altra. Scegliendo come direttore della propria campagna elettorale Pierre Moscovici, vicepresidente del Cercle de l’industrie, una lobby che riunisce i dirigenti dei principali gruppi industriali francesi, il candidato socialista ha voluto far presente ai «mercati finanziari» che alternanza socialista non fa ormai decisamente più rima con «sol dell’avvenire». Moscovici non ha forse detto che non bisogna «aver paura del rigore», affermando che, in caso di vittoria, sarebbero state «prese le misure necessarie», il deficit pubblico sarebbe stato «ridotto sotto il 3%, costi quel che costi» (7)?
Discorso obbligatorio nell’ambito della comunicazione politica, la denuncia dei «mercati finanziari», tanto violenta quanto inoffensiva, è fino a ora rimasta lettera morta. Allo stesso modo di Barack Obama, che accorda ai responsabili americani della crisi la grazia presidenziale, i dirigenti del Vecchio continente hanno impiegato davvero poco a perdonare gli eccessi degli speculatori «avidi» che volevano destinati alla gogna.

Non resta dunque che ridare lustro al prestigio ingiustamente infangato dei degni rappresentanti dell’oligarchia. In che modo? Nominandoli a capo delle commissioni incaricate di elaborare nuove regole di condotta per i mercati. Da Paul Volker (JPMorgan Chase) a Mario Draghi (Goldman Sachs), passando per Jacques de Larosière (Aig, Bnp Paribas), lord Adair Turner (Standard Chartered Bank, Merrill lynch Europe) o il barone Alexandre Lamfalussy (Cnp Assurances, Fortis), tutti i coordinatori incaricati di dare risposte alla crisi finanziaria intrattengono legami stretti con i più importanti operatori del settore. Gli «irresponsabili» di ieri si trasformano, come toccati dalla grazia, in «saggi» dell’economia, incoraggiati nella loro missione da media e intellettuali, che, fino solo a qualche tempo prima, non riuscivano a trovare parole abbastanza dure per denunciare la boria e la cecità dei banchieri.

Insomma, del fatto che degli speculatori abbiano saputo approfittare delle crisi succedutesi negli ultimi anni nessuno più ne dubita. Eppure, l’opportunismo e il cinismo di cui danno prova i predatori in questione non deve far dimenticare come essi abbiano potuto beneficiare, per realizzare i propri obiettivi, di referenti ai più alti livelli dello stato. John Paulson, dopo aver guadagnato più di 2 miliardi di dollari nella crisi dei subprime, di cui è il principale beneficiario, non ha forse ingaggiato l’ex responsabile della Federal Reserve, Alan Greenspan – già consigliere della Pacific Investment Management Company (Pimco, controllata da Allianz), uno dei principali creditori privati dello stato americano? E che dire dei più importanti gestori internazionali di hedge funds? L’ex presidente del National Economic Council (sotto Obama) ed ex segretario al Tesoro di William Clinton, Lawrence Summers, è stato direttore esecutivo della società D. E. Shaw (32 miliardi di dollari di attivi); il fondatore del gruppo Citadel Investment, Kenneth Griffin, originario di Chicago, ha finanziato la campagna dell’attuale presidente degli Stati uniti; quanto a George Soros, si è comprato i servigi del laburista lord Mark Malloch-Brown, ex direttore del Programma per lo sviluppo delle Nazioni unite ...
La finanza ha varie facce: quelle stesse che da lungo tempo si incrociano nei corridoi del potere.

* Professore associato all’università di Liegi. Autore di La Finance imaginaire. Anatomie du capitalisme: des «marchés financiers» à l’oligarchie, Aden, Bruxelles, 2011.
 (1) Jean Peyrelevade, Le Capitalisme total, Seuil – La République des idées, Parigi, 2005, p. 37 e 91.
(2) Anne Le Nir, «En Italie, Mario Monti réunit un gouvernement d’experts», 16 novembre 2011, www.la-croix.com; Guillaume Delacroix, «Le gouvernement Monti prêt à prendre les rênes de l’Italie», www.lesechos.fr, 16 novembre 2011.
(3) Keith Dixon, Un digne héritier. Blair et le thatchérisme, Raisons d’agir, Parigi, 2000
(4) Si legga «Où se cachent les pouvoirs», Manière de voir, n° 122, aprile-maggio 2012 (in edicola).
(5) Jean Peyrelevade, Le Capitalisme total, op. cit. L’1% dei francesi possiede il 50% delle azioni.
(6) Gérard Duménil et Dominique Lévy, The Crisis of Neoliberalism, Harvard University Press, Cambridge (Massachussets), 2011.
(7) «Pierre Moscovici: “Ne pas avoir peur de la rigueur”», 8 novembre 2011, www.lex- press.fr
(Traduzione di Fran. Bra.)
da Le Monde Diplomatique pubblicato in trad. it. dal quotidiano il manifesto (il fascicolo è ancora disponibile in edicola).

3 commenti:

  1. Ben scavato vecchia talpa!

    gianni

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  2. Il Capitalismo è impersonale, e Marx non s'è sbagliato :)

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