sabato 31 dicembre 2011

Un 2012 tecnico



Cosa succederà nel 2012, ossia fino alla scadenza del calendario Maya? Non desidero esercitare abusivamente la professione d’indovino, e perciò per rispondere alla domanda l’unica cosa seria da farsi sarebbe valutare i fatti, ma le notizie in mio e nostro possesso sono molto contradditorie e scarsamente attendibili, poiché le informazioni che contano sono, come sempre, segrete e quando viaggiano non lo fanno in internet e nemmeno in cablo, bensì in cifra o per altre vie.

Non c’è da avere del resto nemmeno eccessiva fiducia negli esperti. Come ebbe a osservare Lenin, a nessuno scienziato magari molto capace nel proprio campo di competenza è possibile credere sulla parola quando si tratta di generalizzazioni teoriche. Nei pronostici sociali i modelli matematici, i dati statistici, non sono numeri asettici, ma essi comprendono anche la limitazione storica, i pregiudizi sociali, le illusioni e disillusioni, l’ottimismo e il pessimismo dei loro autori.

L’errore, com’è noto, non diventa verità solo perché rivestito di formule matematiche; la matematizzazione di un fenomeno deve formarsi sulla corretta analisi dialettica del fenomeno reale. Ecco un altro motivo che ci dovrebbe far riflettere quando demandiamo le decisioni ai “tecnici” su questioni che sono anzitutto politiche. Non deve quindi sorprendere che sulla chiusura dei cantieri navali di cui lo Stato è proprietario non venga detta una parola. È solo un fatto tecnico ("ci stiamo lavorando"), come il trasferimento degli impianti della Omsa in Serbia, ecc. ecc..

In fondo, almeno dal mio punto di vista, la questione è sempre la stessa e cioè che ci troviamo in presenza di un sistema sociale incapace di prevedere e controllare le conseguenze negative del proprio agire e men che meno quelle della rivoluzione tecnico-scientifica in atto (un esempio tra tutti: gli scambi finanziari in tempo reale nelle dark pools). Del resto è stupido supporre che l’utilizzazione razionale delle risorse naturali possa dipendere dal meccanismo della domanda e dell’offerta, dei prezzi di mercato, ma vai a dirlo a un liberal del partito democratico. Così come è illusorio ritenere che l’inquinamento prodotto dalla produzione basata sulla massimizzazione del profitto e l’antagonismo dei mercati possa essere efficacemente combattuto e controllato adottando un sistema di quote e tributi.

Potrei continuare a lungo con tali esempi ma presuppongo lettori onesti che ragionano con la propria testa e che perciò non si lasciano fuorviare dalla propaganda dei capitalisti e dei loro servi. Così come ritengo che appaia evidente l'urgenza d'intraprendere la strada della pianificazione e gestione scientifica coordinata dei processi sociali nell’interesse di tutta la popolazione del pianeta. Tuttavia non possiamo farci nemmeno illusioni sul fatto che si tratti di un processo facile e tantomeno pacifico.

Auguro ai lettori e amici del blog un sereno anno nuovo.

venerdì 30 dicembre 2011

Sacrifici a noi, potere e soldi a loro


Presto a Wall Street potrebbe essere quotato l'Empire State Building, attrazione irresistibile con la sua terrazza mozzafiato per quattro milioni di visitatori all’anno, per 60 milioni di dollari di utili. Un malloppo che potrebbe dare vita a un società quotata da 5 miliardi di dollari. Una cifra elevata considerando che dall'affitto dei locali dell'edificio i profitti sono stati bassi se non nulli. La famiglia Malkin, che lo controlla, ha presentato ai 2.800 investitori dell'edificio e partner in altre proprietà un prospetto di 529 pagine in cui chiede di approvare il consolidamento degli interessi e delle proprietà in un'unica società, l'Empire Reality Trust, da quotare in Borsa.

* * *
La più grande truffa mai operata ai danni del proletariato europeo si sta svolgendo nella colpevole complicità dei media, come il tedesco Die Bild, istigatori del vento populista che sprona i governanti a piegarsi ai voleri della finanza (che controlla i media) e tenere la mano dura specie contro i fannulloni del sud Europa.

Un esempio eloquente e poco conosciuto: il caso Portogallo. Il debito che ha determinato il default dei lusitani non era quello pubblico, tutto sommato abbastanza contenuto, ma quello delle banche, verso cui sono stati indirizzati buona parte dei 78 miliardi ricevuti in prestito, frutto di uno sforzo «epico» da parte dell'Unione europea. Sono 35 i miliardi che secondo dati del ministero delle finanze, e divulgati dal Jornal de Negocios, i portoghesi dovranno pagare di interessi sul prestito (3500 euro a persona per l'esattezza). Così, per restituire una somma tanto ingente, soprattutto per un paese fallito, il governo di José Passos Coelho sta cancellando, come richiesto, tutte le tutele conquistate in anni di lotta.

C’è però un altro fatto che restituisce la dimensione di uno squilibrio tutto ideologico: la Bce, che non presta soldi agli Stati (per statuto non può nemmeno comprare obbligazioni statali sul mercato primario), presta ai privati, le banche, al tasso dell’1%, pari a 489 miliardi (per il momento). Soprattutto senza chiedere nulla in cambio, tanto che le banche possono continuare le loro allegre speculazioni.

* * *

Su comunione e fatturazione, segnalo un articolo de il manifesto: La lobby di Dio è «Cosa Loro». È la recensione di un libro che dimostra con i fatti il compromesso storico tra ciò che resta delle Coop rosse e la galassia della Compagnia delle Opere. Nessuno è assente in questa storia che racconta un potere enorme: Bersani, Penati, Milano, Formigoni, Lega, Angelo Scola (il papa di Cl), il San Raffaele ...

giovedì 29 dicembre 2011

L'austerità imposta



di Galapagos

Fare un bilancio economico delle festività il 26 dicembre può sembrare affrettato. Ma questo non è stato un Natale nella norma e - contrariamente al solito - questa volta i negozianti hanno ragione a piangere. Le stime del Codacons ci dicono che la spesa delle famiglie per pranzi e regali si è fortemente ridotta. A soffrire maggiormente è stato il settore dell'abbigliamento, con flessioni del 30%. In calo anche il turismo: si parla di 300 mila vacanzieri in meno nel periodo. Insomma, siamo nel pieno di una fase di austerità. In altri anni (quelli di vacche grasse) avremmo brindato per il minor consumismo, minore spreco di merci, ma quella alla quale siamo di fronte non è una scelta di maturità dei consumatori: è l'effetto di una crisi che ha falcidiato le retribuzioni nel 2011 e che farà un’ecatombe nel 2012. Come ha ricordato Valentino Parlato nell'editoriale di sabato, siamo di fronte a una terribile caduta del potere d'acquisto dei salari, che hanno perso in 12 mesi l'1,8% del loro potere d'acquisto. È una media ovviamente. Ma in quanto media significa che ci sono salari netti da 1000 euro che hanno perso il 3,3%, ovvero 33 euro, un'enormità per livelli così bassi di reddito.

Il prossimo anno andrà peggio: le tasse si mangeranno altro reddito, larga parte delle pensioni non sarà indicizzata, i salari rimarranno fermi per legge (quelli dei dipendenti pubblici) o a causa della crisi. Tutte le previsioni concordano nel sostenere che nel 2012 il Pil scenderà del 2% e la disoccupazione salirà almeno al 9%, con il risultato che decine di migliaia di giovani seguiteranno a non trovare lavoro e centinaia di migliaia (in primo luogo quelli in cassa integrazione) lo perderanno. Di più: l'ultima «riforma» delle pensioni terrà al lavoro centinaia di migliaia di lavoratori, a meno che non sia il padrone a farli fuori. E allora finiranno in mobilità e, quindi, in un limbo di povertà, visto il reddito che lo stato garantisce a chi perde il lavoro.

Insomma, va tutto male in una situazione paradossale nella quale Berlusconi e soci non fanno che ripetere: «Vedete, Monti non fa miracoli». Vero, ma occorre sottolineare che lo «scempio» attuale deriva dai comportamenti «assassini» nella gestione dell'economia del governo Berlusconi. Il dramma è che Monti si è mosso secondo la stessa linea (anche ideologica) con maggior rigore, cioè con mano ancora più pesante. Uscire da questa crisi, che sarà durissima, sarà molto difficile. Anche perché ormai ha trionfato l'idea (anzi l'ideologia) che non si poteva fare altrimenti rispetto a ciò che chiedeva l'Europa.

da il manifesto, 27-12-2011 - foto reuters

L'equità


Un po’ di numeri relativi all’equità, anche a raffronto con la Germania, la Francia (dove l’Iva su molti prodotti e servizi è passata – incredibile a dirsi – dal 5 al 7,5%), la derelitta Spagna e la fallita Grecia.

Nel febbraio 2008 il prezzo del greggio era a 90 dollari il barile, la benzina costava in Italia 1.271,89 il litro. Il dollaro aveva un rapporto con l’euro non molto distante da oggi. Il top storico intraday di 147.27 dollari il petrolio lo raggiungeva l'11 luglio 2008, la benzina costava 1.524,64 il litro. Oggi, 29 dicembre, il greggio è quotato sotto i cento dollari, precisamente 99,54. Diciamo giusto un 10% in più rispetto al febbraio 2008. Però oggi la benzina la paghiamo 1.722, che non è proprio il 10% in più, ma quasi il 30%. E il gasolio sta poco sotto a quel prezzo, aumentato cioè di oltre il 15% negli ultimi dodici mesi.

In Germania, dove salariati e pensionati guadagnano di più, secondo i dati ufficiali, il 19 dicembre 2011 la benzina senza piombo costava 1.507,00 e il gasolio da autotrazione 1.399,00 mentre quello da riscaldamento prezzava 891,91. Da noi, secondo i dati del Ministero dello sviluppo, quello da riscaldamento costava sotto la stessa data 1.405,38, vale a dire che lo paghiamo 513,47 centesimi in più il litro, cioè oltre un terzo rispetto alla Germania. In Francia lo stesso gasolio costava 932,20 e la benzina 1.491,00. In Grecia gasolio da riscaldamento a 968,00 e benzina a 1.643,00. In Spagna, rispettivamente a 897,01 e 1.296,07. Alla stessa data, la differenza con l’Italia rispetto alla Spagna era di 377,43 per la benzina e 508,39 per il gasolio da riscaldamento.

C’è poco da ridere e far battute in conferenza stampa, tanto più che il Tesoro non è riuscito a piazzare tutti i btp in vendita all’asta di oggi.

Non solo debito pubblico


Scrive Domenico Moro su il manifesto di ieri:

Banche, speculazione finanziaria e modalità di funzionamento del sistema euro hanno un ruolo importante nella crisi del debito. Ma non sono queste "le cause" della crisi. Il tentativo di superare la caduta generale del saggio di profitto, ripresentatasi alla metà degli anni '70, ha impresso un impulso fortissimo alla transnazionalizzazione delle imprese, che ha però prodotto una contraddizione tra capitale e Stato-nazione. La crisi del debito pubblico, il conflitto tra la Ue e i singoli stati, nonché la nomina di governi "tecnici", come quello di Monti, ne sono oggi la manifestazione matura.

Su questo mi pare di aver scritto a mia volta fino alla nausea. Ma Moro offre anche una serie di dati:

Se l'Italia non cresce, infatti, è per la riduzione della base produttiva manifatturiera e il minore incremento della produttività. Due fenomeni che derivano in buona parte dalla distrazione di capitali dalla produzione domestica, cioè dalla contrazione degli investimenti.
Dove sono andati questi capitali? In primo luogo all'estero, come delocalizzazioni, acquisizioni, joint-venture. Lo stock italiano degli Investimenti destinati all'estero (Ide) è aumentato dai 60,2 miliardi di dollari del 1990 ai 578,2 del 2009. Molto più delle esportazioni di merci, passate dal 19,1% al 29,1% del Pil. Gli Ide italiani in uscita tra 2000 e 2009 sono cresciuti più della media Ue (+221% contro +149%), rimanendo molto inferiori rispetto a quelli in entrata (nel 2009 appena 400 miliardi di dollari). Dunque, le uscite di risparmio italiano non sono compensate da entrate di capitali produttivi esteri.

* * *
Dal punto di vista teorico il neoliberalismo si presenta come una congerie di coglionerie già ampiamente propagandate da secoli; dal punto di vista pratico esso si concretizza in una serie di atti e comportamenti semplicemente criminali, cioè volti a destabilizzare le basi stesse della convivenza civile e della sicurezza sociale.

A me piacciono gli esempi concreti. Quando una florida multinazionale svedese (e già questo …) sposta dall’Italia, dal Veneto, i propri macchinari e investimenti in Cina e in rep. Ceca solo allo scopo di sfruttare la manodopera più a buon mercato, per poi reimportare in Italia e in Europa il prodotto (allo stesso prezzo e di qualità peraltro inferiore!), si dovrebbe capire bene che tale fatto crea solo devastazione. La stessa cosa riguarda un’altra azienda che fa lavorare solo per una parte dell’anno i propri dipendenti e per mesi, sistematicamente, li colloca in cassa integrazione (a spese nostre, cara Fornero) perché può sfruttare gli stabilimenti che possiede in Ungheria. Il neoliberalismo, come si vede, ha senz’altro il merito di favorire i capitali, ma ha distrutto economie nazionali e continentali senza peraltro inibire il monopolio e i cartelli.

* * *
A riguardo della sicurezza sociale rilevo che lo scopo non è quello di rinunciare in suo nome alla libertà, bensì e viceversa di rappresentare il primo pilastro su cui solo può poggiare la libertà e la democrazia effettiva. Senza l’affermazione fattuale del diritto al lavoro e alle sue tutele, quindi il diritto concreto allo sciopero, così come l’accesso gratuito all’istruzione e all’assistenza sanitaria, l’abitazione e il sostegno previdenziale, la libertà diventa solo una lotta di competizione tra belve. E, soprattutto, è assolutamente falso che non si possa sostenere economicamente un sistema sociale avanzato degno di questo nome. Certo, un sistema che investe massicciamente in armamenti presuppone già per questo una gerarchia autoritaria. Un regime sociale che privilegi l’arricchimento ad libitum dei singoli e l’anarchia di mercato, presuppone una gerarchia classista e disequilibri esiziali, come possiamo ben constatare. Ecco perché il comunismo, cioè il movimento che cambia lo stato di cose presenti, è l’alternativa non solo possibile ma necessaria per far fronte alla barbarie che a grandi passi nuovamente avanza.

mercoledì 28 dicembre 2011

Quando ciò che è normale diventa eccezionale



L’informazione in generale è propaganda politica e quella economica è anche peggio. Leggo:

Il Tesoro è riuscito ad assegnare tutti i nove miliardi di titoli di Stato [semestrali] registrando il netto ribasso dei tassi di rendimento medio al 3,251% dal 6,504% di fine novembre.

Esatto. Il Tesoro è sempre riuscito ad assegnare, finora, i bot in asta. Ciò che manca a questa notizia è il quadro di riferimento generale. Ad ottobre, l’asta semestrale quotava il 3,535%, mentre gli otto miliardi di Bot semestrali di settembre registravano un tasso del 3,071%, il massimo dal settembre 2008

Allora come va letta (e dovrebbe essere data correttamente) la notizia? L’asta dei bot semestrali di dicembre 2011 ha registrato un crollo dei rendimenti rispetto al mese precedente, però è necessario considerare che tale asta rifletteva una forte “emotività” dei mercati. Tanto è vero che l’asta di settembre, con un tasso inferiore a quello odierno era stata la più onerosa da tre anni, dato poi confermato nell’asta di ottobre, superiore di quasi mezzo punto. Perciò, i rendimenti dell’asta odierna sono in media con quelli dell’intero anno e il "crollo" riguarda esclusivamente il riferimento al dato eccezionale di novembre. Per avere un quadro più preciso e forse più stabile dei rendimenti dei titoli di stato bisognerà attendere febbraio-aprile.

Scrivevo il 12 dicembre:

Naturalmente non è detto che domani o dopodomani la Borsa non recuperi e lo spread non diminuisca, ma […] non va dimenticato che l'Italia si impegnerà e sottoscriverà nei prossimi mesi a ridurre il proprio debito al 60% del Pil nei prossimi 20 anni. Il che significa del 5% l'anno. Pura fantasia, non riescono nemmeno a fare i pareggi di bilancio figuriamoci diminuire il debito di circa 70mld all'anno!! Dove andranno a tagliare?

Prossimamente sulla sanità, e dove sennò?

* QUI i rendimenti dei bot 2011.

Il profeta


Una volta scarabocchiavo sui quaderni, ora sul blog. Non più le stesse cose, sarei sgradevole e nel giro di due post non ci sarebbe manco un lettore. Non si scrive un blog solo per sé: chi lo afferma andrebbe lapidato a colpi di mouse in testa.

* * *

Ama il prossimo tuo come te stesso. Il primo che l’ha pensato era un gran pezzo di prossimo tuo con la coscienza colpevole, aveva capito bene che all’altro si fa prima a ficcargli le cose in culo che in testa. Perciò questo invito alla prostituzione sacra, il donarsi, ha uno scopo propedeutico. Infatti, in seminario il controllo lucrativo dello stupro delle pecorelle così come far espiare agli altri i propri peccati, sono rudimenti base.

Tanto per andare sul facile mondano: quando sali su un autobus affollato d’estate e il tuo vicino diventa così prossimo da segnalarti inequivocabilmente che non si lava e cambia da una settimana, tu che fai, respiri e poi gli dichiari la tua philautia (vedi più avanti)? Quando il tuo coinquilino da trent’anni non perde occasione di sbattere le porte a tutte le ore del giorno e della notte, tu che fai incontrandolo per le scale, gli auguri buon anno?

Veniamo ora al difficile e alle sue radici classiche: si può amare o almeno sopportare uno che scrive come Cacciari Massimo?
« Anche questo mandatum è pleroma, non katalysis della Legge, salvezza del nomos stesso nel suo radicale rinnovarsi. […] Il Signore si ab-solve e si ad-prossima, senza mai che la relazione possa risolversi in astratta identità, in Unum est. L’Uno è Unus ed ek-siste, patibilis et patiens… Ma se il Sé non diventa capace di odiare la propria philautia (ed in ciò consiste il significato autentico di metanoia, di conversio), di fare esegesi di sé al prossimo…? ».

La libertà non può convivere né con la paura, né col senso di colpa e nemmeno col precetto di amare il prossimo. Bauco (*).

* * *

Entro in banca (ho la fissa delle banche) e vedi gente con un foglio in mano in cui c’è scritto: “sei scema/o”. Ci mettono la crocetta e la firma sotto. È capitato anche a me e non escludo possa succedere ancora. Mi sposto al supermercato e guardo dentro i carrelli degli altri: ma che cazzo comprate? Più o meno le stesse cose che acquisto io. Del resto la réclame è la stessa. Ah, dice la solita furba intenta a scegliere lo shampoo, io non mi faccio influenzare dalla pubblicità. Tesoro. E quando acquisti un’automobile dove vai, all’Ikea? E quando fai il pieno al distributore pensi che il petrolio venga da San Marino? E quando compri le supposte in farmacia te le fai fare su misura? Eh no, risponde, io mi curo con le erbe e l’omeopatia. Cara. E se hai bisogno di un antistaminico che fai, ti gratti? Se hai un’infezione galoppante telefoni per un appuntamento dall’iridologo? Ma va, fatti lo shampoo alle ortiche.


(*) El sostantivo venesian, Massimo, vien dal nome del profeta Abacuc. Ciao.

martedì 27 dicembre 2011

L'allume della scomunica


Recentemente ho visto la mostra Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità che si sta tenendo a Palazzo Strozzi. Un itinerario d’arte e anche di storia economica, com’è esplicito dal titolo, con l'esposizione di oggetti appartenuti alla sfera del traffico commerciale.

È senz’altro vero – come sostengono anche i curatori della mostra – che l’arte a motivo religioso (e dintorni) deve molto ai mecenati medievali e rinascimentali perché essi dovevano farsi perdonare i traffici usurai; soggiungo che questo tipo di mecenatismo aveva anche altri scopi, quali la promozione e la celebrazione dei suoi padrini (i Medici, o gli Strozzi, per esempio). Per contrappunto possiamo apprezzare come i personaggi magnatizi contemporanei debbano invece accontentarsi di raccattare croste onerosissime, sbreghi plurimi in versione “spaziale”, orinatoi celebratissimi, cioè tutte le più inverosimili reliquie dei più improbabili “artisti”. Guai obiettare che il re è nudo, ti fulminano con l’anatema: taci, buzzurro.

L'oscurità sia con te



Qualcuno ha visto Eugenio Scalfari? Devo segnalargli alcuni numeretti, non proprio ottimistici. Ah, è al funerale di Giorgio Bocca, quello per cui questa crisi è “oscura”. Cazzo, quando si tratta delle magagne del capitalismo diventa tutto nebuloso, chissà perché. Cosa c’è di oscuro quando chiudono una fabbrica e trasferiscono i macchinari in Cina o in India? Cos’è che non si capisce del fatto che le banche prendono centinaia di miliardi (miliardi!) dalla Bce all’1% e lì mettono in cassaforte presso la … Bce? A noi invece proibiscono di fare un pagamento in contanti superiore ai mille euro. Cos’è che non si capisce quando sono tagliate le pensioni a 1.164 euro nette così come quelle di circa 200.000 euro? Vi pare la stessa cosa e soprattutto è normale che vi siano pensioni, cioè soldi nostri, oltre i 100, i 150, i 200 e 250mila euro? E che la cassa integrazione la paghi l’Inps? È pure “oscuro” che vi siano manager pubblici (Cimoli, 3mln euro anno e 11 liquidazione; e Guarguaglini?) e privati (Marchionne guadagna almeno quanto 6.500 suoi schiavi) che in un anno guadagnano quanto 10 o 20 operai in tutta la loro vita? Oppure è normale che oltre l’80% del gettito irpef venga da salari e pensioni? E che un primo ministro dica che non gli è venuto in mente di mettere l’Ici agli immobili della chiesa cattolica apostolica romana e che non sa (questa, poi) dove andare a beccare i grandi patrimoni? E se chiedesse lumi ai suoi conoscenti, al prossimo cocktail, oppure a Passera che dei conti dei clienti Intesa saprà pur qualcosa? Oppure facciamo un sondaggio presso i Rotary o i club della vela? Sarà, ma a me pare non vi sia nulla di oscuro nella crisi economica, politica e morale di questo sistema. Scalfari intanto in questi giorni tristi preferisce parlare di teologia.

lunedì 26 dicembre 2011

In Lapponia



C’è chi in Lapponia con oltre venti gradi sotto zero alle cinque di mattina se ne sta a fare la posta a una grossa aquila reale che volteggia solo per la gioia del turista e del suo tour operator. Sicuramente il turista italiano non è un cassaintegrato di Marchionne o un licenziato di Trenitalia. Nemmeno del mio coinquilino si tratta, il quale in questo momento, alle 6.43 del mattino, santo Stefano, parte per l’officina. I camion qualcuno li deve pur riparare se no la “crescita” si fotte. Per lui la "fase due" sono trent’anni che inizia a quest’ora e nessun giornalista de Il Sole 24ore se n’è mai accorto.

* * *

Giusto nel dicembre 2001, dieci anni fa, l’Argentina, uno dei paesi potenzialmente più ricchi al mondo, “l’allievo modello da imitare” secondo il dépliant del Fondo monetario internazionale, entrava nel baratro del fallimento. Il presidente della repubblica Fernando De la Rua, dopo aver applicato alla lettera i dettami delle banche sul “deficit zero” (ora si chiamerà in Italia “pareggio di bilancio”) scappava in elicottero e in tre settimane si succedevano altri quattro presidenti. Una trentina di morti sulle strade. Il ministro delle Finanze, imposto nuovamente dopo i disastri degli anni Novanta dai banchieri americani, era un tal Domingo Cavallo, della Commissione trilaterale (a qualcuno dice qualcosa?).

Cos’era avvenuto? Esattamente quello che sta per succedere in Grecia e poi accadrà in Italia. I soliti cuochi che avvelenano con le loro ricette neoliberiste: una spirale demenziale fatta di privatizzazioni, taglio di salari e pensioni, aumento delle tasse e dell’Iva. A un certo punto bloccarono i conti correnti, la maggior parte in dollari. Quando infine li restituirono diedero ai depositanti solo pesos a un cambio che si può immaginare. Pensa un po’, depositi in euro, titoli in euro e quando li vai a prendere ti danno lirette.

Mi riferivo proprio a questo quando in un post dell’altro ieri scrivevo: Il potere è un rapporto di forza tra le classi e la junta Monti e gli infami che la sostengono non sono solo l’espressione politica di una classe, la borghesia parassitaria in tutte le sue stratificazioni, bensì l’espressione diretta di un progetto economico, politico, ideologico di controllo sociale totale.

Ma queste sono parole inutili, il giocattolo Berlusconi funziona ancora. O così oppure il fallimento; o così o richiamo il babau. Berlusconi, a parte i suoi sporchi affari e le maialate, in questo gioco è solo una pedina. Per il momento deve starsene buono, uscire con meno danni possibili dai processi, così come gli hanno promesso – c’è da scommetterci. Il bersaglio grosso è il patrimonio italiano, il Britannia II (*), come ho già scritto l’8 ottobre.

Intanto in Grecia i suicidi sono aumentati del 30%, la disoccupazione è almeno al 20%, si sono tagliati salari e pensioni e si procede al licenziamento dei dipendenti pubblici. Dicono che la situazione italiana non è paragonabile a quella greca. Date tempo ai neoliberisti, ai banchieri, ai professoroni del cazzo. Vedrete cosa sono capaci di combinare, le liberalizzazioni delle farmacia e dei taxi sono solo fumo negli occhi. Svenderanno tutto quello che è possibile e in due o tre anni saremo alla fame.

Già, tocca alla Grecia fare da apripista. Essa è un piccolo paese con il cappio al collo, ostaggio dei banchieri. Può salvarla solo una rivoluzione, di quelle vere. Non gliela lasceranno fare, sarebbe un esempio clamoroso e da imitare. Ma il 2012, contrariamente alle attese, potrebbe essere l'anno buono per far saltare anche l'Inghilterra. Vedremo.

(*) Era il 2 giugno 1992, festa della Repubblica, quando a bordo del «Britannia», il panfilo della regina Elisabetta, oltre centro tra banchieri, uomini d'affari, pezzi da novanta della finanza internazionale anglo-americana (tra gli ospiti eccellenti anche George Soros), si incontrarono per un summit urgente organizzato straordinariamente al largo delle coste tirreniche, tra le acque di Civitavecchia e quelle dell’ Argentario. Argomento forte del meeting a bordo, le privatizzazioni italiane. Si discusse del programma di dismissioni da parte dello Stato e di come “finanziarizzare” il sistema economico italiano. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, tra loro Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, che nel suo discorso sostenne che il principale ostacolo ad una riforma del sistema finanziario in Italia era rappresentato dal sistema politico. Il ministro del Tesoro era Piero Barucci, il governatore di Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, anche lui invitato a bordo del panfilo. A palazzo Chigi invece c’era quel galantuomo di Giuliano Amato, eminenza grigia di Craxi e uomo di ogni stagione. Imbarcato anche Romano Prodi e il direttore di Bankitalia Lamberto Dini. Solo di recente, anche l’attuale ministro Giulio Tremonti ha ammesso che era a bordo, “ma solo come osservatore”.

domenica 25 dicembre 2011

Buon natale



Hai lavorato una quarantina d’anni e anzi di più dato che l’apprendistato te lo facevano sputare in nero. Un mestiere duro, al freddo d’inverno e sudatissimo d’estate. E levatacce, tante. Hai allevato i figli e ti sei fatto un tetto sul quale ora paghi il pizzo allo Stato, ma lo fai per salvare l’Italia, compresa quella di chi oggi scia a St. Moritz o sverna in Kenia. È gente disgraziata quella, lo so, non conosce quanto è bello trascorrere il santo natale in famiglia, tra gli affetti e gli abbracci dei parenti.

Oggi sopravvivi con una pensione di circa mille euro, conti i centesimi e preghi la madonna che non ti capiti una spesa imprevista. Tuttavia sei uno fortunato perché la tua pensione è sopra la media. A gennaio, lo sai, arriverà da pagare la stecca per l’addizionale irpef retroattiva al 2011, e dovrai fare gasolio da riscaldamento che però è lo stesso che usano i Suv. Lo pagherai allo stesso prezzo, maggiorato con le nuove accise. Che ci vuoi fare, bisogna portare pazienza e tirare a campare, se ce la fai. Se no rivendi le catenine d'oro che tanto non portavi più da anni.

Insomma si sopporta perché come solito chi ha dato di più deve continuare a farlo. Se non fosse che da qualche tempo ti senti ripetere che gli operai e salariati in genere sarebbero “vissuti al di sopra delle possibilità”, sottintendendo, è chiaro, al di sopra dei loro meriti. E quando dicono queste cose in televisione, guardano proprio te. Porca madonna, esclami subito. Aspetta a incazzarti. Gli stessi spudorati algidi e impomatati ti vengono a dire per sovraprezzo che se i tuoi figli sono precari o disoccupati, che se non possono in queste condizioni metter su famiglia e un giorno avere una pensione, ebbene è colpa tua, del tuo egoismo. Vedi che non hai finito di bestemmiare?

Chi ti dice queste dolci cose e altre simili sono personcine molto liberali, tanto da liberarsi anzitutto del lavoro che hanno affidato ad altri. Infatti non hanno mai usato un martello nemmeno per piantare un chiodo in casa, figurati poi se hanno usato smerigliatrice, un trapano radiale, una pressa, una carriola a giornata. Non sanno cos’è un allevamento alle cinque del mattino, un treno di pendolari all’alba, l’ultima corriera della sera. Questi signori per tutta la vita hanno tenuto il culo al sicuro, nei consigli di amministrazione, in parlamento, all’università, a dare compiti agli altri, guadagnando almeno dieci volte il tuo salario, chiamando il furto stock options e stock grant,  e ora hanno una pensione netta venti volte la tua (ma fanno tanta beneficienza) che chiamano vitalizio e sommano con quelli che chiamano emolumenti. E non ti dico delle liquidazioni se no ti rovino il giorno di festa.

Solo una domanda: è necessario che questa gentaglia persista a vivere e scialare alle nostre spalle, che continui a esistere? Rispondi con calma e intanto buon natale.

sabato 24 dicembre 2011

La gang degli avidi



Mai come in questo momento la parola “democrazia” è stata più svuotata di significato. I parlamenti sono chiamati alla mera ratifica delle decisioni altrui, senza finzioni. Si è assistito negli ultimi decenni al più grande riassetto proprietario di sempre, con i mercati finanziari che hanno assunto un ruolo trasbordante la semplice funzione di organismi di riallocazione del capitale. I valori societari di borsa non sono più collegati e dipendenti dal profitto industriale ma, per dirla keynesianamente, alle “convenzioni speculative”. Un circuito autoreferenziale gestito dalle società d’intermediazione, chiamate investitori istituzionali, con in primo piano le grandi banche. Queste società non creano alcun valore, alcuna ricchezza sociale, ma hanno il potere di creare “moneta”, cioè plusvalenze che non sono altro che il risultato, in definitiva, del trasferimento forzato di quote crescenti di reddito da lavoro diretto e indiretto.

Al di là della propaganda sulla crescita (i differenziali salariali stanno ai profitti come il caporalato sta al latifondo) e la lotta all’evasione fiscale (la grande evasione sta alla casta degli oligarchi come il pizzo sta alla camorra) e simili sconcezze propagandistiche, il ruolo della junta Monti, così come quello dei partiti che la sostengono, cioè il ruolo loro delegato da chi detiene le leve del comando capitalistico (banche, gestori di fondi, corporation e grandi patrimoni) è anzitutto quello di colpire su vasta scala tutti i livelli di vita delle masse e, in definitiva, di garantire al sistema cleptocratico del capitale di erodere quote di plusvalore finora destinate al welfare. Il potere è un rapporto di forza tra le classi e la junta Monti e gli infami che la sostengono non sono solo l’espressione politica di una classe, la borghesia parassitaria in tutte le sue stratificazioni, bensì l’espressione diretta di un progetto economico, politico, ideologico di controllo sociale totale.

venerdì 23 dicembre 2011

Comprate italiano



Eugenio Scalfari dovrebbe dire al direttore di Repubblica che i titoli del giornale non sono per nulla in accordo con i suoi editoriali domenicali, specialmente gli ultimi due. Chi legge questo blog sa di cosa parlo.

Sui motivi della crisi si legge un po’ di tutto, lasciando da parte gli squilibrati che la imputano a motivi etici, c’è dentro un po’ di tutto nelle analisi correnti. Pochi però, quasi nessuno, che si prenda la briga di dire una cosa molto semplice: questo sistema non funziona, è fallito e ci sta trascinando, ancora una volta, nel baratro. Hanno voglia a dire che Marx aveva ragione per poi soggiungere: sì, ma però. Però un cazzo.

Hanno delocalizzato perfino la produzione delle tazze del cesso e della moca da caffè e ora ci raccontano che per dare un futuro ai giovani è necessario tagliare le pensioni e lavorare fino a 66 anni almeno. Andassero cordialmente a fare in culo. Quanto ai giovani, beh è natale e non voglio dire cose antipatiche ma devono capire che non basta sfilare per le strade e andare a piangere miseria in televisione.

A tale proposito prendo questa frase da un blog: “non ho idea di quello che sta succedendo, o se qualche idea la ho è talmente brutta e catastrofica che non riesco neanche a immaginare cosa potrà accadere, dunque preferisco (consciamente o meno) rimuoverla dalle possibilità e sperare che tutto, o prima o poi, si sistemi. E che si possa tornare se non altro a come si stava prima della crisi”.

Ecco, tornare a come si stava prima. Molti poi si accontenterebbero solo del fatto di non scendere ancora più in basso. E invece nulla sarà come prima ed è certo che andrà peggio, molto peggio. La crisi finanziaria che accompagna la crisi produttiva finora è stata solo lo scoppio di un palloncino da fiera. Ma di queste cose ho già scritto troppe volte e desidero, almeno a Natale, chiudere con una nota positiva. Dopo tanti anni ho ricomprato il panettone e forse per fine anno, grazie anche all’ottimismo di Scalfari e all’invito di Monti e l’impulso di Draghi, comprerò un po’ di bot. Pardon, di botti.

giovedì 22 dicembre 2011

Che razza di populismo


L’amico Luca mi segnala in un commento del post precedente, quello delle chiacchiere sul futuro del capitalismo, un post di Alessandro Giglioli sul ruolo delle banche. Il bravo Gilioli esordisce così: Quando si dice che ormai «governano le banche» si dice sicuramente una frase superficiale e populista.

Il blogger di Piovono rane scrive la frase in senso ironico. Forse. Che governino le banche e i loro succedanei, del resto, mi pare evidente. Ma non vorrei insistere con frasi superficiali e populiste. Perciò propongo la lettura dell’articolo che segue.

Che razza di populismo

di Marco d'Eramo, il manifesto 16-12-2011

Non se ne può più della sufficienza con cui i commentatori di tutte le sponde declinano i termini «populismo» e «populista». Cominciamo col dire che nessuno definisce se stesso populista: è un epiteto che ti affibbiano i tuoi nemici politici (un po' come nessuno si autodefinisce terrorista, ma è chiamato così solo dagli avversari o quando è stato sconfitto: algerini, vietnamiti e fondatori dello stato d'Israele non furono ricordati come terroristi perché le loro guerre le vinsero). In secondo luogo, populista ha non solo lo stesso significato, ma anche lo stesso etimo di demagogico, termine che non a caso fu coniato nell'antichità dalle fazioni aristocratiche e senatoriali in spregio alla plebe.

In effetti i nostri opinionisti ostentano nel pronunciare la vituperata parola un ludibrio venato di degnazione, neanche fossero tutti elencati nell'almanacco di Gotha, marchesi di Carabas timorosi d'infettarsi a contatto con il volgo (da cui la parola volgare). Però farebbero bene costoro a rileggersi quello straordinario libretto che il grande storico Jules Michelet scrisse due anni prima del maremoto rivoluzionario che avrebbe scosso l'Europa nel 1848, e che appunto s'intitolava Le peuple di cui intonava un romantico peana. Ma nel 2011 un Michelet subirebbe ostracismo immediato. Oggi essere bollati come populisti significa dannarsi all'inferno politico.

Il problema è che i cantori del capitale (come un tempo i giullari dell'aristocrazia) tendono a tacciare di populista qualunque aspirazione popolare. Vuoi la sanità per tutti? Sei proprio un populista (soprattutto negli Stati uniti). Vuoi la tua pensione indicizzata sull'inflazione? Ma che razza di populista! Vuoi poter mandare i tuoi figli all'università senza svenarti? Lo sapevo che sotto sotto eri un populista!
Quando ti appiccicano quest'etichetta addosso non riesci più a staccartela, hai voglia a dire che tu stai esprimendo solo sacrosante aspirazioni popolari. E il marchio è tanto più efficace e indelebile che ci sono davvero dei populisti demagogici e strumentali, per cui tu non vieni semplicemente distorto, vieni appiattito su qualcosa che esiste davvero. È vero che la Lega è cinica e demagogica, ma non ha torto quando dice che il nuovo trattato europeo è scritto in tedesco.

Il problema è sempre lo stesso. Non è perché Hitler mangiava che io devo morire d'inedia. Più in generale, è una lunga storia quella dei populismi del XX secolo che - non a caso - sono fioriti quando le aspirazioni popolari sono state disattese, anzi represse. Non per errore i nazismi e i fascismi nascevano da socialismi deviati, dirottati su linguaggi nazionalisti. Ma non sempre ha prevalso il «vade retro vulgus!». Vi è stata un'epoca in cui il populismo era di sinistra, anche negli Stati uniti, prima che Ronald Reagan inaugurasse la grande stagione del populismo di destra.

Ecco cosa scriveva due mesi fa non un pericoloso estremista, ma l'ex ministro del lavoro di un presidente moderato come Bill Clinton, Robert Reich, in un articolo tradotto sul manifesto: «Nei primi decenni del XX secolo i democratici non ebbero difficoltà ad abbracciare il populismo economico. Accusavano le grandi concentrazioni industriali di soffocare l'economia e avvelenare la democrazia. Nella campagna del 1912 Woodrow Wilson promise di guidare 'una crociata contro i poteri che ci hanno governato ... hanno limitato il nostro sviluppo... hanno determinato le nostre vite ... ci hanno infilato una camicia di forza a loro piacimento'. La lotta per spaccare i trusts sarebbe stata, nelle parole di Wilson, niente meno che 'una seconda lotta di liberazione'. Wilson fu all'altezza delle sue parole: firmò il Clayton Antitrust Act (che non solo rafforzò le leggi antitrust ma esentò i sindacati dalla loro applicazione), varò la Federal Trade Commission per sradicare "pratiche e azioni scorrette nel commercio" e creò la prima tassa nazionale sui redditi. Anni dopo Franklin D. Roosevelt attaccò il potere finanziario e delle corporations dando ai lavoratori il diritto di sindacalizzarsi, la settimana di 40 ore, il sussidio di disoccupazione e la Social Security (la mutua). Non solo, ma istituì un'alta aliquota di tassazione sui ricchi Non stupisce che Wall street e la grande impresa lo attaccassero. Nella campagna del 1936 Roosevelt mise in guardia contro i 'monarchici dell'economia' che avevano ridotto l'intera società al proprio servizio: "Le ore che uomini e donne lavoravano, i salari che ricevevano, le condizioni del loro lavoro ... tutto era sfuggito al controllo del popolo ed era imposto da questa nuova dittatura industriale". In gioco, tuonava Roosevelt, era niente meno che "la sopravvivenza della democrazia". Disse al popolo americano che la finanza e la grande industria erano determinati a scalzarlo: "Mai prima d'ora in tutta la nostra storia, queste forze sono state così unite contro un candidato come oggi. Sono unanimi e concordi nell'odiarmi e io accolgo volentieri il loro odio"».

A ragione questo linguaggio sarebbe oggi definito «populista». Ma quanto ci piacerebbe sentirlo di nuovo da un leader della (cosiddetta) sinistra!


Due chiacchiere con Luca


Ipotesi non fingo. Sarebbe bello l’incipit, e invece m’infilo proprio nel labirinto delle ipotesi poiché l’argomento di questo post, nientemeno che il futuro del capitalismo (sorridere, prego), è materia che non ha riguardo per le scienze esatte e poco anche per quelle approssimative. Quale attenuante ho dalla mia la frase kantiana secondo la quale è preferibile la più strampalata delle ipotesi per tentar di ragionare su qualcosa piuttosto che far quadrare il cerchio affidandosi all’ubbia religiosa, ossia all’antitesi pura e semplice della ragione.

La domanda da cui credo sia bene partire è pressappoco: il modo di produzione capitalistico rappresenta il traguardo definitivo cui è giunto lo sviluppo storico oppure ne rappresenta solo una tappa? Robetta. C’è chi sostiene che l’attuale crisi sia essenzialmente una crisi nel capitalismo e non del capitalismo. Con ciò s’intende che si tratta di una fase di ciclo superata la quale il capitalismo si ritroverà anzi rinnovato e rafforzato. Finora è successo proprio questo.

Sappiamo che il capitalismo, al pari di qualsiasi altro modo di produzione, ha un suo particolare carattere sociale definito rispetto alle condizioni di lavoro e di distribuzione. In altri termini i rapporti sociali di produzione capitalistici implicano che gli operai entrino in rapporto con i possessori delle condizioni di lavoro e fra loro stessi come venditori della propria particolare merce, ossia la loro forza-lavoro; la produzione del plusvalore, che nel capitalismo assume la forma storica particolare di profitto, resta come scopo diretto e motivo determinante della produzione.

Pertanto la domanda successiva riguarda anzitutto questi due “requisiti”: il sistema riuscirà ancora a garantire un’adeguata valorizzazione del capitale e la riproducibilità della forza-lavoro senza creare tensioni esplosive, cioè in definitiva riuscirà a mantenere entro certi livelli il conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione? Inoltre, riuscirà il capitalismo nella sua fase imperialistica a non mandarci tutti arrosto?

La prima questione riguarda le difficoltà crescenti del processo di accumulazione, fenomeno fondamentale della crisi che spinge il capitale a ritirarsi sempre più dalla produzione concentrandosi nella circolazione, non ultimo a causa della caduta tendenziale del saggio di profitto (la legge marxiana opera con la stessa oggettività di una legge di natura), potenziando al massimo grado il gioco alla roulette speculativa di cui finora abbiamo sperimentato solo in minima parte la sua distruttività.

Inoltre, detto alla buona, le conoscenze scientifiche ormai tendono ad aumentare enormemente mentre l’accumulazione del capitale si svolge a ritmi assai più lenti e tale aspetto rinvia poi, tra l’altro, alla già accennata caduta tendenziale del saggio di profitto così come al problema della disoccupazione. Anche sul rapporto tra lavoro vivo e quello morto Marx ha scritto pagine definitive. Qui sarebbe necessaria una digressione sull’impatto fondamentale che sta avendo da un trentennio l’introduzione dell’elettronica e delle nano tecnologie nei processi produttivi e lavorativi, ma sorvolo.

E questo ci porta dritti alla seconda questione, la quale riguarda il contrasto sempre più stringente tra sviluppo materiale della produzione, condizioni di lavoro e forme sociali di distribuzione (la crescente pauperizzazione, anche in questo Marx ha “azzeccato” pienamente). Ci sarebbe poi da dire sulle problematiche ecologiche che vengono a porsi in modo sempre più drammatico, le crescenti tensioni internazionali per l’approvvigionamento e il controllo delle materie prime (sono sempre più in gioco gli equilibri geostrategici e la seria minaccia di un conflitto armato dagli esiti imprevedibili) e il disfacimento delle forme tradizionali della rappresentanza politica (l’esperienza storica ci dice quantomeno da che parte stiano in tali frangenti i “moderati”).

Si tratta, come tutti sappiamo, di questioni decisive della nostra epoca e che per la loro complessità e difficoltà non hanno precedenti. Infatti, a togliere le castagne dal fuoco, questa volta non potrà essere invocato l’intervento statale di tipo keynesiano quale volano della ripresa economica, anche se tale intervento c’è stato effettivamente sia in Europa e sia in America ma solo per mettere le pezze al culo alle banche. I neoliberisti affermano essere questo un intervento non più sostenibile poiché finisce per aggravare ulteriormente la crisi del debito che poi richiama le loro demenziali politiche fiscali di riequilibrio e l’inevitabile depressione come conseguenza (anche su questo punto ho scritto altre volte).

Pertanto c’è chiedersi come il capitalismo possa superare ancora una volta la crisi (con quali costi l’abbiamo visto negli ultimi due secoli) e se è possibile immaginare un nuovo ciclo espansivo. Penso invece del tutto probabile se non certo, come ripeto da anni, che la crisi si stia avvitando su se stessa e che la catastrofe finanziaria sia a un passo mentre la produzione crolla e le tensioni internazionali aumentano. Questa non è solo una sensazione, lo confermano i dati economici e le notizie che quotidianamente riceviamo. Perciò non siamo in presenza di una classica crisi nel capitalismo, a una tappa del suo contraddittorio sviluppo, ma a una crisi storica profonda ed estesa del modo di produzione capitalistico i cui limiti ormai sono manifesti e i rischi impliciti.

La domanda, a mio avviso, non è quindi se il capitalismo si salverà, ma se dalle sue macerie ne usciremo vivi e in quali condizioni e prospettive. Ed è a questo punto che entra in gioco l’attività sociale degli uomini, dalla quale dipende il concretarsi di una possibilità piuttosto che un’altra. Solo il marxismo, la teoria scientifica del comunismo, può ispirare l’umanità sfruttata e sopravvivente alla lotta per la giustizia sociale e un futuro migliore. Un futuro dove non è più l’economia a decidere della vita, di cosa, quanto e come produrre, dove il lavoro non è più visto come un costo ma come una risorsa, dove il disprezzo per l’uomo non si appalesi nel disprezzo per le masse lavoratrici (*).

Tuttavia bisogna anche considerare che il marxismo, nella versione del Novecento e ad opera della propaganda borghese di destra e di "sinistra", ha subito una sconfitta che non sarà né semplice né breve rintuzzare. Però bisogna dire che il capitalismo e i suoi apologeti ci stanno dando una grossa mano.

(*) La legge dell’accumulazione capitalistica mistificata in legge di natura esprime dunque in realtà solo il fatto che la sua natura esclude ogni diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro o ogni aumento del prezzo del lavoro che siano tali da esporre a un serio pericolo la costante riproduzione del rapporto capitalistico e la sua riproduzione su scala sempre più allargata. Non può essere diversamente in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza materiale esista per i bisogni di sviluppo dell’operaio. Come l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalistica egli è dominato dall’opera della propria mano (Marx, Libro I, cap. 23-2).

mercoledì 21 dicembre 2011

La banda


La passionaria nera della banda degli ottimati, ha intimato a chi critica l’operato del governo di fare attenzione ai toni che ricorderebbero quelli “di un brutto passato”. Si aspettavano facondi attestati di benemerenza? I componenti di questa banda di provocatori – reputandosi élite di geniale competenza, ossia i migliori e i più saggi della specie – si rendono ben conto della situazione e delle loro sporchissime mene che in nome dell’equità e del bene comune stanno mettendo in atto. Perciò sono in ansia per ogni pur minimo segno, non già ancora dell’antagonismo di classe, ma del mero e spontaneo malcontento. Stiano comunque tranquilli e contenti, proseguano con sobrio e rigoroso disincanto, il loro richiamo al sangue è prematuro. Al massimo potranno essere colpiti da qualche uovo fresco di supermercato.