mercoledì 30 novembre 2011

Crisi: l'idiozia dell'approccio liberista


Ieri sera ascoltavo un servizio a cura di Paolo Pagliaro su La7 (video) nel quale si afferma che il trasferimento di oro fisico dall’Italia alla Svizzera nell’ultimo anno è aumentato tra il 30 e il 40 per cento, e che nel solo mese di settembre è stato pari a tredici tonnellate di metallo. Un flusso di capitali italiani in fuga al di là delle Alpi, spinti dalle attese misure fiscali sui patrimoni e dai timori di break-up dell'euro. L'export ad agosto è cresciuto del 141,3 % e a settembre l'aumento è stato del 157 %. Stanno tornando indietro anche i denari che a suo tempo hanno beneficiato del famigerato condono fiscale e nel Canton Ticino da tempo sono esaurite le cassette di sicurezza delle banche. La signora Gruber e il suo ospite, il signor De Benedetti, proprietario del gruppo editoriale La Repubblica-Espresso (il quale ha detto delle cose sensate) hanno manifestato entrambi “stupore” e incredulità per i dati forniti da Pagliaro (fonte Il Sole 24ore), dicendosi certi che anche nei telespettatori tali notizie avrebbero suscitato “sorpresa”.

Basterebbe questo fatto per far giustizia delle tante chiacchiere pronunciate in questi giorni dai soliti utili idioti a favore di tagli, ritagli e frattaglie. Quindici giorni or sono, nel pieno dell’euforia per la nomina del nuovo governo, scrivevo che Mario Monti non capisce un cazzo di economia. Questa mia affermazione, che si può giudicare supponente quanto si vuole, è dettata dalla consapevolezza che questi “tecnici” provengono dalla stessa scuola di pensiero che ha portato al disastro prima l’America Latina, ora noi e il mondo intero. A conferma che tale consapevolezza e condivisa anche da molti altri, segnalo un editoriale in inglese della Pravda, oggi tutt’altro che bolscevica, dal titolo eloquente: Crisis: The stupidity of the western approach. In esso, tra l’altro, si sostiene, fatti e dati alla mano, che gli allievi di Milton Friedman (tanto per citare un nome) sono “così ciechi, così stupidamente obbedienti” alle loro dottrine, “che non sono in grado di vedere l'idiozia delle loro politiche nella gestione della crisi finanziaria ed economica mondiale”. Buona lettura.

Il quadro strategico e la crisi


Il governatore della Banca centrale, impose “una drastica riduzione delle spese pubbliche, l’alleggerimento fiscale e l’accantonamento di una somma destinata all’estinzione dei debiti statali”.

Così in un post di quasi due anni fa. Il governatore della Banca centrale altri non era, in quel 1930, che il tedesco Hjalmar Schacht. Le politiche recessive furono continuate ancor più ferocemente negli anni 1931-‘32 dai successori di Schacht e in tal modo in Germania si raggiunse l’apice della recessione, favorendo il partito nazista e i suoi amici e sostenitori. Erano banchieri e grandi gruppi industriali che avevano l’interesse a mantenere la Germania in uno stato di tensione politica e sociale che preparasse la svolta autoritaria.

Oggi, a distanza di due anni da quando rievocavo tale scenario tedesco, intrecciare analogie tra la situazione di crisi odierna e quella degli anni Trenta è diventato di moda. Nel febbraio scorso scrivevo:

Il più grave errore strategico del dopoguerra è stato quello di permettere la riunificazione (in chiave anti-russa) della Germania. Se ne accorgono tardi e ne pagheremo le conseguenze nel tempo. Chi comanda in Europa se non la Germania con al guinzaglio la Francia?  I paesi del Sud Europa sono un latifondo da cui la Germania prende solo ciò che le serve, e un mercato dove smaltire, a strozzo, il surplus commerciale. È un gioco pericoloso che può far saltare tutto.

Le politiche che si appresta a varare il governo Monti, così come quelle sancite da chi l’ha preceduto, sono di ordine prevalentemente restrittivo (l’aumento dell’Iva, l’Ici, il taglio delle pensioni) perché incidono sui consumi, ridotti i quali non c’è crescita e cioè lavoro. Eccola qua la parolina magica: consumi. Se il cavallo non beve, se gli togli sempre più l’acqua, muore. Le parole sono importanti, lo sapeva bene Humpty Dumpty:

“È un bel colpo dare un significato a una parola – disse Alice pensierosa. “Quando faccio fare così tanto lavoro a una parola – disse Humpty Dumpty  – poi le pago sempre lo straordinario”.
“Ma… un nome deve significare qualcosa?” chiese Alice dubbiosa.
“Quando io uso una parola – disse Humpty Dumpty sdegnoso – essa significa solo ciò che io voglio che significhi”.
“Il problema è – soggiunse Alice – se sia possibile far sì che le parole abbiano significati diversi” (ecco la logica).
“Il problema è – concluse Humpty Dumpty  – chi è che comanda” (ecco il sociale, cioè il politico).

Se avanza la recessione, le banche, non meno degli Stati, crolleranno. È uno scenario altamente probabile. Non ci sarà Bce che possa salvare la situazione (Chavez in agosto ha nazionalizzato le miniere d’oro, e ora s’è riportato a casa l’oro venezuelano detenuto all’estero!). A quel punto la partita sarà decisa da chi controlla la propaganda e la violenza legale, se non interverranno fatti nuovi e, al momento, imprevedibili, cioè se la protesta e il disordine sociale non piegheranno gli avvenimenti da un’altra parte.

Il potere finanziario inghiotte l’intera società e perfino gli Stati, ossia il governo mondiale delle banche e dei grandi monopoli non è più solo l’audace pronostico di alcuni decenni or sono, ma è divenuto una realtà che chiunque può scorgere se appena toglie gli occhi dal 32 pollici HD che lo ipnotizza. Uno stato di cose che ha raggiunto livelli macroscopici in Grecia, in Italia e anche altrove, accompagnato da un’eccitazione psicologica che punta a una mobilitazione permanente della cosiddetta “opinione pubblica” .

Lo Stato nazionale alimenta ancora la simulazione che il meccanismo di formazione delle decisioni politiche riposi sui cittadini per il tramite dei partiti politici, ma in realtà il suo ruolo è stato svuotato di senso e le sue prerogative funzionali trasferite presso organismi sovrannazionali, per cui l’attività degli esecutivi nazionali è divenuta separata e sostanzialmente autonoma dal contesto nazionale. Esso è costretto a svelare ormai la sua impotenza di fronte alla crisi, accettando la surrogazione del demiurgo imposto da fuori, la versione riveduta e corretta dell’uomo della provvidenza in veste di tecnocrate, maschera anche questa intercambiabile del teatrino del G8 e G20.

È in tale contesto che la democrazia borghese gioca a strafare e rivela incautamente il trucco, laddove lo Stato e i partiti sono disarmati e succubi di fronte al movimento del capitale che li utilizza per i suoi fini. La democrazia è morta, ora può affermarlo apertamente anche il cretinismo parlamentare, quello che suona il piffero per distogliere l’attenzione dai reali maneggi e corruttele. Per converso, l’integrazione europea non significa nulla, è il travestimento di un processo reale messo in piedi dalla grande borghesia e che evolve sempre più nell’espropriazione e in direzione contraria all’integrazione. Quando mai l’interdipendenza tra stati diseguali ha portato a una reale integrazione e, viceversa, la tendenza non ha favorito la dominanza economica e politica degli Stati più forti, la gerarchia e la funzionalizzazione dei ruoli dei singoli Stati all’interno della divisione internazionale del lavoro?

martedì 29 novembre 2011

Vi pare il caso?



46 individui che nessuno conosce, che nessuno ha eletto, che non hanno sentito il bisogno e nemmeno la decenza di presentarsi. Sono entrati in casa nostra e hanno già messo i piedi sul tavolo, e si apprestano a mettere le mani nel nostro piatto. Ci diranno loro quali dovranno essere le nostre razioni e quanta minestra dare al nonno. Non hanno mai fatto un giorno di lavoro nella loro vita (docenti universitari, banchieri, diplomatici, giornalisti, ossia rappresentanti di corporazioni e d’interessi ben noti) e ora ci chiederanno di lavorare di più per avere meno, molto meno. Elitisti, ideologici, reazionari, con il sorriso d’ordinanza e l’improntitudine tipica della loro classe sociale, ci fanno la morale: loro sarebbero virtuose formiche e noi gaudenti e scarsamente produttive cicale. Ci sono stati imposti sotto la minaccia della speculazione finanziaria che imbastisce e disfa senza pagare dazio, senza versare un centesimo. Dagli specialisti del falso in bilancio e da un presidente della Repubblica che ha avuto sempre seri problemi con la democrazia. Che ora ovviamente insegna ad altri, cosa che riesce bene anche a Scalfari.

L’instupidimento pubblico ha raggiunto livelli di alta definizione, ma pochi fanno veramente caso a questo fatto. Oltre a controllare il sistema monetario e la propaganda, ad aver progettato un sistema fiscale che garantisce gli evasori, a controllare la nostra corrispondenza e intercettare le nostre conversazioni, la borghesia si è assunta direttamente il controllo del processo politico. Hanno deciso che vale la pena sacrificare l’involucro della libertà per conservare la sostanza della loro ricchezza e sicurezza, per imporre conformità e obbedienza con mezzi sempre più autoritari. Vi pare che sarebbe il caso di costringere i cittadini, con migliaia di leggi e la minaccia del carcere, a fare ciò che è giusto se vivessero in una democrazia?

lunedì 28 novembre 2011

Il governo dei dementi


Tutti hanno in mente le immagini della Grande Depressione negli Usa, le file per il pane e la zuppa, gli agricoltori – immortalati nelle pagine di Steinbeck – costretti ad abbandonare le loro terre gravate da debiti ipotecari, i lavoratori oppressi dalla disoccupazione e dai sindacati manovrati dalle mafie. Oggi le condizioni economiche dei salariati americani non sono considerate a livello della Grande Depressione. Del resto ottant’anni di sviluppo economico avranno pur prodotto qualcosa. Tuttavia è necessario osservare che quella vissuta oggi è una depressione in gran parte ancora nascosta, dissimulata: in genere non vi sono file per la zuppa e non sono frequenti quelle per il collocamento dei disoccupati; insomma stiamo assistendo ad un Grande Depressione gestita con strumenti e strategie di nuovo tipo, incentrate soprattutto sui sistemi informatici. La distribuzione dei pasti non avviene più con il mestolo e il pentolone fumante, ma con l’invio presso il domicilio del destinatario di food stamp, dell’indennità di disoccupazione, di assegni di sostegno, di prestazioni sociali fornite in gran parte elettronicamente.

E che si tratti di una nuova edizione della Grande Depressione lo confermano diversi fatti e i numeri. Sullo stato di povertà ho già fornito copiosi dati in numerosi post, anche recentissimi, dove risulta che molte decine di milioni di americani vivono alla giornata e grazie agli aiuti statali. Le banche hanno creato prodotti ipotecari fraudolenti per indurre i salariati a indebitarsi e così 16 milioni di proprietari di abitazioni pagano mutui con i prezzi delle loro case in continua discesa, e ben oltre 12 milioni sono state le azioni di pignoramento dal 2007, con milioni di americani che hanno perso il tetto. Il valore di beni reali delle famiglie è sceso da 22.700 miliardi di dollari nel 2006 a 16.200 miliardi oggi, con una perdita di 6500 miliardi concentrata, manco a dirlo, sulla classe media.

La ragione per cui gli americani, soprattutto della classe media, sono stati sistematicamente ridotti nella povertà è la politica monetaria della Federal Reserve. Dal 1971, quando Nixon spense le ultime vestigia del gold standard ci fu la corsa alla stampa di dollari, al grande indebitamento. In un discorso alla Camera dei Comuni inglese tenuto in occasione della sua visita dell’8 giugno 1982, Ronald Reagan ebbe ad affermare: «In un certo senso Karl Marx aveva ragione. Siamo testimoni di una grande crisi rivoluzionaria, una crisi in cui le istanze dell’ordine economico cozzano contro quelle dell’ordine politico». E nelle sue memorie scrisse: «Il grandioso successo dinamico del capitalismo ci ha fornito una potente arma nella battaglia contro il comunismo: il denaro. I russi non potrebbero mai vincere la corsa agli armamenti, mentre noi possiamo sperperare all’infinito».

Le banche di Wall Street, e i media al loro servizio, hanno convinto l'americano medio a confondere i debiti per ricchezza reale, in tal modo continuando uno stile di vita che ingrassa di profitti l’oligarchia del denaro. Da allora il dollaro ha perso l’82% del suo potere d'acquisto (*) e l'americano medio, dopo decenni di queste politiche, è incapace di comprendere l'impatto dell'inflazione sulla sua vita. I salari aumentano del 2% al 3% l'anno e l'inflazione sale dal 5% al ​​10%, e in tal modo, senza troppo scalpore, sono diventati giorno dopo giorno più poveri. Non è casuale, ed è un’ulteriore dimostrazione del potere della propaganda e della pigrizia intellettuale sapientemente istillata nella classe media, non solo americana.

Infatti, alcuni di questi fenomeni sono comuni anche all’Europa e quindi all’Italia, laddove aziende di tutte le dimensioni licenziano (o pongono in cassa integrazione, tanto paga l’Inps e poi i ragionieri del governo ripianano tagliando le pensioni) milioni di lavoratori salariati e riaprono le loro attività in paesi dove i salari sono notevolmente più bassi e i diritti inesistenti. Tale è la funzione principale del libero mercato: favorire il sistema di rapina capitalistico tanto decantato dagli apologeti del liberismo. Questo si diceva e scriveva, inascoltati, vent’anni fa e ora l’esito è sotto gli occhi di tutti. Di quanti omicidi bianchi, sofferenze, devastazioni sociali e ambientali sono responsabili questi boia?

Le élite di censo che hanno raggiunto il loro alto status di padroni del mondo anche grazie a una malintesa superiorità dell’istruzione e dell’educazione, detengono il controllo dell’economia, del sistema monetario, del processo decisionale e politico. L’intero sistema è progettato per controllare i pensieri, le credenze e le azioni delle masse, in modo incomparabilmente più efficiente oggi di ottanta anni fa. Una manipolazione consapevole e mirata delle abitudini organizzate e delle opinioni delle masse è un elemento fondamentale nella società, ancor più, paradossalmente, in quella cosiddetta democratica. Il condizionamento comincia sui bambini, ognuno di loro viene bombardato con almeno 30.000 ore di trasmissioni di propaganda da parte dei media fino al momento in cui raggiungono l'età adulta. Le loro menti a quel punto sono modellate e istruite in cosa credere e in cosa ha valore, il loro comportamento continuamente suggerito. Le nostre menti sono modellate, i nostri gusti formati, le nostre idee preselezionate, in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare e che ci hanno reso obedienti, ignoranti, consumatori obbligati e indebitati. Questo è il risultato logico del modo in cui è organizzata la società autoritaria e corrotta che chiamano democratica. Questo è il risultato perseguito e raggiunto dall’1 per cento della popolazione mondiale. Si tratta di una minoranza arrogante ed esaltata, dei malati fuori controllo, che oltre a renderci sempre più schiavi ci portano al disastro. 
(*)  La parità Euro/Dollaro (ricostituita a partire dalle vecchie monete nazionali della zona euro attuale) era di 1,70 dollari per un Euro il 7 gennaio 1980. Questo dato, però, ha un valore relativo rispetto al potere d'acquisto della moneta soggetto ad altri criteri di valutazione [vedi].

domenica 27 novembre 2011

Aridategli il Cainano



Affiorano ora i primi dubbi in merito alla natura stessa delle misure annunciate: tiepidi dubbi che via via diverranno scottanti certezze e poi ardenti quanto sterili polemiche mediatiche.

Queste parole le scrivevo solo cinque giorni fa. Sembrava un’affermazione un tantino audace, come quella che Mario Monti non capisce un cazzo di economia, e infatti sabato arrivava una delle prime conferme: su Il Fatto quotidiano si potevano leggere queste accalorate parole scritte da uno dei giornalisti di punta del giornale:

[…] ora capisco perché tanti, senza per questo essere dei lestofanti, votavano Berlusconi. Perché Berlusconi difendendo la sua libertà criminaloide difendeva anche, per estensione, la libertà di tutti dallo strapotere dello Stato. Aridatece subito il Cainano.

Naturalmente non avevo profetizzato nulla, perché molti pensano le stesse cose, e del resto viviamo in un’epoca in cui i giochetti dei clown di turno sono troppo prevedibili (Ici, pensioni, Iva, contratti, tagli&tasse). Tempo al tempo ed esortazioni simili fioriranno anche da pulpiti più ortodossi.

Dieci giorni fa scrivevo: Il suicidio politico del Pd, continua. Alle prossime elezioni si arriverà al funerale. Credo che non bisognerà attendere tanto perché il traballante gabbiotto messo in piedi dai liberal (si fanno chiamare così!) collassi. Berlusconi è, in fin dei conti, una mezza sega, un poveraccio che ha bisogno dei magnaccia per scopare, eppure sembra un gigante di fronte a questa manica di ladri dentro i partiti della cosiddetta (ex) opposizione. Ci fa quasi la figura dell’onesto, perché chi scippa nel modo annunciato i pensionati, i lavoratori e inganna le giovani generazioni può essere solo un farabutto.

Vivremo abbastanza a lungo per vedere una rivoluzione sociale? A una domanda del genere posta dal venticinquenne Karl Marx a Arnold Rouge, quest’ultimo rispondeva: “Amico mio, lei crede ciò che desidera”. Cinque anni dopo, nel 1848, questa rivoluzione c’era. È un esempio divertente dell’inconsapevolezza storica che alimenta spesso gli intellettuali.

L’ho scritto altre volte, è solo questione di tempo, non molto, e il proletariato ritornerà protagonista come classe storica, ritroverà il senso dell’intervento possibile nella storia, dell’avvenimento irreversibile. Quando ognuno si sentirà a casa propria ovunque, la proprietà privata non avrà più senso. Quando la parola sarà integralmente libera (e oggi l’uso reale della comunicazione è anche tecnicamente possibile) le vecchie figure della menzogna mediatica e solidale svaniranno. Quando finalmente rifiuteremo ogni autorità e ogni specializzazione, dallo Stato ai partiti, dai sindacati agli economisti, allora tutte le cose avranno anche un altro gusto.

Intanto aridategli a Massimo Fini il Cainano. Questi qui sono sempre indecisi tra la padella e la brace.

Intanto tagliano l'assegno ai pensionati


Quando vedo la ministra del lavoro e delle politiche sociali (pensa un po’, la vicepresidente del consiglio di Banca Intesa, con in quota, per statuto, minimo lo 0,5 delle azioni) mi viene in mente Federico II di Prussia (gli assomiglia anche un poco) il quale vedendo sul campo di battaglia un milite titubante gli disse: «Cane! Speravi dunque di vivere per sempre?». E ciò che lei pensa dei vecchietti quando stanno per attraversare la strada.

Il governo dei mantenuti ha deciso di manifestare – dopo i diffusi dubbi sollevati anche dai propri sponsor – la propria esistenza in vita. Si viene così a sapere, grazie ai soliti bicchieri colmi di anticipazioni di cui sono prodighi i giornali – che tra i primi provvedimenti ci sarà il taglio delle pensioni in essere. Il furto con destrezza sarà attuato – per il momento – con il taglio dell’adeguamento annuale dell’inflazione. Si dirà: poca cosa. Col cazzo, rispondo. Su una pensione di mille euro, il taglio in dieci anni sarà di circa 250 euro mensili secchi. Sempre se non aumenterà l’inflazione. E non date retta se diranno che invece è per un anno o due. Mentono sapendo di essere delle merde.

E ci vogliono settimane di pensatoio per aumentare l'Iva, introdurre l'Ici e tagliare le pensioni? Stanno circonvenendo un paese di 39 milioni di analfabeti.

L’Isi, la ricordate? Era l’imposta straordinaria sugli immobili, talmente straordinaria che l’abbiamo pagata per quasi un ventennio. Questo è un paese dove i teppisti hanno sempre trasformato l’ordinario in straordinario e poi in perpetuo, rinchiudendoci in un labirinto da cui non si può uscire. Vedi le accise sui carburanti. Questa è gente che merita di essere accolta in un certo modo sulla loro porta di casa, senza rimorso. Ma non pensate al lancio di proteine.


Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare


«La formazione del governo spetta al presidente della Repubblica il quale, a termini della Costituzione, "nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri". Il governo così nominato deve ottenere entro pochi giorni la fiducia del Parlamento.
Il risultato di questo "combinato disposto" consiste nel fatto che nella formazione del governo il capo dello Stato tiene necessariamente conto della maggioranza parlamentare dalla quale l'esistenza del governo dipende, ma lo nomina senza trattarne la composizione con le segreterie e i gruppi parlamentari dei partiti.
Questo è lo schema del governo istituzionale e costituzionale. Chi non capisce che esso non confisca affatto la democrazia e non umilia affatto il Parlamento, al quale anzi affida piena centralità svincolandolo anche dalla sudditanza ai voleri del "premier" (com'è accaduto nell'appena trascorso decennio berlusconiano) e potenziando il suo diritto-dovere di controllare il governo e la pubblica amministrazione; chi non capisce queste lapalissiane verità è in palese malafede oppure mi permetto di dire che è un perfetto imbecille» (E. Scalfari, La Repubblica, 27-11-2011).

* * *

Dal sito del Governo, presidenza del consiglio:

La fase preparatoria
Questa fase consiste essenzialmente nelle consultazioni che il Presidente svolge, per prassi costituzionale, per individuare il potenziale Presidente del Consiglio in grado di formare un governo che possa ottenere la fiducia dalla maggioranza del Parlamento.

L'incarico
Anche se non espressamente previsto dalla Costituzione, il conferimento dell'incarico può essere preceduto da un mandato esplorativo che si rende necessario quando le consultazioni non abbiano dato indicazioni significative. Al di fuori di questa ipotesi, il Presidente conferisce l'incarico direttamente alla personalità che, per indicazione dei gruppi di maggioranza, può costituire un governo ed ottenere la fiducia dal Parlamento. L'istituto del conferimento dell'incarico ha fondamentalmente una radice consuetudinaria, che risponde ad esigenze di ordine costituzionale. Nella risoluzione delle crisi si ritiene che il Capo dello Stato non sia giuridicamente libero nella scelta dell'incaricato, essendo vincolato al fine di individuare una personalità politica in grado di formare un governo che abbia la fiducia del Parlamento.

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«L’atto di nomina, che presuppone l’esito positivo dell’incarico in precedenza conferito per la formazione del nuovo Esecutivo, è controfirmato dallo stesso Presidente del Consiglio di cui sancisce l’investitura nella carica (art. 12 L. 400/1988), sicché la sua sottoscrizione viene a configurarsi più come atto di accettazione che come usuale controfirma. A differenza dei precedenti, quello di nomina dei Ministri non è un potere autonomo del Presidente della Repubblica, perché la scelta delle persone che entrano a far parte del Governo spetta al presidente del Consiglio. Le designazioni da lui proposte (quasi sempre in base ad indicazioni delle forze politiche che compongono la maggioranza) devono ritenersi vincolati nel merito per il Presidente della Repubblica, il quale esercita su di esse un controllo di sola legittimità» (Valerio Onida e Maurizio Pedrazza, Compendio di Diritto Costituzionale, Giuffré, pp. 217-18).

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In conclusione, è vero che lo schema illustrato da Scalfari rispetta la Costituzione, anche perché le sue parole sono tratte pari pari da essa. Significa che il presidente della Repubblica interviene, eccome, nella formazione del governo, ma la nomina del presidente del Consiglio deve sottostare ad alcuni requisiti (la maggioranza enunciata da Scalfari) e tuttavia non significa che il presidente della Repubblica eserciti tout court i poteri tipici di una Repubblica presidenziale, come invece vorrebbe far credere Scalfari. Del resto – continua il costituzionalista Ovidia – “il ruolo costituzionale del presidente della Repubblica è di garanzia e di controllo, di equilibrio e di coordinamento, non d’indirizzo politico né di perseguimento immediato dei diversi obiettivi a cui tende l’attività statale”.

Domanda: chi può affermare onestamente che Giorgio Napolitano si è limitato a esercitare, nel corso e nell’ambito dell’ultima crisi di governo, le funzioni di garanzia e di controllo, di equilibrio e di coordinamento, e quindi non d’indirizzo politico né di perseguimento immediato dei diversi obiettivi a cui tende l’attività statale? Altra domanda la quale riguarda espressamente l'art. 94 della Cost. (Il voto contrario di una o d'entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni): il capo dello Stato ha tenuto “necessariamente conto della maggioranza parlamentare”, come dice anche Scalfari, visto che il governo dimissionario aveva senz'altro la maggioranza al Senato e la Camera non si è mai espressa con un voto di sfiducia? Ultimo: le dimissioni del precedente governo sono state determinate da pressioni provenienti anche dall’esterno, da esponenti politici e istituzioni straniere come gran parte dei media hanno reiteratamente adombrato? Vi è quindi almeno il sospetto che vi siano state pressioni dirette o indirette poste in essere anche da private organizzazioni economiche e d’interesse con sedi in Italia e all’estero? Il nuovo governo nominato da Giorgio Napolitano conta tra i suoi esponenti, in primis il presidente del Consiglio, persone in qualche modo riconducibili a quelle organizzazioni economiche e d’interesse con sedi in Italia e all’estero che possono aver influito nella crisi e nelle dimissioni del precedente governo?

Quindi, caro Scalfari, secondo lei un cittadino che pone queste domande è in malafede o un imbecille. E rispondervi nel modo come fa lei?

sabato 26 novembre 2011

Sangue, l'ordinario comburente della storia


In questo post forse qualcuno ricaverà qualche notiziola che sconosceva o non ricordava; selezionando alcuni termini, alcuni nomi chiave, si può operare in rete un approfondimento su temi che dimostrano come la violenza sia consustanziale con l’economia, quella stessa violenza che gli attuali apologeti del modo di rapina capitalistico tendono a relativizzare facendola passare come “il meno peggio”.

I libri “neri” sulle atrocità, spesso vere e a volte solo presunte o esagerate, dello stalinismo, del maoismo e dell’hitlerismo, mi lasciano non poche perplessità, perché restano in ombra molte altre stragi di cui è costellata la storia moderna, per esempio quella del colonialismo in generale e per non dire di quello inglese e francese. A proposito dei cugini d’oltralpe, basterebbe raccontare cosa hanno combinato con l’occupazione, non certo pacifica, della Ruhr, nel cuore dell’Europa, negli anni Venti, cioè solo ieri. Nulla a che vedere, si dirà, con i grandi massacri perpetrati nel Novecento. Prima di sottoscrivere tale affermazione chiederei il parere dei congolesi sull’epopea del belga Leopoldo.

Del resto la violenza è vecchia quanto l’umanità e se è verissimo che non si può spiegare un’epoca con le categorie dell'assurdo e della follia, per contro si può leggerla anzitutto alla luce degli intrecci tra interessi economici e situazioni geopolitiche. Ad esempio, il successo economico di Venezia non è semplicemente frutto di quello che genericamente chiamiamo commercio: il monopolio del sale, ottenuto con metodi violenti e di dumping, ma soprattutto la tratta degli schiavi (razziati un po’ dappertutto, in Dalmazia come nell’Italia meridionale) furono la chiave dello sviluppo della potenza lagunare nei primi secoli.

Un altro esempio storico molto noto ma sopito nella catarsi dei millenni è quello delle guerre di conquista in Gallia all’epoca di Giulio Cesare: un’occasione per una riflessione sulla torsione dei fatti operata dapprima dai vincitori e poi perpetuatasi nel mito che l’Italia e l’Europa (compresa la Francia), di ieri e di oggi, non hanno nessuna convenienza di revocare in dubbio, almeno alla mensa delle grandi platee nutrite dagli anchorman in veste di “storici”.

Plinio il Vecchio, nel VII libro della Storia naturale, ci racconta il ruolo del civilissimo Giulio nel massacro di 1.200.000 persone allo scopo di far bella figura in Gallia (Plutarco, più benevolo, certifica un milione tondo). Se avesse potuto disporre di ferrovie e acido cianidrico avrebbe fatto sicuramente meglio. Cominciò con 200mila Elvizi, il cui torto maggiore era quello di non assecondare i suoi piani; quindi decine di migliaia di Aquitani e affini, poi mise a morte tutto il senato dei Veneti (popolazione locale) che si era arreso a discrezione; sterminò tutto il popolo degli Eburoni e per soprammercato 180mila Usipeti e Tencterii che gli si trovarono tra i piedi; a Bourges liquidò, per vendetta e senza riguardo per sesso ed età, 40mila abitanti. Luciano Canfora, uno dei pochissimi intellettuali rimastici, nel suo saggio dedicato al grande romano (pp. 118-19), ci racconta come, nel ricevere a colloquio i capi germanici, il nobile Cesare li fece “trucidare a tradimento e quindi assaltò gli avversari sbandati e senza guida, ed estese indiscriminatamente il genocidio a tutti, donne e bambini inclusi”.

Oggi la memoria dell’insigne stragista è celebrata nella toponomastica e nei libri di testo scolastici di ogni ordine e grado (diversi licei a lui intestati: Roma, Rimini, Bari, Casarano; nessuno a Bruto), nelle operette teatrali del solito rigattiere d’oltremanica, ovunque gli è tributato omaggio di statista e riconosciuta generosità di cuore, straordinario acume tattico e brillante prosa. Per contro, un’unica “accusa”: l’ambizione!

Pare evidente che l’ambizione e la difesa della patria diventi solo una scusa a fronte della necessità politica ed economica di creare, di là delle Alpi, un fertile lebensraum latino, allo stesso modo che l’annientamento dei popoli autoctoni del Nord America aveva poco a che vedere con i nuovi principi liberali della costituzione americana, quanto piuttosto con il lebensraum yenkee celebrato da Hollywood.

Anche per raccontare la storia delle violenze commesse nel corso dei secoli dal moderno espansionismo necessiterebbe di un libro per ogni singolo episodio, una grande biblioteca dell’orrore per una esposizione sistematica di quelle efferate vicende. Non esiste, del resto, nessun tentativo d’insieme per fornici una storia del genere e forse non è casuale (*). L’espansione europea avviò molto prima del processo d’industrializzazione e di formazione degli stati moderni, ne è anzi la premessa essenziale. Essa si accompagna costantemente alla violenza e alla guerra, non un solo aspetto e frangente di questa secolare epopea è pacifico.

Il successo del commercio portoghese, della penetrazione in Africa e poi in India e in estremo oriente, è anzitutto incentrato sulla tratta degli schiavi. Enrico il Navigatore fu uno dei primi e più famigerati schiavisti sotto tutela delle bolle papali, quale la Romanus Pontifex, definita la “Charta dell’imperialismo portoghese”, che concedeva l’occupazione delle isole atlantiche e la circumnavigazione dell’Africa. In 14 anni, a cavallo della metà del XV secolo, più di 50 navi raggiunsero il territorio tra Capo Bianco e l’odierna Guinea Bissau, e la maggior parte di queste navi andava alla ricerca di schiavi. Il capitale portoghese ed europeo costituiva la fonte d’investimento principale di tal genere di viaggi in Africa.

Quando i cristianissimi sovrani spagnoli riconquistarono ciò che a loro non era mai appartenuto, ossia il territorio e la città di Granada, dopo la solita strage d’innocenti, inviarono al Papa circa 500 prigionieri come schiavi da impiegare nella flotta pontificia (seguì la cacciata degli ebrei dalla Spagna). Le atrocità della conquista spagnola in quello che poi sarebbe stato chiamato continente americano sono ben note, con la morte in pochi decenni di decine di milioni d’indigni, molti di questi uccisi con la violenza in vere e proprie caccie all’uomo, con lo sfinimento nei lavori più duri nelle piantagioni e nelle miniere.

Per venire a tempi più recenti, basti ricordare le guerre dell’oppio. Gli inglesi tra il 1772 e il 1774 importavano tè in patria per un valore maggiore a quello delle importazioni di cotone, quindi lo sbilancio commerciale favorevole alla Cina era piuttosto consistente. Pensarono bene di esportare in Cina l’oppio, di cui i cinesi, nonostante il divieto del 1729, erano consumatori. L’esportazione in Cina di tale “allucinogeno” si rivela per l’imperialismo inglese l’arma per portare il bilancio commerciale a loro favore, e il mezzo per mettere in ginocchio la Cina, creando il primo caso di dipendenza di un popolo dall’impiego di una sostanza che può provocare crisi di astinenza.

Seguirono ben due guerre dell’oppio dalle quali la Cina uscì sconfitta e disgregata; di lì a poco, infatti, seguì la più sanguinosa guerra civile della storia, quella dei Taiping, che costò una ventina di milioni di morti. Nel 1890, il mercato cinese poteva contare su 120 milioni di fumatori abituali e 10 milioni di oppiomani su una popolazione di 380 milioni di persone.  I cinesi però nel frattempo, per ridurre le importazioni iniziarono a coltivare il papaver somniferum arrivando in questo modo agli inizi del 1900 a produrre circa 35.000 tonnellate di oppio, circa il 90% della produzione mondiale. In quel periodo l'uso di questa droga si diffuse in tutto il mondo. Mentre l’oppio e il laudano nell’ottocento erano di uso corrente nella farmacopea occidentale (in Inghilterra si somministrava ai bambini contro la “tosse cattiva”), ben presto divenne una sostanza proibita.  

La differenza sostanziale (e la speranza implicita) tra la situazione odierna e quella che precedette i due conflitti mondiali è la consapevolezza e la certezza, da parte dei leader politici e delle élite, che un conflitto armato generalizzato si risolverebbe in un suicidio globale. Per questo vedo il confronto attuale, sul piano delle dichiarazioni e delle dimostrazioni di forza da parte dei tre giganti mondiali, talvolta come un atteggiamento propagandistico volto ad avere più riflessi interni diretti sulle rispettive popolazioni piuttosto che effetti reali nelle relazioni internazionali.

Oggi i problemi veri e urgenti (come ripeto ormai ossessivamente) riguardano la sostenibilità del sistema e la demenziale e criminale discrezionalità in cui è lasciata agire la speculazione finanziaria (ma non solo). Sperare di trovare soluzioni nell’ambito di questo assetto sociale e dell’ideologia liberista che l’accompagna è solo illusione.

(*) Il libro di Matthew White, bibliotecario statunitense, dal titolo Il libro nero dell'umanità. La cronaca e i numeri delle cento peggiori atrocità della storia, è una collazione abbastanza stereotipata di crimini, un elenco telefonico dove molti abbonati non figurano, è già il fatto stesso che se ne sia fissato il numero in cifra tonda, significa che si è lasciato largo spazio alla discrezionalità.

Il mito



Se c’è un mito “de sinistra” che regge ancora l’urto della crisi, anzi, se ne rafforza, è proprio quello di riformare il sistema. I più temerari vorrebbero “cambiarlo”, in meglio ovviamente. Solo i poveri di spirito credono ormai a una politica giocata con i dadi truccati. Alla fine e inevitabilmente  sarà il capitalismo stesso a decidere e sulla base delle esperienze passate c’è da temere. Si fa presto, per contro, dire rivoluzione! Come ebbe già ad osservare qualcuno, essa non è un pranzo di gala. Vediamo cosa sta succedendo in Egitto. La storia non fa salti, quello è l’ultimo paese dove possa nascere qualcosa di realmente nuovo. La Libia ne è un altro esempio e in Marocco le elezioni le hanno vinte gli islamici, cioè la religione, il più forte residuo di animalità.

E quindi? Quando la crisi del sistema esploderà veramente in tutta la sua dimensione e contraddizioni, quando nelle strade e nelle piazze non sfileranno pacificamente poche migliaia di persone con l’ibook, ma masse enormi di gente veramente rabbiosa e che non avrà più nulla da perdere, allora assisteremo alle dimissioni in massa degli attuali prestanome politici, alla fuga dalle loro responsabilità e da una giustizia sommaria benché giusta.

Ma fino a quando avremo le situazioni descritte in questo articolo del NYT, i padroni del mondo possono ancora sperare e il nostro destino restare impiccato senza mediazioni alla corda del primordiale riflesso stimolo-risposta. Tra la legge della giungla e il comportamento sociale degli umani, a dar retta a queste notizie così come a quelle che ci arrivano dalla borsa, l’unica differenza sembra essere quella tra l’innocenza e il calcolo demenziale. Impareremo un nuovo senso della vita? Sicuramente non perché ce ne faremo una coscienza convinta, ma perché spinti a forza dalla necessità. Come sempre, il cambiamento avviene prima nelle cose e poi nella testa, salvo poi celebrare i fasti della razionalità.

venerdì 25 novembre 2011

Quattro chiacchiere in banca



Il Re d’Inghilterra aveva bandito nel ‘600 le assicurazioni dei carichi trasportati da navi, che poi venivano saccheggiate dai pirati pagati per farle affondare. Oggi i pirati si chiamano speculatori, le loro navi hanno nomi come Goldman Sachs, e il “mercato” è il loro grande mare di rapina. La storia si ripete, con delle varianti. Infatti, nel febbraio 2010, scrivevo dei post in cui raccontavo la Germania degli anni Venti e Trenta e le analogie con la situazione attuale. Dopo quasi due anni leggo qualcosa del genere anche in altri blog. L’alta finanza anglo-americana (ma anche francese) aveva l’interesse di mantenere la Germania in uno stato di tensione politica e sociale che la preparasse a quella svolta autoritaria gradita ai grandi gruppi capitalistici. La Merkel mi ricorda Hjalmar Schacht, senza averne la caratura e nemmeno la consapevolezza.

* * *

Questa mattina ero in banca, ai piani alti, negli uffici dove trattano di mutui, fidi, ecc.. Ero lì per tutt’altro motivo e attendevo il mio turno quando un bancario grida alla sua collega con la quale mi appresto a entrare in contatto: oggi si compra! Con la giovane bancaria ho una certa confidenza e, quando tocca a me, le dico: non compri, non ora. L’impiegata mi guarda e credo si ricordi di una conversazione avvenuta a settembre in cui l’invitavo a non comprare una certa azione bancaria se non per rivenderla subito. Sorridendo e ricordando l’episodio, risponde: le ho acquistate poi quelle azioni e purtroppo le ho ancora in portafoglio, ma si tratta di poca cosa. Il collega – soggiunge – mi diceva che oggi si compra, ma si riferiva ai titoli di stato. Ah, faccio io, non è una cattiva idea. A quanto stanno i btp oggi? Quasi all’otto, mi risponde raggiante. Eh sì, dico a mia volta, un interesse veramente allettante, comprare oggi per rivendere poi tra qualche mese quando le acque saranno meno agitate e gli interessi scenderanno al quattro o al cinque per cento consente di raggranellare qualche bel soldino. Ammicca la bella impiegata in grisaglia. E se la situazione – continuo – dovesse invece peggiorare? Se non dovessero decidere per gli eurobond (che comunque – penso tra me e me – non saranno una panacea e scommetto che sottobanco gli ”aiutini” arrivano già)? Beh, sospira la bella, si tratta di piccole somme, potrei sempre portare i titoli a scadenza. È vero – rispondo – ma due anni cominciano a essere già tanti, meglio investire in una bella vacanza. Sorride.

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Anche oggi tre vittime sul lavoro. Napolitano afferma: “Non sono tragiche fatalità”. Allora sono omicidi.

Di che classe sei?

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“Non è la coscienza degli uomini
che determina il loro essere,
ma è, al contrario, il loro essere sociale
che determina la loro coscienza”

Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, nel suo ultimo libro dal titolo eloquente, La scomparsa della borghesia, scrive: “nella percezione dell’opinione pubblica soltanto un terzo degli italiani crede ancora al conflitto di classe (borghesia e operai), mentre il 61 per cento è convinto della centralità del conflitto generazionale (vecchi e giovani) e oltre l’80 per cento parla di  conflitti di natura generica (per esempio ricchi o poveri, inclusi al vertice ed esclusi”. Bisognerebbe anzitutto chiedersi, ma gli intellettuali non sono più abituati a porre domande vere, perché nella percezione dell’opinione pubblica sia scomparso il conflitto di classe.

Secondo De Rita, a dominare nella società italiana è una classe media la cui dilatazione fuori controllo avrebbe occupato ogni interstizio sociale, impedendo il differenziarsi dei ceti sociali e il costituirsi di una élite capace di guidare l’ormai famoso cambiamento e di ancorarlo a interessi collettivi (*). In altri termini l’aver impedito il formarsi di una nuova borghesia dinamica e innovatrice, avrebbe condannando all’estinzione la borghesia stile vintage e con essa anche il conflitto di classe, per lasciare posto a quello intergenerazionale e tra censi.

La tesi è un repêchage, queste cose le sanno scrivere anche quelli della Casaleggio&Grillo. È chiaro che la borghesia così come ogni altra classe sociale è un aggregato in continua trasformazione; altro però è credere alla sua estinzione di fatto, alla sua diluizione marcescente nell’individualismo egoistico che pure non è una novità. Tuttavia non voglio polemizzare con un’analisi che considera i fenomeni sociali nella loro manifestazione esteriore, un pout pourri di contrapposizione tra ricchi e poveri, giovani e anziani (se ci fossero solo le forme non ci sarebbe bisogno della scienza, afferma Marx).

Il metodo fondamentale che distingue le classi è il loro posto nella produzione sociale e in conseguenza il loro rapporto con i mezzi di produzione. L’appropriazione di questa o quella parte dei mezzi sociali di produzione e la loro conversione in economia privata per la vendita del prodotto costituisce la caratteristica fondamentale che distingue le due grandi classi della società moderna: la borghesia, classe proprietaria dei mezzi produzione e detentrice del capitale, e il proletariato, privo di mezzi e costretto a vendersi come forza-lavoro, anche se ciò non implica che tutti i proletari si trovino nella stessa identica relazione rispetto al capitale (ometto la distinzione tra salariato produttivo e non produttivo, così come ometto che esistono altre classi non impiegate direttamente nella produzione). Essi restano incatenati a una sfera di attività determinata ed esclusiva che è loro imposta quasi “naturalmente” e dalla quale non possono sfuggire se non vogliono perdere i mezzi per vivere.

Pertanto, il prius su cui s’innesta la divisione in classi è dato dalla divisione sociale del lavoro e non, meramente da reddito, status, frequentazioni, rapporti di vicinanza o lontananza dai partiti e dal potere, posto di lavoro e luogo di abitazione. Ovvio che le classi esistono solo a partire dagli individui, dai gruppi e dagli insiemi, e che tali peculiarità sono essenziali nell’azione di trasformazione delle classi (e ciò si rende ancor più evidente nei comportamenti dei singoli gruppi durante le lotte di classe), ma dopo aver scomposto una totalità economico-sociale in gruppi e insiemi per rilevarne i fenomeni di dettaglio, quali possono essere per esempio i modelli di riferimento e di consumo, l’orientamento politico ecc., è tuttavia necessario poi cogliere la formazione economico sociale nella sua globalità di sistema organizzato attorno a delle peculiarità.

Quanto al processo di proletarizzazione, vexata quæstio, questi è stato dapprima indotto dallo sviluppo delle forze produttive cui aderiscono rapporti di produzione che hanno espropriato la popolazione agricola e artigiana facendo tendenzialmente di ogni lavoratore un salariato; in seguito, la necessità di sviluppo e accumulazione del capitale, la gigantesca fase espansiva del secondo dopoguerra, hanno consentito e anzi imposto il costituirsi sul piano politico e ideologico dell’illusione riformista (lo Stato-provvidenza keynesiano), basata su pratiche redistributive e di sostegno del reddito, ma soprattutto sulle spese improduttive e parassitarie che hanno determinato infine la crisi fiscale dello stato e la necessità di rimodellare gli istituti politici, giuridici e i rapporti sociali  in senso regressivo e totalitario. Lasciando a parte il tema degli effetti della finanziarizzazione parossistica dell’economia così come quelli connessi alla ristrutturazione produttiva, vediamo che in questa nuova fase salta la mediazione tra rappresentanze del capitale e quelle del lavoro (caso Fiat docet) e in definitiva la capacità di garantire gli standard di riproduzione della classe operaia nei paesi di antica industrializzazione.

Pertanto i cicli della lotta di classe seguono i cicli capitalistici dell’accumulazione e affermare che la lotta di classe tra borghesia e proletariato non esiste più, è un grave errore di prospettiva storica e significa anzitutto negare la contraddizione fondamentale, quella tra capitale e lavoro, quindi appiattire la dinamica dello sviluppo storico, vederne solo un momento e una parte. Gli avvenimenti in corso già mettono abbastanza  in chiaro tale situazione e ciò diventerà sempre più evidente nell’evoluzione e con l’aggravarsi della crisi nella fase declinante del modo di produzione capitalistico.

(*) Tranne Mario Monti, il quale, secondo quanto dichiarato da De Rita alla signora Gruber, fa parte di un élite superiore alla borghesia stessa. De Rita sembra aver ragione, i personaggi alla Monti fanno parte di una super classe manageriale che amministra il sistema capitalistico, i nemici numero uno del proletariato, e per questo tanto cari ai liberal bipartisan; in realtà essi sono solo degli uomini di paglia incaricati di gestire il debito pubblico e il fallimento degli Stati nazionali.

giovedì 24 novembre 2011

Il boia




[…] Il debito pubblico è dunque destinato a crescere. D'altro canto, la classe politica non può permettersi interventi drastici, teme l'impopolarità. I "mercati", intanto, speculano sulla paralisi; gli interessi sul debito crescono rapidamente, salgono e scendono, ma soprattutto salgono (dall'1,9% ad agosto al 7,3% a novembre 2011). I politici lasciano il posto e passano le leve di comando ai tecnici; almeno loro non hanno da temere le elezioni. Se necessario, sono nominati senatori a vita. Trionfano, nelle loro ovattate stanze, i potentati finanziari, rigorosamente anonimi, ancora giuridicamente "domicili privati", a vergogna dei giuristi, anche quando le loro inappellabili decisioni incidono sulle condizioni di vita d’intere popolazioni. Sono il deus absconditus che comanda a quelli che comandano. Come accadeva in Inghilterra nel Medioevo, quando il boia veniva dalla città vicina, la crisi sociale potrà contare sui suoi anonimi, asettici, ma efficienti macellai sublimati.

Il manifesto, 20-11-2011

Politburo



L’agenzia di stampa Tass & Poor’s ha dato notizia che alcuni dirigenti del partito neoliberal, e precisamente l’ala neoguelfa del Politburo, ha chiesto le dimissioni da ogni incarico di partito di Stefano Fassina accusato di passatismo e immobilismo, per aver criticato – dice testualmente la nota – "aspramente la linea di rigore e sviluppo assunta prima dalla Banca d'Italia e poi dalla BCE, e di aver  bollato come liberiste posizioni 'liberal' come quella del senatore Ichino, e aver prospettato soluzioni ispirate alle vecchie culture politiche del secolo passato”. Tutto ciò – prosegue la nota – "non è compatibile con il dovere di rappresentare il complesso delle posizioni assunte dal Partito".

Nei giorni scorsi – commenta l’agenzia di stampa – Fassina aveva criticato duramente le ricette del commissario Ue Rehn per uscire dalla crisi: "Le indicazioni riproposte oggi per la crescita dal commissario europeo Rehn sono deprimenti sul piano intellettuale prima che economico - aveva detto con sprezzo della propria incolumità Fassina. Dopo un trentennio dominato dalla flessibilità del lavoro e dalla moderazione salariale, le cause primarie della drammatica e infinita crisi in cui siamo immersi, oggi il commissario europeo agli Affari economici insiste su maggiore flessibilità del lavoro e maggiore moderazione salariale".

Secondo la radio clandestina dell’internazionale socialdemocratica, dopo le accuse per aver rivelato un segreto di Pulcinella, sono da ritenersi più che probabili le dimissioni per Stefano Fassina, per il quale si aprono due prospettive: o la via dell’esilio verso l’Africa in attesa che gli venga concesso il visto per la pubblicazione di un libro di ritrattazione, oppure quella del lavoro coattivo presso una cooperativa del partito, in attesa dei 70 anni (salvo riforme in itinere delle norme pensionistiche) per poter accedere a due frugali pasti completamente gratuiti (esclusa la domenica e i festivi) presso la mensa della sezione di Partito del luogo di residenza.

È atteso per domenica, sul giornale del partito Verità liberal, un intervento al riguardo dell’Essere supremo del libero mercato di cui è stato annunciato il titolo: «L’originalità della prospettiva che sta davanti al movimento operaio del nostro paese e dell’Europa occidentale»

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Su un tema completamente diverso, segnalo ai lettori più curiosi che in questo sito c'è da leggere un post di grande interesse e che merita considerazione.