domenica 31 luglio 2011

Lo strabismo di Sergio Romano


Sergio Romano – rispondendo sul Corsera a un lettore – scrive a proposito di Rudolf Hess e della sua condanna al processo di Norimberga che tale processo al vicario di Hitler (“der Stellvertreter”) in sostanza non andava fatto poiché l’imputato non stava bene di testa. Fu tuttavia condannato per partecipazione a un complotto criminale contro la pace e per aver scatenato una guerra offensiva (guerre d'aggressione).

Scrive l’editorialista:
«Molto più tardi, quando furono lanciate campagne per la sua liberazione dalla prigione di Spandau, dichiarò che era tempo di restituirlo alla sua famiglia e si spinse sino ad affermare che “una detenzione tanto prolungata, soprattutto in un carcere enorme di cui era il solo ospite, era un crimine contro l’umanità”. Non fu liberato, perché l'Unione Sovietica si oppose fermamente a qualsiasi riduzione della pena».

Naturalmente l'Unione Sovietica è responsabile d’infiniti misfatti, non ultimo, evidentemente, quello di non aver avuto pietà per quel pezzo di merda di Hess. Altrettanto ovvia è la tecnica di Romano di lasciar dire ad altri senza prendere aperta posizione, ma è un fatto che le pezze d’appoggio le cuce lui sull’abito da martire del povero Hess.

Romano non rileva che i crimini di Hess hanno comportato decine di milioni di morti. Decine di milioni già solo quelli russi che sono una conseguenza diretta dell’ideologia e della strategia di un regime criminale alla cui ascesa e affermazione Hess non fu certo estraneo, visto che fu organizzatore della prima centuria studentesca delle SA, e fu tutt’altro che un semplice redattore del Mein Kampf, ma colui che fornì in parte il “bagaglio ideologico” di Hitler (J. Fest, Hitler, p. 264). Divenne segretario generale del partito fino a che rimase in Germania, membro del consiglio dei ministri per la difesa del Reich ed ebbe un ruolo di primo piano nelle leggi di Norimberga (1935). Dimentica che i campi di concentramento funzionavano già per gli oppositori del regime, così come lo sterminio delle persone portatrici di handicap. Complice ai massimi livelli, dunque, non di un regime qualsiasi, ma di quello hitleriano, i cui orrori sono ben noti, o dovrebbero esserlo.

Questo è il modo di leggere la storia e di diffondere la mistificazione in centinaia di migliaia di copie da parte dei funzionari dell’ideologia, i quali in nome dell’anticomunismo più viscerale dimenticano quanto di paradossale c’è in realtà in questa vicenda, ovvero che al vice di Hitler sia stata risparmiata la pena capitale. È giusto quindi dire che il processo non andava fatto, ma si deve soggiungere che il criminale nazista, i cui delitti erano noti a tutta l’umanità, andava impiccato per le vie brevi.
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Nota:

Sulla presunta infermità mentale di Hess durante il processo è interessante quanto ebbe lui stesso a dire in quell’occasione:

«Herr Präsident, ich möchte das Folgende sagen: Zu Anfang der Verhandlung heute nachmittag gab ich dem Verteidiger einen Zettel, auf dem ich meine Meinung dahingehend ausdrückte, daß die Verhandlung abgekürzt werden könnte, würde man mir zu sprechen gestatten. Was ich zu sagen wünsche, ist das Folgende:
Um vorzubeugen, daß ich für verhandlungsunfähig erklärt werde, obwohl ich an den weiteren Verhandlungen teilzunehmen und mit meinen Kameraden gemeinsam das Urteil zu empfangen wünsche, gebe ich dem Gericht nachfolgende Erklärung ab, obwohl ich sie ursprünglich erst zu einem späteren Zeitpunkte des Prozesses abgeben wollte. Ab nunmehr steht mein Gedächtnis auch nach außen hin wieder zur Verfügung. Die Gründe für das Vortäuschen von Gedächtnisverlust sind taktischer Art. Tatsächlich ist lediglich meine Konzentrationsfähigkeit etwas herabgesetzt. Dadurch wird jedoch meine Fähigkeit, der Verhandlung zu folgen, mich zu verteidigen, Fragen an Zeugen zu stellen oder selbst Fragen zu beantworten, nicht beeinflußt. Ich betone, daß ich die volle Verantwortung trage für alles, was ich getan, unterschrieben oder mitunterschrieben habe. Meine grundsätzliche Einstellung, daß der Gerichtshof nicht zuständig ist, wird durch obige Erklärung nicht berührt. Ich habe bisher auch meinem Offizialverteidiger gegenüber den Gedächtnisverlust aufrechterhalten. Er hat ihn daher guten Glaubens vertreten».

Le letterine di Beppe Grillo


Se uno vende, vuol dire che ha trovato degli acquirenti. Perciò se anche fosse vero che la Deutsche Bank ha ridotto la propria esposizione vendendo titoli di Stato italiani (cosa non esatta, come ho già segnalato in questo post) significa che qualcuno quei titoli li ha comprati. Dov’è il problema, ha tanto rilievo sul mercato obbligazionario preferire un acquirente ad un altro, una banca piuttosto che un fondo pensioni?
Ma questa notizia, è mal riportata. L’origine è in un articolo di Richard Milne per il Financial Times (non è possibile linkarlo poiché è solo per utenti registrati), nel quale si precisa:
«Deutsche Bank said: “We are fully committed to the Italian market.” People close to the bank added that the reduction in exposure had come from taking out hedging positions rather than selling Italian bonds».

Ad ogni buon conto, tanto è bastato perché il ragionier Grillo (ovvero chi gli scrive i suoi post in italiano) indirizzi, dal suo blog (il più seguito in Italia), una lettera allo “spettabile presidente della repubblica italiana”. Un po’ come faremmo noi con il nostro amministratore di condominio per protestare contro quel dispettoso del nostro vicino che sbatte sempre il portone quando rientra alle quattro del mattino.

Grillo ha preso di punta i titoli di Stato italiani almeno dal 2008. In un post che ricordo molto bene dava per spacciati i titoli di Stato italiani già per l’anno 2009. Siamo sopravvissuti, nonostante gli auspici di Grillo. Che la situazione sia serissima non ci vuole un comico per capirlo, ma è un fatto che la caciara e il panico a piene mani sono componenti importanti per il successo del suo blog, così come le letterine a Gesù bambino.

L'invenzione del papato


Nel 1059 furono cambiati i criteri dell'elezione del vescovo di Roma. Il Manifesto di ieri offre due pagine dedicate a un avvenimento significativo e poco noto della nostra storia. Acquistate il Manifesto, spesso è molto più interessante, ad esempio, de Il Foglio.
di Giacomo Todeschini

Il 13 aprile dell'anno 1059, un vescovo di Roma eletto da pochi mesi, e che ancora nessuno considerava «il papa», Niccolò II al secolo Gerard de Bourgogne, vescovo di Firenze, convocò a Roma in San Giovanni in Laterano una riunione sinodale durante la quale si stabilì una volta per tutte che soltanto i cardinali riuniti in conclave potevano eleggere il vescovo di Roma, e che costui sarebbe stato il Pontefice massimo di tutta la Cristianità. La decisione di questa élite consacrata prese corpo e fu diffusa per mezzo di una bolla di Niccolò II, la In nomine Domini.
Questa solenne decisione diede inizio al processo di definitiva separazione della Chiesa dal mondo dei poteri sovrani laici europei. A partire dal 1059 l'arcipelago europeo delle chiese comincia a diventare la «Chiesa» e ad avere un suo centro indiscutibile a Roma, nella persona del Papa.

Una figura ambigua
Il periodo storico durante il quale avviene questo mutamento, che ha poi, nel tempo, prodotto un effetto valanga di enormi proporzioni, è politicamente alquanto problematico. Il potere del vescovo di Roma era stato per secoli un potere fragilissimo, molto meno significativo di quello degli imperatori romani insediati a Costantinopoli e anche di quello che gli imperatori romani d'Occidente, da Carlo Magno a Ottone III, avevano rivendicato e parzialmente conseguito. Le chiese occidentali e orientali avevano inteso il ruolo del successore di Pietro a Roma nei termini politici di un primato condiviso con quello che i patriarchi e i vescovi, dall'Europa ai territori bizantini, esercitavano in ogni caso riconoscendo la supremazia degli imperatori seduti sul trono che era stato di Costantino.
Fra Roma e l'area franco-germanica degli imperatori d'Occidente l'equilibrio era, soprattutto, stato delicatissimo almeno da quando, nel nono secolo, i sovrani della dinastia carolingia avevano cominciato a esercitare sul vescovo di Roma un potere fatto in parti uguali di protezione, difesa e controllo. Quando nel decimo secolo il titolo imperiale era passato alla dinastia germanica degli Ottoni, la relazione fra casa imperiale ed episcopato romano si era fatta ancora più stretta.
La faccenda era complicata dal fatto che l'elezione del vescovo romano, ambigua figura da un lato legata a un territorio ben preciso, ma dall'altro simbolico rappresentante dell'universale carisma di Pietro, era decisamente ambita dalle famiglie nobili romane che, spesso, riuscivano a insediare sul trono episcopale un membro dei loro clan.

Il partito dei riformatori
Anche l'elezione di Niccolò II era avvenuta in questo clima conflittuale. Era stata nella sostanza il frutto di un esplicito scontro tra due fazioni: l'una, capeggiata dai conti di Tuscolo, potente famiglia romana, e da una parte del clero romano, che aveva eletto un proprio candidato, Giovanni dei Conti di Tuscolo, con il nome di Benedetto X, l'altra appoggiata dall'imperatrice tedesca Agnese, figlia del duca di Aquitania e di Agnese di Borgogna, reggente in nome di suo figlio, il futuro imperatore Enrico IV, dal duca di Lorena e dal partito ecclesiastico «riformatore», ossia avverso al controllo delle famiglie romane sul Soglio di Pietro, che aveva invece eletto Niccolò II.
La battaglia fu combattuta nel giro di pochi mesi tra Siena, Firenze, Roma e il palazzo imperiale tedesco dove regnava la trentaquattrenne imperatrice Agnese (morirà nel 1077 da penitente reclusa in un monastero romano, avvenuta la sottomissione del figlio imperatore a papa Gregorio VII). L'elezione di un conte di Tuscolo a vescovo di Roma col nome di Benedetto X, nel 1058, fu infatti velocemente seguita dalla contro elezione di Niccolò II, in forza dei superlativi appoggi politici di cui il suo partito godeva.
Il prestigio costituito dall'appoggio di un'imperatrice di grande stirpe, e da quello del signore di Lorena, ebbero una risonanza e una convalida tutta speciale per il fatto di essere sostenuti dal gruppo di intellettuali monaci e vescovi, che, dal ravennate Pier Damiani al lorenese Umberto di Moyenmoutier (o di Silvacandida), formavano il gruppo dei «riformatori», ossia componevano il partito ecclesiastico franco-italiano intenzionato su basi canoniche e teologiche a distinguere il carisma apostolico da quello signorile, nella prospettiva di stabilire il primato del potere sacerdotale su quello signorile, regio o imperiale dei potentes laici.

Un'élite sarcerdotale
L'elezione di Niccolò II e la successiva deposizione e scomunica di Benedetto X furono dunque tanto l'effetto di una vittoria dell'alleanza fra sovrani di portata internazionale e intellettuali ecclesiastici fortemente impegnati in senso teorico e progettuale, quanto la premessa di un consolidamento del potere carismatico degli ecclesiastici riuniti intorno alla figura del vescovo romano, in se stesso già potenzialmente polemico nei confronti del legame che tradizionalmente univa l'episcopato romano alle famiglie degli imperatori e della grande nobiltà europea.
Il primo e più vistoso segno della tensione che i «riformatori» avrebbero instaurato fra Roma e i sovrani dell'Occidente si manifestò, in effetti, già pochi mesi dopo l'elezione e consacrazione di Niccolò II avvenuta il 24 gennaio del 1059. Nella bolla In nomine Domini, infatti, il neoletto pontefice decreta, sulla base di quanto avevano elaborato i teologi riformatori, che il vescovo di Roma, il papa, potrà ormai essere eletto soltanto dai vescovi cardinali, e con il voto aggiuntivo dei cardinali non vescovi, così che il «popolo» e il restante clero sia poi in grado di approvare questa scelta, senza che tuttavia questa facoltà possa significare un diritto di intromettervisi. L'elezione del pontefice riguarderà dunque esclusivamente una élite sacerdotale, quella cardinalizia, mentre il resto del clero e il popolo avranno in questa liturgia un ruolo secondario e passivo (religiosissimi viri praeduces sint in promovenda pontificis electione, reliqui autem sequaces.)
Al tempo stesso, il testo della bolla di Niccolò II precisa che è eleggibile soltanto chi appartenga all'ambito ecclesiastico romano o europeo, e che, quindi, ogni eletto che non sia stato a sua volta precedentemente consacrato legittimamente come sacerdote non potrà di conseguenza avere accesso alla carica di pontefice.
Questi aspetti del documento stabilivano, insomma, che i poteri sovrani laici non avevano più alcun diritto esplicito e formale di partecipare all'elezione dei pontefici e che, allo stesso tempo, nessun fedele di questi poteri poteva diventare pontefice se non fosse stato, prima, consacrato e riconosciuto dalla gerarchia ecclesiastica di obbedienza romana. La «reverenza» della Chiesa nei confronti dell'imperatore (il futuro Enrico IV) non implicava più un suo diritto automatico di scegliere chi doveva diventare vescovo di Roma, ma anzi sottolineava la dipendenza del suo potere da quello sacerdotale: il papa dovrà essere eletto «dal seno della chiesa di Roma, se è trovato degno, altrimenti lo si prenda da un'altra Chiesa. Salvo restando il debito onore e la reverenza verso il nostro diletto figlio Enrico che è ora chiamato re e che si spera sarà con l'aiuto di Dio il futuro imperatore, come gli abbiamo concesso, e verso i successori di lui che personalmente chiederanno questo privilegio a questa Sede Apostolica».

Dalla parte di Satana
In un successivo paragrafo, indirettamente, si cominciava di fatto ad affermare il principio della supremazia della chiesa di Roma sulle altre chiese, sottolineando nello stesso tempo che questa supremazia era anche l'origine della maggiore autorità e autorevolezza della Chiesa romana rispetto ai poteri sovrani laici. Questo doppio concetto, che si affermerà pienamente a partire dal pontificato di Gregorio VII, meno di vent'anni dopo, verso il 1075, viene qui espresso nella forma di una violentissima condanna di tutti coloro che non vogliano sottostare alle decisioni del sinodo lateranense del 1059. Costoro, resistendo al decreto di Niccolò II riguardo a una elezione definita «incorrotta, genuina e libera» perché riservata ai gradi più alti del clero, verranno a trovarsi dalla parte di Satana e fuori dalla Cristianità, intesa a questo punto come un Corpo sociale per appartenere al quale diventa decisivo riconoscersi nelle prese di posizione della Corte pontificia romana.
«Ma se qualcuno, contrariamente a questo nostro decreto promulgato in sinodo, verrà eletto o considerato o insediato in trono attraverso la rivolta, la temerarietà o qualunque altro mezzo, sia da tutti creduto e considerato non Papa ma Satana, non apostolo, ma apostata, e con perpetua scomunica per autorità divina e dei santi apostoli Pietro e Paolo, insieme con i suoi istigatori, partigiani e seguaci, venga scacciato e respinto dalle porte della santa Cristianità di Dio, come Anticristo, nemico e distruttore di tutta la Cristianità. E non gli si dia alcuna udienza riguardo a ciò ma in perpetuo sia privato della dignità ecclesiastica di qualunque grado essa sia stata. Con la stessa sentenza sia punito chiunque sarà dalla sua parte, o gli renderà qualsiasi omaggio come a un Pontefice, o presumerà di difenderlo. E chi temerariamente si opporrà a questo nostro decreto e nella sua presunzione tenterà di confondere e turbare la Chiesa Romana contro questo statuto, sia condannato a perpetuo anatema e scomunica e sia considerato tra gli empi che non risorgeranno nel Giudizio; senta contro di sé l'ira dell'Onnipotente, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e in questa vita e in quella futura sperimenti il furore dei santi apostoli Pietro e Paolo, la cui Chiesa egli presunse sconvolgere; la sua casa sia deserta e nessuno abiti nelle sue tende (Salmo 69, 26); i suoi Figli siano orfani e sua moglie vedova; venga scacciato nello spavento lui e i suoi figli e mendichino e siano respinti dalle loro case; l'usuraio si impadronisca della sua sostanza e stranieri approfittino dei frutto delle sue fatiche; tutta la terra combatta contro di lui e gli elementi gli siano avversi e i meriti di tutti i santi defunti lo confondano e mostrino aperta vendetta su di lui in questa vita».

Legittimità al regno normanno
La riforma o meglio la rivoluzione avvenuta nei criteri dell'elezione del vescovo di Roma, nel 1059, apriva dunque la strada a un insieme di sviluppi possibili, ambiguamente interconnessi fra loro. Mentre in effetti, da un lato, l'elezione di Niccolò II era stata resa possibile grazie al sostegno del mondo imperiale, d'altra parte l'ascesa al trono papale di un «riformatore» inaugurava un'epoca di contrasti con i poteri sovrani che l'epoca medievale avrebbe trasmesso all'Europa moderna. La possibilità di allearsi, a difesa della vera fede, con chi, persona o gruppo, il pontefice romano riteneva più credibilmente cristiano, ma anche di disconoscere questa alleanza ove si rivelasse inutile alla compattezza della respublica cattolica, una realtà politica che si affermava come transnazionale proprio in seguito all'affermarsi del primato del pontefice romano, inaugurava del resto una lunga stagione della politica europea - probabilmente non ancora conclusa - la cui complessa conflittualità sarebbe stata variabilmente orchestrata e arbitrata dal potere sovranazionale dei papi.
Proprio Niccolò II sempre nel cruciale 1059, pochi mesi dopo la sinodo lateranense, darà il via a questa logica nel momento stesso in cui riconoscerà la piena legittimità del neonato regno normanno, un potentato di nuova e incerta legalità, conferendo la sovranità su Campania, Puglia, Calabria e Sicilia a Roberto il Guiscardo e ai capi del clan degli Hauteville. Dal trattato di Melfi nel giugno 1059 al concordato, stipulato ancora a Melfi nell'agosto dello stesso anno, subito dopo un concilio cui avevano partecipato alcuni tra i principali rappresentanti della riforma cattolica romano-centrica, da Umberto di Silvacandida a Ildebrando di Soana, l'autenticazione da parte della Sede romana di un potere cristiano vassallo di Roma su terre fino a poco prima islamiche o bizantine cominciava a significare agli occhi del mondo più cose: innanzitutto che il papa poteva legittimare un potere politico armato com'era già avvenuto ai tempi di Carlo Magno ma, ancor meglio, legandolo a sé con un patto di sottomissione, in secondo luogo che il papa insediato a Roma poteva stabilire un potere a sé fedele su terre non solo infedeli ma anche in passato appartenenti ad altri poteri cristiani rivali (quello dell'imperatore d'Oriente nel caso dell'Italia meridionale), e infine che il papa, unico fra i potenti occidentali, aveva il diritto superiore di rendere istituzionale un potere di fatto per le ragioni indiscutibili della fede, ossia in conseguenza delle scelte tanto politiche quanto ideologiche operate da un nuovo tipo di sovranità, quella papale, il cui disconoscimento significava ormai la fuoriuscita dalla Cristianità.

Un modello di lunga durata
L'affermazione nel 1075 da parte di Gregorio VII del primato romano come primato politico universale («... Egli solo può usare le insegne imperiali; solo al Papa tutti i principi devono baciare i piedi; solo il Suo nome sia pronunciato nelle chiese; il Suo nome sia il medesimo in tutto il mondo; a Lui è permesso di deporre gli imperatori; una Sua sentenza non possa essere riformata da alcuno, mentre al contrario, può riformare qualsiasi sentenza emanata da altri; Egli non può essere giudicato da alcuno; Egli può liberare i sudditi dall'obbligo di obbedienza ai principi che hanno imposto il loro potere con la forza ...»), al di là del tono provocatorio e paradossale che la contraddistingue, portava alle sue logiche conclusioni un discorso già implicito nelle deliberazioni e nelle politiche del 1059.
Questo discorso imponeva, nel cuore stesso del processo di civilizzazione dell'Occidente, che dal medioevo avrebbe portato alla modernità, sia una possibilità per il potere di presentarsi come universale, sovranazionale, carismatico e indiscutibile, sia un modello di autorità unica ed eterna poiché discesa direttamente dal Cristo nel momento della sua incarnazione, e pertanto autorizzata in nome di una Verità superiore a legiferare ben al di là dei confini del suo effettivo dominio territoriale.
La forza di questo modello, le cui prime radici si collocano nel processo di trasformazione delle chiese d'Occidente in una Chiesa gerarchicamente ordinata intorno al Centro costituito dal pontefice romano, si rende già compiutamente visibile nella sinodo lateranense del 1059 sull'unicità esclusiva dell'intronizzazione del vescovo romano. Continuerà comunque ad agire non soltanto nelle politiche teocratiche dei «sovrani pontefici» da Innocenzo III in avanti, ma anche, se non soprattutto, nella volontà espansionistica di un'Europa cristiana il cui obiettivo sarà esplicitamente, nell'era degli Stati nazionali, la conquista e la sottomissione del pianeta Terra.

sabato 30 luglio 2011

L'esempio


«Il Presidente della Repubblica ha comunicato al Ministro dell'economia e delle finanze di rinunciare, dal corrente anno e fino alla scadenza del suo mandato, all'adeguamento all'indice dei prezzi al consumo - stabilito dalla legge 23 luglio 1985, n. 372 - dell'assegno attribuitogli dalla stessa legge ai sensi dell'art. 84 della Costituzione».

I salariati vorrebbero imitare il compagno Giorgio, dare assieme a lui il buon esempio in un momento di grave crisi economica. Poi si sono ricordati (quelli che non sono in cassa o disoccupati) che hanno già rinunciato al loro adeguamento all'indice dei prezzi al consumo definitivamente nel 1992. Ci ha pensato il pregiudicato Bettino Craxi, quindi quel galantuomo di Giuliano Amato (che l’altro ieri ha riproposto di tosare i conti correnti dei poveracci, gli accrediti dello stipendio e della pensione, il gruzzoletto salvavita del “non si sa mai”) e naturalmente i sindacati (che com’è noto stanno dalla parte dei lavoratori).

Ma quanto cazzo di stipendio prende il Giorgio? Provate a vedere nella “casa di vetro del Quirinale”, alias il sito internet : sono vetri oscurati. E i giornali? Pubblicano tutti la stessa velina.

Era, dicono, di 215 mila euro nel 2006, oggi è di 239 mila euro. In cinque anni è lievitato dell'11,26. Insomma una ventina di mila euro al mese (una quindicina di volte quello che guadagna un signor operaio). Neanche tanto se si pensa a quello che guadagnano certi personaggi.

Giorgio, a 86 anni, con ogni suo bisogno e ogni spesa soddisfatti a parte con il bilancio del Quirinale, avrebbe ben potuto dire: non fumo, non gioco a gratta e vinci, bimbi piccoli non ne ho e la gazzetta è gratis, ma tenetevi ‘ste palanche che io non ne ho bisogno. Che signore sarebbe stato.

E invece fanno di tutto per essere presto dimenticati.

La necessità e la possibilità

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L’ho già scritto altre volte e forse a qualche lettore del blog verrà a nausea: la crisi finanziaria è l’iceberg di una crisi più generale che riguarda il modo di produzione capitalistico e che si fa notare nei suoi effetti nella stagnazione dei consumi (alias sovrapproduzione, che però non è solo di merci ma anche di capitali), nel deficit di bilancio e del debito statale, nella caduta degli investimenti e della produttività in determinati settori, nella finanziarizzazione dell’economia e sul versante speculativo. Come ho già scritto in uno dei post dedicati al libro di Diego Fusaro, ciascuna categoria dell’economia capitalista, essendo un rapporto, un’unità di opposti, contiene in sé la possibilità della crisi. È il movimento delle categorie economiche, considerate nella loro interdipendenza, a tradurre questa possibilità in necessità, dimostrando che il modo in cui s’iscrive lo sviluppo capitalistico, potendo avvenire solo attraverso successivi momenti di crisi, ha un carattere storico, transeunte, così come il carattere dei concetti che ne definiscono le leggi e le proprietà.

Se ogni crisi assume caratteristiche particolari che possono più o meno differenziarla dalle precedenti, all’origine delle crisi però stanno le medesime contraddizioni fondamentali. In questo quadro, la caduta tendenziale del saggio generale del profitto rappresenta la causa principale che determina la necessità della crisi, poiché il processo di accumulazione capitalistica si attua solo con un aumento continuo della composizione organica del capitale sociale e quindi, come dimostrato dalla legge scoperta da Marx, con una diminuzione tendenziale del saggio generale del profitto. Anche le controtendenze alla legge, analizzate da Marx, agiscono come tendenze relative, ma il processo di caduta del saggio generale del profitto non per questo scompare. Tuttavia non solo l’accumulazione continua ad avvenire nella “fase del dominio generale-assoluto del capitale”, ma in questa fase essa avviene su una base produttiva più estesa e tra contraddizioni crescenti. Proprio per questo le contraddizioni non possono più essere contenute all’interno dei rapporti economici esistenti, ma le crisi alle quali esse danno luogo diventano sempre più grandi e distruttive, fino a sfociare in una crisi generale-storica del modo di produzione capitalistico, ch’è quella che abbiamo sotto gli occhi.

È ovvio l’interesse della borghesia e dei suoi funzionari di negare l’evidenza, convinti che il capitalismo (la cui essenza è la necessità incessante di valorizzazione che lo porta “a produrre per distruggere e distruggere per poter produrre”) può svilupparsi senza fine, e che dunque il suo superamento è solo un desiderio morale, non una necessità storica. Essi negano tale necessità storica poiché l’intendono come necessità automatica e immediata del “crollo”, mentre la crisi, vale la pena ripeterlo, rappresenta la condizione storica necessaria e possibile del superamento del modo di produzione capitalistico. Pertanto, la lotta di classe assume in tale quadro un ruolo essenziale e risolutivo. E, del resto, nemmeno la borghesia e il modo di produzione capitalistico sono diventati dominanti senza aver rivoluzionato, violentemente e nel corso di secoli, i vecchi rapporti sociali.

Per quanto riguarda la crisi attuale, sul piano sociale, è evidente la crisi degli Stati dal lato del debito pubblico, cioè la crisi del cosiddetto welfare. Questa assume caratteri tanto più gravi in quanto, come dimostra chiaramente la situazione odierna negli Stati Uniti, i grandi ricchi non vogliono cedere quote di plusvalore e di reddito sotto forma di tasse. I singoli capitalisti, in quanto tali, sono interessati solo all’acquisto e allo sfruttamento della forza-lavoro; ma, al di fuori del rapporto di scambio e di sfruttamento, ogni costo diventa per loro improduttivo e dunque privo di ogni interesse.

Nel considerare la crisi del debito americano, federale e locale, non bisogna trascurare il fatto che gli Usa, malgrado tutto, restano il paese capitalisticamente più avanzato, sia dal punto di vista industriale e soprattutto tecnologico. Essi stanno mettendo in atto consapevolmente una strategia, appoggiata dai media che diffondono panico a piene mani, tesa a tagliare le spese improduttive sotto la minaccia di default, e di svalutazione del dollaro a fini competitivi.


venerdì 29 luglio 2011

Pian della Tortilla


I disegni di legge proposti sia dal presidente del congresso, il repubblicano John Boehner, sia dal leader della maggioranza democratica al senato, Harry Reid, sono sorprendentemente simili, sia per le dimensioni dell'aumento del tetto del debito, sia sostanzialmente per le dimensioni di riduzione del deficit, così come per la creazione di una commissione bipartisan del congresso al fine di applicare ulteriori tagli alla spesa sociale. Sempre più lo stallo appare per quello che in realtà è, cioè la deliberata costruzione di un'atmosfera di crisi, di panico generalizzato al fine di mascherare in tal modo il sostanziale accordo tra le due facce della stessa borghesia sulle dimensioni dei tagli che ricadranno soprattutto sulle classi sociali più deboli.

Affaristi e speculatori stanno al gioco: trasmettere l’allarme che il governo americano potrebbe non riuscire a soddisfare i suoi obblighi dopo la scadenza dei primi di agosto fissata dal Tesoro. I prezzi delle azioni sono caduti per cinque giorni consecutivi, il Forum Financial Services, che rappresenta gli amministratori delegati dei venti più grandi e diversificati istituti di servizi finanziari che operano negli Stati Uniti, avverte che un default "sarebbe un colpo tremendo per le imprese e la fiducia degli investitori".

Il costo di un'assicurazione contro un default sui pagamenti d’interessi sui buoni del Tesoro è quadruplicato dal 17 maggio, e gli obbligazionisti pagano di più per assicurarsi contro le perdite sul debito degli Stati Uniti che per la copertura contro il default di Turchia, la Tailandia o le Filippine, il doppio di quanto per il debito russo e quattro volte di più per il debito britannico. Il dollaro continua il suo declino in termini di valore nei confronti delle altre valute e contro l’oro.

Qualunque sia l'esito immediato di questa crisi, essa evince la reale fisionomia politica del governo di Barack Obama. Lungi dal difendere i programmi Medicare, Medicaid e di sicurezza sociale, istituiti dai presidenti democratici molti decenni fa, l'amministrazione Obama ha deliberatamente deciso di mettere questi programmi sotto la scure dei tagli di bilancio. Questo rivela che Obama non ha né la volontà e nemmeno la forza per levare di torno le agevolazioni fiscali per i ricchi dell’era Bush. È la dimostrazione che a comandare è sempre l’aristocrazia del denaro, lo stato è al suo servizio e la democrazia rappresentativa è una bufala buona per le campagne elettorali miliardarie.

I salariati, vittime e merce nell’implacabile reticolo dei rapporti sociali capitalistici, restano schiacciati sotto il peso della propaganda che riduce la loro spontanea identità in poltiglia. Questo spiega più di ogni altra cosa perché sia così decisa da parte della borghesia la sua lotta con tutti i mezzi della menzogna contro il marxismo e le organizzazioni di classe. A questo scopo la borghesia ha arruolato degli specialisti in tutti i settori, nelle università e nei media, nei partiti e nel sindacato, il potere dei quali si mantiene con quello di una società dello sfruttamento e del privilegio. Nel marxismo essi vedono il nemico, l’unica “follia” che può smascherarne i disegni dell’illusione conservatrice o riformista e opporre alla violenza del capitale un movimento che reimposti a un livello più elevato la rivoluzione sociale e culturale che abbia come fine la costruzione di una comunità reale degli individui sociali.

Venghino signori, venghino



Un esempio, ennesimo, del livello dell’informazione in generale e di quella economica in particolare?
«Josef Ackerman, leader di Deutsche Bank, dovrebbe chiarire perché ha ridotto dell' 88% l'investimento nei titoli pubblici italiani, mentre la sua stessa banca diffondeva rapporti lusinghieri sui medesimi. L'ultimo risale al 20 luglio».


Questo è Massimo Mucchetti, di solito molto accurato, sul Corsera. Ed ecco Vittorio Carlini su Il Sole 24ore:

«un effetto psicologico negativo lo ha indubbiamente avuto l’apertura del dorso del Financial Times che titola “Deustsche Bank si copre dal rischio Italia”. E, nell’articolo, descrive la strategia dell’istituto tedesco che «ha ridotto l’esposizione netta al debito governativo italiano dell’88% nel primo semestre del 2011». Una mossa però che, a quanto scrive lo steso Ft, «sarebbe realizza non attraverso vendita di bond italiani, bensì attraverso un’attività di copertura con l’acquisto di Credit default swap».

Che non è esattamente la stessa cosa.

Annunciata figura da cioccolatai


Mi chiedo con quale faccia Sarkozy, Cameron e Clinton (l’Italia è sempre una burla, non conta) possono ancora andarsene in giro. La Nato, la più potente coalizione politico-militare del pianeta viene ogni giorno ridicolizzata da Gheddafi e dalla Libia (uno scatolone di sabbia intriso di petrolio con sei milioni di abitanti di cui una parte contro Gheddafi).

La faccenda doveva essere risolta in giorni, non settimane. E invece sono cinque mesi che va avanti. Lunedì scorso il ministro degli esteri britannico William Hague ha segnalato la disponibilità del suo governo per un accordo. Un deciso passo indietro rispetto le precedenti dichiarazioni secondo le quali la guerra non sarebbe finita fino a quando Gheddafi non fosse stato rimosso dal potere e lasciato la Libia. Il destino di Gheddafi ora diventa invece "una questione da determinare tra libici”. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha approvato la posizione britannica alcune ore dopo, raccontando ai giornalisti che spetta "al popolo libico di decidere” se Gheddafi debba rimanere nel paese (vedi qui articolo del NYT).

Il governo francese aveva già indicato la sua disponibilità a fare un accordo con Gheddafi. Il 10 luglio, il ministro della difesa francese Gérard Longuet ha dichiarato che era stata fatta pressione sui ribelli del TNC per entrare in negoziati di pace con i fedelissimi di Gheddafi e accettare che lo stesso dittatore resti “nel suo palazzo con un altro titolo”.

Queste dichiarazioni sono coincise con l'attività diplomatica dell'inviato delle Nazioni Unite Abdul Elah al-Khatib con i rappresentanti del governo di Gheddafi al fine di elaborare un piano per un "governo di coalizione". Il governo russo avrebbe proposto un comitato di cinque uomini per un regime provvisorio, costituito da due lealisti, due membri del TNC e una quinta persona nominata sulla base di un accordo reciproco. Anche i miliardi di dollari confiscati alla Libia sarebbero restituiti solo in caso di accordo.

Ora leggo la notizia secondo la quale il generale Younes, ex ministro di Gheddafi poi passato con il Cnt, sarebbe caduto in scontri con le forze lealiste. Ma oggi si era diffusa la notizia di un richiamo dal fronte per essere interrogato su sospetti rapporti con il regime. Cosa accada dietro le quinte non è dunque chiaro. Sta di fatto che la figura di merda della Nato sarebbe sotto gli occhi di tutti, se non fossero distratti, come solito, da altro.

giovedì 28 luglio 2011

Lo spettro del legionario / 2



Le crisi cicliche rappresentano momenti solo temporanei di risanamento del sistema. Nel momento in cui ristabiliscono (anche se in modo violento e con perdite di ricchezza) le condizioni della valorizzazione, il processo di accumulazione capitalistica riprende, benché con sempre maggiore difficoltà. Questa cogenza indica di per sé che il modo di produzione capitalistico ha raggiunto il culmine della fase espansiva ed è entrato nella sua crisi generale-storica, laddove le insanabili contraddizioni minacciano non solo le sue stesse capacità di riprodursi, ma anche quella della società umana. D’altra parte, la discrasia tra l’enorme capacità e potenzialità delle forze produttive sociali e la sempre più miserabile prospettiva delle condizioni di vita delle masse minacciate dalla crisi, così come l’esaurirsi delle risorse, evince sempre più l’assurdità di questo sistema.


Lo spettro del legionario / 1


È passato solo qualche lustro da quando i soliti funzionari ebbri di buona coscienza liberale avevano dichiarato la fine delle ideologie, tranne la loro ovviamente. Era accaduto in coincidenza con gli avvenimenti del 1989 e dintorni, cioè nel momento in cui il sistema economico occidentale, convinto che l’astuzia della merce avesse vinto definitivamente, celebrava i suoi fasti anche sul piano politico-ideologico. Ora la borghesia, preso atto che si trattava di un miraggio, è costretta a una nuova e lacerante consapevolezza, la stessa che sotto la sferza della crisi s’intrufola negli strati più profondi della coscienza di ciascuno, e cioè l’evidenza del tramonto del vecchio mondo.


L'ipotesi


Veltroni dovrebbe essere in Africa, Vendola dice anche lui di voler fare le valigie per girare il mondo: «Passare un anno a New York. Un altro a Salvador de Bahia. E poi vorrei scrivere libri, imparare altre cose, studiare», spiega. Di fare un giorno di lavoro, manco a parlarne. «E il destino della sinistra?», chiede l’intervistatore. Vendola risponde: «Non si può discutere di me come di un'ipotesi». Ah, ecco.

mercoledì 27 luglio 2011

Il senso autorizzato


Dopo giorni passati a coprire le loro tracce di responsabilità parlando a cazzo di cristianesimo buono e di quello cattivo, di cristianismo e altre puttanate del genere, di anti-isalmismo ma non di anti-marxismo (parola tabù), nei media le notizie dalla Norvegia si sono già raggrinzite. Le banalità, per quello che nascondono, lavorano per l’organizzazione dominante della vita. Passerà anche questa, com’è scivola via la guerra in Libia che doveva finire in qualche giorno, poi in 3-4 settimane, poi ancora “questione di ore”, ma le immagini dei massacri non le abbiamo viste all’ora di cena. Non si adattano con gli sketch pubblicitari.

Breivik ha in gran parte copiato le fobie fasciste nel suo sito su Internet, non solo quelle anti-musulmane e le farneticazioni del movimento americano Tea Party e dei partiti populisti di destra in Europa, ma anche la propaganda dei maggiori partiti e governi borghesi che riempiono ogni giorno i media. Nella sua lotta contro una società multiculturale, Breivik trae sostentamento dai capi di governo dei principali paesi europei. Il cancelliere tedesco Angela Merkel, il premier britannico David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno dichiarato che il "multiculturalismo", cioè la convivenza pacifica di persone di diverse culture, “è fallito”. Ma essi non s’interrogano sui motivi veri e profondi di questo fallimento (e men che meno sono disposti a renderli pubblici), così come non hanno risposte sulle cause della massiccia immigrazione. Ne addossano le responsabilità esclusivamente agli “altri”, magari li bombardano e li affamano nei loro paesi, che tanto son cazzi loro.

L’asse centrale dei programmi di molti partiti che governano attualmente in Europa, cioè Austria, Italia, Paesi Bassi, Danimarca e Ungheria, è per molti aspetti affine a quello di Breivick, politicamente più corretto, ma la sostanza è la stessa. Il senso è diventato solo il loro, e del resto, lo sappiamo, sono loro i padroni del vocabolario. Il senso a denominazione garantita e protetta è solo quello autorizzato anzitutto dalla Tv e dai giornali.

Non dimentichiamo che dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, la propaganda anti-islamica è diventata un mezzo fondamentale di mobilitazione a sostegno delle guerre imperialiste, prima in Afghanistan, poi in Iraq e ora in Libia. Quando il presidente americano George W. Bush ha fatto riferimento alla guerra in Iraq come a una "crociata" non era lontano dal Breivik che si considera una reincarnazione moderna dei crociati. Solo che Bush, responsabile di decine di migliaia di morti, è uno statista, mentre  Breivik, data la relativa esiguità dei suoi omicidi, è un criminale. Ma le “sue” idee, come si evince, non sono semplicemente la creazione della mente di un individuo malato, ma il prodotto di un sistema sociale schizoide. Era solo una questione di tempo prima che la promozione incessante di odio razziale e di sciovinismo generasse atti come quelli. E purtroppo non saranno gli ultimi.

martedì 26 luglio 2011

Una sola borghesia, conservatrice


di Piero Ostellino

Letizia Moratti e Giuliano Pisapia hanno come «grandi elettori» le due borghesie nelle quali è (apparentemente) divisa la upper class nazionale. L'una, di (centro)destra, si dichiara «moderata»; l' altra, di (centro)sinistra, «progressista». Ma i due aggettivi sono troppo generici, e logori, per significare qualcosa anche per chi se ne fregia. Il diavolo sta nei particolari. La borghesia progressista è per «la difesa della Costituzione»; quella moderata per la sua «riforma». Ma non sono molti quelli, da una parte e dall' altra, che l'hanno letta, l'hanno capita e sanno perché sono pro ovvero contro. La borghesia moderata è per il mercato; quella progressista per lo Stato sociale. Ma sono una esigua minoranza quelli che, a destra, sanno che cosa sia il mercato e che cosa ne abbiano scritto i classici del liberalismo e, a sinistra, sanno chi era Beveridge e che l' economia sociale di mercato non è una forma di socialismo, ma il mercato i cui esiti sono temperati, ex post, dall' intervento pubblico, là dove producano effetti «collaterali» dannosi per gli individui. In definitiva, non ci sono due borghesie, distinte per metodologia della conoscenza - empirica ovvero filosofica, non ne parliamo neppure - per cultura politica, individualistica ovvero collettivistica. Ce n'è una sola. Conservatrice.

Questa sola constatazione dovrebbe rassicurarci circa gli allarmismi dei rappresentanti di quella di (centro)destra e i propositi multiculturali dei rappresentanti di quella di (centro)sinistra. Non sarà la costruzione di una moschea ad alterare il profilo sociale di Milano. Saranno gli interessi organizzati - i «poteri forti» - che fanno capo alla borghesia detta «progressista» ovvero a quella detta «moderata», a seconda che vinca Pisapia o la Moratti. Le due borghesie non contano molto ai fini del risultato elettorale. Contano parecchio «dopo», quando si tratta di governare le risorse cittadine. Marx chiamava i governi delle democrazie liberali il «Comitato esecutivo della borghesia». Sarà tale Comitato - sulla base degli interessi dei suoi componenti - a disegnare il profilo di Milano. Chiunque vinca, i due pallidi candidati sono stati - per dirla ancora con Marx - la «falsa coscienza» di tali interessi.

[…] La Moratti […] avrebbe dovuto valorizzare quello che ha fatto - welfare, Expo, estensione della rete dei trasporti con le nuove linee del metrò - e spiegare meglio ciò che intende fare se fosse rieletta. Col «Piano di Governo del Territorio», si propone di proseguire sulla stessa linea, supplendo alla mancanza di risorse del Comune con il coinvolgimento dei privati, anche nella costruzione di alloggi a costi e affitti bassi: il mercato fa capolino con il principio di sussidiarietà. Pisapia vorrebbe trasformare l'A2A, la società per azioni, costituita dalla fusione fra le ex municipalizzate di Milano (Aem) e di Brescia (Asm), in «una protagonista dello sviluppo della green economy (...) attraverso interventi di efficienza nella produzione e nella distribuzione dell' energia e del calore». Qui, siamo in piena «politica industriale» - coerentemente con la cultura del candidato di (centro)sinistra - cioè all' indirizzo e alla gestione dello sviluppo da parte del Pubblico con finalità da esso stesso programmate (la green economy). Resta una domanda da fare al candidato di (centro)sinistra: come intende finanziare i suoi interventi di welfare comunale? Nuove tasse non sarebbero una manifestazione di socialità, ma il trasferimento forzoso di reddito da una parte della popolazionme all'altra. I due programmi restano buone quanto generiche intenzioni (anche se sarebbe stato meglio conoscere prima nome e capacità delle persone in giunta) condannate a essere condizionate dal «dopo elezioni», quando chi vincerà farà inevitabilmente i conti con la propria borghesia di riferimento. Conservatrice dei propri privilegi; come la controparte.
 
(26 maggio 2011) - Corriere della Sera
NB: il titolo redazionale è stato modificato rispetto all'originale. 

Impressioni


Fa una certa impressione vedere i contatti dalla Scandinavia verso questo sito (non che disdegni, tutt’altro, i contatti da Costabissara e Pian dell’Osteria, o quelli del mio amico Luigi che però a occhio dev’essere in ferie).

Fa impressione anche il presidente degli Stati Uniti che invita gli elettori americani a prendere contatto con i propri rappresentanti politici al fine di convincerli ad approvare il bilancio federale (Brežnev sarebbe morto dal ridere). Intanto il NYT scrive che «i tagli di tasse di Bush hanno avuto un enorme effetto negativo. Se fossero revocati tutti, come previsto, alla fine del 2012, i futuri deficit sarebbero all’incirca dimezzati, a livelli sostenibili. I tagli alla spasa non bastano, bisogna rilanciare i consumi e aumentare le tasse». Infatti, oggi la pressione fiscale federale è ai minimi degli ultimi 60 anni (circa il 15 per cento del Pil), e gli stati si muovono licenziando personale pubblico per raggiungere il pareggio di bilancio.

Curiosa è anche la notizia che compare in questa immagine:


lunedì 25 luglio 2011

Borghesi, non fate finta di nulla


L’attentato e la strage in Norvegia sono stati atti terroristici a sfondo politico da parte di un fascista contro un partito socialdemocratico, il massimo della sinistra presente nel paese. I fatti finora noti suggeriscono che si tratta di azioni politicamente mirate e non possono essere comodamente liquidate come il mero atto incontrollato di uno psicopatico. Breivik preparava l'attacco da due anni e l’ha portato a compimento con meticolosa precisione. A differenza di molti altri episodi che hanno avuto per protagonisti dei folli, Breivik non si è ucciso, ma si è arreso alla polizia.

L’itinerario di Breivik mostra che le sue idee politiche emergono da tendenze diffuse e radicate in tutta Europa. Il suo blog conferma che le sue idee, i punti di vista che egli esprime, trovano sostegno non solo nei circoli fascisti, ma all'interno dei partiti borghesi e nelle componenti cristiane ai più alti livelli. Dal 1997 al 2007, Breivik è stato un membro del Partito del progresso norvegese e della sua organizzazione giovanile. Nelle elezioni parlamentari del 2005 e 2009, il Partito Progressista ha avuto circa il venti per cento dei voti. Originariamente nato come movimento per la  riduzione delle imposte, il partito si presenta ora con una miscela di demagogia sociale contro le politiche economiche di libero mercato, insieme con l'islamofobia e la xenofobia.

Non più tardi dell'anno scorso, due esponenti del Partito del progresso hanno accusato i socialdemocratici di "pugnalare" alla schiena la cultura e le tradizioni norvegesi, scrivendo nel giornale Aftenposten che il partito laburista ogni anno offre la nazionalità a migliaia di nuovi norvegesi provenienti da diverse culture e non culture. Questi sono i presupposti ideologici di Breivik.

I discorsi contro il multiculturalismo diffusi a decine di migliaia di copie non sono molto diversi da quelli che si leggono nei giornali italiani e europei di destra, ma anche in quelli cosiddetti progressisti, poiché quanto a fobie anti-islamiche e anticomuniste non sono da meno. È sufficiente prendere atto come vengono trattate dai media le vicende della Val di Susa, compresa l’adombrata accusa di aver attentato alla stazione ferroviaria di Roma.

Pertanto la caccia alle streghe contro i musulmani e le altre culture non si limita ai circoli di destra. Molti governi europei usano fomentare sentimenti anti-islamici per distogliere l'attenzione dalle montanti tensioni sociali causate dalla crisi e dai tagli. Per esempio, la Francia e il Belgio hanno vietato di indossare il velo, con il sostegno di socialdemocratici e dei partiti della “sinistra” piccolo-borghese. In Germania, il cancelliere Angela Merkel ha recentemente dichiarato che il "multiculturalismo" ha fallito e l’ex ministro delle Finanze Thilo Sarrazin è lodato per il suo anti-islamismo.

La propaganda anti-islamica è giustificata con la "guerra al terrorismo", cioè con le guerre imperialiste in Iraq, Afghanistan e la Libia. Pertanto, è quanto di più cinico l’invito del presidente Obama di rispondere agli omicidi di Oslo chiedendo di intensificare la "guerra al terrore", infatti, è proprio questa "guerra" ideologica che ha direttamente contribuito alla tragedia di Oslo.

Borghesi, non fate finta di nulla, responsabili di questo clima a livello continentale siete voi, perché voi favorite la crescita delle forze fasciste e reazionarie, perché ciò vi serve per distogliere l’attenzione dalle vostre guerre e dalle vere cause che portano al taglio dei salari e dell’assistenza, ai tagli nella scuola e nella cultura, alla dismissione dei diritti politici e sindacali.



Il potere delle immagini e le immagini del potere



Le immagini che i media presentano in questi giorni dei fatti accaduti in Norvegia, anche se velate e non troppo esplicite, non possono non provocare sentimenti di angoscia e raccapriccio. “Il mostro”, come viene chiamato Anders Behring Breivik, è stato etichettato come estremista di destra e fondamentalista cristiano. Dire che è fascista e cattolico è sembrata una mancanza di riguardo. E del resto cosa cambierebbe? Nulla. Si tratta solo di essere precisi e meno ipocriti.

Giorgio Napolitano (*) ha mandato a dire la sua: «ripudiare ogni forma di violenza e impegnarsi a favore delle ragioni del dialogo e della pace».

Se le tv trasmettessero invece che le cabrate degli aerei, la pacifica navigazione delle portaerei o le colonne di blindati in gita, le immagini dei civili innocenti colpiti dai missili intelligenti, dalle bombe a grappolo, dai droni, i corpi dilaniati dalle mine e dalle schegge o semplicemente esplosi, insomma i morti e i feriti nei vari fronti in cui operano le forze della “democrazia, del dialogo e della pace”, credo che tutti noi avremmo finalmente contatto con una dimensione meno lontana e astratta, per non dire meno idilliaca, della guerra. Di una guerra, come quella libica, dichiarata a soli fini commerciali. Come già quella irachena e molte altre.

Se trasmettessero le immagini dei corpi dei pacifici oppositori torturati nei paesi “amici”, come nel Bahrain (qui uno scampolo), ci faremmo un’opinione diversa del ruolo degli Usa nel mondo. Se finalmente trasmettessero le immagini che Obama e la Clinton hanno visto in diretta mentre si eseguiva la vendetta contro Osama bin Laden e i suoi famigliari, noi potremmo farci un concetto diverso del premio Nobel per la pace.

Ci sarà ben un motivo, un perché tutti i poteri vogliono il controllo dei media. Un motivo molto semplice è che se le immagini dei misfatti della “democrazia” capitalistica fossero rese pubbliche nei grandi circuiti mediatici, la trance ipnotica cui siamo sottoposti ogni giorno svanirebbe e i discorsi paranoici dei potenti che viaggiano come proiettili nella comunicazione delirante verso le nostre coscienze più immediate, i linguaggi del controllo sociale con il loro marchio d’oppressione, di sofferenza e di morte, verrebbero smascherati.

(*) Colui che a proposito dall’arresto di Solgenitsyn, scriveva in riferimento dell'Urss: «L’originalità della prospettiva che sta davanti al movimento operaio del nostro paese e dell’Europa occidentale». Do you remember?