giovedì 31 marzo 2011

Se non bastasse il Nobel daremo anche l'Oscar



Senza la guerra Mussolini sarebbe rimasto in piedi fino alla fine, così come il fascismo è durato nel costume, nei codici e nell’amministrazione dello Stato. Lo stesso vale per Berlusconi che in qualche modo resterà in sella e poi, dopo di lui,  gli interessi che contano veramente metteranno d'accordo anche le idee politiche apparentemente più inconciliabili. Del resto uno che si permette di dire quello che ha affermato Berlusconi ieri a Lampedusa, non può che durare. Perché lo meritiamo tutto, e anche di più. L’unico modo che avevano i lampedusani per accoglierlo degnamente sarebbe stato quello di restarsene dentro casa, negozi chiusi e nemmeno un gatto per strada. Il solo modo ormai per mettere in crisi Berlusconi nelle sue comparsate “dal balcone”, è d’ignorarlo. Distintamente.

La “sinistra” non l’ha preso sul serio e lui non ha preso sul serio quella che è solo una caricatura della sinistra, la quale però lo riconosce come un grande esperto di comunicazione quando in realtà si tratta solo di uno scaltro venditore di cianfrusaglie, un reclamista vanitoso che ha fatto propri i riti pagliacceschi della teatralità ducesca. Nessuno avrebbe potuto accordare il minimo credito a un uomo improvvisatosi statista e che non ha nessuna disposizione per la democrazia e la responsabilità, abituato a deformare la realtà attribuendosi meriti non suoi e sempre pronto alla smentita ancor prima di aver terminato una frase. Tranne questa sinistra, che nonostante la durezza e insolenza di Berlusconi, nondimeno continua a trescare con lui e i suoi servi in Parlamento e a fingere polemiche televisive che non portano a nulla. Anzi, insiste nel chiedere riconoscimento al governo, di poter collaborare con proprie proposte riguardo ai “problemi del paese”, di portare proprie soluzioni per l’immigrazione.

Come venditore di fumo Berlusconi li surclassa: il Nobel per Lampedusa. E scroscia l’applauso.

Pezze da piedi

Santino giapponese con Madonna e bambino


Cos’erano le pezze da piedi? Erano delle strisce di stoffa usate un tempo dai soldati, in luogo delle calze, per fasciarsi i piedi dentro gli scarponi pesanti. Ancora nel 1935, l’Italia mandò i suoi soldati a conquistare l’impero in Africa con le pezze da piedi, ideali per quale genere di ambiente. Anche i soldati giapponesi portavano le pezze da piedi. Del resto l’Italia e il Giappone si assomigliano molto, non solo per via di Mafia e Yakuza. Si dirà: ma in Giappone le autostrade dopo un terremoto s’aggiustano in pochi giorni, mentre da noi la famigerata Salerno-Reggio Calabria … Ragioni economiche. Proposta: diamo in concessione la Salerno-Reggio Calabria alla ‘ndrangheta e alla camorra e prima dell’estate prossima i lavori saranno ultimati e i caselli sorvegliati da uomini d’onore.

Ma insomma cosa c’entrano le pezze da piedi. C’entrano, eccome. Nella centrale di Fukushima Daiichi sono impiegati operai avventizi (precari) per i lavori di ripristino, i quali sono all’oscuro (almeno fino a pochi giorni addietro) del reale pericolo di contaminazione, cioè del livello di radiazioni ai quali potevano essere sottoposti. Il livello di pericolosità è fissato a 100 millisievert  (limite oltre il quale le insorgenze tumorali diventano “evidenti”), ma alcuni operai erano stati contaminati da livelli almeno di 170 millisievert e subito ricoverati. Ed allora le “autorità” nipponiche cosa hanno fatto? Quello che si fa in Italia per i livelli di PM 10, per l’atrazina e altri veleni: hanno alzato i limiti massimi portandoli a 250 millisievert.

Naturalmente lo stile nipponico è molto diverso da quello italiano. In Italia avrebbero detto che gli operai ricoverati sono dei “piantagrane”, refrattari alla competizione internazionale, al libero mercato, sindacalizzati, comunisti, eccetera. In Giappone invece le autorità hanno affermato che si è trattato di “un caso spiacevole”. Vuoi mettere la differenza? Un lettore del blog mi ha fatto notare che per la “mentalità giapponese dire "un caso spiacevole" significa fare un’enorme ammissione di colpa”. Ora si viene a sapere che gli operai contaminati in modo gravissimo stavano lavorando con questo genere di protezioni: “avevano ai piedi buste di plastica”. Ripeto: l’Italia e il Giappone si assomigliano molto, non solo per via di Mafia e Yakuza.

Scrivo queste cose sulla situazione a Fukushima Daiichi dal 13 marzo. Da subito ho detto che la situazione era sfuggita di mano e che l’incidente era di livello Chernobyl. Sulla base di quali dati? Due più due fa quattro anche in Giappone, seppure non sempre in Italia. Chi vuole può leggersi questo articolo di ieri scritto da un esperto di combustibile nucleare.

mercoledì 30 marzo 2011

«Appena possibile»


«Suggerirei a Veronesi di fare una visita in Giappone per vedere di persona che cosa sta accadendo». È il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia a rivolgersi così al presidente dell´Agenzia per la Sicurezza Nucleare. Risponde l’ottantaseienne Veronesi: «Il suggerimento di Rubbia mi fa piacere. Era già nei miei programmi una visita a Fukushima, appena possibile, per un´ispezione accurata delle centrali insieme ad una équipe di altri esperti».

Scrive il Corriere della Sera di tre giorni fa: «Siamo venuti qui a Fukushima per fare un'analisi trasparente e indipendente» afferma Jan van de Putte, team leader di Greenpeace. «Sommando i rilasci di radiazione da tutti i reattori dell'impianto di Fukushima, è ovvio che si è raggiunto il livello 7. È probabile che la quantità totale di radiazione equivale al triplo del valore minimo per classificare un incidente come livello 7. Il rilascio di radioattività, infatti, è 100.000 TBq (TeraBequerel) per ogni reattore, dunque si tratta di tre incidenti di scala 7».

Artisti



Sulla vicenda libica (ma anche tunisina ed egiziana) le offese alla verità sono sistematiche e quotidiane, organizzate, come su qualsiasi altro accadimento. E sulla faccenda dei migranti che approdano a Lampedusa l’uso politico di quelle sofferenze umane è stomachevole. Il ministro Bossi raramente dice ciò che pensa e ancor più di rado pensa ciò che dice, da cui deriva la sua apparente schiettezza, e perciò quando afferma, dopo mesi di allarmismi sugli sbarchi e di studiata impreparazione a farvi fronte, che i migranti bisogna mandarli “fuori delle palle”, denuncia tutta la mala fede e il cinismo di cui è capace un partito di avventurieri che ha costruito il grosso delle proprie fortune elettorali sulla paura e la xenofobia.

Del caso di Lampedusa si occupa anche Beppe Grillo, le cui tendenze ascetiche, soprattutto verbali, sono ben note e ancor più le sue attitudini vaticinanti in chiave di rappresentazioni “artistiche”. Egli sostiene che «L'immigrazione è un tabù. Cos'è un tabù? Un fatto di cui non si può parlare o di cui si deve dare sempre la stessa interpretazione. Il tabù esige che sia perpetuato con frasi di nessun significato che hanno, come unico obiettivo, il rafforzamento del tabù stesso. Infrangere un tabù è considerato ripugnante e degno di biasimo da parte della comunità».

Quindi, scrive, questi migranti, quando si tratta di «rifugiati politici devono trovare sempre accoglienza […], gli altri sono benvenuti solo se ci sono le condizioni per ospitarli, casa e lavoro, altrimenti si fa demagogia elettorale a vantaggio non delle sinistre buoniste e cialtrone, ma della Lega». Non fa una grinza. Si dimentica però di soggiungere esplicitamente quali provvedimenti ritiene necessari in alternativa, visto che le condizioni per ospitarli non ci sono. Insomma fa la predica agli altri parlando di “tabù”, ma è la stessa predica che dovrebbe rivolgere anzitutto a se stesso poiché evoca il tabù dell’emigrazione solo per esorcizzarlo senza avere però il coraggio di dire esplicitamente, in italiano o in genovese, “fuori dalle balle”.

Agli artisti come Bossi e Grillo deve essere concesso molto, poiché essi, volenti o nolenti, lavorano per l’umanità itera, o almeno per quella della Padania.

martedì 29 marzo 2011

Giorgio Napolitano, un democratico d'altri tempi



I monaci buddisti dell’occidente giustificano l’intervento militare in Libia con la difesa dei “civili” dalle violenze dell’esercito di Gheddafi. I “civili” libici sono armati di artiglieria, carri armati e armi pesanti, ed è dato loro l’appoggio delle aviazioni più potenti del mondo. Essi combattono con sentimenti di pietà e umanità più elevati di quelli delle truppe governative. Lo scopo degli Usa, della Francia e della Gran Bretagna è perciò pacifico: non è quello rovesciare il regime di Gheddafi, di impossessarsi del petrolio libico, ma di stabilire in Libia la “democrazia”, la “giustizia”, la “pace”.

L’Italia ha solo da guadagnare da questa vicenda, e questo fatto si nota ancora meglio da Lampedusa. Perciò il presidente della repubblica italiana, senza tema di ingerirsi in questioni di politica estera, ha ripetutamente benedetto l’intervento militare. È un uomo che può vantare una lunga militanza democratica. Nel 1974 ha biasimato il divieto sovietico di pubblicazione degli scritti di Solgenitsyn, senza peraltro mancare di dire, con la franchezza che l’ha sempre contraddistinto, che lo scrittore russo altri non era che un esponente “della propaganda antisovietica”, uno che approffittava del proprio status di esiliato per fare “shopping per le vie di Zurigo” con le “cospicue somme da lui accumulate, grazie ai diritti d’autore, nelle banche svizzere”. Quindi denunciava quanti vorrebbero “imporre” una “liberalizzazione” all’interno dell’URSS “subordinando in modo inammissibile lo sviluppo del processo di distensione a non si sa quali mutamenti del regime politico e dell’ordinamento giuridico sovietico”. Insomma l’accusa era quella di “diffondere una visione deforme dell’Unione Sovietica e insieme di negare l’originalità della prospettiva che sta davanti al movimento operaio del nostro paese e dell’Europa occidentale”.

Non c’è dubbio quindi che si tratta di un uomo – Giorgio Napolitano – che ha sempre avuto a cuore i diritti umani, la democrazia e la pace. Come quella volta nel 1953 a Berlino, o quell'altra, nel 1956, in Ungheria, o quell'altra ancora, a Praga nel 1968.

La monarchia repubblicana



Tra le più esiziali sciagure storiche patite dall’Italia c’è il papato, tutt’ora vigente, e la monarchia sabauda. L’ultimo re, Vittorio Emanuele (Umberto non conta, non ha regnato nemmeno nella sua camera da letto), tra i tanti e nefasti difetti, aveva tuttavia il buon gusto di usare il Quirinale, già residenza dei Papi, quasi solo per le cerimonie ufficiali, risiedendo d’ordinario nella sua villa privata in Roma. Una residenza non sontuosa, in cui egli abitava piacevolmente perché in tal modo, diceva, poteva mettere un chiodo dove gli pareva e i suoi figlioli potevano ancora con la loro irrequietezza fare dei piccoli guasti senza danneggiare il patrimonio artistico e culturale dello Stato. Ciò non toglie che il monarca abbia invece, per altre vie, provocato guasti e tragedie di specie ben peggiori.

Cessata la monarchia, ma non estinti i suoi retaggi e quelli del fascismo, i primi due presidenti della repubblica furono dichiaratamente di sentimenti monarchici. Il primo presidente, provvisorio, era un galantuomo [*] che non volle mai mettere piede al Quirinale, vivendo in un modesto appartamento. Il secondo, un economista borghese, sempre defilato durante il fascismo e che “non aveva mai partecipato in vita sua ad alcuna lotta veramente politica, se non come uomo della Monarchia”, secondo le parole di un suo autorevolissimo compagno di partito e vicino di seggio in Parlamento, era uomo divenuto famoso per la sua parsimonia. Come ministro delle finanze minacciò tagli a destra e a manca, tagliando però sempre dalla stesa parte (ricorda qualcosa?).

Nel 1948 la sua conversione fu istantanea, da “italiano più monarchico” a più alto rappresentante della repubblica. Ed essendo monarchico il distacco dalla monarchia gli riuscì bene, ma non quello dai fasti e dalle spese tipiche di quei regimi. Ed infatti, eletto presidente della repubblica, andò ad abitare al Quirinale, succedendo alla monarchia anche nello sfarzo  dei riti e dei costumi.

Nonostante le distruzioni del conflitto bellico, la miseria nera in cui versava il “popolo sovrano” di allora, la dotazione presidenziale fu di 180 milioni all’anno (escluse le spese del segretario generale della presidenza che rimanevano a carico del bilancio dello Stato), più un milione al mese quale assegno personale (in lire 2010 il coefficiente ufficiale di rivalutazione è 35,9, ma bisogna tener conto che si tratta solo di un’indicazione Istat). Lo stipendio medio mensile di un operaio non superava le 20-25mila lire. Insomma si trattava di un appannaggio enorme “e senza alcun paragone coi maggiori assegni dei presidenti della repubblica di paesi meno poveri o assai più ricchi di noi”, ebbe a scrivere un ex presidente del consiglio.

Al Quirinale il presidente parsimonioso si ritrovò tra decine di corazzieri e staffieri, ereditati dal precedente regime, e tra uno stuolo di servitori in livrea rossa e blu (le stesse uniformi dei Savoia), impiegati, funzionari e faccendieri. Una vanità burlesca e dispendiosa che superava quella del precedente monarca. Nel tempo le cose sono andate peggiorando, il numero degli “addetti” è aumentato e le spese sono cresciute senza eguali nel mondo, cioè centinaia di miliardi di lire che solo l’escamotage dell’euro riduce di tre cifre.

L’apposita commissione parlamentare ai tempi di Luigi Einaudi ebbe a scrivere: «Il Presidente di una repubblica democratica fondata sul lavoro non ha bisogno di attingere il suo prestigio al fasto che si accompagna alle corti». Ma è proprio perché si tratta di una repubblica fondata sul lavoro che gli attuali monarchi e le relative corti possono vivere alla grande e a sbaffo.

[*] Ebbe però a collaborare col fascismo, per esempio fece parte delle Commissioni preparatorie del Codice Rocco (R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, p. 351).

In caduta libera



C’è un’emergenza che riguarda solo apparentemente il Giappone. I livelli raggiunti di radiazioni (1.000 milliseverts/ora) non consentono più ad alcuno di operare attorno al reattore n. 2.  Ciò significa, senza fare alcun allarmismo, che l’incidente è in caduta libera. Siamo ad un punto di non ritorno. Nella centrale c’è tanto di quell’uranio e plutonio da compromettere irrimediabilmente tutto l’ecosistema locale e anche molto di più. Tutto questo perché è stata sottovalutata la portata dell’incidente. Poi perché abbiamo a che fare con una classe politica e dirigente semplicemente stupida quando non criminale. A livello globale. Dei semianalfabeti che per arrivare al potere debbono anzitutto scendere a compromessi di ogni tipo con il raket economico.


Lo vediamo chiaramente nelle vicende della crisi finanziaria, nelle rivolte del Nordafrica, nel disastro nucleare in Giappone. La politica non controlla e non regola più nulla, è semplicemente al traino d’interessi economici corposi. I responsabili di questo e di altri disastri, i veri padroni del mondo, restano occulti. Qualcuno ha mai visto la faccia del presidente della Tepco?


Questo sistema ci toglie la vita e addestra alla sopravvivenza,  cioè ad aver paura perfino della pioggia e di nutrirci con i prodotti dell’orto, di bere il latte. Ci hanno abituati a stare in ansia per gli indici di borsa dai quali fanno dipendere la nostra esistenza. Orwell era un dilettante.

lunedì 28 marzo 2011

Tu voti e l'Enel decide



Nella centrale di Fukushima Daiichi (Okuma) la situazione è fuori controllo, ammettono ora le autorità. Non è mai stata sotto controllo. Il livello di gravità era 4 su una scala di 7 (Chernobyl), poi 5 e ora 6. Diventerà 7 e poi chissà. Sulla base di quali dati “scientifici” dico queste cose dall’ormai lontano 13 marzo? Sulla base delle notizie provenienti dal Giappone e poi censurate. E del buonsenso. Immagino il risolino di sufficienza degli “esperti”, degli “scienziati”, degli apprendisti stregoni. Mi riferisco a quello stesso buonsenso che avrebbe potuto e dovuto presiedere la scelta nucleare ed evitare tutto questo considerando che non si dovrebbero costruire centrali nucleari , specie nell’arcipelago più sismico del pianeta, con 170 vulcani di cui 50 attivi, a un passo dalla Fossa del Giappone, con forti rischi maremoto e con una densità di 387,7 ab./kmq. È come costruire una centrale nella Valle del Belice o in Irpinia. Anzi, più demenziale ancora, così come consentire estesi insediamenti urbani sul Vesuvio.

Non c’era ancora la crisi petrolifera del 1973 (crisi indotta, tra l’altro, dalla lobby nucleare) quando fu progettato e realizzato l’impianto di Fukushima. Non è vero che l’impianto avrebbe cessato le attività a breve come sostiene pubblicamente il prof. Veronesi, così come non corrisponde a verità che Chernobyl per noi è stata come l’equivalente di una Tac. Qualunque medico di base del Triveneto, dati alla mano, sa che ciò non è vero. Ed è altrettanto vero che a 11,5 km dalla centrale I di Fukushima Daiichi continua la sua attività la centrale II di Fukushima Daini, gestita anch'essa da Tepco.

A Fukushima Daiichi i reattori coinvolti sono più d’uno (compresi quelli spenti per manutenzione), c’è di mezzo il plutonio e una quantità di materiale radioattivo enorme, si tratta di tecnologie pericolosissime e che non siamo in grado di controllare completamente né di prevedere come e quando può succedere un “incidente”. In Europa dicono che ci siano centinaia di reattori in funzione. La signora Merkel ha detto che prima si disattivano e meglio sarà. Non credo che l’abbia detto solo perché c’erano le lezioni regionali o per fare un dispetto al signor Sarkozy. La Germania investe miliardi di euro nelle energie compatibili e tutto si potrà dire dei tedeschi, ma non che non siano parsimoniosi e attenti a dove spendono i propri soldi. Mentre l’Italia è il paese che meno ha differenziato i propri piani energetici da quelli del petrolio.

In Italia a giugno ci sarà il referendum. Il risultato, nel senso del quorum, non è scontato, così come non è scontato che da qui a qualche anno le “autorità”, con l’avvallo dei soliti “scienziati” (quelli che con le scorie in “camera da letto” dormono sonni tranquilli, quelli che è il pesto alla genovese e la polenta a far venire il tumore, quelli che le centrali  di quarta generazione sono “sicure”), non decidano di farle lo stesso le centrali, magari lasciandoci senza elettricità per un paio di domeniche.

Nel 1987 il terzo quesito referendario diceva: Volete che venga abrogato il dispositivo previsto dalla legge 18 dicembre 1973 n. 856 che consente all’Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero? Votarono il 65,1%, i Sì all’abrogazione furono il 71,9%. A guidare la mobilitazione pro referendum fu in primo piano Legambiente e il suo segretario nazionale Enrico (Chicco) Testa, deputato del PCI, divenuto poi anche presidente del consiglio di amministrazione dell’Enel e fervente assertore del nucleare. Attualmente l’Enel partecipa alla luce del sole (si scusi la battuta) ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero e anche in Italia.

domenica 27 marzo 2011

Scalfari a sbuffo alto



«“È il fascista Eugenio Scalfari che ascolta?”, emozionato mi qualificai: certo, dissi, sono io. “Deve presentarsi domani a Palazzo Littorio”. In divisa ovviamente». E il futuro filosofo scrive riandando con la memoria: «Io adoravo la divisa. E fui meticoloso nella vestizione di quel mattino. Era molto elegante la tenuta. Avevo la giacca – quella che al tempo si chiamava la sahariana – i pantaloni grigio-verde a sbuffo alto, le losanghe sulle spalle, idem sulle maniche, con le stelline, quindi il fazzoletto azzurro e la camicia. Nera naturalmente». Quindi si giustifica così: «Credevamo che il mondo si fermasse alla nostra piccola serra. Eravamo le piante costrette a crescere in quel vivaio. Cosa potevamo sapere di quello che c’era fuori».

E ora che sa cosa c’è “fuori”?

«C'è grande confusione sulla guerra di Libia, sulle sollevazioni africane e mediorientali (alle quali proprio in queste ore si sono aggiunte la Siria e la Giordania), sull'uso del nucleare, sui debiti sovrani, sugli schieramenti internazionali, sui flussi migratori […].

Ma c'è grande confusione anche sui concetti che sembravano chiari, sul significato di parole che sembravano univoche, su valori che sembravano condivisi: il fondamento della morale, il pacifismo, la democrazia, la dignità della donna. Perfino la libertà. Perfino l'eguaglianza. Perfino i diritti e i doveri. Si direbbe che, quasi d'improvviso, il gomitolo della storia non riesca più a svolgersi, i fili si sono imbrogliati inestricabilmente, i nodi sono arrivati al pettine tutti insieme, la cruna dell'ago è ostruita. Babele trionfa e trionfano la ferocia l'astuzia la Suburra».

Eccoci al punto. Tutto quello che non rientra negli schemi mentali (alias “concetti” e “valori”) e nell’orizzonte degli interessi dell’illuminata borghesia, è solo “confusione”, “ferocia”, “astuzia”, “Suburra”. Insomma robaccia da galera e pendagli da forca.

A parlare così sono i fascisti di ieri, quelli con i pantaloni grigio-verde a sbuffo alto, il fazzoletto azzurro e la camicia nera, quelli che ora passano per “democratici”, difensori della “Costituzione” e irriducibili avversari degli “imbarbariti”. Che poi sarebbero gli incalliti disfattisti di cui sopra. Quelli della Fiom o gli antinuclearisti, tanto per citare solo un paio di categorie della “Suburra”.

Scriveva un certo Francesco Saverio Nitti:

«Una caratteristica strana degli italiani moderni è che, credendosi molto abili in politica (discendenti di Macchiavelli) anche quando altri non li ammira si ammirano. Si ammiravano nel fascismo, si ammirano nel regime incomposto che seguì il fascismo, si ammirano ora».

Scontri tra forze monarchiche e giovani democratici



Non c’è solo la Siria. Anche nelle metropoli imperialistiche le proteste e rivolte contro questo sistema e le sue crisi si fanno sentire. A Londra, per esempio. Ieri c’è stata una manifestazione e sono stati presi di mira alcuni negozi e proprietà simbolo della ostentazione di classe. In Oxford Street 13 negozi sono stati invitati a tenere aperte le vetrine. Tra questi Topshop - di proprietà di sir Philip Green, uno accusato di evasione fiscale -, e McDonald's. È stata invece riverniciata una filiale della Royal Bank of Scotland, e altre banche (Hsbc, Lloyds e Santander) hanno subito le attenzioni di quelli che in Siria o in Egitto la stampa “libera” chiama “giovani democratici”. A Mayfair, le finestre dell'hotel Ritz avranno bisogno di restauri.  Una dozzina di sgherri sono stati circondati e picchiati di gusto da una folla mascherata in Sackville Street, Piccadilly. Sempre in zona un negozio di Fortnum & Mason è stato visitato dagli insoliti clienti.


Anche il negozio Ann Summers, a Soho, ha avuto un deciso successo di pubblico. L’elevata mobilità dei gruppi d’azione e la conoscenza delle tattiche di contro-guerriglia messe in campo dalle forze fedeli alla monarchia, hanno consentito il successo dei “giovani democratici” inglesi. In attesa del sostegno dell’Onu, non si poteva chiedere di meglio.

La stampa borghese, e i sindacati che hanno organizzato la manifestazione, parlano naturalmente di minoranze, di “un gruppo di anarchici e anti-capitalisti che hanno messo a ferro e fuoco il West End” – come scrive il Corriere della Sera – . Sta di fatto che 211 persone sono state arrestate per reati tra cui l'uso di “parole minacciose o ingiuriose” [for offences including using threatening or insulting words], scrive il Guardian. Oltre 50 manifestanti, tra cui sette in gravi condizioni, sono stati spediti in ospedale. A Trafalgar Square in serata erano ancora riuniti migliaia di manifestanti, e ci sono stati ancora scontri con la milizia monarchica


sabato 26 marzo 2011

L'ultima notizia, da Fukushima



Purtroppo non mi sbagliavo: Fukushima non è la nuova Chernobyl, può essere anche peggio. Dei sei reattori dell’impianto 4 sono danneggiati, il grado di danneggiamento è gravissimo, l’entità delle radiazioni lo confermerebbe. Forse nemmeno il governo giapponese conosce esattamente la realtà dei fatti, e se la conosce la tiene nascosta per non creare il panico. Nel frattempo alcuni operatori della centrale (fanno parte pure essi del genere umano) sono stati contaminati da radiazioni tra i 2.000 e i 6.000 millisievert (mSv), cioè 1.000 volte di più delle radiazioni medie annue di un comune essere umano. L'esposizione sarebbe avvenuta per contatto con acqua che stagnava nell'edificio e che potrebbe essere fuoruscita dalla vasca per il combustibile usato. Ma nulla ci dice che questa sia la verità. Il NYT di ieri, citando autorità nucleari giapponesi, scrive che c'è stato un “long vertical crack running down the side of the reactor vessel. The crack runs down below the water level in the reactor and has been leaking fluids and gases”. Il ministero della Scienza afferma che la radioattività a trenta kilometri dalla centrale è superiore alla dose massima annua. E le dosi assorbite si sommano, non restano stabili. Auguri.

La notizia secondo cui «La quantità di radioattività a cui sono stati esposti è tra 2 e 6 volte il limite di legge stabilito per le operazioni in condizioni d'emergenza in base alla Legge sulla sicurezza sui luoghi di lavoro» è un falso deliberato. L’esposizione massima consentita in casi come questa è di 100 millisievert annui, di per sé un livello che comincia ad evidenziare patologie di tipo tumorale. Le autorità giapponesi hanno alzato in questi giorni il livello a 250 mSv. Con questi livelli di contaminazione le patologie tumorali sono certe e gravissime quindi le conseguenze.

Nella migliore delle ipotesi tale personale è stato contaminato da 20 a 60 volte il limite massimo già ritenuto causa di probabili tumori. Se date un’occhiata ora (14,30) al Corriere on-line, Fukushima è nell’ordine la 14^ notizia, dopo quella sull’indennità di “frak” e di “umidità” corrisposta negli enti lirici, la spazzatura di Napoli, l’acquisizione della Parmalat, la mafia in Lombardia, le qualifiche della Ferrari. Insomma, nella scaletta, Fukushima è l’ultima notizia. Non si può dire che in Italia non si spendano bene i soldi, soprattutto quelli della lobby nucleare.

Ore 21,00: Fukushima è sparita dalle notizie del Corriere on-line, sostituita da questa "notizia": occhiello: "allarmismi"; titolo: paure nucleari, negli Usa i bunker vanno a ruba. Nel pezzo (a firma di Elmar Burchia) si mettono sullo stesso piano (allarmismi) le preoccupazioni per la situazione giapponese, la guerra in Libia e la profezia Maya. 

venerdì 25 marzo 2011

Quegli allarmisti del World Nuclear News



World Nuclear News, l'agenzia stampa delle multinazionali nucleari, ricorda che  «Normalmente i lavoratori del nucleare sono autorizzati a ricevere una dose di 20 millisieverts all'anno, anche se nella pratica se ne riscontrano molto meno. Se tale limite viene superato in meno di un anno, un lavoratore non può svolgere compiti nucleari per il resto. In circostanze di emergenza le autorità di regolamentazione della sicurezza consentono ai lavoratori di ricevere fino a 100 millisievert in condizioni stabilite da loro stesse, e devono lasciare il sito dopo aver raggiunto tale limite. Il livello di 100 millisievert è più o meno il punto in cui gli effetti sulla salute dalle radiazioni diventano più probabili. Sotto questo dato – sostiene il World Nuclear News – sarebbe statisticamente difficile collegare le dosi di radiazioni per i tassi di cancro, ma sopra di questo il rapporto comincia a diventare evidente» [*]. Un'ammissione della lobby atomica, non di un blogger.

Ancora secondo World Nuclear News «Nell'ambito della "special allowance" della Nuclear and industrial safety agency, ai lavoratori di Fukushima è stato permesso di assumere dosi fino a 250 millisieverts», due volte e mezzo il limite (100 millisieverts) considerato di pericolo più probabile, cioè certo. Permesso o imposto? Se fosse stato tenuto per buono il limite di 100 millisieverts/ora, nessuno avrebbe mai poturo entrare a Fukushima Daiichi, scrive su il manifesto Diana Santini, inviata di Radio Popolare a Ichinoseki.

[*] In emergency circumstances safety regulators allow workers to receive up to 100 millisieverts with the same conditions applying, that they must leave the site should that limit be reached. The 100 millisievert level is roughly the point at which health effects from radiation become more likely. Below this it is statistically difficult to connect radiation dose to cancer rates, but above this the relationship starts to become apparent.

La fissione nella testa



I costi umani e finanziari del disastro nucleare giapponese sono senza precedenti. E inutile cercare di minimizzare la cosa: gli incidenti, le esplosioni e le fuoriuscite di fumi e materiali sono state sempre più numerose, non cessano, e anzi s’aggravano. Solo ora il livello di gravità è stato portato da 5 a 6 su una scala di 7. La Tepco ammette che la vasca del reattore n.3 della centrale nucleare giapponese di Fukushima, che contiene le barre di combustibile, potrebbe essere danneggiata. Dati i livelli di temperatura raggiunti nei primi giorni dell’incidente la probabilità di una parziale fusione del materiale e della vasca non dovrebbe sorprendere. E forse si tratta di una notizia vecchia che solo ora la Tepco è costretta ad ufficializzare.

Più grave, anzi criminale, è l’atteggiamento delle autorità nipponiche rispetto allo sgombero della popolazione nella zona della centrale. Il governo giapponese ha  "esortato i residenti nella fascia compresa tra i 20 e i 30 chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima a trasferirsi volontariamente altrove". Volontariamente? Secondo il portavoce del governo, Yukio Edano, l’invito è dovuto più alla preoccupazione per le difficoltà di approvvigionamento della popolazione piuttosto che per la salute pubblica, secondo quanto riferito dall'agenzia Kyodo news.

Queste autorità andrebbero rinchiuse a chiave in un locale nella zona contaminata e le chiavi buttate dentro la vasca della barre di combustibile nucleare. Naturalmente dovremmo inviare in zona anche tutti i nuclearisti nostrani i quali ci vogliono far convinti che l’unica possibilità (a parte il petrolio) realistica di soddisfare le nostre esigenze energetiche, in primis quelle dello spreco, è quella della fissione dell'atomo. Ma questa non è l'unica modalità di ricavare energia da processi fisici che implicano un rimaneggiamento della materia nelle sue componenti fondamentali; anzi, la nostra fonte principale di luce e calore, il sole, è una centrale atomica che, però, adotta un'altra modalità e cioè quella della fusione. Ma quando il profitto domina la ricerca, il risultato non può essere che quello di una visione separata tra umanità e interessi economici e politici, cioè una strada che porta a tecnologie di “scissione” nate per la guerra e la distruzione, tecnologie che palesemente non sappiamo governare.

Sentito Frattini ...



Forse non sapremo mai esattamente cosa ha provocato il pasticcio libico, ma una cosa è sicura: dal nulla non nasce nulla, e i sedicenti democratici che agitano la bandiera monarchica di re Idris da soli non avrebbero potuto innescare questo casino. I “civili”, per i quali la Francia, la GB e gli Usa bombardano Tripoli e la Libia, guidano carriarmati, sparano con contraerei e pilotano caccia. Il segretario del Consiglio nazionale libico di Bengasi è Mustafa Abdul al Jalil (erroneamente: Jeleil), che fino al 21 febbraio era ministro della giustizia di Gheddafi, cioè l’uomo che faceva il lavoro sporco del dittatore in tandem con il generale Abdul Fatah Younis, già ministro dell’interno e oggi dalla parte degli"insorti".

Quindi le rivalità tribali e la forte componente di jihadisti. Sullo sfondo, ovviamente la ricchezza libica. Quali siano esattamente i rapporti tra la Noc libica e le Ioc vedi qui, qui e poi anche qui. Sul ruolo del Qatar e di Al Jazeera vedi qui.

Più che un intreccio è un puzzle. L’imperialismo atlantico si trova coinvolto e al traino di forze e interessi che non controlla del tutto. Obama la dichiarazione dell’intervento ha preferito farla dal Brasile piuttosto che dalla Casa Bianca, rinunciando al ruolo di “comandante in capo”, incompatibile con il Nobel per la pace. Sono solo piccole furbizie di un presidente che ha mantenuto, al di là dei proclami, 50mila soldati in Iraq e ne ha mandati altre decine di migliaia in Afghanistan.

Come finirà? Per l’Italia è cominciata male e finirà peggio. Le forze politiche reazionarie (PD e Idv sono in piazza con un corteo per chiedere il “comando della Nato”!) presenti in Parlamaento, cioè tutte, sembrano divise ma in realtà approvano quanto deciso dal governo e riferito da Frattini. Sta di fatto che hanno ottenuto il blocco dei profughi verso l’Italia da parte della marina della Nato. Sul fronte dei media parassiti s’è visto ieri sera in Tv un Santoro genuflesso davanti a un La Russa che gli porta “notizie che ho riservato proprio per la sua trasmissione”. Il telecomando mi ha salvato dal seguito.

In Libia, ormai è deciso, Gheddafi dev’essere eliminato e i soli attacchi aerei non risolveranno la situazione, sarà quindi difficile che ciò possa avvenire anche con le sole forze dei “ribelli” sebbene appoggiate da reparti speciali "alleati". Non è da escludere, anzi è probabile, un intervento terrestre diretto e aperto, in violazione della risoluzione Onu. Ma le risoluzioni Onu sono solo dei pezzi di carta (chiedere a Israele).

È una guerra, una guerra vera, sporca, una guerra civile alimentata dall’intervento imperialista, una carneficina che non durerà “giorni”, così come sosteneva Obama, e nemmeno “settimane” come dice ora Gates.

giovedì 24 marzo 2011

Un caso spiacevole



La Tepco, che gestisce la centrale nucleare giapponese di Fukushima, ha chiesto ai lavoratori di allontanarsi dal reattore n.3, uno di quelli danneggiati dal terremoto e dallo tsunami dell'11 marzo. Lo riferisce l'agenzia Kyodo. Tra i reattori danneggiati, il n.3 è considerato quello più pericoloso perchè alimentato dal combustibile "mox", altamente radioattivo. Proprio lì lavoravano gli addetti all'impianto che sono stati ricoverati in ospedale. "La loro pelle è venuta a contatto con l'acqua contaminata. È un caso spiacevole. Sono stati immediatamente trasferiti per ricevere le cure necessarie", ha detto il portavoce del governo, Yukio Edano. Le analisi hanno dimostrato che i tre sono stati esposti a più di 170 millisievert, ha aggiunto il portavoce. Il governo di Tokyo ha fissato a 100 millisievert l'anno [*] il limite massimo di sicurezza per coloro che lavorano alle operazioni di riparazione dell'impianto (la Repubblica).

Di norma un individuo è esposto a 3 millisievert di radiazione ambientale in un anno. Un operatore in una centrale a 6 millisievert. Aver portato il limite massimo a 100 millisievert, significa la morte sicura. Quante decine, centinaia, migliaia di casi spiacevoli si registreranno nei prossimi mesi, anni e decenni? Da questo punto di vista (non credo di sbagliarmi) questo "incidente industriale", come già lo chiama qualcuno, si rivelerà più grave di Chernonyl.

[*] Il Sievert è la misura degli effetti e del danno provocato dalla radiazione su un organismo. I suoi sottomultipli sono il millisievert (un millesimo) e il microsievert (un milionesimo).
Qualche esempio di assorbimento:
- 0,005 millisievert: una radiografia dentale
- 2,4 millisievert: normale assorbimento in un anno per esposizione alla radioattività naturale
- 9 millisievert: assorbimento in un anno da parte dell'equipaggio di una tratta aerea intercontinentale
- 20 millisievert: limite medio annuo di assorbimento per un lavoratore in ambiti nucleari
- 100 millisievert: Limite annuo oltre il quale si comincia a notare un incremento di insorgenza di patologie tumorali


- L' 1,5 millisievert nella situazione stabilizzata, equivalgono a quello che normalmente si assorbirebbe in 7 mesi.
- Il picco di 10,8 millisievert è da solo più di un decimo di quanto serve in un anno per aumentare l'insorgenza di patologie tumorali.
- Assorbendo per 24 ore continuative 10,8 millisievert si arriverebbe a un totale di 259 millisievert , pari a 0,259 siever. Il primo livello di assorbimento acuto.
- Assorbendo per 72 ore consecutive i 1,5 millisievert della situazione stabilizzata, si arriverebbe a 108 millisiever. Anche non assorbendo altra radioattività per il resto dell'anno, si avrebbero comunque maggiori possibilità di sviluppare una patologia tumorale rispetto alla media. 

Sulle ali della notizia



Se voi foste responsabili di un giornale, quale rilievo dareste alla notizia che nella metropoli più popolosa del mondo l’acqua che esce dal rubinetto è radioattiva e ne è vietato l’uso almeno ai bambini fino a 12 mesi (a 13 mesi diventa potabile)? Naturalmente dopo la “notizia” che il videogame sul Risorgimento voluto dal ministro Meloni è stato un flop. Questa è Repubblica. Se poi si passa al Corriere il lavorio è ancor più sottile. A proposito della posizione della Merkel, contraria al nucleare («Più presto la Germania uscirà dal nucleare meglio sarà»), chiosa il giornale: «La decisione di Berlino di spegnere temporaneamente 7 dei suoi 17 reattori per controlli di sicurezza fornisce un'idea di cosa cambierà per un Paese industrializzato quando, rinunciando al nucleare, si perde un quarto dell'energia a propria disposizione». Perdere un quarto dell’energia? E perché? Nel paragrafo precedente l’articolista aveva scritto: «La maggiore economia europea sta stanziando miliardi di euro per usare le fonti rinnovabili in modo da soddisfare i suoi bisogni. Era programmato che la transizione avvenisse per gradi nei prossimi 25 anni, ma il disastro alla centrale di Fukushima ha accelerato il processo». Alta scuola di giornalismo.

* * *
Quale rilievo dareste alla notizia che un cittadino italiano in carcere da 30 mesi accusato di per partecipato all'associazione eversiva costituita in banda armata e denominata "Brigate Rosse” è stato liberato per ordine della corte d’assise perché è risultato estraneo al fatto? Naturalmente in sottordine al grave fatto che l'allenatore di golf, Amritinder Singh, è stato obbligato ieri dagli agenti di sicurezza italiani presso un aeroporto a rimuovere il turbante (simbolo religioso dei Sikh) per sottoporsi alle misure di sicurezza previste prima dell'imbarco dei passeggeri. Eppure quando il presunto brigatista era stato arrestato perché “legato al gruppo Lioce” aveva avuto l’onore della prima pagina con titoli assai vistosi.

mercoledì 23 marzo 2011

Ma quante Fukushima ci sono nel mondo?



Sfrugugliando su internet ci si imbatte qualche volta su documenti interessanti.


La licenza per il funzionamento dell'impianto della centrale nucleare di Vermont Yankee scade a marzo 2012 e la compagnia elettrica proprietaria dell'impianto ha richiesto, già a partire dal 2006, alla Nuclear Regulatory Commission (NRC), l’agenzia che sovrintende al nucleare negli Usa, una proroga per il suo funzionamento per ulteriori 20 anni. Lo stato del Vermont è l'unico stato americano che ha diritto di veto sulle decisioni dell'ente regolatore, in base a ciò lo Stato aveva votato contro un eventuale prolungamento dell'operatività dell'impianto con motivazioni relative ai rischi che tale impianto ha già comportato per il passato.

Tuttavia, tra un ricorso e l’altro (in questo documento della NRC è ricostruita la vicenda), ieri l’altro la NRC ha deliberato che la ditta Entergy energia può continuare produrre con la sua centrale nucleare di Vermont Yankee fino al marzo del 2032. Il reattore della centrale è operativo già dal 1972, ed è noto per aver rilasciato radiazioni nelle acque sotterranee e per altri incidenti. Inoltre, la curiosità consiste nel fatto che si tratta, come si può appurare da questa scheda tecnica, di un reattore, della General Elettric, praticamente identico a quello della centrale Daiichi Fukushima.

La stessa società Entergy è anche proprietaria dell'impianto nucleare di Indian Point, che si trova a pochi chilometri dalla zona metropolitana di New York. Naturalmente ha chiesto la proroga anche per questo impianto situato nei pressi del Fault Ramapo, che alcuni geologi sostengono essere suscettibile di produrre un terremoto significativo. Secondo uno studio della Columbia University, l'impianto si trova "a cavallo della intersezione tra due zone sismiche attive, precedentemente non identificate".

Chi spara e chi ci guadagna

martedì 22 marzo 2011

Lo iodio fa bene, soprattutto ai bambini




Scrivono le agenzie di stampa e i giornali on-line:

«Secondo la Tepco, la società privata che gestisce gli impianti nucleari in Giappone, lo iodio-131 è stato rilevato nei campioni di acqua pari a 126,7 volte il limite di concentrazione legale, mentre i livelli di cesio-134 si sono attestati a 24,8 volte e quelli di cesio-137 a 16,5 volte. In un campione d'acqua prelevato nei pressi dell'impianto sono state rilevate anche tracce di cobalto 58».

Ho scaricato dal sito della Tepco le tabelle delle analisi, ma francamente, per un comune mortale, è difficile capirci qualcosa visto che non ci sono dati di raffronto.

Invece il Corriere della Sera (ma anche gli altri giornali) la possibilità di farle leggere ad un esperto ce l’hanno, ma non lo fanno. Perciò, per quanto riguarda per esempio la radioattività rilevata sulla terraferma, scrivono queste boiate:

«secondo quanto affermato dal ministero della scienza e della tecnologia di Tokyo, […] i livelli non sono tali da rappresentare una minaccia per la salute umana. L'aumento della radioattività è dovuto alla pioggia dei due giorni scorsi, ha spiegato un funzionario. I nuovi, alti livelli di iodio e di cesio radioattivi sono stati rilevati in 47 prefetture tra cui quella di Tokyo, 240 km a sud della centrale».

Da qui si capiscono alcune cose: la prima è che questi pseudo giornalisti non vogliono lavorare; la seconda è che non ci vogliono raccontare un cazzo di cosa sta effettivamente succedendo; la terza è che potrebbero almeno prendersi la briga di verificare in pochi secondi che il Giappone ha in totale 47 prefetture e quindi la precisazione “tra cui Tokyo” mette in luce solo la totale sciatteria di chi, stipendiato, scrive queste cose sul maggior quotidiano italiano.

Vapore, fumo e radiazioni



«Il vapore bianco che fuoriesce dagli edifici delle unità 2 e 3 porta in atmosfera i prodotti di fissione. Questo sta succedendo perché il terremoto ha danneggiato l’edificio di contenimento che dovrebbe isolare integralmente il reattore dall’ambiente esterno».

Questo dice Juan Esposito, ingegnere nucleare dei Laboratori Nazionali di Legnaro (Padova) dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Va bene per il vapore “bianco”, ma quando si tratta di fumo “grigio” (gray smoke) che fuoriesce da due reattori nucleari, di cosa si tratta?

Probabilmente si tratta di questo, che non è nulla di buono.

Per quanto riguarda le radiazioni, il 18 marzo scrivevo:

In una conferenza stampa di ieri, il portavoce della benemerita Tokyo Electric Power Company (TEPCO) ha affermato che i getti d’acqua avevano abbassato i livelli di radiazione presso l'impianto di quasi 20 punti, a 292 microsieverts (verso le 21 di ieri ora locale), e poi a 289. Questi numeri sono fuori della realtà, come del resto sostiene Jaczko Gregorio, presidente della US Nuclear Regulatory Commission. Se i livelli di radiazioni presso l’impianto fossero sui 300 microsieverts/ora gli operatori potrebbero fare pic-nic: 300 microsieverts corrispondono a 0,3 millisievert, cioè a 0,003 rem (che non è poca cosa se l'esposizione è prolungata per diverse ore o diversi giorni. Questa scala si basa sulle emissioni del Cesio137. La conversione in dose equivalente si riferisce al quanto gamma della radiazione del radionuclide Cs137 con un'energia di 662 keV. Un operatore non dovrebbe superare 6 millisievert/anno). Ma forse quei numeri si devono leggere come millisievert/ora, cioè 1.000 volte più alti e ciò spiegherebbe l'impossibilità per gli elicotteri di avvicinarsi alla centrale. Comunque il dato dichiarato dalla TEPCO non è stato verificato in maniera indipendente e non ci sono prove che le temperature all'interno della struttura sono in calo.

Leggo solo oggi che il 18 marzo il sito Oggiscienza scriveva:
«Il livello di radiazioni nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi è sceso a 20 millisievert per ora, l’equivalente di 1.000 radiografie in un anno (di norma un individuo è esposto a 3 millisievert di radiazione ambientale in un anno). Nei giorni scorsi, sono state toccate quote superiori a 400 millisievert per ora».

Quindi erano stati toccati livelli di radiazioni anche più alti di quanto ipotizzavo. Non solo, ma tale dato sembra riguardare l’area della centrale, perché all’interno della centrale si sono toccati livelli di 800 millisievert. E che ora si siano abbassati a 20 millisievert lo apprendo con soddisfazione, ma ce lo dice la TEPCO.

Tripoli e Fukushima: indicazioni non impeccabili


Come facilmente prevedevo il 18 marzo: «Fukushima è già a fondo pagina, nei prossimi giorni sarà relegata in quelle interne e poi, un po’ alla volta sparirà come “notizia”. Da qui a giugno si spera che la “gente” dimentichi e poi il resto lo faranno le vacanze, il sole, il mare e fanculo il resto. Questo è chiaramente nei propositi di tutti, di tutti coloro (anche molti di coloro che si dicono contrari al nucleare) che stanno al potere o nei paraggi».

C’è la Libia, i bombardamenti e l’enfasi degli speaker televisivi che leggono le veline sulle immagini delle cabrate dei “nostri” Tornado. Ieri sera ho guardato Montalbano: ogni tanto bisogna tornare a una realtà decente, fosse pure quella della criminalità comune raccontataci da Camilleri.

Berlusconi sta già facendo marcia indietro: è “dispiaciuto per Gheddafi” e prende le distanze da Sarkozy. Badoglio a confronto era un uomo di grande coerenza e fedeltà. Il presidente del consiglio italiano è smentito anche dai suoi piloti in merito al ruolo degli aerei nostrani. Di più, l’Italia chiede puntigliosa che i bombardamenti ricadano sotto il comando Nato e non di Napoleone IV. Scrive Repubblica:

«Una posizione condivisa da Londra e Washington. "Col tempo vogliamo che il comando e il controllo dell'operazione passi alla Nato", ha detto il premier britannico David Cameron alla Camera dei Comuni. Più tardi le parole di Barack Obama, il quale ha spiegato che gli Stati Uniti passeranno il comando delle operazioni alla Nato e agli alleati tra qualche giorno, quando sarà completata la prima fase con la distruzione delle difese antiaeree libiche: "Riteniamo che questa transizione avrà luogo nel giro di giorni, non di settimane", ha detto Obama».

Giorni, dice Obama, il quale insiste sul fatto che questa vicenda durerà giorni. Ricordiamocele ‘ste parole, perché da sabato o domenica prossimi cominceremo a sentire parlare di “settimane”. Poi si vedrà in base al calendaro e al carnet d’impegni per la primavera.

E Fukushima? La situazione è grave, molto più tragica di quello che i media ci raccontano ormai da dieci giorni. Più di Chernobyl, se proprio vogliamo tirare in ballo un termine di paragone. Anche se, ci rassicurano esultanti le peripatetiche della televisione, “la centrale verrà chiusa”. Intanto ora è in “slow motion”. Gli italiani avranno senz’altro capito. Quindi, scrive sempre Repubblica, la situazione resta “instabile”. Cosa significa esattamente, prego?

« … rimane l'allarme per il reattore 2, da cui continua a uscire vapore non generato dalla vasca del combustibile e per il 3 dove, a causa di un aumento della pressione e della fuoriuscita di un fumo grigio di origine ancora poco chiara, il personale è stato evacuato». Fumo d’origine poco chiara? Vediamo se da 10.000 km di distanza riesco, come del resto fa la redazione di Repubblica, a schiarire l’oscurità dell’evento: può essere in atto un processo di fusione del materiale, da cui il fumo? Ma a parte le ipotesi sul “fumo”, che fine hanno fatto i dati sulle radiazioni?

Continua Repubblica: «E oggi si è appreso che Tepco, in un rapporto del 28 febbraio all'Agenzia per la sicurezza nucleare, aveva spiegato di aver omesso alcune verifiche alla centrale nucleare di Fukushima. Nel dettaglio, secondo quanto si legge sul sito della prima utility del Giappone [cioè dal sito della Tepco, ecco da dove prendono le informazioni quelli di Repubblica], ammontano a 33 i pezzi oggetto d'ispezione dei 6 reattori non controllati, tra cui un motore e un generatore di energia del reattore n.1 [robetta]. Lo scambio d'informazioni tra la Tepco e l'Agenzia sulla sicurezza nucleare è finita nel mirino a causa della tempistica (a meno di due settimane dal sisma) e delle indicazioni non impeccabili su come correggere i problemi».

Indicazioni non impeccabili. Quindi il maremoto ha solo una parte di responsabilità di quanto accaduto DOPO. E quali e quante responsabilità gravissime ha la società e il governo e le autorità di controllo per quanto accaduto PRIMA del cataclisma?

L’articolo di Repubblica, non firmato, con la semplice dizione “Tokio”, quindi “notizie” collazionate via internet (cioè quello che può fare qualsiasi blogger) ci descrive il fatto che alcuni pescatori di “Hachinohe, nella prefettura di Aomori”, hanno ripreso il mare. Provvede il blogger: Aomori è il distretto (mandamento) della prefettura di Miyagi (provincia), e Tohoku è la regione; il porto della città, colpito dal sisma, dista oltre 300 km dalla centrale di Fukushima.

The Guardian ha descritto la situazione in uno dei centri di evacuazione di Ishinomaki: nel quartiere di Minato, che è rimasto tagliato fuori dal centro a causa di un peschereccio rovesciato sul ponte, i 500 sfollati rifugiati in una scuola elementare non hanno ottenuto cibo caldo fino a sabato notte, quando "Un semplice pasto di riso e verdure è stato fornito da volontari di un'organizzazione di appassionati di camping e non dal il governo giapponese". In un altro rifugio nella città di Kesennuma, Kimio Onodera, 45 anni, ha parlato con il Los Angeles Times, ed elenca le carenze: carburante, acqua, servizi di telefonia, elettricità, petrolio, cibo. "La mia più grande rabbia è quando i funzionari del governo arrivano in giacca e cravatta", ha aggiunto. Masahiro Hamaguchi, un funzionario comunale di 48 anni, ora senza tetto e vestito con un leggero impermeabile ha detto al giornale: "ho bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa per scaldare il mio corpo. Non ho abbigliamento invernale. È stato tutto distrutto".

Anche gli ospedali sono rimasti senza corrente e altri servizi essenziali, e questo stato di cose ha messo ulteriormente in pericolo le vite dei sopravvissuti. Un rapporto di Associated Press di due giorni fa ha attirato l'attenzione sulla situazione sul Senen General Hospital di Tagajo, prefettura di Miyagi, che non aveva avuto gas, elettricità e acqua corrente per una settimana e mezzo. L'ospedale aveva circa 200 pazienti quando il disastro ha colpito. Anziani e pazienti fragili erano i più vulnerabili alle temperature sotto zero; 11 pazienti sono morti per tali motivi nei successivi 10 giorni. Takahiro Suzuki, amministratore capo dell'ospedale, ha detto all’AP: “Capisco che il governo è travolto, ma si sta muovendo troppo lentamente”.

Un portavoce di Save the Children, Ian Woolverton, ha detto ai giornalisti: "Abbiamo trovato bambini in condizioni disperate, che si stringevano attorno a lampade a cherosene, avvolti in coperte. Mi hanno raccontato le loro ansie, soprattutto ... per le radiazioni. Diversi bambini hanno citato gli attacchi a Hiroshima e Nagasaki, che avevano imparato a scuola”.

lunedì 21 marzo 2011

Le armi della pace



I buoni samaritani del pianeta stanno difendendo la pace e i diritti umani: la Francia con i Mirage e Rafale, la RAF con il Tornado GR4, gli Stati Uniti con centinaia di missili cruise lanciati da due cacciatorpediniere e tre sommergibili, oltre a bombe sganciate dai bombardieri B2 stealth che hanno volato dalla base di Whiteman, nel Missouri, per colpire aeroporti libici. Gli F15 e 16 sono poi un classico. Poi ci sono i piloti italiani che dichiarano che non hanno sganciato bombe. Noi non c’entriamo mai un cazzo, sono gli altri che c’entrano noi.

L'ammiraglio Michael Mullen, presidente del Joint Chiefs of Staff e principale consigliere militare di Obama, è la nuova star delle reti televisive americane. Ieri su Fox News ha confermato che gli attacchi aerei e missilistici sono andati ben al di là di quelli “necessari” per la realizzazione di una no-flight zone. “Abbiamo colpito un sacco di obiettivi", ha dichiarato il pacifista made in Onu, "soprattutto la linea di comando e controllo e la difesa aerea libica, ma in realtà abbiamo attaccato anche alcune delle forze sul terreno in prossimità di Bengasi". Tutto questo per impedire a Gheddafi di "macellare i suoi cittadini".

John Wayne ha aggiunto che gli attacchi aerei sarebbero rivolti non solo contro obiettivi militari ma anche verso le linee di approvvigionamento di Gheddafi. Questo significa che tutte le risorse economiche della Libia, con l'eccezione dell'industria petrolifera, che le potenze imperialiste sperano di spartirsi intatte, sono probabili bersagli per bombe e missili.

Sincero democratico e pacifista tutto d’un pezzo come il suo padrone, Mullen ha negato che l'attacco fosse finalizzato all’assassinio di Gheddafi e della sua famiglia. Ma visto che c’erano gli hanno raso al suolo la residenza. Come giusto 25 anni fa, il 24 marzo del 1986.

L'Unione africana, che raggruppa 53 paesi del continente, compresa la Libia, ha condannato pubblicamente in una riunione del suo gruppo a Nouakchott, la capitale della Mauritania, l’aggressione atlantica alla Libia. Tre dei membri della Unione,  Sud Africa, Nigeria e Gabon, avevano votato a favore della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che ha dato il via libera per l'attacco.

Ci sono gravi divisioni tra le grandi potenze, come dimostra l’astensione della Germania al voto Consiglio di sicurezza dell'ONU, insieme a Russia, Cina, Brasile e India. Anche la Norvegia si sta tirando indietro (non ha bisogno di petrolio) e l’Italia fa baruffa con la Francia per questioni di etichetta. Finirà male.

Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/2008

La storia non ha alunni



L’Italia, l’ho già scritto e lo sappiamo bene tutti, rinuncia a difendere i propri interessi ancora una volta per obbedire al diktat atlantico. Si fa scrupolo di dichiarare che i suoi cacciabombardieri fanno il loro lavoro in Afghanistan, cioè sganciano bombe, lanciano missili e mitragliano, ma nel caso libico non ha nessuna reticenza ad affermare che i suoi aerei sorvolano la Libia armati e pronti ad uccidere e distruggere. Anzi, ha chiesto insistentemente di non fare da affittacamere, di non essere trattata come una semplice maîtresse, ma di recitare la parte che le riesce meglio: la puttana.

Del resto con la Libia l’Italia ha un conto sempre aperto: nonostante la batosta di Adua, insistette per tenersi l’Eritrea ed espandersi in Somalia, quindi, giusto 100 anni or sono, dichiarò guerra all’Impero turco, anzi alla sua carcassa. Senza troppi infingimenti voleva consolidare la sua penetrazione economica in Libia e invece il padrone turco non ci stava. È vero che l’Italia, soprattutto il meridione, aspettava strade, ferrovie ed infrastrutture, che solo l’1% della popolazione emigrante sceglieva le colonie italiane, ciò nonostante il governo d’allora, con il solito servilismo dei media, lanciò l’idea che la Libia fosse la soluzione dei nostri problemi.

Naturalmente si fecero le cose improvvisando, con uno stato maggiore dell’esercito più attento alla lucentezza dei propri stivali che al resto (il “problema” degli attendenti si presentò grave fino al 1971). Con l’idea tipica di tutti gli aggressori che la faccenda sarebbe durata poco, del resto contro i beduini … Anche l’orografia venne tenuta in gran conto: in Cirenaica ci sono dei rilievi in vicinanza del mare di alcune decine di metri e arrivano addirittura sopra i 200 metri nel retroterra, fino al Tibesti. La costa della Tripolitania, dal confine tunisino a Misurata, è in prevalenza piatta, così come quella, brulla e sabbiosa, della Sirtica fino a Bengasi. E chi meglio degli Alpini può destreggiarsi su tale terreno, ideale per gli scarponi dolomitici e dove il mulo è tipico?


Ed infatti parte il gruppo d’artiglieria Susa che arriva sul suolo libico il 12 ottobre,  seguito giorni dopo dal gruppo Mondovì, dai battaglioni Saluzzo e Fenestrelle. Non mancano naturalmente i bersaglieri, che arrivano dopo e subiscono una dura sconfitta a Sidi Messri-Sciara Sciat. Solo allora si comprenderà che la questione presenta qualche difficoltà imprevista. S’inviano rinforzi, naturalmente soprattutto truppe alpine: i battaglioni Ivrea e Edolo, per esempio, ma anche il gruppo d’artiglieria da montagna Vicenza. Del resto in Libia ci sono anche gli altipiani, e poi non erano lontani dalle vette delle piramidi.

Naturalmente gli alpini si comportano con onore nei combattimenti che seguono (c’è più sangue che vino nella loro storia), anche se con non poche difficoltà e perdite. Latitano, come al solito, i rifornimenti, soprattutto l’acqua. Certo, partire da Feltre o da Saluzzo per andare a morire, chissà poi perché, di sete a Kasr el-Leben, dev’essere una domanda che più d’uno si dev’essere posta. Gli alpini si ritirarono e la guerra arrancò fino a quando non venne l’idea di occupare Rodi. Il 18 ottobre 1912 fu firmato il trattato di Ouchy che sanciva la pace fra Italia e Turchia e stabiliva la cessione della Libia all’Italia, così come le isole del Dodecaneso e di Rodi.

La guerriglia in Libia continuò guidata da  molti capi tribù che non accettarono la “pace”. Gli alpini continuarono a morire in Africa contro i ribelli, almeno fino al 6 ottobre 1913, quando iniziarono i primi rimpatrii. La situazione rimase instabile per decenni e la repressione italiana si fece più aspra, causando complessivamente la morte di 100mila libici su una popolazione di 800mila. Di triste memoria i campi di concentramento italiani. Una pacificazione del territorio si ottenne soltanto nel 1931 con l’esecuzione del capo dei ribelli Omar Mukhtar.

I salariati italiani ottennero con tale conquista notevoli benefici economici: non serviva più produrre nel meridione d’Italia alcuni prodotti agricoli perché questi venivano importati dalla Libia a minor prezzo. Questo favorì l’emigrazione italiana che preferiva l’America o il Marocco francese. Le colonie senza colonizzatori si dimostrarono una concessione quanto mai onerosa alle motivazioni colonialistiche italiane e i capitali che l’Italia dirottò sul suolo Libico per dare il via alle opere necessarie alla colonizzazione crearono i noti ritardi nello sviluppo delle aree come il Sud o gli Appennini. Inoltre circa 50mila italiani furono espulsi per rappresaglia dall’Impero turco e le relazioni commerciali fra i due paesi subirono pesanti perdite, senza contare il boicottaggio che l’Italia subì per aver intrapreso una guerra di conquista.  Tale lezione non servì a nulla, perché negli anni Trenta l’Italia ripeté del pari gli stessi errori. Che nel 2011, in occasione del centenario, diventano orrori.

Della serie: sappiamo farci del male da soli, grazie!

Shock and awe


L’ottavo anniversario dell’inizio della campagna “shock and awe” – che ha provocato in Iraq centinaia di migliaia di morti e che vede impegnati sul quel territorio ancora 50mila soldati americani – il premio Nobel per la pace, Barack Hussein Obama, d’accordo con i suoi complici Nicolas Sarkozy, David William Donald Cameron (discendente illegittimo di Guglielo IV e figlio di uno stockbroker della City) e Silivio Berlusconi (con il plauso dell'ex brezneviano Giorgio Napolitano) hanno pensato bene di ricordarlo scatenando una nuova guerra.

Il premio Nobel per la pace, che deve la sua elezione nel novembre 2008 in gran parte a un cinico appello di massa contro la guerra, ha continuato la guerra in Iraq, determinato l'escalation della guerra in Afghanistan e la sua diffusione in territorio pakistanano, e ha dato mandato per estesi  interventi militari in Somalia e Yemen.

Lanciando centinaia di missili e bombe sulla Libia, l’affermazione di Obama che gli Stati Uniti stanno semplicemente dando esecuzione con altre nazioni una risoluzione delle Nazioni Unite di realizzare una "limitata azione militare", sottolinea solo la temeraria ipocrisia di quest’uomo e della sua amministrazione.

Ha affermato ripetutamente che Washington "non schierà le truppe statunitensi sul campo", con la promessa fatta ai parlamentari statunitensi che l'attacco Usa alla Libia sarà una “questione di giorni, non settimane”. In tale retorica irresponsabile si ritrova l'eco delle dichiarazioni fatte a suo tempo dal criminale di Stato Donald Rumsfeld, che alla vigilia della guerra in Iraq aveva assicurato ai media: “Non posso dire se l'uso della forza in Iraq oggi durerà cinque giorni, o cinque settimane, o cinque mesi, ma certamente non durerà più a lungo di così”.

La logica criminale è sempre la stessa, quella di una guerra volta a paralizzare e rimuover un regime esistente per sostituirlo con dei fantocci come Maliki e Karzai, procedendo con attacchi militari massicci e indiscriminati. I risultati in Afghanistan e in Iraq sono eloquenti: la ripresa del colonialismo, la guerra infinita volta a schiacciare la resistenza della popolazione occupata con stragi e torture.

Gli apologeti dell'amministrazione Obama, che naturalmente non mancano nella pseudo-sinistra, insistono sul fatto che la guerra attuale non può essere comparata a quelli lanciata sotto Bush. In questo caso, viene detto, gli obiettivi sono puramente umanitari, per proteggere il popolo libico.

Non si rendono conto questi pacifisti e democratici fasulli che ogni atto di aggressione militare da parte degli Stati Uniti e delle potenze europee è regolarmente giustificato come un'azione umanitaria per salvare una popolazione sotto dittatura. Tale fu il caso nel 1993 dell'incursione in Somalia e l'intervento in Bosnia, poi la guerra aerea contro la Serbia alcuni anni dopo. L'invasione dell'Afghanistan è stata promossa in parte come una crociata per proteggere il popolo afgano contro i talebani e Al Qaeda, e il governo americano e i media hanno confezionato la guerra in Iraq come una missione per eliminare un dittatore e portare la democrazia per le masse irachene

Sabato Obama ha giustificato l’aggressione alla Libia sostenendo che “non possiamo restare a guardare quando un tiranno dice al suo popolo che non ci sarà pietà, e le sue forze intensificano i loro attacchi”. Infatti, in Bahrain, dove la dinastia regnante ha ucciso decine di manifestanti disarmati nelle strade, assaltato con le sue truppe gli ospedali e ha scatenato il terrore contro la maggioranza sciita oppressa, Obama non stava a guardare. Ha appoggiato la repressione e l'intervento di Arabia Saudita e di altre monarchie dittatoriali degli emirati per schiacciare la rivolta popolare. Allo stesso modo, venerdì (non un secola fa) il regime in Yemen ha massacrato almeno 52 manifestanti pacifici e imposto lo stato d'emergenza. L'amministrazione Obama ha semplicemente "deplorato" le violenze sollecitando il "dialogo" e ha ribadito il suo impegno per la "stabilità" della dittatura filoamericana di Ali Abdullah Saleh.

I criteri utilizzati dall'amministrazione Obama per determinare gli atti di intervento “umanitario” degli Stati Uniti, gendarme mondiale, non sono ispirati a principi morali universali, ma agli interessi imperialisti. Il costo dei 112 missili da crociera Tomahawk lanciati in poche ore è ben oltre i 100 milioni di dolari. Il costo per il dispiegamento di navi e aerei da guerra è ancora molto più grande. Non una parola viene sollevata in America e in Europa circa i costi per i salvataggi delle banche e la guerra, laddove dei politici corrotti e dei media servi chiacchierano all'infinito sulla mancanza di fondi per la cultura e l’istruzione, la sanità e i programmi sociali.