domenica 1 maggio 2011

La scienza al servizio del potere/2



[dal post precedente]

La crisi economica degli anni Trenta e l’instabilità politica della repubblica di Weimar ebbero sicuramente un peso nell’affermazione dei più intransigenti movimenti nazionalisti, segnatamente del nazismo. Ancor di più, almeno sotto certi aspetti, pesò la follia delle decisioni prese nel 1919 a Versailles, opera soprattutto di Poincaré, di Brand, di Clemanceau e “dei suoi amici e collaboratori ebrei” (in particolare il suo ministro delle finanze Klotz, “un uomo leggero e fatuo, che dopo le più varie vicende finì poi la vita come autore di reati fra il carcere e il manicomio, e fece con la sua leggerezza e la sua ignoranza come ministro gran danno”). Con il trattato i francesi volevano dare alla Francia l’egemonia continentale, ma le velleitarie richieste di risarcimento danni, la sconsiderata spartizione territoriale, l’occupazione della Saar e della Ruhr (nell’interesse del Comité des Forges e degli industriali del ferro che disponevano della stampa, delle banche e dirigevano l’azione del governo), offrirono ai nazisti, cioè alla piccola borghesia agraria, all’aristocrazia sul lastrico, ai reduci sbandati e spostati, ai magnati dell’industria in crisi, non pochi argomenti decisivi per il successo della loro propaganda revanscista.


Non di meno le chiacchiere wilsoniane sulla Polonia, che avrebbe dovuto costituirsi su territori abitati indubbiamente da polacchi, rimasero tali. La questione polacca e di Danzica, ma anche quella dei Sudeti, poggiava sul fatto che milioni di tedeschi vivevano fuori dai confini germanici. Riunificarli alla Germania era nel programma di Hitler e un suo punto d’onore. Dopo l’attacco alla Polonia e anche dopo, per mesi, il dittatore tentò di giungere a un compromesso con la Gran Bretagna. Gli episodi sono noti e innumerevoli. Occorre ricordare, a proposito della guerra sottomarina indiscriminata, che Hitler non l’autorizzò fino alla primavera del 1940, e cioè dopo che si rese conto dell’indisponibilità dell’Inghilterra ad accettare una pace di compromesso. Il Führer e lo stato maggiore tedesco non ritenevano di poter vincere l’Inghilterra sul mare e per aria. La decisione di invadere l’Urss con l’arma migliore che la Germania possedeva, ovvero con i carri armati in un’operazione simile a quella condotta in Francia, appariva tutt’altro che irrazionale a prima vista. Essi partivano dall’assunto che la Wehrmacht sarebbe stata in grado di concentrare grandi masse di soldati e mezzi corazzati in punti strategici e pertanto puntavano su una rapida vittoria terrestre a est che avrebbe poi indotto la Gran Bretagna (e gli Usa) a nuovi accordi di spartizione globale.

Dönitz, dal lato strategico e operativo, la vedeva diversamente e fin dall’inizio del conflitto aveva teorizzato che se i tedeschi fossero riusciti attraverso un’offensiva subacquea sistematica ad affondare un tonnellaggio di navi mercantili superiore a quello che i loro avversari erano in grado di costruire, l’Inghilterra sarebbe stata ridotta alla fame e avrebbe dovuto trattare la pace. Tuttavia, come ebbe a scrivere dopo il conflitto, «né gli alti ufficiali della Kriegsmarine, né i dirigenti politici concessero la giusta attenzione agli U-boote, né li considerarono all’interno di un progetto di lungo periodo. Perciò non fornirono le risorse necessarie al momento giusto. Questa fu la tragedia della guerra sottomarina tedesca nella seconda guerra mondiale».

Il piano dell’ammiraglio tedesco si basava su delle considerazioni tattiche che aveva maturato nella sua esperienza di comandante di U-boot nel corso del conflitto precedente. Gli U-boote avevano una velocità di superficie superiore a quella delle navi mercantili e tale da metterli in una posizione di vantaggio. Questa qualità doveva mettere i sottomarini in condizione di attaccare con successo di notte i convogli, attraversando in emersione e non visti la cortina delle unità di scorta per colpire da vicino i mercantili invece di attenderli nascosti sott’acqua, condizione nella quale la velocità del mezzo subacqueo si riduceva notevolmente. Tale manovra avrebbe avuto molte più probabilità di successo se condotta simultaneamente da più unità (branco di lupi).

Tale teorizzazione trovò conferma nei fatti. Sennonché nel settembre 1939 Dönitz disponeva di soli 49 U-boote, ridotti a 32 nel gennaio 1940, per risalire a 46 in aprile. A luglio erano scesi di nuovo a soli 28, a ottobre erano 27 e appena 22 nel gennaio 1941. Bisogna tener conto che non più di un terzo delle unità in servizio poteva trovarsi in zona di attacco, poiché una parte degli U-boote si trovava nel tragitto di andata o di rientro, mentre la restante aliquota si trovava negli scali in rifornimento o riparazione.

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