sabato 5 marzo 2011

Philipp von Hessen e Mafalda di Savoia / 9 - Epilogo

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Filippo dopo l’armistizio fu ristretto a Flossenbürg (“sospettato di cooperazione con la famiglia reale contro Mussolini”) e nell’aprile 1945 a Dachau (*) (senza fargli mancare però alcuni piccoli privilegi (**), quali una residenza e un vitto diverso dagli altri internati, oltre al suo guardaroba personale: con telegrammi del 17 e 18 settembre, viene ordinato a Kappler di trasferire a Berlino il cameriere del principe, Fritz Hollenberg, e i suoi beni). Mafalda giunse dopo la metà ottobre nel campo di Buchenwal (non istituzionalizzato allo sterminio). Secondo la testimonianza del futuro comandante della polizia di Montpellier, Justin Bonniol (***), anch’egli detenuto nel lager, Mafalda viveva in una “baracca in aperta campagna dove erano rinchiusi (…) Léon Blum e il comunista tedesco Thälmann(****); dapprima viene registrata col nome Prinzessin Mafalda von Hessen geborene (nata) Prinzessin von Savoyen, ma pochi giorni dopo, questi dati vengono sostituiti con l’indicazione: Frau von Weber.




Ma quali erano le caratteristiche di Buchenwald e quale fu il trattamento riservato a Mafalda? Secondo un articolo molto ben documentato di Marcello Pezzetti, Quante bugie, povera Mafalda, pubblicato sul numero del 26 gennaio 2007 de il Diario – articolo che critica le caricaturali fantasie di uno sceneggiato TV dedicato a Mafalda (con la consulenza “storica” di Maria Gabriella di Savoia!!) –, «Buchenwald era stato istituito nel luglio del 1937 nei pressi di Weimar, con l’internamento iniziale di oppositori politici, criminali «recidivi», Testimoni di Geova e alcuni omosessuali. Successivamente vennero imprigionate in massa le persone rastrellate nell’azione Arbeitsscheu Reich, ovvero coloro che non accettavano il lavoro obbligatorio loro assegnato, che non avevano fissa dimora, tanto che nel luglio del 1938 essi rappresentavano quasi il 60 per cento dei detenuti. I prigionieri erano tutti uomini, le donne venivano [a parte delle prostitute “adibite” per il personale del campo] inviate prevalentemente nel campo femminile di Ravensbruck, e ciò non sarebbe cambiato fino alla fine del 1944. Mafalda, quindi, non ebbe mai contatti con donne detenute, così presenti nel film, semplicemente perché queste a Buchenwald non c’erano».

Scrive ancora Pezzetti: «Quando giunse Mafalda, dunque, gli ebrei, tutti uomini, non raggiungevano nemmeno l’uno per cento del totale dei prigionieri. Di questi, solo qualche decina viveva all’interno del recinto del campo, in un settore speciale di quarantena e punitivo chiamato Kleines Lager (piccolo campo), senza la possibilità di avere alcun rapporto con gli altri detenuti, mentre gli altri ebrei erano stati assegnati al lavoro negli Außenlager ».

Quindi sul caso di Mafalda: «fu imprigionata a Buchenwald come prigioniera “privilegiata” e come tale fu inserita in una baracca, con lei una donna testimone di Geova assegnatale come dama di compagnia (che le rimase accanto fino alla morte, ma che ingiustamente è accusata nel film di essere stata una spia delle Ss) e un ex deputato della Spd, Rudolf Breitscheid con la moglie. Non uscì mai dal suo settore e mai si recò nella parte del campo in cui alloggiavano tutti i detenuti. Riuscì solo a scambiare in rarissime occasioni qualche battuta con prigionieri italiani impiegati alla costruzione di una fossa antischegge vicino al suo blocco. Proprio il fatto che non alloggiasse nel campo fu, tragicamente, anche la causa della sua morte, perché gli americani, il 24 agosto, bombardarono le officine Gustloff, dove si costruivano armi, e la fabbrica delle Ss Daw e purtroppo la baracca speciale n. 15 era ubicata tra queste due installazioni. Il campo non venne toccato, anche se molti prigionieri morirono perché lavoravano in quel momento nelle due fabbriche.

Un’altra invenzione incomprensibile – scrive sempre Pezzetti – è data dal coinvolgimento di Mafalda in un tentativo di fuga organizzata dal marito. Se Filippo d’Assia, tra l’altro nazista della prima ora, avesse tentato una simile follia e fosse stato scoperto, non avrebbe mai potuto sedersi a tavola con i figli dopo la fine della guerra».

(*) In mid- april 1945, Philipp's year-a-half of "harrowing solitary confinement" in Flossenburg came to an end, but that did not mean freedom. The nazi government ordered his transfer from Flossemburg to Dachau, and this was accomplished by way of a green police transport wagon–or in Berliner jargon, a Grune Minna. He was accompanied by von Schlabrendorff and several other prominent prisioniers, and from then on, had contact with others until liberated. Petropulos, cit., p. 313.

(**) Philipp was a privileged prisoner he continued to wear his civilian clothes (when he was arrested and trasported from Rastenburg, the guards brought his there suitcases and toiletries kit); he was housed in a double cell that included a wash basin, a table, and a window; and he ate same food as the Ss guard, rather than the meager rations given to other prisoners. His SS captors even built a wooden-fence enclosure outside his cell where he could sit in the sun. He could peer through cracks in the fence and catch glimpses of the camp, even though others could not see in and recognize him.  Petropoulos, p. 297.

(***) Anita Pensotti, Le italiane: memoriali, conversazioni…, Simonelli, 1999, p.113.

(****) Thälmann era un uomo politico comunista molto importante in Germania negli anni Venti e Trenta. Dopo undici anni di carcerazione fu ucciso con un colpo alla nuca dagli uomini delle SS, il 18 agosto1944 (dunque qualche giorno prima dell’incursione aerea alleata e del ferimento e morte di Mafalda). Al termine della guerra, la moglie e la figlia cercheranno a più riprese di organizzare un processo contro gli assassini di Thälmann, ma la giustizia della Rft, pur avendo tutte le prove necessarie, ha per lunghissimo tempo rifiutato di collaborare.

[continua]

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