sabato 5 marzo 2011

Philipp von Hessen e Mafalda di Savoia / 7

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Veniamo al fatidico 1943. Il 31 agosto Mafalda è in Bulgaria, accanto a Giovanna ed ai nipotini Simeone e Maria Luisa per i funerali del cognato celebrati a Sofia (presenti Ribbentropp, Kappler e altri gerarchi nazisti). Mafalda prende il treno del rientro il giorno 7 settembre, cioè due giorni dopo i funerali e quando a Roma, da tempo, è noto che gli Alleati hanno fatto sapere che dal giorno 7 settembre ogni giorno è buono per l’annuncio dell’armistizio (*). Alle tre del mattino del 9 settembre, mentre il convoglio attraversa la Romania, una fermata fuori programma la sveglia alla stazione di Sinaja. Sale sul treno le Regina madre di Romania, zia di Filippo, che si premura di avvertirla della notizia dell’armistizio italiano.

Il primo approdo utile è l’Ambasciata italiana di Budapest. Lasciato il treno, la soluzione migliore pare essere quella di far giungere un aereo dall’Italia. Nonostante la fuga dei monarchi, del governo e la diserzione dei capi delle forze armate, dello sbandamento dell’esercito, a Roma, al Quirinale, c’è ancora qualcuno che può far muovere per l’Europa occupata un aereo in soccorso della Principessa. Naturalmente, non è una cosa facile, e l’aereo è disponibile solo due giorni dopo, l’11 settembre. Si dice che a causa di un guasto non riparato alla radio e con carburante appena sufficiente potesse raggiungere solo Pescara. A Budapest Mafalda aveva ricevuto una comunicazione dal marito in cui le chiedeva di raggiungerlo in Germania con i figli. Gli risponde che farà il possibile.



Quella stessa mattina (**) il Re e Badoglio lasciano Roma alle 5,10. All’alba del 9 settembre le diciotto strade che si diramano dalla capitale erano presidiate dalla Wehrmacht, tranne la Tiburtina-Valeria. Secondo la concorde testimonianza di Badoglio, Ambrosio e Roatta, l'arteria fu trovata libera da truppe germaniche. A pagina 3 della sua relazione allo Stato Maggiore, il sottotenente Raimondo Lanza di Trabia, ufficiale d'ordinanza del gen. Carboni, scrive che l'autocolonna dei fuggiaschi "lungo la via Tiburtina, prima d'iniziare la salita che porta a Tivoli, ci imbattemmo in un'autocolonna di mezzi tedeschi". Questa stessa circostanza è stata confermata dal suo superiore gen. Carboni: "Fummo fermati presso Acque Albule da un gruppo di nemici autocarrati".

La colonna di fuggiaschi venne lasciata transitare. Il nobile corteo è composto da 57 persone, compresa la “sora Rosa”, guardarobiera della Regina. Anzi, arrivati nei pressi di Pescara i reali trovano ristoro e fanno visite di cortesia in attesa che arrivi la corvetta Baionetta, la quale sosta al al largo e viene raggiunta dal Re e dal suo seguito il giorno dopo da Ortona a bordo di due pescherecci. Il Re cerca Badoglio, ma questi è già salito sul Baionetta partendo da Pescara.

Sui moli di Pescara e poi di Ortona ci sono più 200 tra generali, ufficiali e servitori vari che litigano per un posto a bordo. La destinazione, com’è noto, sarà Brindisi. La nave italiana sarà intercettata da un aero ricognitore tedesco che la sorvolerà per circa 20 minuti.

A due passi dalla capitale, a Frascati, c’è il quartier generale del feldmaresciallo Kesselring, comandante del gruppo di armate tedesche nell’Italia centromeridionale. Il giorno 8 Frascati è stata bombardata dagli alleati, illeso è rimasto il Q.G. tedesco, centinaia di morti tra i civili. È il segnale concordato che precede la divulgazione, da parte americana, della notizia dell'avvenuta firma della resa italiana di Cassibile. Ad ogni modo è proprio Kesselring a prendersela comoda, rinviando l'ultimatum posto a chi, rimasto a Roma, sta opponendo resistenza alle truppe tedesche. L'ultimatum scadeva alle ore 10 del 10 settembre, ma fu lo stesso feldmaresciallo a rinviarne l'esecuzione in attesa della firma della resa che avvenne solo alle 16.30, dopo che il Baionetta era entrato nel porto di Brindisi. 

Quello del Re e di Badoglio è stato solo un passaggio di consegne con l’ex alleato in cambio della resa di Roma e delle truppe italiane, ma soprattutto della consegna di Mussolini. Infatti, anche se le cose andarono un po’ diversamente per quanto riguarda la progettata destinazione dei fuggiaschi (Sardegna), nulla è più inverosimile che con un’Italia centrale occupata da diverse divisioni tedesche, una carovana di cortigiani come quella che raggiunse Pescara e poi Brindisi, potesse percorrere in quei giorni centinaia di chilometri via terra e via mare senza che i tedeschi s'avvedessero di nulla (***).



(*) Vi furono ben 14 tentativi di raggiungere un accordo di resa tra l'Italia e gli Alleati, iniziati già nell'ottobre 1942. Cinque di questi furono effettuati, appunto, ancora vigente il fascismo, quattro dei quali autorizzati dallo stesso Mussolini.

(**) Alle 3,30 del 9 settembre la V armata americana, al comando del generale Mark  Wayne Clark, sbarca nei pressi di Salerno incontrando la blanda reazione dei tedeschi. Una divisione britannica sbarca a sera a Taranto (operazione Slapstik). La flotta italiana partita da La Spezia e da Genova (evidentemente si era trovato il carburante che fino ad allora era mancato), invece di contrastare la flotta alleata si dirige a Malta: decine di navi da guerra, tra cui 5 corazzate, 7 incrociatori, 25 cacciatorpediniere, 23 sommergibili. In seguito, il mancato sbarco a nord di Roma, ovvero il mancato aviolancio alleato, rifiutato da Badoglio, nei pressi della capitale, nonché l’ordine dato dal gen. Roatta di spostare il corpo motocorazzato italiano in direzione di Tivoli e l’abbandono delle truppe italiane a se stesse, favorirono la risposta decisa di Kesselring sul fronte di Salerno e segnarono una battuta d’arresto formidabile per gli Alleati.

(***) Sul fatto che già fin dal 1942 si mormorasse di una caduta di Mussolini e della instaurazione di una dittatura con a capo Badoglio, cfr. Gianni Orecchioni, I sassi e le ombre: storie di internamento e di confino nell'Italia fascista, Ediz. di St. e Letteratura, Roma, 2006, p. 139. La stessa vecchia guardia del partito fascista pensava di rifarsi un’immagine e di rilanciare il partito con la destituzione del duce. Per questo, già a partire dal 13 luglio, era stata disponibile a chiedere la convocazione del Gran Consiglio del fascismo, che non teneva sedute dal 1939. Altri grossi pescecani del fascismo erano rimasti nei loro scranni ministeriali fino a pochi giorni prima, ma ora dileguavano. Per es. Vittorio Cini, un caso emblematico di trasformismo. Socio principale del fascista della prima ora Volpi di Misurata in molte imprese finanziarie e industriali, nel 1934 Cini è nominto senatore (su 323 senatori Mussolini ne aveva nominati 268). Con R.D. del 16 maggio 1940 Mussolini gli concede il titolo di conte di Monselice, con tanto di motu proprio e relativo stemma. Il 6 febbraio 1943 è nominato Ministro delle comunicazioni. Beneficiario dei salvataggi dell’Iri negli anni Trenta, negli ultimi mesi di guerra si era messo a distribuire milioni a certi caporioni del CLN; dopo la guerra, fu sottratto dall’epurazione per intervento di De Gasperi e le ottime relazioni con il Vaticano. Negli anni Cinquanta finanziò “Il popolo di Roma”, il cui direttore ombra era un altro ex gerarca fascista, Giuseppe Bottai. Sul giornale vi scriveva anche Luigi Sturzo che nel 1952, in vista delle elezioni amministrative di Roma, si era adoperato per la costituzione di una lista civica anti-comunista, con la DC, il MSI e i monarchici (cfr. Nico Perrone, Il segno della DC, Dedalo, p. 99). Per il resto del suoi giorni “il Conte” si atteggiò a mecenate delle scienze e delle arti.

[continua]

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