sabato 5 marzo 2011

Philipp von Hessen e Mafalda di Savoia / 10



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Barneschi (op.cit., p. 89 e ss.) porta la testimonianza di «Tony Breitscheid, moglie del deputato socialdemocratico tedesco, compagna d’internamento di Mafalda e testimone della sua morte […]. Nella baracca il vitto era uniforme ma abbastanza copioso. Ci venivano passate le razioni dell’esercito […] Prima dell’inizio dell’inverno, dopo numerose e insistenti richieste, vostra madre ricevette qualche capo di vestiario più caldo: abiti e biancheria che erano stati presi ad altre prigioniere ebree e che la signora Ruhhnau aggiustava sulle misure di vostra madre […]. In primavera e in estate vostra madre si occupava molto del giardino o tentava qualche lavoro con la creta […]. Inoltre leggeva molte opere di storia, francesi e inglesi […]».



Il 24 agosto 1944, poco prima di mezzogiorno, ci fu un nuovo bombardamento alleato sulla fabbrica di armamenti Wilhem-Gustloff-Works, prossima alla baracca in cui vi erano i detenuti “speciali”. Secondo i rapporti, tre ordigni colpirono il campo e uno ha colpito la baracca di Mafalda, che ha immediatamente preso fuoco. Un’altra bomba cadde al di fuori della baracca e colpì la copertura del rifugio nel quale si trovavano Mafalda e molti altri rifugiati. Circa quattrocento prigionieri rimasero uccisi, tra cui l’ex deputato Rudolf Breitscheid, morto istantaneamente. La principessa Mafalda fu gravemente ferita e sepolta dalle macerie. Fu presto liberata dai detriti, ma il braccio sinistro era stato gravemente ustionato. Secondo Harnyss (il responsabile del campo), che fu testimone degli eventi, il braccio era "bruciato quasi fino all'osso". Mafalda ha ricevuto assistenza medica in un edificio che fino ad allora aveva ospitato il bordello del campo (Himmler aveva ordinato la sua creazione nell'estate del 1943). Che Mafalda lavorasse in tale bordello è una diceria diffusa dopo la guerra (*).

La principessa e gli altri feriti gravi sono stati curati, e nel suo caso, gli sono state fatte delle iniezioni per alleviare il dolore. Il braccio, invece, per tema che si infettasse, fu amputato dal medico del campo, dr. Schiedlausky. Immaginiamo quindi le condizioni in cui è avvenuto l’intervento, certamente non di routine, senza possibilità di trasfusioni e cure intensive. Pertanto si produssero emorragie e altre complicazioni. Frau Breitscheid, che era lì con lei, ha ricordato: “La principessa era molto raccolta e coraggiosa”. Dopo l’intervento, non ha mai ripreso conoscenza. Mafalda è morta durante la notte del 26-27 agosto 1944. Col senno di poi ci si può chiedere se l'amputazione fosse necessaria, ma nessuno ha elementi per stabilire con certezza cosa fosse meglio in quello stato e in tali circostanze.

Pertanto Mafalda morì per le ferite riportate a seguito di un bombardamento alleato su una vicina fabbrica. Sostiene Corrado Augias – altro “esperto” della materia – che fu sottoposta a un intervento chirurgico da parte di personale medico negligente e che le inflisse la morte tra derisione ed ingiurie. Nulla, nelle carte e nelle testimonianze prova l’assunto, peraltro illogico. A parte l’opinione del dottor Fausto Pecorai, radiologo internato a Buchenwald (**), secondo il quale Mafalda è stata intenzionalmente operata in ritardo e con procedura, “in sé impeccabile, ma assolutamente ingiustificabile” (??), per provocarne la morte (Fausto Pecorai, Nel primo anniversario del’ascesa di S.A.R. la principessa Mafalda d’Assia, principessa di Savoia dall'inferno di Buchenwald al paradiso dei Martiri e degli eroi …, Tip. E. Cavalieri, Como, 1946). «Mafalda viene trasportata nel Sonderbau, che è il nome dato al bordello, poiché a Buchenwald non c’è ricovero per le donne. L’assiste la cameriera, ma anche delle prostitute, con tenerezza e attenzione (Ivan Ivanji, La creatura di cenere di Buchenwald, Giuntina, 2001, p. 114).»

Il corpo di Mafalda fu tumulato nel locale cimitero cittadino e, in seguito, nel piccolo cimitero degli Assia nel castello di Kronberg in Taunus (Francoforte sul Meno). I tre anelli che portava al momento del decesso furono restituiti alla famiglia.

(*) On 24 August 1944, shortly before noon, the bombs fell again. According to reports, three struck that part of the camp: one went astray and hit the I-Barracks, which immediately caught fire. Another bomb fell outside the barrack and hit the covering under which Mafalda and several others had taken refuge. Approximately four hundred prisoners were killed, including Rudolf Breitscheid, who died istantly. Princess Mafalda was gravely wounded and buried beneath rubble. Burning walls had collapsed around her, and she was up to her neck in debris. Even though she was soon rescued, het left arm had been burned. According to Harnyss, who witnessed the events, it had "burned almost to the bone". Mafalda received medical help in a building that had hitherto housed the camp brothel (Himmler had ordered its creation in the summer of 1943). For this reason, a rumor spread after the war that Mafalda had been housed in the brothel – with suggestions (entirely unfounded of course), that she had been forced to work there. The princess and other severely wounded were cared for, and in this case, she was given injections to ease her pain. The arm, however, became infected, and the decision was made to amputate. This was done by the camp physician, dr. Schiedlausky. The procedure did not go well, however, and Princess Mafalda started bleeding profusely. Frau Breitscheid, who was there with her, recalled, "The princess was very collected and brave", and said, " she was not so  badly injured. Then, after te treatment, she never regained consciousness". Mafalda died from loss of blood during the night of 26-27 august 1944. Some questioned whether the amputation was necessary, and in hindsight it was certainly the wrong decision. (Petropoulos, cit., pp. 302-03).

(**) Del libro dedicato nel 1946 da F. Pecorai a Mafalda, esiste anche un’altra edizione: Roma, Tip. L. Salomone, 1946. Inoltre esisterebbe, secondo un sito internet (http://it.geocities.com/mp_gigi/mafalda.htm), un’edizione precoce: Vita e morte di S.A.R. la principessa Mafalda di Savoia, Hessen, 1945. Fausto Pecorai fu esponente eminente dell'Azione cattolica triestina e noto studioso della Sindone. Impegnato da subito nel Partito popolare (e poi nella DC), nel 1944 tesoriere per il locale CLN fu per questo arrestato dai tedeschi e condannato a morte; l’intervento del vescovo mons. Santin fece sì che la condanna fosse tramutata in deportazione al campo di Buchenwald. Deputato eletto all'Assemblea Costituente, presidente del Comitato Nazionale Venezia Giulia e Zara, promotore del gruppo parlamentare "Pro Trieste", fondatore del Comitato per l'assistenza ai profughi giuliani e dalmati e segretario nazionale del Comitato rifugiati, direttore del settimanale "Difesa Adriatica", lavorò con tutte le sue forze – è detto in  Wikipedia – per dimostrare l'italianità dell'Istria, portando assieme a De Gasperi una pubblicazione fotografica, da lui composta, al Congresso di Pace di Parigi, ma invano. “Fu fiero anticomunista”.

[continua]

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