venerdì 31 dicembre 2010

Il collaborazionismo sindacale nella nuova fase del ciclo di accumulazione


Ho cercato di usare il minor numero di parole possibili per dire il necessario sulla vicenda Fiat così come è andata maturando negli ultimi due anni, tuttavia il post è diventato assai lungo. Spero almeno che sia di qualche interesse.
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Lo stratega
Il teatino Sergio Marchionne è un tagliatore di teste, un duro: “Abbiamo dovuto cambiare molti dirigenti. Erano diventati come il colesterolo che impedisce al sangue di circolare”. Per quanto riguarda invece gli operai, ha giustificato le misure radicali del suo diktat (orari di lavoro più lunghi e flessibili, pause più brevi, lavoro il sabato e la domenica, da 80 a 120 ore di straordinario annuali, primi giorni di malattia non pagati, norme giuridiche derogate, un patto che di fatto abolisce il diritto di sciopero, esclusione della Fiom, ecc.) facendo riferimento alla condizione fatiscente e ai deludenti risultati delle fabbriche Fiat in Italia.
Il Gruppo Fiat, che circa due anni fa ha rilevato la casa automobilistica Chrysler, ha impianti di produzione in tutto il mondo, anche in Polonia, Serbia, Turchia e Brasile. Fiat fa la maggior parte dei suoi profitti in Brasile e Polonia, mentre in Italia, per quanto riguarda il settore auto, sostiene che sta perdendo soldi.
Un mese fa Marchionne è comparso in televisione minacciando di chiudere gli stabilimenti italiani di Fiat auto, poiché la società non guadagnerebbe un solo euro nel nostro paese, a causa della scarsa produttività degli operai. Pochi giorni dopo ha detto che la società sarebbe intenzionata di investire 20mld di euro negli stabilimenti italiani nei prossimi cinque anni, allo scopo di raddoppiare la produzione di automobili. La condizione per tali investimenti, tuttavia, era che i sindacati accettassero le condizioni imposte dall’azienda.
Marchionne fa il pesce in barile, lo dimostrano i numeri, inesorabilmente [qui]  [qui]. La Fiat produce poco in Italia perché non vende, i suoi prodotti non sono concorrenziali sul mercato: “Noi siamo la Apple dell’automobile e la 500 è il nostro iPod”, ha dichiarato molto modestamente Marchionne. Ed infatti a Mirafiori prevede di produrre modelli Crysler con investimento di un miliardo di euro per la produzione di 280 mila Suv all’anno.
Parte di questo piano è quello di aumentare la produttività al livello dello stabilimento di Tychy, in Polonia, dove 6.000 dipendenti producono una macchina nuova ogni 35 secondi. La fabbrica polacca della Fiat è una delle più produttive d'Europa con condizioni di sfruttamento estreme e dove non si sciopera e i salari sono un terzo di quelli italiani.
Il modello utilizzato dall’italo-canadese Marchionne, residente in Svizzera e figlio di un carabiniere, per questi attacchi contro la forza-lavoro Fiat, è quello sperimentato negli Stati Uniti. Due anni fa, al culmine della crisi finanziaria mondiale, la Fiat ha rilevato il Gruppo Chrysler e poi chiuso diversi stabilimenti, con il sostegno del presidente Barack Obama, e in stretta collaborazione con il sindacato UAW (United auto workers). Il sindacato ha concordato, tra l’altro, che i nuovi dipendenti siano pagati con un salario ridotto del 50 per cento, per tutti il divieto di sciopero, e ha ricevuto in cambio una rilevante partecipazione azionaria (azioni svalutatissime) nella società, ma solo un seggio in consiglio d’amministrazione. Nel 2011 la casa americana tornerà in Borsa e a quel punto il Tesoro Usa sarà uscito e anche il sindacato dovrebbe disimpegnarsi. Dalla Chrysler esce la tedesca Daimler (Mercedes), con la perdita totale del residuo capitale ancora detenuto pari al 19,9%, perdita che si aggiunge ai 10 miliardi di dollari di cassa già persi nello sventurato sbarco a Detroit. Naturalmente nella sua avventura americana la Fiat ha trovato ad accoglierla “favolosi incentivi pubblici”, come scrive il Corriere della sera dello scorso 28 settembre.
Dal punto di vista societario, infine, Marchionne ha diviso la società in due parti che saranno quotate separatamente in Borsa nel mese di gennaio. Una società comprende il settore automobilistico, mentre l’altra si concentrerà sulla produzione di camion (Iveco), macchine agricole (CNH) così come i motori e cambi (Powertrain). Lo stabilimento di assemblaggio in Sicilia, Termini Imerese, verrà chiuso completamente entro il 2011.
Il tattico
Marchionne ha usato lo stabilimento Fiat di Pomigliano D'Arco in provincia di Napoli come un progetto pilota per gli attacchi su salari e condizioni di lavoro, approfittando del fatto che la disoccupazione nel sud è particolarmente elevata e il ricatto più facile.
Durante l'estate, Marchionne ha posto un ultimatum a tutti i lavoratori di Pomigliano D'Arco: o si accettano condizioni di lavoro di gran lunga peggiori delle attuali, con gli stessi livelli di produttività nella fabbrica di Tychy in Polonia, o la fabbrica sarebbe stata chiusa. Se gli operai accettano, ha promesso nuovi investimenti per 700 milioni e il trasferimento della produzione del modello Panda da Tychy a Pomigliano.
Marchionne ha trovato favorevoli al suo progetto i sindacati liberali, cattolici e fascisti (Fim, Uilm, Fismic e UGL). Solo la Fiom, affiliata alla più grande federazione sindacale CGIL diretta da ex socialisti, si è rifiutata di firmare e per tale motivo è stata esclusa dalla fabbrica. Tuttavia, come vedremo, per quanto riguarda la sostanza si tratta solo di fumo negli occhi.
I lavoratori di Pomigliano conoscono bene i pericoli della disoccupazione: per anni la fabbrica ha vissuto lunghi periodi di lavoro a tempo ridotto, in cui i lavoratori devono vivere con le elemosine fornite dalla cassa integrazione, una forma di indennità di disoccupazione pagata con fondi statali ed europei. Nonostante il ricatto della Fiat, il 36 per cento dei voti dei salariati al referendum indetto pro o contro il diktat dell’azienda, si è espresso contro il nuovo contratto, con grande scorno della società, dei sindacati gialli e della borghesia parlamentare, inclusa quella di “sinistra”.
Il collaborazionismo
La Fiat ha ottenuto concessioni simili dai sindacati italiani ed europei nelle sue fabbriche. Le nuove condizioni di lavoro per le fabbriche nostrane sono state oggetto di discussioni, il 4 novembre, tra Marchionne e la Cisl e Uil, cioè le federazioni sindacali che avevano già approvato il piano di giugno, e in questi giorni sono state formalizzate. La Fiom, che non aveva firmato l'accordo a Pomigliano d'Arco, non è stata invitata, nonostante che con i suoi 360.000 iscritti, secondo le statistiche ufficiali, rappresenti il più grande sindacato dei metalmeccanici.
Tuttavia l'atteggiamento di Fiom e Cgil non può essere fondamentalmente distinto da quello di UIL e CISL. Tutti e tre i maggiori sindacati, in ultima analisi, accettano la drastica ristrutturazione di Fiat e partecipano ad essa, anche se la Fiom deve tener conto della rabbia dei lavoratori interessati e quindi prendere una direzione politica indipendente. Il 16 ottobre scorso, ha organizzato una manifestazione a Roma con diverse migliaia di lavoratori, per protestare contro gli attacchi da parte di Fiat e le politiche economiche del governo Berlusconi.
Nell’occasione il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, ha detto: “Vogliamo difendere i contratti di lavoro, l’occupazione e la democrazia a fronte di uno dei più grandi attacchi ai diritti dei lavoratori”. Il segretario CGIL Guglielmo Epifani ha anche minacciato uno sciopero generale se il governo non avesse accettato immediatamente le richieste dei lavoratori.
Queste sono parole vuote. In realtà, la Fiom e la Cgil sono da lungo tempo venute a patti sia con la piccola e media industria e soprattutto con la Fiat, sapendo che essa stabilisce lo standard per l'intera economia italiana. «Pomigliano non ha alternative. Napoli non ha alternative sul suo territorio» aveva dichiarato Epifani (CdS,  14-6-10). Egli ha anche pubblicamente giustificato l’accordo con il fatto che in molte fabbriche, le condizioni di lavoro oggi sono molto peggiori che in Fiat (cosa del resto vera). Perciò rivela un segreto di Pulcinella il segretario della Cisl Bonanni quando afferma che quello della Fiom è solo "un gioco mediatico".
Landini ha sostenuto il progetto di spostare la produzione della Panda dalla Polonia verso l’Italia. “Noi e gli operai siamo i primi ad avere interesse a mantenere la produzione in Italia”, ha detto alla radio. Ha paragonato la Fiat alla Volkswagen. Ha soggiunto che VW ha deliberatamente tenuto circa metà della sua produzione in Germania, mentre Fiat produce i tre quarti delle sue auto fuori d'Italia, indicando la sua disponibilità a fare concessioni. Fiom, ha aggiunto, “non è una organizzazione che dice sempre no”.
Epifani poi è stato sostituito come capo della CGIL da Susanna Camusso, della quale ho già scritto in questo blog. Questa ha detto di avere buoni rapporti con il capo della Confindustria, Emma Marcegaglia. Camusso ha lamentato però il fatto che non era stata invitata alla recenti discussioni con Marchionne. In una dichiarazione scritta, la dirigenza della Cgil ha auspicato “l'opportunità di riprendere un dialogo serio”. “La decisione da parte della Fiat di approfondire la rottura con la Cgil è preoccupante, perché dimostra che essa non è disposta a proseguire il dialogo”, afferma il sindacato. Lo stesso giorno, il portavoce della Cgil, Vincenzo Scudier, ha chiesto una “tavola rotonda sul futuro delle fabbriche in Italia”, una chiara offerta di collaborare con la Fiat.
La sinistra piccolo-borghese, assai frammentata in decine di organizzazioni, sta cercando di ritrarre Fiom come alternativa militante agli altri sindacati collaborazionisti. Ad esempio, Controcorrente, che appartiene al Comitato Internazionale dei Lavoratori (CWI), sostiene che Fiom rappresenta oggi “l’unica forza per rispondere con decisione a questo stato di cose e che ha mostrato resistenza a Berlusconi e Marchionne”.
Questo non solo è sbagliato, ma è anche un deliberato tentativo di distogliere l’attenzione dalle questioni politiche che riguardano i lavoratori in generale e quelli della Fiat, in Italia e in Europa, in particolare. Marchionne, un uomo d’affari esperto, che ha lavorato come avvocato e manager in Canada, Stati Uniti e Svizzera (p. es.: vicepresidente e chief financial officier alla Lawson Mardon, dove lavora con Sergio Cragnotti impegnato in operazini finanziarie poco chiare[qui]), non agisce da solo alla Fiat. Dietro di lui c’è Confindustria (anche se ne esce formalmente, ovviamente allo scopo di poter denunciare i precedenti accordi) e il governo italiano. Marcegaglia ha sostenuto in più occasioni le azioni della Fiat e il ministro Sacconi è ripetutamente intervenuto a favore di Fiat, celebrando da ultimo il nuovo accordo contrattuale.
La classe dominante vede le nuove condizioni di lavoro alla Fiat come modello per l’Italia, che è in profonda crisi, con la disoccupazione in aumento e quella giovanile è al 26,8 per cento, un altissimo debito e una guerra valutaria globale che sta rendendo le condizioni per le industrie di esportazione molto difficili. La classe dirigente sta cercando di superare la crisi a scapito dei lavoratori, e Marchionne ha aperto la strada agli attacchi. Il Financial Times ha addirittura paragonato il capo di Fiat all’ex primo ministro britannico e "Lady di ferro" Margaret Thatcher: “l’ultimatum del signor Marchionne ai sindacati, accettare l'accordo o Fiat lascerà l’Italia, ha persino indotto alcuni a paragonare il suo piano alla sconfitta che l’ex primo ministro britannico inflisse ai minatori del carbone nel 1985”.
Dopo l’accordo dell’altro giorno, la Fiom ha proclamato uno sciopero dei metalmeccanici di otto ore da tenersi solo tra un mese, il 28 gennaio!! Per quella data con la scusa del referemdum. «Consideriamo quel referendum illegittimo – dice Giorgio Airaudo – e non daremo come organizzazione alcuna indicazione di voto». Se illegittimo perché ne attendono l'esito prima dello sciopero? Gli operai non possono sperare di difendere i loro diritti e le condizioni di lavoro se prima non si liberano dal controllo degli apparati sindacali e costruiscono propri organismi di lotta politica contro la classe dominante e il suoi governi.
Ma questo è proprio quello che i sindacati, i partiti di “opposizione” e dei loro seguaci tra la sinistra piccolo-borghese vogliono in ogni modo prevenire. Anche se Berlusconi è impopolare e impantanato in sempre nuovi scandali, essi nei fatti si oppongono una campagna per far cadere il suo governo. Lasciano l'iniziativa a Gianfranco Fini, ex fascista, e già partner della coalizione di Berlusconi che ha montato la sceneggiata del voto di fiducia. Solo gli allocchi potevano crederci. In questo modo sindacati e partiti di “opposizione”  disarmano la classe operaia e favoriscono di fatto le condizioni nelle quali la classe dominante procede da lungo tempo contro i diritti e gli interessi dei salariati.

giovedì 30 dicembre 2010

A proposito di estradizioni



Il Partito democratico ha chiesto che a Cesare Battisti non sia concesso asilo in Brasile. Bene. Tutto questo rumore, tutti questi titoloni da prima pagina, mi sarebbe piaciuto ci fossero stati anche in occasione di uno dei tanti processi per le stragi di piazza Fontana e piazza della Loggia. Per chiedere l’estradizione di un fondamentale imputato di quelle stragi, quello “esiliatosi” nel 1974 in Giappone. Magari quando D'Alema era ministro degli esteri o presidente del consiglio (sulla questione qui).

A tal proposito si legge su Wikipedia:
Zorzi è stato condannato all'ergastolo il 30 giugno 2001 in primo grado. Il governo italiano ha richiesto l'estradizione al Giappone dove Zorzi vive, ottenendone un rifiuto perché nel frattempo Zorzi si era naturalizzato giapponese (pur conservando anche illegalmente il passaporto italiano).

Successivamente, il 12 marzo 2004, la Corte d'assise d'appello di Milano ha ribaltato il verdetto ed ha assolto Zorzi. La Cassazione ha rigettato il Ricorso proposto contro tale Sentenza.
Nel giugno 2005, al termine dell'ultimo processo su piazza Fontana, riaperto negli anni '90 a Milano per trovare i complici di Franco Freda e Giovanni Ventura, la Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di Freda e Ventura in ordine alla strage. Secondo la Cassazione, così come per le corti d'appello, anche "la cellula veneziana di Maggi e Zorzi" nel 1969 organizzava attentati, ma "non è dimostrata la loro partecipazione alla strage del 12 dicembre". La corte giudica così "inattendibile" il pentito di Ordine Nuovo Carlo Digilio, mentre certifica "veridicità e genuinità" di quanto dichiarato da Martino Siciliano, ossia che "Siciliano ha partecipato alla riunione con Zorzi e Maggi dell'aprile '69 nella libreria Ezzelino di Padova" in cui "Freda annunciò il programma degli attentati ai treni". Tuttavia, poiché tali bombe non provocarono vittime, non è dimostrato il coinvolgimento di Maggi e Zorzi nella "strategia stragista di Freda e Ventura".

Chiaro con che galantuomo abbiamo a che fare?

Sempre su Wikipedia:
Zorzi è stato indagato e rinviato a giudizio per la Strage di Piazza della Loggia a Brescia, processo nel quale è stato assolto assieme a tutti i 5 imputati, in base all'articolo 530 comma 2, assimilabile alla vecchia insufficienza di prove.

Il pentito Martino Siciliano, teste chiave nei processi per le stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, ad oggi latitante, avrebbe scagionato Delfo Zorzi da ogni accusa e sarebbe stato pagato nel 1994 con 6991 marchi tedeschi dell'epoca (non si sa a che titolo) provenienti da un conto svizzero riconducibile alla Fininvest/Mediaset [qui].

mercoledì 29 dicembre 2010

Un tradimento annunciato, un suicidio politico



Cosa potranno mai raccontarsi Marchionne e Chiamparino quando giocano a scopone? Questi dirigenti del Pd, sul tipo di Fassino, D’Alema, Veltroni, Bersani, hanno perso da molto tempo, se mai l’hanno avuto, ogni contatto con il mondo del lavoro. Quello vero, alla catena, per esempio. Essi vivono e agiscono da rappresentanti d’interessi estranei alle classi salariate e la loro “arrendevolezza” nei riguardi del padronato, il proclamarsi “liberali”, lo sfoggio di avere a cuore anzitutto l’impresa, con la panzana dell’interesse “nazionale”, diventa una prova del loro attaccamento agli interessi della borghesia.

Perfino taluni diritti dei lavoratori (in primis quelli della rappresentanza sindacale), considerati fino a ieri intangibili e costituzionalmente garantiti, sono diventati mera questione di forza, di confisca da parte del padronato, nella sostanziale complicità dei dirigenti della cosiddetta "sinistra" liberaldemocratica. Un tradimento esplicato palesemente e senza alcun pudore, in una congiuntura in cui la questione sindacale diviene problema di potenza politica. Ne consegue il fatto che se i rapporti tra capitale e lavoro diventano questione esclusiva della lotta più cruda tra salariati e padroni, cioè non sono più un problema collettivo della società e quindi politico, allora anche l’ultimo resto di fiducia e di simpatia personale, l'ultima illusione, che poteva un tempo animare i rapporti tra lavoratori e rappresentanza politica parlamentare, viene a cessare. 

Una vita prigioniera nella gabbia delle merci



di Donatello Santarone - il manifesto, 4 Agosto 2010


Recensione a: Karl Marx, L'alienzaione, Donzelli, pp. 128, euro 7

Nella sobria ed elegante collanina de «gli essenziali» - nata per riproporre alcuni temi classici utili al presente - l'editore Donzelli propone una sintetica antologia di testi marxiani sul tema dell'alienazione presentati da Marcello Musto. Si tratta di un concetto centrale nella riflessione del filosofo di Treviri che il curatore, docente alla York University di Toronto, colloca nella sua introduzione all'interno della più generale trattazione di questa problematica. Non solo, dunque, rispetto alle teorie di Hegel e Feuerbach e degli economisti classici o di Lukács – che sono, sempre molto brevemente, trattate nella prima parte – ma anche nel confronto con le principali concezioni novecentesche dell'alienazione (Heidegger, Marcuse, la psicoanalisi e l'esistenzialismo francese).

Tra queste due parti, il curatore inserisce un «riassunto» della posizione giovanile marxiana (i Manoscritti economico-filosofici del 1844) e, dopo di esse, il dibattito marxista sull'alienazione (e l'interpretazione di Marx) del Novecento. L'idea è quella, per evitare di appesantire il volumetto con un'introduzione che riprendesse esclusivamente i temi già trattati nelle pagine della raccolta (e riassunti nei paragrafetti introduttivi che guidano il lettore alla lettura dei differenti frammenti), di mostrare l'originalità della concezione marxiana dell'alienazione anche nel confronto con i principali filosofi del Novecento.

Posseduti dalle cose
Nella seconda parte l'introduzione esamina esclusivamente il testo di Marx, in particolare la sua concezione matura dell'alienazione, esposta nei Grundrisse e nel Capitale (feticismo dal punto di vista della merce e reificazione da quello delle relazioni umane). Inoltre, Marcello Musto presenta le misure concepite da Marx per superare l'alienazione (ed alla differenza rispetto alla posizione giovanile, che si limitava a prospettare un «superamento della proprietà privata») e disegnare il profilo della società post-capitalistica che emergerebbe in seguito al superamento dell'alienazione.

Quel che emerge è la peculiarità della posizione di Marx, il quale «mediante la categoria di lavoro alienato non solo estese la problematica dell'alienazione dalla sfera filosofica, religiosa e politica a quella economica della produzione materiale, ma fece di quest'ultima anche il presupposto per poter comprendere e superare le prime». Per Marx, infatti, l'alienazione coincide «con una precisa realtà economica e con un fenomeno specifico: il lavoro salariato e la trasformazione dei prodotti del lavoro in oggetti che si contrappongono ai loro produttori». La ricchezza e l'attualità di questa posizione - che Musto rintraccia nell'intera produzione marxiana - si offrono al lettore già dalle prime riflessioni presenti nei Manoscritti del '44: «Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini». Nell'odierno capitalismo globalizzato, nel quale la dittatura delle merci permea le regioni più intime delle persone, questa affermazione marxiana consente, ad esempio, di comprendere il potente potere evocativo ed educativo contenuto nelle «cose», le quali non sono solo oggetti dotati di valore di scambio ma sofisticati dispositivi cognitivi volti a persuadere della superiorità del mondo del capitale, promessa di felicità e ricchezze eterne. Non sono quindi gli uomini che usano le «cose», ma, sostiene Marx, le «cose» si impossessano degli uomini i quali trasferiscono sulle merci, e non su altri uomini, la loro essenza umana ormai estraniata. Tutto questo per Marx non scaturisce da un indistinto «disagio della civiltà», da «un'età dell'ansia» indecifrabile, ma è determinato storicamente dai rapporti capitalistici di produzione che hanno reso i produttori sempre più dipendenti dai prodotti e dalla proprietà privata di quei prodotti (in una foto inedita scattata ad Hong Kong da Franco Fortini nel suo viaggio in Cina del 1955 si vede un bambino che dorme in una sorta di emporio circondato da merci di ogni tipo e sotto la didascalia di Fortini che commenta con una frase di Marx: «il prodotto produce il produttore»).

Nei Manoscritti del '44, i quali furono scritti da un Marx ventiseienne e furono pubblicati postumi solo nel 1932, vengono analizzati i processi di alienazione che coinvolgono quattro momenti dell'esistenza operaia. Nella società borghese, infatti, il lavoratore è alienato: dal prodotto del suo lavoro, nell'attività lavorativa, dal genere umano, dagli altri uomini. Comprendere e combattere «questa potenza estranea sopra l'uomo» è ciò che rende complicato e contraddittorio il processo storico e il tentativo di immaginare un diverso presente. Nelle odierne società a capitalismo avanzato la coscienza della condizione umana alienata, la percezione del carattere distruttivo della merce e del denaro (in quanto merce) sulle persone sono quotidianamente e in maniera molecolare ostacolate da una gigantesca struttura ideologico-materiale (media, tempo «libero» mercificato, intrattenimento, pubblicità, centri commerciali) che lavora incessantemente a divaricare la condizione materiale dei lavoratori dalle loro rappresentazioni simboliche, facendo proprio di queste ultime il luogo della rassegnazione e del consenso passivo.

Oltre il consumo
Questa contraddittorietà è, d'altra parte, proprio nel carattere dinamico e mutevole del capitale.
Come scrive Marx nel 1856, nel discorso tenuto in occasione del quinto anniversario del giornale operaio «The People's Paper», la nostra è un'epoca in cui «da un lato sono nate forze industriali e scientifiche di cui nessun'epoca precedente della storia umana ebbe mai presentimento. Dall'altro, esistono sintomi di decadenza che superano di gran lunga gli orrori tramandatici sulla fine dell'impero romano. Ogni cosa oggi sembra portare in se stessa la sua contraddizione. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l'uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria».

Nei Grundrisse e poi nel Capitale Marx si sofferma sulla spoliazione di saperi e competenze che la moderna produzione borghese ha determinato nel passaggio dal lavoro rurale, artigianale, semi-industriale del medioevo al lavoro nella fabbrica moderna del capitalismo. Tale processo ha portato le condizioni di lavoro sempre più distanti, autonome, separate dall'esistenza degli operai, «come un modo di essere del capitale e quindi anche come organizzato dai capitalisti indipendentemente dai lavoratori». In un sistema quale quello regolato dal capitale, in cui la messa in valore delle cose e la perenne rincorsa a maggiori profitti confligge con le dimensioni non mercantili dell'esistenza, lo spazio riservato ad attività fondate sul valore d'uso delle conoscenze, dei saperi, dell'arte, uno spazio in cui sia centrale la relazione umana e intellettuale non finalizzata all'accumulazione privata e al profitto, rischia di divenire sempre più residuale ed ininfluente.

Quando Marx parla di «uomo onnilaterale», quando propone la riduzione della giornata lavorativa per consentire agli operai di coltivare le amicizie, di educare i figli, di partecipare alla vita politica, di andare ad una conferenza, di ascoltare musica o di dipingere, egli tratteggia la figura di un uomo finalmente libero dalla servitù del lavoro salariato, un uomo non più schiavo delle merci, un uomo finalmente disalienato e disposto ai più alti godimenti dello spirito.

martedì 28 dicembre 2010

Dalla parte del padrone e dei fascisti


«Gli investimenti sono assolutamente prioritari, l'utilizzazione degli impianti piena è assolutamente prioritaria; però qui c'è una terza cosa, che riguarda un effetto di sistema, cioè il sistema delle relazioni sindacali e della partecipazione dei lavoratori e credo che non sia possibile che una palla di neve diventi una valanga per tutto il nostro sistema senza che nessuno ne parli: le grandi organizzazioni sociali e, perché no, governo e parlamento, perché qui si parla di sistema».

È questo il vero volto dei cosiddetti democratici di sinistra: prima viene l'investimento di capitale, quindi lo sfruttamento pieno degli impianti e della manodopera, cioè il raggiungimento del più alto livello del tasso di profitto, e solo dopo le "relazioni sindacali", cioè i diritti dei lavoratori, ma senza "tensioni sociali". 

Rifiutando di trattare con la Fiom, la  Fiat cerca di indebolirne la forza e l'autorità. Inoltre, essa sa benissimo che la smobilitazione eventuale dei suoi impianti non favorirebbe, nel territorio nazionale, i gruppi automobilistici concorrenti. Ma soprattutto il più grande complesso industriale italiano ha assunto, in proprio, la direzione del padronato nel condurre la lotta contro i salariati, diventerà così il campione dei comuni interessi della classe imprenditoriale.

Il 29 dicembre, dice dal canto  suo Cremaschi, si terrà un comitato "straordinario" in cui verranno prese delle decisioni. «E' vero che l'accordo di Mirafiori è storico, ha un solo precedente: il 2 ottobre 1925 quando Mussolini, la Confindustria e i sindacati fascisti e nazionalisti sottoscrissero l'abolizione delle commissioni interne. Oggi Marchionne Cisl e Uil aboliscono in Fiat e Mirafiori le Rsu e le elezioni democratiche. E' un atto di un autoritarismo senza precedenti nella storia della Repubblica: nemmeno negli anni '50 si tolse ai lavoratori Fiat il diritto a votare per le loro rappresentanze. Per Cisl e Uil è una vergogna assoluta». 

E se è come nel fascismo, l'arrendevolezza di Bersani e del Pd è, nei fatti, complicità con i fascisti.

lunedì 27 dicembre 2010

Il prezzo della schiavitù




Il cosiddetto “accordo” di Mirafiori bisogna leggerlo (78 pagine scaricabili da questo sito). Non si tratta di un “accordo”, bensì di un diktat. Alcune voci stipendiali spariscono, il primo e poi anche il secondo giorno di malattia niente paga (se malati, non si mangia e i familiari devono solidarizzare). A partire dal 14 febbraio è previsto un anno di cassa integrazione (pag. 14). In quel periodo gli operai parteciperanno a corsi di formazione obbligatori. Si lavorerà su turni che prevedono anche il sabato e la domenica notte, “pertanto la settimana lavorativa inizierà alle ore 22.00 della domenica e terminerà alle 22.00 del sabato successivo e il riposo domenicale avrà luogo dalle ore 22.00 del sabato alle ore 22.00 della domenica” (pag. 18). Tutto ciò in deroga al D.Leg. 8 aprile 2003, n. 66. Gli addetti alla manutenzione e alla centrale vernici lavoreranno su turni di 8 ore per sette giorni alla settimana, con riposo “a scorrimento”. Poi ci sono altri tipi di turnazioni, per es. dalle 06.00 alle 16.00, o dalle 20,00 alle 06,00, con mezz’ora per il rancio. Più 120 ore di straordinario annuo pro capite. Più 80 ore di straordinario nelle giornate di sabato e festivi (pag. 23).
Per il resto, buona lettura.

domenica 26 dicembre 2010

Il capitale totalitario


Attraverso le organizzazioni padronali e sindacali, il capitalismo organizza la schiavitù secondo la finzione giuridica del contratto di compra-vendita della forza-lavoro formalmente libera. In tale quadro il contratto collettivo di categoria ha la funzione di imbrigliare il conflitto tra capitale e lavoro facendo giocare ai sindacati dei lavoratori, di concerto con quelli padronali, un ruolo di regolatore sia dei conflitti, sia della concorrenza tra lavoratori salariati. Questo schema prevale nelle fasi d’espansione. Viceversa, nelle fasi di crisi, il padronato tende a liberarsi dalle regolamentazioni troppo rigide del contratto collettivo di categoria per assicurarsi, con contratti separati e organizzazioni sindacali compiacenti, il pieno controllo della manodopera imponendo condizioni di sfruttamento e di salario più favorevoli all’accumulazione.

La decisione della Fiat di denunciare il contratto collettivo di categoria, da un lato, e di uscire da Confindustria, dall’altro, dimostra l’insita tendenza totalitaria del capitalismo, e come lo schiavismo più sfrenato ridiventi un ideale economico da perseguire apertamente.

* * *

«Lo schiavo romano era legato al suo proprietario da catene; l’operaio salariato lo è al suo da invisibili fili. L’apparenza della sua autonomia è mantenuta dal continuo mutare dei padroni individuali e dalla fictio juris del contratto» (Il Capitale, I, cap. XXI).

«Allorché un individuo è costretto a pagare e a lavorare per altri, questo individuo è lo schiavo degli altri» (Maffeo Pantaleoni, La caduta della Società Generale di Credito mobiliare Italiano, UTET, 1988).

«I mercanti non possono guadagnare senza mentire, e non c'è nulla di più spregevole della menzogna [...] tutti coloro che vendono la loro fatica e la loro industria, [...] chiunque offra il suo lavoro in cambio di denaro vende se stesso e si mette a livello degli schiavi» (Cicerone, Dei doveri, I, CL).

sabato 25 dicembre 2010

Buon natale America


Una buona notizia per i “dipendenti” delle cinque maggiori banche Usa: JPMorgan Chase, Bank of America, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Citigroup, hanno messo da parte almeno 90 miliardi (billion!) di dollari per i bonus di fine anno.


I disoccupati ufficiali che beneficiano di un qualche programma di sostegno al reddito sono “solo” a 8.883.578, mentre sono 42.400.000 gli american ammessi al Food stamp, cioè a forme di sostegno alimentare. Le solite esagerazioni?  "We help put healthy food on the table for over 40 million people each month", dice il sito del Food and Nutrition Service del Dipartimento dell'agricoltura:  quiqua e poi anche questo.
Un nuovo studio da parte della Conferenza dei sindaci degli Stati Uniti sulla fame e la mancanza di fissa dimora, dimostra che in 27 grandi città si è verificato un impressionante incremento del 24 per cento della domanda di assistenza alimentare nel 2009, laddove la disoccupazione è citata come  la causa numero uno che costringe le persone a cercare aiuto d'urgenza. Il numero di famiglie senza casa è aumentato del 9 per cento, e due terzi delle città hanno riferito che i rifugi sono così affollati che hanno dovuto allontanare la gente. La Coalizione Nazionale per i rapporti con i senzatetto denuncia che ci sono stati almeno 2.600 morti nel 2009 tra le persone che vivono in strada.
La deindustrializzazione in Usa ha coinciso con la nascita di una potente aristocrazia finanziaria il cui accumulo di ricchezza ha sempre meno a che fare con la produzione e molto di più con la truffa e la speculazione finanziaria. Dopo che questa ha portato allo scoppio della bolla dei mutui subprime e il crollo finanziario del 2008, ai super-ricchi sono state consegnate le chiavi del Tesoro degli Stati Uniti per coprire le loro perdite di gioco. Infatti, la FED ha impiegato, tra gennaio 2009 e marzo 2010, 1.250 miliardi (vedi qui) di dollari per riacquistare lo sterco prodotto dalle sue banche predilette, senza neanche riuscire a riattivare seriamente il ciclo economico (e non è finita). Esempio, nel 2005 si vendevano 86mila abitazioni nuove al mese; lo scorso mese ne hanno vendute 21mila!
Ora l’amministrazione Obama e il comitati d’affari della borghesia insistono sul fatto che tutte le forme di spesa sociale, da Medicare e Social Security, alle scuole e ai servizi pubblici della città, deve essere ridotto all’osso per pagare il deficit di bilancio in crescita. Questo a sottolineare il fatto che l’élite finanziaria controlla l’intero sistema politico e i salariati sono privati di qualsiasi mezzo per difendere se stessi attraverso la messa a punto delle politiche esistenti. Un fatto molto comune presso le “democrazie”, mascherato dalle "libere" elezioni (ma sempre meno sono i votanti) e sotto il vuoto spinto dello spettacolo mediatico.

venerdì 24 dicembre 2010

La bionda aleggiava sospesa



Adesso è ufficiale: l'apparizione della Madonna in una piccola cappella del Wisconsin è reale. Un'inchiesta del Vaticano, durata oltre due anni e terminata lo scorso 8 dicembre, ha decretato che la visione della Vergine da parte della suora belga Adele Brise fu un'autentica apparizione mariana. La suora sosteneva di essere stata visitata tre volte dalla Madonna nel 1859.

In occasione delle apparizioni, la bionda Vergine aleggiava sospesa in aria tra due alberi. Come da istruzioni, Brise dedicò la sua vita a educare i bambini alle credenze religionse. Il vescovo della diocesi di Green Bay - dove si trova la cappella - David Ricken ha constatato «con certezza morale» che Brise ha effettivamente avuto degli incontri «soprannaturali meritevoli di fede». 
(La Stampa.it)

Anche se ...


Anche se non sono credente (spero che dio non se ne accorga) auguro buon natale.

giovedì 23 dicembre 2010

L'archivista


La riforma dell'università «è un provvedimento storico, che archivia definitivamente il '68».

Qui una sintesi della "definitiva riforma".

mercoledì 22 dicembre 2010

Spigolature natalizie



La legge è uguale per tutti, per il ricco e per il povero. Essa vieta all’uno e all’altro, per esempio, di chiedere l’elemosina o di rubare il pane.
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Quelli della democrazia e dell’uguaglianza sono principi astratti, un falso problema in una società dove chi prende le decisioni chiave riguardanti l’economia globale non è il popolo, bensì, come ha scoperto recentemente Eugenio Scalfari, le élite della finanza.
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Il principio dell’uguaglianza, fissato nella Costituzione americana (quella del 1787 che riservava il diritto di voto solo a un’élite privilegiata), non valse per gli amerindi e gli afro-americani. I primi furono spossessati con la violenza dei loro territori e i secondi usati come schiavi (la tratta – ma non la schiavitù – fu abolita solo nel 1808). Del resto, le tredici comunità americane ottennero l’indipendenza solo vincendo una guerra combattuta come “ribelli”. Quanti di loro, invece, rimasero fedeli alla Corona britannica furono vittime di dure misure repressive, tant’è che ebbero le terre confiscate o dovettero rifugiarsi in Canada; i quaccheri, a causa del loro pacifismo umanitario, furono oggetto di calunnie e ribalderie.
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Qualunque rivendicazione politica o sociale, se in qualche modo va contro l’ordine costituto governato di fatto dalle élite, perde ogni motivazione legittima. Il ricorso alla forza per rispondere alla natura violenta e discriminante del sistema, è considerato l’espressione di “fanatismo” e “follia” a tal punto, per esempio, che negli anni Settanta le autorità della Germania occidentale prelevarono i cervelli dai cadaveri dei membri del gruppo Baader–Meinhof per determinare le origini genetiche della loro mentalità criminale.

martedì 21 dicembre 2010

Nulla è per sempre

La Cina è diventata una superpotenza economica (forse fragile) e militare. L’India sta armando una flotta oceanica. Si sta parlando di paesi con miliardi di abitanti. Il Giappone si sente schiacciato ed esprime la propria preoccupazione per il declino Usa nei suoi documenti ufficiali. Potrebbe succedere che se non puoi sconfiggere il tuo nemico, allora cerchi di averlo come alleato, anche se nulla al momento lascia presagire un’alleanza sino-nipponica e la storia, antica e recente, non depone a favore di una simile ipotesi.

Al contrario, l’attrito tra i due contendenti è sotto gli occhi di tutti. Ma le cose potrebbero cambiare in fretta (la fretta dei tempi storici, ovviamente). Inoltre, molto dipende da cosa succederà al cambio al vertice cinese previsto per il 2012. La strategia di Tokio è quella delle "due mani": stringere la destra agli Usa e la sinistra alla Cina. Ma anche all'interno della borghesia giapponese si scontrano idee (e interessi) strategici diversi.

In tale quadro, tuttavia gli Usa restano ancora la prima superpotenza militare. Con le portaerei e un’aviazione di gran lunga superiore. Ma le portaerei potrebbero rivelarsi un tallone d’Achille contro i nuovi missili (Dong Feng 21D, in sigla DF-21D) attuali e quelli futuribili.

L’Europa è un nano, in tutti i sensi, e la Russia, una potenza in declino, prenderà presto atto che il pericolo viene da oriente, piuttosto che da ovest. L’Europa senza gli idrocarburi russi sarebbe ancor più nei guai. Il riavvicinamento tra i due “continenti” è nella logica delle cose e anche nei fatti. Gli Usa non gradiscono, ma devono prendere atto che il resto del mondo non è più il loro quasi esclusivo giardino di casa.
Gli assetti geopolitici subiranno, nel prossimo decennio, ulteriori mutamenti e un conflitto su larga scala nei prossimi due o tre lustri è da considerarsi altamente probabile.
C’è poi un’incognita, l’aggravarsi della crisi economica e finanziaria,  la fine del ciclo del debito che ha permesso al capitalismo di soprravvivere finora, cioè fatti che potrebbe accelerare gli eventi e aprire scenari inediti. E del resto, quando una leadership mondiale entra in crisi profonda, quando il sistema economico che l'ha sorretta è ad una svolta, i grandi rimescolamenti e sconvolgimenti sono inevitabili.
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Per rispondere alle sfide cinesi e alle minacce nordcoreane, il governo giapponese ha deciso un nuovo piano di difesa per i prossimi 10 anni e quindi rafforzare le capacità marittime e aeree. Secondo il sito web del The Japan Times, il ministro della Difesa Toshimi Kitazawa, ha annunciato un piano di ammodernamento a cinque anni (2011-2015) da 210mil. di euro, una cifra in sé non eclatante ma comunque significativa. Per esempio, sarà aumentato il numero di sottomarini, dai 16 attuali a 22, acquisire un altro cacciatorpediniere per completare una flotta di 48 navi da guerra, tra cui sei radar Aegis. Il cambiamento del modello di difesa prevede inoltre una riformulazione della strategia territoriale: concentrarsi dall’isola settentrionale di Hokkaido, accanto alla Russia, per spostare le proprie forze a sud, nel Mar della Cina, dove vi sono delle isole (ricche di materie prime) la cui sovranità è contesa tra Tokyo e Pechino.
Nelle linee guida del nuovo Programma di Difesa nazionale si legge che «la Cina sta rapidamente ammodernando le sue forze militari e ampliando le sue attività nelle acque circostanti. Queste tendenze rappresentano una grave preoccupazione per la regione e per la comunità internazionale soprattutto se alla questione della sicurezza s’aggiunge la mancanza di trasparenza dell’apparato militare cinese». Per quanto riguarda la Corea del Nord, da cui già sono partiti in passato missili diretti verso le coste del Giappone, nel documento essa viene descritta come un «fattore grave ed immediato d’instabilità», pertanto Tokyo ha deciso di aumentare la distribuzione nazionale batterie di missili Patriot. Le linee guida inoltre fanno notare che c’è stato "un cambiamento nell'equilibrio globale del potere", che vede il declino relativo della potenza degli Stati Uniti contro le emergenti Cina e India.
Per questo motivi Tokyo ritiene "indispensabile" per la sicurezza del Giappone l’alleanza con i militari degli Stati Uniti e il mantenimento delle 47.000 truppe americane in varie isole giapponesi.
Pechino non gradicse, ovviamente, e replica con il suo portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu, che "la Cina aderisce a un percorso di sviluppo pacifico e persegue una politica di difesa nazionale di natura difensiva. Non è nostra intenzione minacciare, né costituire minaccia per alcuno". Pertanto, i giudizi di Tokyo sono "irresponsabili", si legge nel comunicato diffuso sul sito del ministero.
Ne avevo già parlato qui e in altri post. Sul Remarks by Secretary of Defense Robert Gates at a Meeting of the Economic Club of Chicago, vedi qui.

lunedì 20 dicembre 2010

Cari studenti e giovani proletari, se non sapremo rispondere alla vecchia domanda (che fare?), ci fotteranno un’altra volta.

La domanda è sempre la stessa, inesausta e inevasa: che fare? Le nuove generazioni di proletari non potranno rispondere realmente a questa domanda se prima non avranno chiaro chi e cosa li costringe in questa situazione d’incertezza, marginalità e precarietà. Bisognerà che essi prendano in esame le forme e i modi di quel grande processo di ristrutturazione capitalistica in atto che accompagna la cosiddetta globalizzazione, quindi quel movimento internazionale di reazione borghese che mira, più o meno confessatamente, a costruire forme di autoritarismo classista sul terreno economico e anche sul terreno politico, come sta accadendo specie nei paesi più “instabili”, ma non solo in questi.

C’è una parola che ormai è stata a tal punto espunta dal pubblico dibattito che nessuno s’azzarda a pronunciare se non con un sottinteso vituperio: comunismo! E per comunismo s’intende anzitutto il totalitarismo stalinista e maoista delle esperienze novecentesche. Quelle società del “socialismo reale” in effetti rappresentavano solo un sistema capitalistico di Stato. Sarebbe troppo lungo in questa sede analizzare la reale natura di quei sistemi e le condizioni storiche nelle quali essi presero forma e degenerarono in gulag a cielo aperto.

Molti ritengono che il comunismo significhi la soppressione, sic et simpliciter, della proprietà privata e con essa delle libertà individuali. Comunismo vuol dire ben altro; ma soffermiamoci un momento su tale concetto, quello di "proprietà privata". Ma di quale proprietà privata stiamo parlando? Già nel lontano 1847-’48 Marx ed Engels mettevano in chiaro questa questione strumentalmente agitata dalla propaganda borghese:

«Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; la proprietà privata esiste proprio per il fatto che per nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà dell’enorme maggioranza della società.
In una parola, voi ci rimproverate di volere abolire la vostra proprietà».

Qual era dunque la posizione di Marx ed Engels in proposito?

«Quel che contraddistingue il comunismo non è l’abolizione della proprietà in generale, bensì l’abolizione della proprietà borghese.
Ma la proprietà privata borghese moderna è l'ultima e la più perfetta espressione della produzione e dell'appropriazione dei prodotti che poggia su antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.
In questo senso i comunisti possono riassumere la loro teoria nella frase: abolizione della proprietà privata. Ci si è rinfacciato, a noi comunisti che vogliamo abolire la proprietà acquistata personalmente, frutto del lavoro diretto e personale; la proprietà che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale.
Proprietà frutto del proprio lavoro, acquistata, guadagnata con le proprie forze! Parlate della proprietà del minuto cittadino, del piccolo contadino che ha preceduto la proprietà borghese? Non c’è bisogno che l’aboliamo noi, l’ha abolita e la va abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell’industria».

Come chiunque può constatare, lo stalinismo e il maoismo non hanno tenuto in nessun conto di quanto è scritto nel Manifesto del partito comunista. Così come hanno tenuto in non cale tutto il resto.

Ma veniamo all'oggi. I signori della politica, soprattutto quelli di “sinistra”, gli ex comunisti e socialisti ora convertiti al liberalismo e al liberismo, «vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano. Vogliono la società attuale senza gli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza proletariato. È naturale che la borghesia si rappresenti il mondo dov’essa domina come il migliore dei mondi».

È naturale quindi che questi signori dimostrino tanta cura nel conservare il LORO MONDO così com’è. Tutt’al più con qualche ritocchino, con la speranza che i gadget elettronici e l’intrattenimento spettacolare vi tengano lontani da certe idee.

Questo sistema politico e mediatico incalza quindi gli studenti a non farsi irretire dai “cattivi maestri” e a non indulgere verso forme di protesta violenta. Se proprio volete manifestare autonomamente, cari studenti, fatelo passeggiando per le vie di Roma o di Milano, di Parigi o di Londra, gridate pure i vostri slogan (che tanto non giungono alle nostre orecchie) e soprattutto state lontani dai palazzi del potere e della quotidiana corruzione e mistificazione. Di voi hanno paura come della peste, soprattutto delle vostre domande, perché ad esse non sanno rispondere se non con frasi scontate e risibili, perché voi rappresentate il nuovo e il futuro, loro invece rappresentano solo una vecchia società morente, un moloch che ha bisogno del vostro sudore e del vostro sangue per sopravvivere. Imparate a distinguere ciò che vale della vostra vita da ciò che la uccide, fatela finita con la paura e la menzogna che ne deriva, con la LORO violenza. Ma soprattutto ricordate che l’entusiasmo non può sostituire l’organizzazione. Voi disponete già di tutte le posizioni strategiche, loro solo di trincee attorno ai propri lussuosi covi.

domenica 19 dicembre 2010

Anche un orologio rotto indica l'ora esatta due volte al giorno



Eugenio Scalfari, alla vigilia dell’Anno Domini 2011, scopre, leggendo uno “scoop” del NYT, che è la finanza a governare, nei fatti, l’economia del mondo. Dice anche, ma solo ora, che si tratta di un segreto di Pulcinella, mentre solo la settimana scorsa scriveva di “sovranità popolare” e simili coglionate.

Naturalmente, come gli succede in simili casi, cita “Carlo Marx”, italianizzandone il nome essendogli intimo: «Di comitato d'affari parlò per primo Carlo Marx negli anni Quaranta dell'Ottocento e se ne è continuato a parlare negli ambienti della sinistra internazionale».

Questa frase, apparentemente banale, merita una riflessione poiché essa rivela la natura del pensiero scalfariano, la miseria della sua anlisi politica dei rapporti sociali e segnatamente di quelli economici:

Marx ed Engels, nel primo capitolo del Manifesto, scrivono: «Il potere politico dello Stato moderno non è che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese» (MEOC, vol. VI, p. 488).

A Scalfari è sfuggito che si tratta bensì di un comitato d’affari, ma della borghesia; ed è bene precisarlo, altrimenti sembra che il potere politico, come comitato, abbia in cura gli interessi degli alieni, o quello dei singoli banchieri, e non invece quelli della borghesia in generale. Nel Manifesto si parla quindi di comitato d'affari in relazione al “potere politico dello Stato moderno”, non di un comitato d'affari generico o del settore della finanza. Non è una differenza di piccolo conto ed evince la cattiva coscienza di Scalfari quando elude il fatto, politico!, che per Marx è già lo Stato moderno stesso un comitato d'affari della borghesia, e perciò la “Cupola bancaria” (di cui dice il NYT poi ripreso da Scalfari) ne rappresenta solo una superfetazione, per quanto importante. Infine, gli altri “ambienti” in cui si continuò a trattare della faccenda, furono, per esempio, quelli leniniani, ma non solo. E  proprio questi "ambienti" presero in considerazione gli sviluppi del capitalismo monopolistico e finanziario dopo Marx.

Naturalmente le rivelazioni sensazionali del NYT avranno a che fare con qualche disputa tra opposte fazioni della borghesia (bancaria, industriale, politica) e sono ruminate da Eugenio Scalfari (sempre per interessi di piccola bottega) come se vestisse alla Federico Rampini:

«In un giorno fisso della settimana i capi delle nove banche principali si riuniscono in un club riservato, esaminano gli ultimi dati sull'occupazione, sui mutui immobiliari, sulla produzione manifatturiera, sui tassi di cambio delle principali valute (dollaro, euro, yen, yuan), sugli "spread" tra i principali debiti sovrani, sulle materie prime. L'esame dura un'ora o poco più. Poi tirano le somme e decidono come muoversi sui mercati oppure non muoversi e restare in attesa».

«Le piccole banche sono eliminate dalle grandi, nove delle quali concentrano quasi la metà di tutti i depositi. E inoltre questa statistica trascura molte circostanze, per esempio il fatto che tutta una serie di piccole banche si sono trasformate in effettive filiali delle grandi banche». Queste ultime parole, in grassetto, non sono di Scalfari, ma appartengono al maggior teorico di quella “sinistra internazionale” a cui allude il grande filosofo civitavecchiese e sono state scritte oltre 90 anni or sono!

Scalfari ai suoi lettori rivela anche un altro segreto di Fatima che altrimenti dovrebbero leggere su Dagospia:

«In Italia esiste un comitato del genere che sta a mezza strada tra la politica e gli affari e ha la sua base nelle partecipazioni intrecciate tra i vari membri che lo compongono. È un comitato che ha di mira soprattutto la stabilità dei poteri forti, con scarsa vocazione e scarse connessioni con la speculazione internazionale. La nostra piccola Cupola è piuttosto provinciale e si dipana tra Milano, Trieste, Torino. E naturalmente Roma».

Sbalorditivo. Noi salariati e pensionati, popolo profondo, pensavamo, ne eravamo certi e fiduciosi, fosse la politica, su nostro mandato, ad occuparsi di simili faccende, di decidere sui tassi di cambio, sulla moneta, sulla domanda, sul lavoro e simili. E invece veniamo a scoprire, grazie alla stampa libera, che è tutto in mano alla “Cupola”, come nei film.

«Abbiamo qui un esempio tipico dell'inettitudine del giornalismo borghese, dal quale la scienza borghese si differenzia solo per minore schiettezza e per la tendenza a celare l'essenza delle cose, a nascondere la foresta dietro gli alberi». Per fortuna nostra che Scalfari non sembra aver letto Il capitale finanziario di Rudolf Hilferding, apparso appena un secolo or sono (1910), e sicuramente non ha letto L’imperialismo fase suprema del capitalismo di Lenin, altrimenti oltre al Natale ci avrebbe rovinato anche il Capodanno.

«La banca, tenendo il conto corrente di parecchi capitalisti, compie apparentemente una funzione puramente tecnica, esclusivamente ausiliaria. Ma non appena quest'operazione ha assunto dimensioni gigantesche, ne risulta che un pugno di monopolizzatori si assoggettano le operazioni industriali e commerciali dell'intera società capitalista, giacché, mediante i loro rapporti bancari, conti correnti e altre operazioni finanziarie, conseguono la possibilità anzitutto di essere esattamente informati sull'andamento degli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando o restringendo il credito, facilitandolo od ostacolandolo e infine di deciderne completamente la sorte, di fissare la loro redditività, di sottrarre loro il capitale o di dar loro la possibilità di aumentarlo rapidamente e in enormi proporzioni, e così via».

È trascorso quasi un secolo da quando Lenin scriveva queste parole relative non al futuro, ad un prossimo millennio, bensì alla sua epoca. Ma, com’è noto, le zucche borghesi sono sempre in ritardo di secoli.


L'ultima cena



«E' morto improvvisamente a Roma Tommaso Padoa Schioppa. L'ex ministro dell'Economia, 70 anni, è stato colpito da un arresto cardiaco mentre stava partecipando ad una cena organizzata a Palazzo Sacchetti, in via Giulia, dove aveva riunito un centinaio di amici».
Aveva l’aria di un borghese per bene, ma con idee e idiosincrasie comuni a tutti gli altri borghesi. Ricordo un articolo di diversi anni fa, sul Il Sole 24ore (se non ricordo male), nel quale se la prendeva con i pensionati (ex salariati), sempre troppo giovani, che affollano le mostre d’arte.
Uomo austero, aveva trascorso la serata in compagnia conviviale di “un centinaio di amici”, in un palazzo rinascimentale già dimora di papa Paolo III.

sabato 18 dicembre 2010

Il black bloc condannato in appello



«Aveva bisogno di alterare l’accertamento dei fatti, delle loro modalità e delle responsabilità politiche e penali posti in essere durante quell’operazione» in quanto «aveva il suo interesse a non fare trapelare un suo diretto coinvolgimento nella vicenda della scuola Diaz» quindi «abusò anche della funzione pubblica esercitata e connessa al suo ruolo di direttore generale del dipartimento della Pubblica Sicurezza».

Si sapeva da anni, ma ha fatto carriera e resterà al suo posto.


Scienza dialettica e caso politico


Ci vuole il metodo dialettico per cogliere nel berlusconismo, come già nei bonapartismi di ieri, la risultante di contraddizioni che permettono l'enfiarsi del potere esecutivo nella paralisi reciproca delle fazioni di classe.

Karl Marx, nella seconda prefazione a “Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte”, capolavoro della scienza marxista della politica e testo imprescindibile sul piano del metodo per l’analisi del mutamento politico, scrive parole che, mutatis mutandis, ben s’attagliano alla situazione nostra odierna. Ne avevo già accennato l’altro giorno in questo post, nel quale appunto sostenevo che Marx aveva già raccontato tutto con il solito anticipo di secoli. Eccone un esempio:

Victor Hugò si limita a un’invettiva amara e piena di sarcasmo, contro l’autore responsabile del colpo di stato. L’avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l'atto di violenza di un individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo.
Proudhon, dal canto suo, cerca di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una precedente evoluzione storica; ma la ricostruzione storica dei colpo di stato si trasforma in lui in una apologia storica dell'eroe del colpo di stato. Egli cade nell’errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell'eroe.