sabato 27 novembre 2010

I voti di Bersani



Pierluigi Bersani si è definito “un liberale”. Anche i suoi colleghi di partito sono dei liberali, quando non dei liberisti. La differenza tra i primi e i secondi consiste nel fatto che i liberali come Bersani contemperano necessario l’intervento dello Stato, regolatore e controllore, nelle vicende dell’economia; i liberisti invece ritengono che l’intervento dello Stato debba essere al più sussidiario dell’intrapresa economica privata, in ogni settore. La vicenda del referendum sull’acqua pubblica la dice lunga su questo punto.
Bisogna capirli questi ex comunisti, essi dicono di venire da una lunga storia. Nel caso di Bersani, egli si è formato sui testi del cristianesimo piuttosto che sugli scritti marxisti, nella gestione di apparati amministrativi piuttosto che nelle lotte operaie. Questi ex comunisti dell’ultimo PCI, hanno dovuto attendere il 1989 per liberarsi dall’ingombrante retaggio del sovietismo burocratico e poi, poco per volta, dei vecchi simboli. Nessuno di essi, che si sappia, ha mai elaborato alcuna analisi sistematica sui motivi e le cause strutturali, politiche ed internazionali della deriva sovietica nell’epoca del più grande conflitto di classe della storia. Questi ex comunisti hanno rimesso tutto nelle mani della storiografia, degli specialisti della menzogna.
È sulla base di tali esperienze novecentesche, troppo frettolosamente liquidate, che essi ritengono il capitalismo, pur con tutte le sue contraddizioni, il sistema sociale ed economico più adatto alle loro idee di società, di libertà e di progresso. Con un ritocco qui e un ritocchino lì, essi ritengono che il capitalismo possa essere reso più gradevole, se non a tutti, almeno per una parte dell’umanità. Salvo smentite da parte dei cosiddetti "mercati".
Certo, come ex comunisti, essi comprendono bene la reale natura di questo sistema economico, la follia che sta portando alla distruzione della natura su tutto il pianeta, alla fine di ogni speranza per le giovani generazioni di un avvenire diverso da quello in un call-center o alla catena di montaggio. Ma con uno stipendio di 20mila euro mensili, benefit e privilegi, gli ex comunisti possono ben tirare a campare.

venerdì 26 novembre 2010

Stranezze


Definire strano questo articolo de Il Giornale, di proprietà del presidente del consiglio, è dire poco. È un articolo apparso un anno fa, non firmato, ma che ora il sito wallstreetitalia ripubblica. A qualcuno fischiano le orecchie?

Per esempio, questo inciso:

«La Banca d’Italia non è per nulla la «Banca d’Italia», ossia la nostra, degli italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro».

giovedì 25 novembre 2010

Porcilandia



Il rapporto debito/Pil dell’Irlanda è ben sotto la fatidica soglia del 60%. È meno della metà di quello tedesco e meno di un terzo di quello italiano. Tanto per dire. Eppure l’Europa insiste per concedere aiuti economici all’Irlanda, la quale non li ha chiesti, non li vuole, ma li deve accettare.
Quando si dice Europa si intende anzitutto la Germania, quindi la Francia e la Gran Bretagna. Tutti gli altri non contano un cazzo o quasi. Basti dire che l’Italia ha dovuto lottare con i denti per anni e anni allo scopo di far riconoscere il proprio parmigiano come prodotto nostrano. Al nostro posto, per un analogo motivo, alla Germania sarebbe bastato un rutto.
L’Irlanda non vuole ma deve accettare gli “aiuti” economici europei poiché alcune sue banche sono a rischio fallimento. Di fatto si tratta di banche che hanno ottenuto ingentissimi crediti dalle banche inglesi, tedesche, francesi e, in minor misura, di altri paesi europei e extraeuropei. Il loro fallimento significherebbe grosse perdite per le banche creditrici. Di fatto le banche irlandesi agivano come semplici prestanome.
Gli “aiuti” europei significano la fine della residua sovranità in tema di politica economica da parte dell’Irlanda. Per sequestrare la sovranità di un paese non servono più quindi i carri armati, bastano  i crediti e poi gli “aiuti”. Insomma, lo strozzinaggio.
La Germania è riuscita ad ottenere negli ultimi vent’anni quello che non è riuscita a conquistare con trent’anni di guerre: l’egemonia economica sull’Europa Occidentale, creando di fatto un suo Lebensraum continentale.

martedì 23 novembre 2010

La filastrocca del meno peggio



Nichi Vendola - il leader di Sinistra ecologia e libertà, l’ex comunista che per hobby scrive filastrocche e che fu tra i primi a dichiararsi omosessuale, «non gay, sia chiaro», l’uomo colto e sensibile che ha letto Neruda, Pirandello e Pasolini … (La Repubblica).
Ciò che ha perso di più la sinistra, è la rinuncia all’idea stessa del cambiamento radicale dello stato di cose presenti. Le idee di questa sinistra sono solo un mero e mesto tentativo di rimescolare le carte, di aggiustare questo sistema, di venderci i soliti inganni con etichette diverse. E la cosa più ignominiosa che racconta è che questo sistema, con tutti i suoi “difetti”, è il migliore possibile. O il meno peggio.

domenica 21 novembre 2010

Berlusconi forever



Tommaso Padoa-Schioppa sul Corriere:
Sarebbe indispensabile che la maggioranza sfiduciante fosse del tutto consapevole che il suo vero compito non consisteva tanto nel far cadere il governo, ma nel compiere una intensa, anche se breve, «ricostruzione della normalità istituzionale». È su questa che sarebbe giudicata dalla storia.
Scrive Eugenio Scalfari oggi:
Se il 14 dicembre ci sarà la crisi di governo e che cosa accadrà dopo è ancora terreno incognito, non lo sanno né Fini né Casini né Bersani né Veltroni né Vendola e non lo sanno neppure Berlusconi e Bossi.
Tommaso Padoa-Schioppa continua nel suo stesso articolo:
Se le figure politiche che avessero determinato la caduta del governo mancassero della capacità e della determinazione richieste dalla pars construens, sarebbero esse, non Berlusconi, a scomparire dalla scena politica.

giovedì 18 novembre 2010

La cattiva coscienza di Bersani



La puerilità della comparsata televisiva dell’on. segretario Pierluigi Bersani sta  essenzialmente nel fatto che egli sorvola disinvoltamente sulle cause che determinano i “pochi che hanno troppo e troppi che hanno poco”. Come se ciò dipendesse da un castigo divino piovuto dal cielo. Avesse almeno alluso alle cause, anzitutto economiche, che producono enorme ricchezza da un lato e povertà e desolazione dall’altro, sarebbe stato il minimo per un segretario di un partito di sinistra. Ma per un dirigente del Partito democratico entrare nel merito di queste faccende, portare il discorso sul piano strettamente politico, affermare cioè che le forti disuguaglianze sono la causa e la condizione essenziale dell’accumulazione capitalistica, sarebbe come chiedere al papa di affrontare quelli che egli chiama “peccati” da un punto di vista strettamente sociale e storico.
“Chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto”, declama Bersani. E quarant’anni di lavoro salariato in fabbrica o in un cantiere, cos’è, il lato bello della vita? La sinistra si è ridotta ad auspicare uno sfruttamento “normale”, garantito, dopo aver legiferato per anni in accordo pieno con Confindustria.
"Chi si ritiene progressista deve tenere vivo il sogno di un mondo in pace, senza odio e violenza, combattere contro la pena di morte e ogni sopraffazione, contro l'aggressività che ci abita dentro, quella del più forte sul più debole".
L’aggressività che ci abita dentro, dice Bersani, è un problema antropologico. Ecco come s’è ridotta ciò che un tempo era la sinistra.

mercoledì 17 novembre 2010

Il gulag democratico



L’articolo 2 della costituzione italiana sancisce che la sovranità appartiene al popolo. Si tratta con ogni evidenza di un principio astratto che maschera una realtà ben diversa.
Qualsiasi individuo che abbia la minima cognizione dello stato delle cose, quelle effettive e non quelle contrabbandate dall’ideologia, sa bene che la sovranità, il potere, appartiene al denaro, all’aristocrazia economica che delega la gestione degli affari correnti e la cura dei propri interessi ai suoi galoppini della politica.
La borghesia regna o scompare. Ma per regnare essa deve saper prevedere e cercare di evitare il punto di rottura dell’instabile equilibrio sociale. Essa affronta pubblicamente i “problemi” falsandoli, utilizzando a tale scopo tutti i “pensatori” e i chiacchieroni asserviti. Nel momento in cui compare una minaccia reale al mantenimento di questo precario equilibrio basato sulla menzogna, ossia quando la normale violenza non è più sufficiente come deterrente e contrasto contro la rivolta sociale, essa ricorre al terrore. La storia d’Italia, non solo quella repubblicana, è costellata di episodi di terrorismo diretto o eterodiretto.
La tutela del segreto è condizione imprescindibile di tale strategia. Ecco perché, per esempio, tutti i governi che si sono succeduti hanno opposto il segreto di stato sulle stragi e in occasione di azioni terroristiche condotte in proprio dallo stato.
Ecco perché da un tribunale che giudica di terrorismo non c’è da aspettarsi né giustizia e tantomeno verità.

martedì 16 novembre 2010

Il paese delle élite senza controlli


Si capisce che in questi giorni si parli tanto di corruzione. È giusto. Ma qualora se ne desumesse che il principale problema italiano sia l'illegalità, si commetterebbe un grave errore, già compiuto in passato.

La maledizione (cronica) di questo paese è un'altra. È la pessima qualità della sua «classe dirigente» (mai virgolette furono più opportune). Non solo della leadership politica: anche del ceto imprenditoriale e della stessa intellettualità. Il declino di un paese privo di una classe dirigente degna di questo nome è inevitabile.

Prima ancora che il declino morale, quello civile, culturale e – come notò Pasolini – persino «antropologico». La corruzione e l'illegalità dilagano quando l'organismo sociale è malato in profondità. E la malattia, che ha spesso origini lontane, è in gran parte conseguenza delle cattive prestazioni di chi dispone dei poteri e degli strumenti della direzione e avrebbe il compito di operare per il progresso del paese.
 
Perché pessima la classe dirigente italiana? Perché a sua volta corrotta e propensa all'illegalità? C'è di peggio: la caratteristica più deteriore è una radicata connotazione castale che riflette la mancanza di «spirito pubblico», la sostanziale indifferenza per le sorti della collettività.
 
Se l'aspetto progressivo della modernità consiste nell'abolizione della trasmissione ereditaria dei ruoli sociali, in Italia la modernità non è mai arrivata. Siamo una società chiusa e immobile (anche sul piano generazionale), comandata da un'oligarchia determinata ad autotutelarsi. Fatte le debite eccezioni, la classe dirigente italiana si considera una corporazione e come tale tende a riprodursi. Chi ha (o sa) impiega il proprio potere per garantire se stesso e i suoi. Ne discendono, a cascata, familismo, particolarismo e autoritarismo. E un'attitudine parassitaria nei confronti del pubblico, considerato essenzialmente come terreno di conquista. A questo punto, legalità o corruzione fa poca differenza: non solo perché - come si è visto - le leggi fastidiose basta cambiarle a proprio uso e consumo, ma anche per l'estrema opacità delle procedure in base alle quali, in tutte le sedi e a tutti i livelli, si prendono le decisioni che veramente contano.
 
Da questo punto di vista, la storia repubblicana - soprattutto negli ultimi vent'anni - non è granché diversa da quella dell'Italia liberale. Con una differenza. I teorici delle élite, da Mosca a Pareto e Michels, potevano permettersi di teorizzare l'inferiorità naturale del popolo, in particolare l'incapacità del proletariato di auto-organizzarsi. A loro giudizio, la necessità ferrea del comando oligarchico derivava dall'inferiorità fisica, biologica delle classi lavoratrici, ed essi potevano dichiarare questo convincimento, del resto suffragato dalla rigida gerarchia sociale. Oggi queste cose non si possono più dire, quindi ci si limita a praticarle. Il risultato è un elitismo pseudo-democratico, che assegna al «popolo sovrano», debitamente disinformato e rincoglionito, il ruolo della base di consenso e della massa di manovra.
 
Se questo è vero, il rischio maggiore si corre ogni qual volta questa classe dirigente medita grandi riforme per costituzionalizzare il proprio dominio e chiudere la forbice tra i nobili principi traditi e i miserabili fatti compiuti. Vengono i brividi a immaginare di questi tempi Bicamerali o Costituenti. Come pure a sentire Luca di Montezemolo discettare di nuove élite pubbliche, valori etici e riforme dello stato, lui che - del tutto legalmente - si è appena aumentato lo stipendio del 40% (parliamo di qualcosa come 5 milioni e mezzo di euro l'anno, per capirci), mentre la Fiat munge miliardi alle finanze pubbliche e - altrettanto legalmente - getta sul lastrico decine di migliaia di operai.

Morale: speriamo proprio che Berlusconi cada al più presto. Quando ci libererà dalla ingrata presenza sua e dei suoi cortigiani faremo festa. Ma sia chiaro che i veri problemi di questo paese saranno ancora lontani dall'essere risolti.

articolo di Alberto Burgio
Il manifesto, 26-2-2010

domenica 14 novembre 2010

Al voto, al voto



Sei milioni di italiani sono senza alcun titolo di studio. Si tratta d’italiani sopra gli 11 anni. A questi si affiancano altri 15 milioni che sanno appena leggere e scrivere. Il 66% è fermo alla licenza media. Su 25 paesi dell’Ocse, l’Italia si colloca al 24° posto per il livello culturale della popolazione. Dopo viene la Turchia. Secondo l’Unla (associazione che si propone di promuovere l’istruzione popolare e l’educazione degli adulti) il numero di analfabeti e semianalfabeti è collocato al Sud. Tuttavia il caso limite è la Calabria, al solito.  Ha il 13,2% di senza titolo di studio ma contemporaneamente il primato dei laureati (il 7,9). 
Questi dati segnano il sostanziale fallimento del'ustruzione pubblica. Il resto è una conseguenza.

venerdì 12 novembre 2010

Lo squalo nero



Il partito di Fini voterà la finanziaria prima di dare disdetta al governo. “Per senso di responsabilità”. La finanziaria è una merda? Allora una solidarietà di merda. Del resto che ci vuole a fare il ministro dell'economia? Basta tagliare orizzontalmente le spese. Tranne alcune, ovviamente.
Dunque, oltre al caimano, ora abbiamo anche lo “squalo nero”. Che cos’è? Ragazzi, ma non sapete proprio niente.  Quell’aggeggio messo in culo ai precari della scuola, tanto per fare un esempio. La commissione difesa del Senato ha dato il via libera alla fornitura dei siluri «Nps», evoluzione dei Black Shark, siluri che armano i sottomarini. Ordigni dal costo di 87,5 milioni di euro, cioè 170.000.000.000 di lire. E ora il siluro è in … finanziaria.
Materialmente chi paga tale follia? A pagare sono in realtà solo 30 milioni e mezzo di contribuenti sul totale di 41 milioni 663 mila, poiché il 27% dichiara imposta netta zero.
Il tipo di reddito dichiarato deriva per il 78% da redditi da lavoro dipendente e da pensione, per il 5,5% da redditi da partecipazione, per il 5% da redditi di impresa (!!) e per il 4,2% da redditi da lavoro autonomo (!!!). La metà dei contribuenti non supera i 15.000 euro; ben oltre il 60% dichiara meno di 20mila euro l’anno lordi, ovvero il 91% dei contribuenti dichiara redditi non superiori a 35.000 euro e solo l’1% dichiara redditi superiori ai 100mila euro lordi annui. Ciò significa che solo l’8% dei contribuenti dichiara redditi LORDI tra i 35mila e i 100mila euro.
Se vedete in giro auto di lusso, ville,  “barche”, non badate, nove volte su dieci si tratta di poveracci.

Alluvionato

Parigi, 1919 / 3



In quell’anno le donne dotate di qualche fascino si divertirono molto a Parigi. Infatti erano pochi i delegati accompagnati dalle rispettive mogli, ed anzi ai più giovani ne era stato fatto esplicito divieto. Maurice Hankey, segretario di gabinetto britannico, scrisse alla moglie: “A quanto pare tutte le signore più attraenti e meglio vestite del bel mondo sono state portate qui dai vari ministeri. Non so come lavorino, ma la sera ballano e cantano e giocano a bridge!”.
Un ufficiale britannico, fermatosi a Parigi dopo un viaggio di centinaia di chilometri per riferire sulla situazione dell’Europa centrale, ripartì disgustato.  Raccontò ad un collega americano che “nessun parigrado si era dato la pena di ascoltare il suo resoconto delle spaventose condizioni in cui si trovava la Polonia perché erano tutti impegnati a discutere se la sala da ballo dovesse essere usata per le recite teatrali il martedì e il giovedì, escludendo il ballo, oppure solo il martedì”.
Le nazione che aveva  qualche supplica da presentare si prodigavano in pasti sontuosi nel corso dei quali snocciolavano le loro richieste. Un caso limite fu l’invito, da parte della delegazione cinese, dei giornalisti della stampa estera a una cena speciale: mentre le portate si susseguivano ora dopo ora e gli ospiti restavano in attesa che i padroni di casa esponessero le loro ragioni, i cinesi continuarono a chiacchierare in un inglese impeccabile di questo e di quello, di tutto fuorché della Conferenza di pace. Alle tre e trenta del mattino i corrispondenti americani abbandonarono il campo, lasciando uno dei loro perché riferisse sul seguito. Quando infine anche questi se ne andò, alle prime luci dell’alba, i cinesi non avevano ancora spiegato i motivi di tale loro invito.
E la delegazione italiana? Alloggiava nel sontuoso hotel Edouard VII, vicino all’Opéra. Solo a uno dei delegati era stato concesso di portare con sé la moglie, forse perché si erano appena sposati. Pochi dei suoi membri coltivavano quei contatti informali con le altre delegazioni che erano invece prassi comune, per esempio, per i britannici o gli americani. La delegazione, in sé, rifletteva le divisioni politiche presenti nel governo: “Un pezzo di Roma trasportato a Parigi insieme a tutti i difetti che ne conseguono”, commentò uno dei partecipanti. “Mancanza d’organizzazione, prevalenza di alchimie parlamentari (presenti e future) nella scelta del personale, pettegolezzi e maldicenze”. Insomma, Berlusconi non ha inventato niente, ma ha contribuito a rinverdire la tradizione, magari peggiorandola.  È presto per dire.
La delegazione italiana alla Conferenza (Orlando, Salandra e soprattutto Sonnino) si comportò con tale autolesionismo che le conseguenze si fecero sentire nei decenni successivi. Gli italiani furono accusati, dai mercanti Wilson e Clemeceau, di “avidità”. Quest’ultimo si comportò in numerose occasioni peggio degli italiani, a cominciare dalle pesantissime condizioni imposte ai tedeschi, stigmatizzate perfino da Usa e G.B.. Ad ogni buon conto gli italiani ci misero del loro, cercando, per esempio, di impadronirsi delle ferrovie austriache costruite con i soldi francesi, e linciando a Fiume alcuni soldati di Clemenceau. La Francia comunque cercò di favorire la Iugoslavia per tener occupata ad est l’Italia. Wilson fu accusato da Orlando di essere stato comprato dagli iugoslavi. Insomma un bell’ambientino.  
Sulla spartizione della “carcassa del turco”, cioè l’Impero ottomano, l’indipendenza araba, la Palestina, con al centro gli accordi segreti Sykes-Picot, la dichiarazione Balfour, scriverò forse qualcosa più avanti.
Per le notizie di questi tre post, non mi sono avvalso di “segugi”, ma le ho tratte prevalentemente, in alcuni casi letteralmente, da: Margaret MacMillan, Parigi 1919, Mondadori, 2006.

giovedì 11 novembre 2010

Parigi, 1919 / 2



Parigi offriva molte distrazioni: corse a Saint Cloud, ristoranti eccellenti – per chi se li poteva permettere e riusciva a entrarci – e naturalmente l’Opéra, oltre a un gran numero di teatri, sale da ballo, locali di varietà e notturni. Si esibirono Sarah Bernhardt, il fratello di Isadora Duncan  in alcuni tipi di danza e da Londra arrivò Ruth Draper per recitare i suoi monologhi. Perfino il presidente Wilson, che di solito si coricava presto, azzardò assistere ad uno spettacolo di varietà, trovando alcune battute troppo spinte ma apprezzando le parti “più decenti”.
Mentre il proletariato l’Europa, dopo una guerra sanguinosissima, soffriva la fame e la febbre influenzale causava decine di milioni morti, il bel mondo convenuto a Parigi per concludere la pace non se la passava tanto male. I balli all’hotel Majestic, per esempio, cioè presso la sede della rappresentanza britannica, divennero famosi, anche perché le infermiere e le dattilografe più giovani – “simili a ninfe” le definì un anziano diplomatico – conoscevano bene tutti i balli più recenti, dal valzer inglese al fox-trot. E forse non solo quelli. Il generale Foch, capitato lì per caso, osservò che “le donne britanniche hanno le facce così tristi ma il fondoschiena molto vivace”. Le autorità francesi presero in considerazione l’idea di far cessare quel tipo di serate. Naturalmente, visto il tipo di “clientela”, si continuò a ballare.
Gli storici più attenti hanno invero sottolineato che questa vivace situazione ambientale, in occasione della Conferenza di pace di Parigi, fu molto più sobria di quella che circondò il Congresso di Vienna del 1815.
Venne in visita anche la figlia maggiore di Lloyd George, Olwen, una giovane donna sposata piena di … brio. Un pomeriggio il primo ministro Clemenceau le offrì un passaggio nella sua auto e, tra una chiacchiera e l’altra, le chiese se amasse l’arte. Alla sua risposta affermativa, estrasse una serie di cartoline oscene. Poi giunse anche la sedicenne Megan, figlia minore di Lloyd George. Si divertì molto, tanto che l’albergo dove soggiornava fu soprannominato da qualcuno col nome di Megantic. Fu infine spedita in un collegio femminile a rifarsi una reputazione.
Ma anche il padre, Lloyd George, non si tirava indietro. Sua moglie si lamentò che una sera il suo accompagnatore avesse civettato con una giovane donna della delegazione britannica: «Tuttavia – ebbe ad osservare con nonchalance la signora – si comportò al riguardo in modo schietto e penso che la cosa gli fece bene, tanto che non me ne diedi pensiero”. L’alta borghesia possiede un concetto assai elevato della propria “schiettezza”.
Arrivò anche una divorziata americana, in compagnia di Elsa Maxwell, e se ne tornò in America con un nuovo marito, un giovane e aitante capitano di nome Douglas MacArthur. 
[continua]

Parigi, 1919 / 1



Francia, 1919. Alcuni delegati statunitensi della Conferenza di pace visitano i luoghi della guerra e nelle loro lettere spedite in patria cercano di descrivere ciò che hanno visto: alberi ridotti a schegge, le piccole croci di legno che puntellano la campagna, i proiettili disseminati nelle strade, i crateri delle granate, i grovigli arrugginiti dei reticolati, carri armati e artiglierie affondati nel fango, brandelli d’uniforme e ossa insepolte. Questo scriveva, ad esempio Gordon Auchincloss, genero del colonnello House (l’alter ego di Wilson e deux ex machina alla Conferenza di pace).
A Parigi, e nei dintorni, intanto, le delegazioni delle grandi potenze e degli staterelli, i leader famosi e le litigiose e spesso stravaganti delegazioni dei posti più remoti, facevano del loro meglio per non annoiarsi. La delegazione wilsoniana era composta di mille elementi: politici, accademici ed esperti a vario titolo, indefessamente impegnati in commissioni e sottocommissioni.
Poi c’erano, in gran numero, personaggi di tutte le taglie sociali: da Elsa Maxwell e il principe Murat che si recarono a un ballo mascherato travestiti rispettivamente da Lloyd George (premier britannico) e da Clemenceau (primo ministro francese). L’auto su cui viaggiavano fu bloccata lungo gli Champs-Élysées da una folla festante. Una giornalista americana viaggiava “con totale schiettezza ed estremo entusiasmo” in compagnia di un generale italiano. Insomma un gran lupanare: negli alberghi dove erano alloggiate le delegazioni, le donne si aggiravano liberamente nelle stanze riservate agli uomini. Due infermiere della croce rossa canadese, che si erano specializzate nel fingere di essersi sbagliate a leggere il numero di stanza, rifiutando poi di lasciare la camera, dovettero essere rimandate a casa.
C’era la delegazione romena, capeggiata dal primo ministro Ion Brătianu, uomo ricco, potente, ricercato fino al ridicolo, convinto della propria importanza. Dalla Romania arrivò anche la regina Maria, con il treno regale. Sposa del re Ferdinando, era l’unica nipote della regina Vittoria che non avesse difficoltà a sbarazzarsi dell’educazione ricevuta in Inghilterra. Tra i suoi amanti si annoveravano Joe Boyle, brillante milionario canadese proprietario di miniere nel Klondike, e il cognato di Brătianu, il quale, a quanto si diceva, era il padre di tutti i figli di Maria a eccezione di uno, un vero e proprio caso pietoso, che poi divenne re Carlo II.
 [il resto nel prossimo post]

Fine corsa



La Cina non rivaluta la sua moneta perché ciò renderebbe meno vantaggiose le sue merci, quindi aumenterebbe la disoccupazione e la rivolta sociale sarebbe inevitabile.
Gli Stati Uniti hanno bisogno di svalutare, lo fanno stampando moneta e comprando carta straccia dalle banche. Un gioco rischiosissimo. La disoccupazione dilaga e coloro che vivono con il sussidio alimentare sono oltre 42 milioni.
L’Europa non sta meglio. La disoccupazione è endemica e in crescita, i tagli di bilancio inusitati. Le proteste e le manifestazioni si moltiplicano.
Il Giappone soffre una stagnazione da almeno vent’anni. Il suo debito pubblico è il più alto del mondo e non sanno come uscire da tale situazione.
Uno dei rimedi sarebbe lavorare meno, diminuire il tasso di sfruttamento, garantire pari diritti ai lavoratori salariati di tutto il mondo. Non è una misura di stampo comunista, è un rimedio di buon senso. Ma, come sappiamo, impraticabile. Le leggi che determinano il sistema economico che chiamiamo capitalismo non lo permettono. Esse operano a prescindere e il fallimento delle politiche riformistiche è sotto gli occhi di tutti.
Cambiare questo sistema economico e sociale demenziale con metodi pacifici è impossibile. Vi si oppongono gli interessi particolari della borghesia e, come detto, la natura stessa del sistema. Solo un’azione collettiva, cosciente e diretta, sotto la spinta di condizioni tragiche e insostenibili, può incaricarsi di un simile cambiamento epocale. Naturalmente non sarebbe, come ebbe già a dire qualcuno, un pranzo di gala.
Nel frattempo il sistema basato sulla concorrenza tra stati nazionali e sull’accumulazione privata (ne ho parlato in questo post), messo alle strette, risolverà, presto o tardi, le sue “controversie” al solito modo: peggiorando le condizioni di esistenza delle classi salariate e predisponendosi allo scontro aperto tra nazioni.


mercoledì 10 novembre 2010

A proposito del libro di Charles Freeman


Tutto quello che abbiamo fu scelto da mani devote (*).
L’acquisto del libro di Charles Freeman, Il cristianesimo primitivo, sono trenta denari buttati al vento, anzitutto a causa del pacifico disinteresse dell’autore per il metodo critico e la sua totale adesione alla più schietta concezione idealistica della storia. Egli, infatti, occupandosi del cristianesimo primitivo (I - V secolo), dà subito per scontato ciò che invece dovrebbe dimostrare. Inoltre, su un punto cruciale di tale storia, non ha nulla da dirci, almeno esplicitamente, e cioè sui motivi di strategia politica ed economica che hanno portato il cristianesimo a diventare religione dell’Impero e cioè religione universale. Ci offre invece una congerie d’ipotesi elencate minuziosamente per centinaia di pagine a proposito dei presunti evangelisti, del presunto san Paolo e via discorrendo, ipotesi tutt'altro che verificate e che hanno solo un’importanza collaterale, “sovrastrutturale”, per così dire.
A questo punto non si è più nell’àmbito della critica storica, ma in quello della mitologia e della filosofia. Tuttavia, seguendo l'autore su questa strada, c’è da chiedersi, per esempio, perché Freeman non affronti mai esplicitamente la questione della realtà storica di Gesù e del suo entourage. Se tale questione sia importante o secondaria ai fini della “credenza salvifica” è cosa che attiene eminentemente la disputa religiosa, ma essa rappresenta un presupposto decisivo per il tipo d’indagine storica intrapresa da Freeman. Presupponendo invece come già risolta positivamente la questione, avvalorandola aprioristicamente, poi si finisce inevitabilmente per coltivare la menzogna, a chiedersi “in quale località potrebbe aver scritto Matteo” e cose di questo genere.
Ed infatti Freeman solo nel terzo capitolo, per qualche riga, a pagina 25, accenna alla questione raccontandoci che “Gesù crebbe quasi certamente nel piccolo villaggio di Nazaret …”. Quali le prove archeologiche portate dall’autore a suffragio dell’esistenza di un centro abitato chiamato Nazareth negli anni del principato di Ottaviano? Nessuna. Sostiene invece l’autore che “recenti scavi” indicano una comunità in grado di mantenersi autonomamente […] da non essere isolata dal mondo”. In nota è citato il lavoro di Seán Freyne ( Jesus, a Jewish Galilean: a new reading of the Jesus-story, un titolo che è tutto un programma), il quale scrive, a proposito dell'attuale Nazareth: "... recent excavations in the grounds of the Scottish Hospital suggest that Nazareth was a farming settlement in the Roman period. The excavated farm shows considerable human development in term of watch-towers, terracing, grape presses and a fiel irrigation system" (p. 44).   Nessuna notizia archeologica ha provato l’esistenza di una località chiamata Nazareth in epoca augustea (un'iscrizione, di assai controversa interpretazione, ritrovata in altro sito negli anni cinquanta del XX sec., ma più tarda dell'epoca in argomento, farebbe riferimento, citando un elenco di sacerdoti, a Nazareth o a qualcosa interpretato per Nazareth).  Né l'A.T., né Giuseppe Flavio, né il Talmud, ne fanno cenno. Molto discusso, per motivi linguistici, è anche il legame stabilito tra il toponimo e l’espressione “nazareno”.
Ad ogni buon conto, ammesso che in quel periodo vi fosse un centro della Galilea chiamato Nazareth, quali prove abbiamo che il presunto Gesù “crebbe” in tale villaggio? Non vi sono iscrizioni o testimonianze letterarie; ne parlano i Vangeli, ma non si tratta di documenti di rilevanza storica probante, essendo peraltro di redazione dubbia e assai tarda, i quali hanno subito rimaneggiamenti e aggiunte almeno fino all’epoca di Eusebio, anzi, soprattutto in quel periodo (“la sistematizzazione della dottrina della Chiesa” a cui Freeman allude semplicemente).
Quindi, come se nulla fosse, Freeman aggiunge: “l’unica fonte ebraica dell’epoca a dar conto di Gesù fu Giuseppe Flavio”. Posta per autentica la testimonianza flaviana, non è un po’ poco per affermare che “Gesù crebbe, quasi certamente nel piccolo villaggio di Nazaret”? Anche perché Giuseppe Flavio, come detto, non ne fa menzione! Eppure Freeman scrive che “quasi certamente ……".
Giuseppe Flavio non è solo l’unica fonte ebraica che parla di Gesù, ma l’unica fonte in assoluto, sempre se il brano di Flavio è dato per autentico. Le citazioni di Tacito e consimili, che opportunamente Freeman tace ma che sono tanto care agli apologeti cristiani, sono delle vere sciocchezze che nulla hanno a che vedere con un esame critico obiettivo.
L’autenticità del brano in cui Giuseppe Flavio parla di Gesù, è giudicata quanto mai controversa dai più eminenti specialisti. Per un’infinità di motivi che non è possibile qui riferire per esteso. Charles Freeman sorvola sul fatto, e questo dà la misura dell’accuratezza e serietà con cui si occupa della materia. Né si perita, a vantaggio del lettore, di riportare il breve testo flaviano. Ecco cosa scrive (avrebbe scritto) Giuseppe Flavio:
Allo stesso tempo, circa, visse Gesù, uomo saggio, se  pure lo può chiamare uomo; poiché egli compì opere sorprendenti, e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò molti Giudei e molti Greci. Egli era il Cristo. Quando Pilato udì che dai principali nostri uomini [Giudei] era accusato, lo condannò alla croce.
Coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. Nel terzo giorno, apparve loro nuovamente vivo: perché i profeti di Dio avevano profetato queste e innumerevoli altre cose meravigliose su di lui. E fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti Cristiani. (Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, Utet, vol. II,  pp. 1116-17).
Non serve essere dei filologi per capire che si tratta di una maldestra interpolazione. Basti dire che ad un ebreo, soprattutto a un discendente di una delle più nobili famiglie sacerdotali, non verrebbe mai in mente di attribuire ad un uomo un carattere soprannaturale. Ed è singolare, per un giudeo della posizione di Giuseppe Flavio non chiedersi per quale ragione Gesù fu accusato dai “principali nostri uomini” e condannato a morte. L’accusa non può essergli sfuggita, poiché relativa al fatto che Gesù, stando ai Vangeli, si sarebbe proclamato “re dei Giudei”. Inoltre, tutta la manfrina della resurrezione è questione molto più tarda a Giuseppe Flavio. Soprattutto non risponde a verità la vulgata (1 Cor 15,3) che le scritture ebraiche parlino della resurrezione di un Messia (Is 53,2-1; Zc 12,10) e, infatti, Freeman lo scrive, ma facendolo dire all'imperatore Giuliano (p. 311).Oltrettutto c'è da chiedersi perché sia Girolamo che Fozio, ma anche  Giustino Martire, Teofilo Antiocheno, Melitone di Sardi, Minucio Felice, Ireneo, Clemente Alessandrino, Giulio Africano, Pseudo-Giustino, Tertulliano, Ippolito, Origene, Metodio e Lattanzio, ognuno dei quali mostra familiarità con le opere di Giuseppe Flavio, non menzioni questo fondamentale passo. Insomma non esistono citazioni anteriori al IV secolo.
«Falsificazioni letterarie abbondavano nella letteratura greca e romana, e libri religiosi pagani, ebraici e cristiani, venivano spesso messi in circolazione sotto il nome di qualche antico personaggio illustre. Appena gli Ebrei impararono abbastanza il greco, cominciarono a fabbricare testi di famosi autori greci che glorificavano il popolo eletto. Già nel 150, i cristiani avevano confezionato le minute del processo a Gesù. Durante la grande persecuzione del 211, le autorità romane fabbricarono falsi atti dello stesso processo. Un secolo più tardi, Agostino conosceva le lettere apocrife di Gesù nelle quali questi appariva come un mago» (Elias J. Bickerman, Quattro libri stravaganti della Bibbia, Pàtron 1979, p. 144).
Anche quando Freeman arriva al punto centrale della questione (cap. XXII), che tratta del rapporto tra cristianesimo e Costantino (ed Eusebio), egli perde l’occasione per dire come stanno effettivamente le cose, e scrive, seguendo la stessa motivazione apologetica che ne diede Eusebio, che le scelte di politica religiosa costantiniana sarebbero “segno di devozione cristiana”. Le cause e motivazioni di ordine politico ed economico sono accennate solo indirettamente, il lettore le può cogliere solo in controluce: “La Chiesa continuò ad assistere i poveri e fu utilizzata dallo Stato a tale scopo …”. Quindi è ammessa “l’importanza primaria [del] ruolo degli imperatori nella sistematizzazione della dottrina della Chiesa”. Cosa questo significhi in concreto, l’autore non lo dice, perché altrimenti salterebbe tutta la sua arbitraria e sofisticata ricostruzione (scopiazzata da altri autori), a cominciare proprio da Gesù di Nazareth. Il suo apporto originale alle questioni trattate è nullo e bene ha fatto l’Einaudi a cambiare il titolo originale dell’opera (Una nuova storia del cristianesimo primitivo), dato che di nuovo non c’è nulla.
Vedi anche questo post.
[*]Elias J. Bickerman, Gli Ebrei in età greca, Il Mulino, p. 144.

martedì 9 novembre 2010

Il mito di Gesù di Nazaret, la favola del Cristo risorto

Ad un cortese post di Malvino ho tentato, con i miei modesti mezzi, di dare una risposta.
* * *
La tua osservazione è pertinente: il cristianesimo senza resurrezione cade, la fede è inutile, come avverte distintamente lo pseudo san Paolo. In questa presa d’atto è reso esplicito che senza una resurrezione “storicamente avvenuta e constatata” (papa GP II, udienza del 25-1-1996), il dogma resta tale, ottimo per gli alienati del puro spirito, ma non sufficiente per le moltitudini che vivono la loro fede nel dubbio, da Anjeza Gonxhe Bojaxhiu al medico mio vicino di casa. Il dogma non bastava a convincere nei primi secoli del cristianesimo, epoca di proselitismo e di concorrenza, e tanto meno oggi, laddove il cosiddetto bisogno religioso libero e volontario si basa sulla consapevolezza e la coscienza individuale. Ben sappiamo che l’insistenza con cui la Chiesa posa il proprio sguardo sulla storia, sull’”avvenuto” e “constatato”, non è casuale, perché è sulla commistione tra fede e ragione che essa ormai può sperare di intrecciare ancora la trama della sua menzogna, anche nei riguardi di chi non cura una conoscenza approfondita della storia, anzi proprio verso costoro.
Pertanto, ritornando sulla resurrezione come tema sicuramente centrale del cristianesimo, osservo che se la fede non ha senso senza la pasqua, il presupposto di questa è l’avvento. Solo dopo aver stabilito la realtà storica del presepio, la buona novella può incominciare e l’indagine soggettiva arrivare a quantificare il numero dei testimoni a favore della resurrezione: 500!
Oggi noi ridiamo degli dèi, delle credenze degli antichi. Non si tratta semplicemente di negare le vicende straordinarie degli dèi e i loro supposti poteri divini; per la coscienza moderna è risibile solo l’accenno alla loro pretesa realtà storica. Eppure la loro influenza, il loro regno nella dimensione reale dei comportamenti umani di allora (in generale non meno razionali dei nostri), è stato ben presente e duraturo, almeno quanto quello del cristianesimo in seguito. E nemmeno il racconto del loro mito, in certi casi, è troppo dissimile da quello evangelico. Il cristianesimo può vantare però, e questo fa la differenza, il quasi universale riconoscimento, perfino da parte degli ebrei e degli islamici e di molti non credenti, dell’esistenza storica del suo fondatore, cioè di un uomo chiamato Gesù o con esso in qualche modo identificabile. In questo insiste la Chiesa fin dalla nostra infanzia, sapendo bene che solo dopo viene il momento della nostra incommensurabile stanchezza, quando, rassegnati e messa da parte ogni illusione sulla razionalità del mondo e il senso della vita, ci si aggrappa alla consolante certezza di questa figura umana interiorizzata fin dall’infanzia. Nel dubbio, mai del tutto fugato, ma anche nella speranza che vi corrispondesse, in qualche modo, un’entità divina effettivamente risorta dopo la morte.

diciotto brumaio



Il diciotto brumaio, cioè oggi, è un giorno un po’ speciale. È l'anniversario del colpo di stato di Napoleone, e della cosiddetta caduta del Muro, cioè fatti storicamente molto rilevanti. Ma ce ne sono anche altri. Per esempio l’anniversario della proclamazione della Repubblica di Weimar e anche il putsch di Hitler del 1923, quindi la Notte dei cristalli del 1938.
Le leggi fascistissime approvate dalla Camera nel 1926.
Nel 1963, in Giappone, un'esplosione in una miniera di carbone uccide 458 minatori e ne manda in ospedale altri 839 a causa dell'avvelenamento da monossido di carbonio.
Tra i tanti che sono morti in questo giorno anche Charles de Gaulle, ma soprattutto Stieg Larsson. Anche la stramitica morte di Paul McCartney cadrebbe oggi.
Insomma, non una sola buona notizia. Ah, sì, in questo giorno, nel 1917, fu rimosso Cadorna. E sempre oggi la Mayflower giunse in quelli che diventeranno gli Stati Uniti, anche se poi i “pellegrini” sbarcarono due giorni dopo. Ma quest’ultima non fu una buona notizia per gli abitanti del posto. E nemmeno per tanti altri.

lunedì 8 novembre 2010

Passatempi



Una sera dello scorso luglio ero sul Grappa. Da lassù lo sguardo abbraccia un bella fetta della pianura veneta, dal Pasubio al Montello e poi oltre, quindi dalla pedemontana alla laguna. Uno spettacolo, decisamente. Molto diverso da come lo si poteva vedere (e ho visto) solo quarant'anni fa. Tutto brilla che sembra un presepio, non una sola zona, per quanto piccola, che non sia illuminata: strade, case, capannoni, negozi e supermercati, senza soluzione di continuità tra un centro urbano e l’altro. Ma dov’è finita la campagna, dove trovare un posticino per infrattarsi, come dicono a Roma? Non c’è.
Il passatempo preferito di noi veneti non è il lavoro, l’osteria, il ballo, la caccia, l’andar per funghi o a puttane. Ci sono anche quelli di passatempi, ma il più praticato con gusto è la sega. Modernamente si chiama: motosega. Segare quel che c’è, tagliare fin che ce n’è. Non solo siepi, che sarebbe anche normale, ma soprattutto gli alberi. Di tutte le razze e le stazze, di ogni colore e senza distinzione di fronda. Appena se ne vede uno che “intriga”, zac, resta solo il ceppo e poi neanche quello.
Il passatempo per gli amministratori pubblici, invece, il passatempo che si può raccontare, è la copertura dei corsi d’acqua minori, quali canali, roste e assimilati. Le motivazioni non mancano: allargamento carreggiata, pista ciclabile, rotonda, parcheggio, villette a schiera, nuova zona industriale o centro commerciale, ecc..
Poi però piove, ostrega.

domenica 7 novembre 2010

Re e pedoni


Scrive il grande scacchista della domenica:
Se volessimo adottare a mo' d'esempio il gioco degli scacchi, direi che lui [Berlusconi] è il re che lotta per evitare lo scacco matto, Fini è la regina avversaria che può muovere in molte direzioni, Bossi gioca con una torre in difesa del re. Alfieri e cavalli distribuiteli come vi pare tra gli altri comprimari della partita, tenendo presente che molti di quei pezzi sono stati eliminati dalla scacchiera.
Scalfari evidentemente non tiene conto dell'esatto valore dei pezzi, il quale dipende dalla loro potenzialità dinamica, dalla loro posizione in un determinato momento della partita. Il tempo s’incaricherà di dimostrarglielo anche a proposito di Berlusconi. Ad ogni buon conto sembra ignorare che i finali di partita, in genere, si giocano prevalentemente con i pedoni. Cioè con i voti, compresi quelli in Parlamento. Perciò la partita è ancora aperta, apertissima. E soprattutto non è una partita secca, si tratta di un torneo che dura da sedici anni, dove la regina della battaglia è sempre stata la Lega.
* * *
[...] finita la commedia, spogliatisi dei costumi, i recitanti rimangono tutti uguali.
Sì, l’ho vista — rispose Sancho.

Or bene, disse don Chisciotte — lo stesso accade nella commedia e nella vita di questo mondo, dove taluni fanno gl’imperatori, altri i pontefici; insomma tutte quante le parti che possono introdursi in una commedia: ma arrivati in fondo, ciò è quando la vita finisce, la morte toglie via a tutti gli abiti che li distingueva gli uni dagli altri, e tutti uguaglia la sepoltura.

Magnifico paragone — disse Sancho, — sebbene non così nuovo che io non l’abbia sentito molte e svariate volte, come quello del giuoco degli scacchi: finché dura la partita, ogni pezzo ha il suo particolare compito; terminato però il giuoco, tutti si mescolano fra loro, si uniscono, si confondono e vanno a finire in una borsa che è come quando la vita va a finire in sepoltura.

Giorno per giorno, Sancio — disse don Chisciotte, — ti vai facendo meno scemo e più giudizioso.

sabato 6 novembre 2010

Cercansi coloni



Le sorti magnifiche e progressive, direbbe Leopardi, del capitalismo sono incarnate in quel dato che riguarda il paese più opulento della terra: 42,4 milioni di american ammessi al Food stamp. Come se in Italia 6-7 milioni di persone attendessero i buoni governativi per mangiare le schifezze che l’industria alimentare propina ad ogni ora del giorno. Per esempio: un bel tramezzino con maionese (ottenuta con uova in polvere made in China) e gamberetti brasiliani (allevati con ormoni, mangimi e antibiotici). Su oltre mille allevamenti carioca solo uno (1) non produce facendone uso, ma tutti esportano nel mondo per i palati fini dei gourmet muniti di social card.
* * *
Negli Usa il problema della disoccupazione e della povertà è all’ordine del giorno e sono molte le iniziative che tendono a darvi una risposta concreta e positiva. Alcune guardano al lungo periodo, per esempio questa:
Simon Worden, il direttore del centro ricerche della Nasa di Ames negli Stati Uniti, ha reso noto nel corso di un seminario della Long Now Foundation tenutosi il 16 ottobre scorso a San Francisco, l'esistenza di un progetto, fino ad ora segreto, che vede collaborare insieme la stessa Nasa e la Darpa (la sigla sta per Defense Advanced Research Projects Agency), l'agenzia scientifica del Pentagono. Il progetto si chiama 100-year Starship, ovvero l'astronave dei prossimi cento anni, questo sarebbe l'arco di tempo in cui la nave spaziale dovrebbe diventare realtà. Il progetto prevederebbe la creazione di un nuovo tipo di propulsione per rendere possibile il viaggio interstellare.
Ovviamente bisognerebbe pensare a un numero sufficiente di astronauti per dare continuità alle generazioni che si succederebbero sulla nave, oltre a fornire loro le possibilità di sopravvivere una volta raggiunto il pianeta prescelto. Al di là del superamento dei problemi di carattere ingegneristico e del reperimento dei fondi (per cui la stessa Darpa ha aperto alla collaborazione con i privati) non è chiaro come l'opinione pubblica prenderà l'idea del viaggio senza ritorno. Quest'ultimo infatti costituirebbe il segnale di un passaggio importante: quello dall'esplorazione alla colonizzazione dello spazio extraterrestre.
N.B. La Long Now Foundation tratta questioni attinenti il lungo termine: 10.000 (diecimila!) anni. Se non sai come mettere insieme il pranzo con la cena, ma sei un inguaribile ottimista, con soli 8 dollari ti puoi iscrivere alla fondazione e progettare scenari per i prossimi cento secoli. Intanto comincia a scrivere gli anni utilizzando cinque cifre invece di quattro: 02010 invece di 2010. Magari verrai sorteggiato per far parte della prima spedizione interplanetaria. Altro che il gratta e vinci!

venerdì 5 novembre 2010

L'altra faccia degli Usa



42.4 milioni. Tanti sono gli americani che a causa dei bassi livelli di reddito sono stati costretti a ricorrere ai "Food Stamp", buoni pasto garantiti dal governo di cui possono usufruire le persone poco abbienti e senza un lavoro. I dati sono forniti dal Dipartimento dell'Agricoltura: l'incremento in agosto è stato di oltre mezzo milione e il numero di domande è salito ai massimi di tutti i tempi. Il numero di agosto rappresenta un rialzo del 17% dai livelli di un anno fa e del 58.5% da agosto 2007, prima che scoppiasse la recessione.

Falsificatori professionali



Le biografie, specie quelle relative a Marx e di Engels (assai rare quelle dedicate a quest’ultimo) è necessario prenderle con le pinze, per ovvie ragioni.  Raro, per esempio, imbattersi in un gioiello come la biografia intellettuale di Marx scritta da Siegbert Salomon Prawer: Karl Marx and World Literature (1976) tradotta da Garzanti con il titolo, ben azzeccato, di La biblioteca di Marx (1978).  È invece più frequente imbattersi in lavori assai scadenti, di elevata incompetenza, quando non manifestamente opera di professionisti della falsificazione. È questo il caso di Tristram Hunt, un maldestro mistificatore che passa per essere uno storico e giornalista inglese, esponente del partito laburista, cioè di quanto c’è di peggio in circolazione, il quale si è preso la briga di scrivere una biografia dal titolo: La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels. Il titolo originale di questo saggio diffamatorio è però rivelatore dell’atteggiamento pregiudiziale di Hunt: The frock-Coated comunist: The revolutionary life of Friedrich Engels.
Ci sono buoni e abbondanti motivi di critica e d’indignazione per ogni pagina, per ogni frase, di questo libro, ma mi voglio soffermare su un brano in particolare, contenuto nel sesto capitolo a pagina 197, poiché rende bene il ridicolo di cui non si cura Hunt e il livello di sciatta falsificazione di questo chiacchierone inglese.
«Engels – avrebbe scritto in una sua lettera a Marx del 2 agosto 1862 – una minuziosa analisi delle differenze tra capitale costante (macchinari) e capitale variabile (forza lavoro) e della teoria del plusvalore, ancora in erba, che sarebbe poi diventata, nel Capitale, il pilastro della sua spiegazione di come i capitalisti ricavassero dei profitti sfruttando la manodopera  dei lavoratori».
Chiunque abbia la minima dimestichezza con l’economia politica, può trarre da tale affermazione il  congruo giudizio che Hunt è un asino, un grandissimo e ragliante asino che insegna al Trinity College di Cambridge. David Ricardo, per esempio, in contrapposizione ad Adam Smith e pur esprimendosi con una diversa terminologia elaborò nettamente la determinazione del valore della merce mediante il tempo di lavoro, solo che si limitò ad affermare la determinazione della grandezza del valore mediante il tempo di lavoro soltanto relativamente alle merci prodotte nell’epoca della grande industria. Marx andò oltre alla determinazione ricardiana e pervenne infine al concetto di plusvalore quale lo conosciamo dalle sue opere di critica dell'economia politica. Inoltre, non aveva bisogno di alcuna spiegazione in merito da parte di Engels (né questi si sarebbe sognato una tale necessità), e per farsene una ragione basta leggere Per la critica dell’economia politica, capitolo primo, La merce, pubblicato nel 1859, laddove tutto è già ben delineato, compreso il concetto di plusvalore, per chi voglia farsi una cognizione di causa.
Inoltre, Hunt, finge di non sapere che la monumentale opera di critica e di spoglio degli economisti classici compiuta da Marx e pubblicata postuma in tre volumi dal titolo eloquente di Teorie sul plusvalore, fu scritta tra il gennaio 1862 e il luglio 1863, ed è parte di un più ampio manoscritto iniziato nel 1861. Come se ciò non bastasse, nei due famosi volumi noti come Grundrisse, si descrive per esteso: processo lavorativo e di valorizzazione, plusvalore assoluto e relativo, plusvalore e profitto. Il manoscritto fu redatto da Marx tra il luglio 1857 e il febbraio-marzo 1859.
Come tutti gli apprendisti stregoni, Hunt non si accontenta mai dei suoi strafalcioni, delle sue intemerate falsificazioni, punta a vette sempre più alte. Scrive subito dopo:
«Engels rispose a tono alle inchieste filosofiche [sic!] dell’amico e fu lui, in una decisiva lettera del 26 giugno 1867, a rivelare per la prima volta una delle più sconcertanti lacune economiche dell’intero sistema marxista, in particolare il fatto che la teoria dell’amico non teneva conto del plusvalore prodotto dai macchinari [sic!!!], né replicava alle critiche di coloro che si limitavano a equiparare il valore della manodopera e quello del salario pagato dal datore di lavoro: «“Se il capitalista paga al lavoratore soltanto sei ore sulle dodici lavorate, nessun plusvalore può essere prodotto, perché in questo caso ogni ora di lavoro dell’operaio conta solo come mezza, cioè quanto è stato pagato, e dunque il valore del prodotto lavoro comprende solo quello”. Per quanto questa argomentazione possa essere di una superficialità atroce, sosteneva Engels “trovo comunque sorprendente che tu non l'abbia ancora presa in considerazione, perché di sicuro è un obiezione che ti troverai davanti ed è meglio anticiparla”. La risposta di Marx, poco soddisfacente – secondo Hunt –, fu che quella critica non poteva essere adeguatamente trattata “prima del terzo libro […] Se volessi evitare in anticipo qualsiasi obiezione dovrei distruggere l’intero metodo dialettico”».
La falsificazione è palese e volontaria, premeditata e pacchiana. Scrive Engels nella lettera:
«Per quanto orribilmente superficiale sia tale argomento, per quanto identifichi valore di scambio e prezzo, valore del lavoro e salario, per quanto assurda la sua premessa che l’ora di lavoro entri solo per mezz’ora nel valore, qualora venga pagata solo mezz’ora, tuttavia mi meraviglio che tu non l’abbia ancora preso in considerazione, perché con tutta certezza ti verrà subito posto innanzi, ed è meglio che venga eliminato in precedenza. Forse vi torni sopra nel prossimo foglio di stampa».
Infatti Il Capitale era già in corso di stampa e Marx non se la sentiva di correre dietro ad ogni “orribile” ed “assurda” obiezione degli “economisti volgari”. E dei loro tirapiedi come Hunt, possiamo aggiungere.
Marx, nella sua lettera del 27 giugno, risponde da par suo, smontando in una sola frase l’obiezione che scoprirebbe “una delle più sconcertanti lacune economiche dell’intero sistema marxista”:
«Per quanto riguarda gli immancabili dubbi dei borghesucci e degli economisti volgari (che naturalmente dimenticano che se computano il lavoro pagato sotto il nome di salario, computano quello non pagato sotto il nome di profitto, ecc.), essi si riducono, espressi scientificamente, alla domanda: come si trasforma il valore della merce nel suo costo di produzione  ….».
Il resto della risposta si trova nel vol. XLII della MEOC. Ad ogni buon conto Marx scrive infine: «se io volessi in precedenza togliere di mezzo simili dubbi, rovinerei tutto il metodo dialettico di sviluppo. Viceversa tale metodo ha di buono che continuamente tende a questi grulli delle trappole che li inducono a un’intempestiva manifestazione della loro asineria».
Quando all’inizio ho dato dell’asino ad Hunt, quest’ultima frase non l’avevo ancora letta. Perciò la riporto con un certo compiacimento, visto che Hunt l’ha espunta.
 

 

giovedì 4 novembre 2010

Di che?



A sorpresa, quasi un italiano su due si dichiara "molto o abbastanza" soddisfatto della propria situazione economica: l'ultima rilevazione dell'Istat dimostra infatti che nei primi mesi di quest'anno la quota è pari al 48,4%, di poco inferiore a quella di quanti si dichiarano per niente o poco soddisfatti (49,3%).
Un italiano su due è molto o abbastanza soddisfatto. È un dato statistico, non una mera ipotesi. Non so cosa significhi essere molto o abbastanza soddisfatto. A me non capita MAI una persona che mi dica di essere molto o abbastanza soddisfatta. Forse perché non vivo nello stesso paese in cui vivono i signori dell’Istat. Quelli che incontro non sono per nulla soddisfatti dell’economia e dei prezzi, degli stipendi e delle tariffe. Della politica nemmeno a parlarne e della burocrazia è meglio tacere. Soddisfatti del trasporto pubblico (chiedere ai pendolari) e delle liste d’attesa per una risonanza non né ho mai sentito uno, manco alla televisione. Perciò, di che cazzo si dicono soddisfatti un italiano su due?

mercoledì 3 novembre 2010

Cadorna, il Napoleone de noantri /6 - fine



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La tragedia di Caporetto fu grandissima: 300mila prigionieri, le diserzioni di massa, il caos più completo, la perdita di artiglieria, magazzini e depositi, l’arretramento del fronte di 200 chilometri. Ben prima di questi accadimenti i soldati erano stremati dalle condizioni inumane in cui erano costretti, trattati come bestie da macello a rischio in ogni momento della propria vita per Trento e Trieste, per interessi alimentati dalla propaganda ma che non erano i loro.

Tuttavia la sconfitta non fu totale, completa, così come, di contro, l’ampio successo austro-tedesco non si trasformò in vittoria definitiva. Lo slancio dell'assalto alla pianura veneta si arrestò al Piave perché non fu supportato da analoga offensiva nel Trentino: i generali tedeschi, mancando forse d’interesse per una visione strategica globale, non concessero le truppe necessarie, troppo intenti ad alimentare il carnaio del Nord. In tal modo, con la mancata sconfitta dell’Italia, fu persa per sempre anche la possibilità, per la primavera successiva, in Francia, di predisporre un concentramento di forze tali da poter infliggere il colpo decisivo, costringendo gli Alleati ad un armistizio per loro assai svantaggioso.

Cadorna, il Napoleone de noantri /5



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Con tale concezione tattica in testa, col suo carattere impermeabile ad ogni argomentazione contraria, data la situazione sul terreno e le indubbie difficoltà di superare gli sbarramenti trincerati austro-ungarici, il bagno di sangue fu una conseguenza inevitabile. Del resto sugli altri fronti europei le cose non andarono molto diversamente, segno che una certa mentalità e un certo atteggiamento era comune presso gli alti comandi alleati. Ciò che lascia sgomenti sono le modalità con cui avveniva la carneficina sul fronte italiano, cioè gli inutili assalti contro le mitragliatrici in campo aperto armati, almeno all’inizio, solo di moschetto. E poi le condizioni di vita al limite della sopportazione per l’assenza di logistica, servizi e organizzazione.


Cadorna, il Napoleone de noantri /4

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Qual era in concreto la situazione dell’esercito italiano?

«Nell’estate del 1914 l’esercito italiano era il più debole tra quelli di qualsiasi altra nuova potenza. Decenni di spese elevate per le forze armate, che dal 1900 al 1914 si aggiravano mediamente su un quarto del bilancio statale, non erano riuscite a colmare le carenze in fatto di professionalità o di equipaggiamenti. L’esercito era sovraccarico di personale amministrativo e burocrazia, appesantito ben oltre le sue necessità dai corpi ausiliari (medici, veterinari, chimici, genieri). I problemi di approvvigionamento e di rifornimento erano endemici oltre la metà dei soldati era analfabeta». Inoltre, qualche lustro dopo l’Unità, il governo nazionale decise di «diminuire la presenza piemontese negli alti ranghi dell’esercito, per consentire la promozione di un maggior numero di ufficiali meridionali» (Thompson, cit., pp. 70 e 66).


martedì 2 novembre 2010

Cadorna, il Napoleone de noantri /3


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Cadorna fino al 1914 era relegato in un comando periferico, a Genova. E tale battuta d’arresto della sua carriera non era dovuta alla sua idea di “attacco tattico”, ma all’intransigente rifiuto del cosiddetto doppio comando (che tanti guai aveva procurato a suo padre), ossia il rifiuto di accettare, come eventuale capo di stato maggiore dell’esercito, la supervisione del Re (e di chicchessia) in caso di guerra, pur non mettendo in dubbio la supremazia costituzionale del sovrano.

«Del resto Cadorna – come rilevava Gatti – non accetta discussioni di nessun genere, poiché come tutti i violenti non sa andare innanziè un monologhi sta, non è un dialoghista. Questo l’enorme difetto di un generale» (pp. 238-39). […]
Tuttavia la nomina di Cadorna a Capo di stato maggiore dell’esercito, sfumata nel 1908 per il motivo citato, fu nel 1914 dettata da circostanze improvvise e casuali: il suo predecessore, il generale Pollio, moriva stroncato da un infarto il 1° luglio. Fatto saliente è che Pollio era immune da sentimenti antiasburgici, “era convinto che l’Alleanza” con Austria e Germania “fosse nei migliori interessi dell’Italia ed era deciso a far sì che funzionasse” (Thompson, La guerra bianca, p. 34).


Cadorna, il Napoleone de noantri /2





«La verità non sarà mai saputa veramente;
da che parte il diritto, nemmeno;
da che parte la giustizia, meno ancora:
dove ci sono passioni non c’è nulla di quelle tre cose»
 (A. Gatti, Un italiano a Versailles, p. 283).

La missione italiana guidata dal Cadorna è composta dai seguenti ufficiali: i colonnelli Bianchi d’Espinosa e Gatti, i tenenti colonnelli Pintor (padre di Luigi, cofondatore del quotidiano il manifesto) Ponza di San Martino e il maggiore Martin Fraklin, quindi il ten. col. Medico Casali e il maggiore Leone. Tra loro vi è, minore di grado ma non d’importanza, il tenente Tommaso Gallarati Scotti dei principi di Molfetta (la cui madre era Maria Luisa Melzi d'Eril), ufficiale d’ordinanza del Cadorna e, di fatto, confessore spirituale di quest’ultimo. Il tenente ebbe come istruttore di catechismo ed assistente nei primi studi il giovane prete don Achille Ratti, cosa che non gli escluse una condanna nel 1911 da parte della Chiesa per le sue novelle Storie dell'amor sacro e dell'amore profano. A suo onore, l’immediata opposizione al fascismo: firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti stilato da Benedetto Croce. Otterrà personalmente dal governo inglese che il comando delle forze partigiane sia affidato al generale Raffaele Cadorna, figlio di Luigi e omonimo del nonno. Ovviamente fu fervente anticomunista.


Cadorna, il Napoleone de noantri /1



Versailles, seconda decade del dicembre 1917. Nella villa Béthune, un magnifico palazzo costruito da pochi anni nell’omonima via appena fuori città, si serve la prima colazione. Il Generale, come già faceva nella sede del suo comando in Udine, cioè fino a poche settimane prima, vi provvede con caffellatte e biscotti.

Dopo colazione, dalle otto e mezzo fino alle nove, il Generale esce a passeggio, accompagnato dal suo ufficiale d’ordinanza. Procede con il suo passo pesante, il bastone in mano, i capelli bianchi ed il cappottone che svolazza e si attorciglia alle gambe. Alle nove in punto, infine, seguito dai suoi ufficiali, si avvia verso l’albergo Trianon, sede il Consiglio di guerra interalleato.


lunedì 1 novembre 2010

Omelie dell'Avvento



Le nostre sventure dipendono solo dalla nostra infedeltà al Signore, dal fatto d'aver abbandonato la strada che Dio ci ha indicato (Isaia,48, 17-19).
Per nostra fortuna ogni domenica l’omelia dell’Eugenio nazionale [*] tiene desta la nostra coscienza e ci rassicura che un giorno, ormai non molto lontano, questo nostro corpo nazionale corroso ora dal berlusconismo e dal malaffare risorgerà a nuova vita, mettendo in luce “la sua parte migliore”.
Scriveva ieri Scalfari:
«conosco da trent'anni Silvio Berlusconi e sono da tempo arrivato alla conclusione che il nostro presidente del Consiglio rappresenta per molti aspetti il prototipo dei vizi italiani, latenti nel carattere nazionale insieme alle virtù che certamente non mancano. Siamo laboriosi, pazienti, adattabili, ospitali. Ma anche furbi, vittimisti, millantatori, anarcoidi, insofferenti di regole, commedianti. Egoismo e generosità si fronteggiano e così pure trasformismo e coerenza, disprezzo delle istituzioni e sentimenti di patriottismo.
Berlusconi possiede l'indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l'intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore».
Dov’è l’analisi dei motivi di classe (parola fuorilegge), degli interessi, fatto salvo il dovuto accenno alla solita Confindustria, che hanno favorito e anzi determinato l’ascesa di Berlusconi e l’affermarsi del berlusconismo? La politica nazionale è forse l’espressione dei rapporti di classe o solo il prodotto volitivo di un solo uomo e di un gruppetto di sodali faccendieri e di grisettes disposte a tutto? Non è forse attraverso la politica che si governano le cose, si determina in gran parte la realtà sociale e il flusso della ricchezza verso quei settori della società di cui la politica stessa rappresenta direttamente gli interessi?
Ricorda Eugenio Scalfari quando sulle pagine dell’Espresso nei primi anni Ottanta si dilettava, con Craxi, proudhonianiamante, a far la “barba al Profeta”? È in quegli anni che conobbe Berlusconi. Ed è degli anni Novanta la campagna martellante del suo quotidiano a favore delle virtù miracolistiche del mercato e delle privatizzazioni pilotate, l'appoggio al più colossale e opaco trasferimento di ricchezza dalla proprietà pubblica in mani private. Scalfari in quegli anni remava per conto dei suoi protettori, ma la barca seguiva la rotta dei grandi interessi privati e non quella dell'interesse dei “generosi” e “patriottici” cittadini italiani.  
Chi dunque ha favorito la situazione da cui è potuto emergere un prodotto italiano così genuino come Berlusconi? Possiamo quindi ridurre semplicisticamente il berlusconismo ai meri “vizi italiani”, un tempo latenti e ora divenuti palesi e dominanti per la “perversa capacità di Berlusconi di averli evocati”? 
Infine, si potrebbe chiedere, a costo di venire a noia, quante delle leggi ad personam o sul precariato la “sinistra” ha abrogato o modificato? Chi ha "inciuciato" fino allo sfinimento con la "bicamerale"?
Il berlusconismo (e il leghismo) è un fenomeno che viene da lontano, anzitutto dal sostanziale e storico fallimento del vantato riformismo, che precede e segue il 1989. Dal mantenimento e consolidarsi di una situazione feudale di privilegio, di status, di caste burocratiche, di monopolio familiare, di welfare clientelare, di contiguità delle istituzioni con la criminalità e i cartelli elettorali; tale fallimento non può essere a carico, da un certo momento storico in poi, esclusivamente al blocco cattolico e conservatore. A ciò si aggiunse l’incapacità culturale e politica degli ultimi dirigenti del PCI di elaborare un’analisi autonoma e una strategia alternativa, cioè una politica che non fosse quella del compromesso con la reazione e la convinta e totale adesione alla filosofia e prassi liberista (l’abbraccio con i “Poteri Forti” – come li chiama Prodi –, nostrani, europei e atlantici), quindi il tradimento degli interessi delle classi popolari.
Berlusconi non incarna semplicemente i “vizi”, l’individualismo e i tic degli italiani; non è solo Sordi e Verdone.  Berlusconi è il rappresentante più genuino, fedele e adeguato degli interessi concreti della borghesia, quegli stessi che il trasformismo della sinistra ha cercato d’interpretare e cavalcare, peraltro senza raccogliere il successo elettorale preventivato, poiché l’aristocrazia del denaro preferisce l'originale a una destra in fotocopia. Finché le conviene.